sabato 3 ottobre 2026

Che cosa sono queste...amnesie?

 

Mi sono voluto leggere anche il nuovo libro di Fasanella, quello che sta pubblicizzando ultimamente ma in realtà è stato scritto una ventina di anni fa. Si intitola: Che cosa sono le BR. 

Voglio dire la mia anche su questo testo perché mi sono espresso sul saggio, o quello che lui intendeva fosse un saggio ma in realtà secondo me era qualcosa che gli assomigliava soltanto, e ora voglio dire qualcosa anche su questo lavoro. Si tratta di una lunga intervista. Fasanella riporta testualmente un'intervista ad Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, scomparso di recente. Pare che avesse rilasciato questa lunga conversazione con il giornalista perché stava indagando sul caso Moro e sulle Brigate Rosse in generale.

A differenza del Puzzle Moro devo dire che qui Fasanella fa il suo dovere, almeno all'apparenza, perché da buon giornalista di razza ha confezionato un'intervista alla Enzo Biagi. Mi ha ricordato molto il libro Il boss è solo di Enzo Biagi, quando negli anni 80 il grande cronista andò a intervistare il primo pentito della mafia, Tommaso Buscetta. 

In realtà qui non mi sembra che ci sia un pentito. Ora entro chiaramente nel merito di questa lunga intervista: non vedo proprio nessun pentimento. Franceschini in questo libro cerca di tirare il lettore della sua parte, ovvero sponsorizza una parte buona delle brigate rosse, cercando di additare come colpevole, il vero mostro, Corrado Simioni, che rappresenterebbe nel suo immaginario il capo della direzione strategica, ma anche leader di una setta, lui la chiama proprio così, una setta, che avrebbe governato le brigate rosse da Parigi con la scuola di lingue, la famosa Hyperion. Ora, noi oggi con i documenti di cui disponiamo possiamo affermare che questo grande vecchio a Parigi, se c'era, era costituito da una serie di servizi segreti del patto di Varsavia. Ma devo dire che su questo punto Franceschini concorda con me. Qualcosa si intravede, sia del KGB sia dei collegamenti internazionali con Raf e palestinesi. Ma non più di questo: una fugace comparsa.

Il punto in realtà non è tanto contestare il fondatore delle Bierre sulla sua ricerca della verità, perché io credo che fosse realmente interessato a capirne il meccanismo. Noi sappiamo oggi tramite documenti - ad esempio quelli della CIA - che le brigate rosse erano compartimentate. Lo afferma lui stesso. Cioè erano divisi in compartimenti stagni, organizzazioni in cui soltanto la direzione strategica poteva avere una visione globale, e cioè il kgb, tutti gli altri avevano il loro compito e lo dovevano realizzare. I brigatisti in cella per di più perdevano ogni contatto con gli elementi operativi. 

Detto questo, tuttavia, manca qualcosa in questo libro, qualcosa di importante, che mi fa pensare che in realtà Franceschini le cose le sapesse ma non le abbia dette fino in fondo. Chi manca? E bè non c'è traccia in questo libro di uno che doveva essere assolutamente considerato il grande vecchio o addirittura il grande traditore. Si tenga presente che Simioni viene considerato anche così, cioè il traditore delle buone brigate rosse, quelle che all'inizio volevano la rivoluzione marxista senza violenza o comunque senza omicidi, e che lui avrebbe costretto ad azioni più eclatanti. Manca appunto questo grande vecchio che è Patrizio Peci, il vero grande pentito il quale facendo nomi di compagni e covi fece arrestare mezza organizzazione. Fu proprio il successore di Moretti a capo delle Bierre, Senzani - che Franceschini chiama criminologo ma in realtà avrebbe dovuto analizzare prima di tutto se stesso - ad affermare che Peci era un traditore.

Poteva Franceschini non conoscere Peci? Ma è proprio impossibile: il marchigiano era il numero 2 della direzione strategica, conosceva i brigatisti di Milano, Torino, Genova, di Roma, sapeva tutto sul caso Moro, e anche se veniva da una zona periferica era in ogni caso molto rispettato fin dal 1978. Franceschini nel libro arriva con la sua narrazione all'82, all'arresto di Senzani, colui che volle punire Peci rapendo e uccidendo suo fratello Roberto: una bestialità. 

L'aver cancellato la storia di Peci mi sembra assolutamente una mancanza grave, che rende il libro a questo punto poco affidabile. Lo stesso autore, Fasanella, è impossibile che con la sua esperienza non sapesse nulla del delitto Peci. La sensazione che oltre a Moretti e Simioni fosse soprattutto Patrizio Peci il grande traditore era molto diffusa, basterebbe leggere i giornali dell'epoca. Ma allora perché manca tutta questa parte? 

Anche il narratore ha secondo me le sue responsabilità. Innanzitutto corre il rischio rendere attraente la soluzione politica delle Brigate Rosse, e questo non è passabile. Penso al lettore sprovveduto, penso ai ragazzi che vanno sul sito dove l'ho preso io, Torino rete libri, e leggono un libro del genere. Secondo me potrebbero affezionarsi a queste "bierre buone", che fanno giustizia, che vogliono punire i magistrati che non applicano bene la legge, coloro i quali oltretutto hanno punito eccessivamente i marxisti. Si rischia di seguire troppo il pensiero dell'intervistato, nonostante l'introduzione autobiografica di Fasanella inquadri correttamente le Brigate Rosse e offra un punto di vista eticamente condivisibile: la lotta armata di qualsiasi genere non poteva essere la soluzione. Meno condivisibile l'analisi storiografica con cui il testo si conclude: inizialmente può essere anche corretta, ma poi finisce per essere non veritiera. 

Io ritengo che la ricerca storiografica di Fasanella sia attendibile finché si limita a seguire i magistrati: Calogero, Mastelloni, Priore, molto noti negli anni '70 e '80. Erano loro a seguire la pista Hyperion. Il problema è che nel seguito non si capisce più quale sia la fonte. Forse le commissioni parlamentari come la Fioroni, ed è lì che l'inchiesta parte per la tangente e si perde. Le carte inglesi secondo me vengono contestualizzate e interpretate in maniera impropria. La politica non ha assolutamente aiutato l'autore.

In definitiva, Che cosa sono le BR è un libro leggibile, anche se non me la sentirei di proporre questo testo ai ragazzi di scuola, perché nonostante l'introduzione efficace e onesta il lettore potrebbe affezionarsi troppo al brigatista apparentemente ancora impegnato nella sua lotta contro lo stato. Ma il vero neo è una grossa carenza dal punto di vista storico: la totale assenza del grande pentito, che a mio avviso deve suggerire qualche domanda sull'attendibilità dell'intervistato.