giovedì 10 settembre 2026

E così mi mandano in pensione?




L’anno scolastico 2026-27 è alle porte. Quest’anno tuttavia per la prima volta dal 2017, dopo una serie infinita di contratti annuali in questa o quella scuola come in una roulette russa, il sottoscritto non ci sarà. I motivi sono molteplici e ritengo sia doveroso che a questo punto vengano resi pubblici, affinché le mie grandi perplessità siano condivise con altri sfortunati docenti come me e soprattutto con le famiglie degli studenti, alle prese ogni anno con un volto nuovo in cattedra, con tutto ciò che comporta per la didattica. Ho usato la parola docente al posto di insegnante. C’è un motivo che dopo spiegherò. 

Innanzitutto vengo al perché in questo inizio, e non soltanto questo probabilmente, di anno non mi si vedrà ai nastri di partenza. Il sistema di reclutamento degli insegnanti non di ruolo e anche in procinto di entrare in ruolo è diventato talmente complicato che mi servirebbe una segretaria personale per potermi districare nella giungla, è il caso di definirla, di procedure e leggine che regolano la o le graduatorie del collocamento nelle scuole. Sono graduatorie ingannevoli, che si moltiplicano e si complicano affinché il tuo punteggio conseguito con le supplenze sia praticamente inutile.

Ciò che intendo recriminare con chi mi ha avuto come dipendente per ben dieci anni nelle scuole superiori e per i primi tre nelle medie è proprio il rapporto ingannevole che intercorre tra datore di lavoro, ossia dirigente scolastico, e insegnante. La prima domanda che mi pongo è: in quale recondita stanza del plesso scolastico avrei potuto trarre informazioni per migliorare la mia carriera e dare continuità al lavoro entrando in ruolo? E’ un bel mistero. C’è chi mi ha detto di guardare sul sito dell’Ufficio Scolastico, chi addirittura ha usato il passaparola, altre notizie venivano dedotte, pensa te, proprio noi insegnanti, da discussioni non ufficiali su Whatsapp. 

Eppure va spiegato che il rapporto di lavoro che si instaura nelle scuole pubbliche oggi è molto simile a quello che nasce nelle aziende private. L’Ufficio Scolastico - ciò che una volta si chiamava Provveditorato - dal punto di vista amministrativo c’entra ben poco con la gestione della scuola. Chi ha in mano le informazioni del docente e dei lavoratori è il dirigente scolastico, che è la stessa persona giuridica dalla quale partono le lettere per i richiami disciplinari (sì, anche gli insegnanti sbagliano e vengono “sgridati”). Dunque, visto che per una decina di anni sono stato usato più o meno come un pacco postale e fatto girare tra tutti gli istituti tecnici e professionali della città, io mi sarei aspettato quantomeno un colloquio con il o la dirigente (uno dei tanti incontrati), affinché fossi edotto, non soltanto sul percorso professionale, ma anche su un progetto personalizzato, creato sul mio curriculum, per entrare in ruolo e divenire un punto di riferimento fisso per i miei studenti. O è soltanto un mio interesse che nella scuola lavorino docenti o insegnanti con un curriculum adeguato?

Ma perché dico che avrebbe dovuto essere il dirigente a concordare un colloquio informativo con me? Perché altrimenti sarei stato immediatamente accusato di cercare dei favoritismi! 

Eh sì, perché tra le tante fesserie che ho sentito in giro c’è anche quella che i decreti legge sulla scuola devono essere uguali per tutti. Ma siete davvero convinti sia così? Ma è assolutamente falso, il percorso di accesso alle cattedre non è e non può essere uguale per tutti e ne sono l’esempio vivente (eppure sono perfettamente in regola ed è stato verificato tutto ciò). Sono entrato nelle graduatorie nel 2011, ma non con il decreto ministeriale più recente, bensì con quello del 1994! La ragione è semplicissima: essendo un laureato dell’anno 1998-99 non potevo certamente presentarmi con gli esami che sostengono i laureati più giovani, anche perché certe discipline neppure esistevano. Lo dice la legge. Nel mio caso per insegnare alle scuole superiori mi servivano (si veda il documento allegato) due esami di Letteratura Italiana, uno di Storia tra medievale, moderna e contemporanea, e un esame di geografia. Non serviva nemmeno il Latino, nel 1994, che invece era necessario per insegnare alle medie, più tutti gli altri esami che ho detto prima (con due esami di storia su tre). Quindi dove starebbe questa uguaglianza tanto propagandata? Erano regole che ci venivano spiegate a Macerata, tra l’altro, dal professore di Geografia, Carlo Brusa, responsabile della Commissione sui Piani di Studio, lo stesso che è stato poi preside della Facoltà di Lettere di Vercelli. Quindi non sono esattamente mie invenzioni. 

Ma allora perché mi sono sentito chiedere, sempre da voci di corridoio, di sostenere un concorso pubblico per entrare in ruolo sulle stesse materie che portano gli studenti che hanno trent’anni meno di me? A parte il fatto che le regole sono state cambiate mentre già insegnavo e quando avevo iniziato era sufficiente “raccogliere i punti” per entrare in ruolo con le cosiddette graduatorie a esaurimento, ma questo nuovo sistema che diavolo di senso ha? E perché questo concorso per ragazzi è stato organizzato, dal punto di vista amministrativo, al di fuori delle scuole pubbliche nelle quali ero dipendente? Chi lo organizzava e chi ne garantiva la regolarità?

Dico fuori perché il sito dell’Ufficio Scolastico è strapieno di bandi di tutti i tipi, anche per collaboratori scolastici, tecnici, informatici, eccetera. E questo già in termini di rapporto dirigente-dipendente non è accettabile. E’ allo studente che puoi dire: vai a leggere il sito del MIUR e cèrcati il bando, non al tuo dipendente. Chi è che ha il compito della “vigilanza” sulla corretta assunzione dei dipendenti? Non lo so, lo chiedo. Oppure avrei dovuto affidarmi al passaparola e ai gruppi Whatsapp? 

Ecco, quest’ultimo è un  altro canale della professione dell’insegnante che approfondirei. Allora facciamo una breve panoramica - anche magari per i dirigenti che sono poco informati - delle amenità che ho sentito sull’ingresso in ruolo. Dunque, serve questo concorso, bisogna studiare, e allo stesso tempo chi già insegna deve concentrarsi pure sul proprio programma, con chissà quale serietà nell’affrontare gli impegni scolastici. Ma non basta solo ripassare la propria materia, sarebbe comodo. Bisogna acquisire le cosiddette “competenze psico-pedagogiche” e quindi sostenere l’esame. Nel 2022 ho voluto provare l’ebbrezza di essere interrogati come a scuola da questi signori. Raccontai all’epoca in un post l’esito personale, ma qui la questione che intendo sottolineare è che si entrava in ruolo con l’insufficienza! Avete capito bene. Non era specificato se il candidato sarebbe stato ammesso o no, idoneo o non idoneo, gli veniva assegnato un punteggio e in presenza di posti disponibili anche i punti inferiori al 6 sarebbero stati utili. E’ un po’ come se allo scrutinio uno studente venisse ammesso alla classe successiva con un 3 o un 4. Qui parliamo addirittura di insegnare quella materia col posto fisso! La cosa si commenta da sola. E in tutto questo ovviamente i dirigenti non sapevano nulla. Ma è veramente così? E non è una questione che li riguarda? Certo uno potrebbe dire, come sostiene certa gente ben informata, che il supplente dal punto di vista legale non esiste e che per entrare in ruolo si deve seguire un percorso formativo universitario. Eh sì, facile a dirsi, ma allora dobbiamo cancellare i miei tredici anni di insegnamento, e pure gli innumerevoli precari che per decenni sono stati impiegati nelle scuole. Mi pare siano tanti. Ma tanti tanti. Spariscono così? Ma dai. Non ci credo.

Ma vediamo altre cose simpatiche che ho sentito. Perché se avessi superato questo concorso, pare, sempre per sentito dire ma magari sbaglio, che avrei dovuto iscrivermi a un master universitario, non come docente ma come studente ovviamente, e pagare qualcosa come 7-8000 euro! E per ottenere poi quali incredibili strabilianti conoscenze per un lavoro che già svolgo? Io una cifra del genere la spenderei per un master a Cambridge o a New York, ma sempre a patto che sia una mia scelta, non certamente un obbligo! E quindi anche qui problemi. Mi sarei fermato comunque dopo il concorso. 

Ma ne ho sentite altre ancora, ad esempio di corsi low cost in Romania o Spagna per superare il Tirocinio Formativo Attivo, che è un’altra invenzione inutile di epoca recente, la quale serve allo stato (italiano) per far soldi ma non dà garanzie sull’ingresso in ruolo. Serve a creare altre sottocategorie nella graduatoria dei docenti e complicare meglio il calcolo dei punteggi. Nel 2014 spinto sempre dal passaparola avevo partecipato al primo TFA, quello italiano. Ricordo che andai a Milano. E oltre alle domande storiche fatte da gente poco esperta, notai che c’erano quesiti di Linguistica, che è una disciplina nata dopo il 1999 e su cui il Ministero sapeva perfettamente che non poteva mettermi alla prova. Ma c’erano domande praticamente su tutto lo scibile possibile, dalla preistoria, alla storia greca, romana, contemporanea, medievale, sui 700 anni di letteratura italiana trovavi tre righe prese a caso da un qualsiasi autore di chissà quale secolo e dovevi indovinare chi fosse. Avrei avuto più probabilità di vincere a un quiz di Mike Bongiorno, anzi ne sono certo.

Quindi scorciatoie, possiamo definirle, ma non certo per me. Buttate lì a caso senza tanti fronzoli, in cui potrebbe presentarsi un dirigente scolastico, un giornalista, un infiltrato dei Servizi Segreti, non se ne accorgerebbero e lo boccerebbero ugualmente. 

Eppure a quanto ne so si tratta ugualmente di scorciatoie molto onerose, soprattutto la strada per Bucarest. Non c’è nessun regalo che pende dagli alberi rumeni. In Italia lo stesso, te lo mascherano da concorso ma poi devi mettere pesantemente mano al portafoglio: 3-4mila euro. Siamo in democrazia, no? Mi sono guardato bene dal seguire questa voce. Ma pure qui i miei dirigenti scolastici non c’entrano, ma no figurati, perché dubito che sapessero qualcosa di tali splendidi vorticosi giri per l’Europa alla ricerca in un miglioramento in graduatoria. Ho ragione?

Insomma il percorso, se avessi scelto di provare a cercare il posto fisso, sarebbe stato un percorso di guerra, con probabilissimo anzi sicuro fallimento, soprattutto finanziario. 

E quindi eccomi qui, con la pensione (integrativa) come prossima e ultima tappa. Certamente indietro non si torna. Non accetterò mai e poi mai convocazioni per supplenze brevi, magari per sostituire un insegnante malato (che mi potrebbe imporre un certo metodo e certe sue valutazioni). E’ una questione di serietà. Vorrà dire che mi assumerò un compito di “vigilanza” sui contratti che sarebbe spettato ai dirigenti scolastici e casserò ogni “mostro giuridico” (frase coniata per i cococo nel giornalismo dal collega Giovanni Giacomini, scomparso di recente) che mi arriverà a casa sotto forma di contratto.

Il guaio sai qual è? Che chi verrà dopo di me troverà una scuola in cui l’offerta formativa si abbasserà notevolmente di livello. E vengo al punto iniziale, alla disquisizione sulla parola più corretta: docente o insegnante? Docente fa pensare più al docente universitario concentrato sulla materia, che non smette mai (o almeno dovrebbe) di fare ricerca, di essere competente; insegnante oggi per chi governa e pretende come detto “le competenze psicopedagogiche” è colui che sa trasmettere le conoscenze agli adolescenti. In realtà, il rischio è che le future generazioni di insegnanti sappiano applicare tutti i giochini online per trasmettere qualche conoscenza di Storia o Italiano, ma non siano più competenti nella grammatica o sui periodi storici. Si pensa di aver creato degli insegnanti professionisti mentre si sta svuotando di contenuti l’insegnamento delle materie e ci si discosta nettamente dall’articolo 33 della Costituzione il quale afferma che l’insegnamento delle Arti e delle Scienze è libero. Delle Arti e delle Scienze. Ossia, le insegno come pare a me, non come vuole lo stato. Si trasmettono contenuti, non si deve saper soltanto parlare con un tono di voce suadente o ipnotizzare il proprio studente. 

Fossi stato il ministro, avrei limitato le “competenze psico-pedagogiche” all’ambito del Sostegno, e basta. Ma non è così. Anche su questo avrei avuto e ho avuto scontri verbali con i colleghi più giovani. Ciò non vuol dire che gli insegnanti siano meno preparati, ma a mio giudizio c’è una netta differenza tra i più giovani e coloro che stanno avvicinandosi alla pensione. E’ la stessa situazione già sperimentata nel giornalismo. Si pensa di essere di fronte a una rivoluzione ma è una rivoluzione al contrario, verso la trasformazione dell’insegnante in un perenne studente, con tutte le conseguenze nefaste di sentirsi studente, o trattato da studente, mentre si ha di fronte una classe di propri studenti. Da questo punto di vista farei una splendida figura nell’allontanarmi dall’insegnamento di Lettere nelle scuole pubbliche definendomi finalmente docente. Un docente vero, come sarebbe piaciuto essere a me. 

E’ altrettanto vero che il problema non si esaurisce nella scuola, e non lo risolverò standomene a casa. Il problema è a monte, nello stato italiano. Allargando l’orizzonte di indagine accerterei, se fossi un magistrato, le responsabilità nei governi di varia colorazione che si sono alternati negli ultimi dieci anni alla guida del Paese. A me pare, ditemi se sbaglio, che abbiano seguito sulla scuola, di fatto, la stessa filosofia: complicare le cose anziché rendere credibile e trasparente l’assunzione dei docenti. A tale proposito ricordo a quanti non lo sapessero che per mettere in ruolo tutti i docenti precari basterebbe un decreto legge. In un minuto si farebbe, come nel 1968. 

Si può tentare un accostamento con il giornalismo, dicevo. Sì perché lo stato anche lì ha sfornato leggi alla azzeccagarbugli con cui tenta di vendere venti volte la stessa cosa. Un gran bel pataccaro (rubo il termine al grande Eugenio Scalfari), insomma, il nostro Legislatore. Se nella scuola mi avevano assegnato la cattedra provvisoria accettando i miei esami, salvo poi cercare di rinegoziare al rialzo lo stesso tipo di lavoro, nel giornalismo stanno tentando di rivendermi in continuazione la tessera da pubblicista, che avevo conseguito nel lontano 2003. All’improvviso, dopo vent’anni di silenzio (cioè per vent’anni è stato come non avere alcun ordine professionale), hanno cominciato a scrivermi email minacciose pretendendo che seguissi corsi di formazione in cambio del mantenimento del tesserino. Il bello è che non ho un contratto di lavoro giornalistico. Chi mi rimborsa le spese? A quale titolo mi impartiscono compiti? Per quale “clientela” dovrei formarmi? C’è gente che entra abusivamente nell’account che l’ordine stesso mi aveva chiesto di aprire, per iscrivermi ai corsi, e controlla se li ho fatti o no (avranno installato anche il software Paragon nel mio smartphone?). 

E quindi le cose sono due: o sono terribilmente sfortunato perché capitano tutte a me, il che non andrebbe affatto escluso visto che sulla mafia ormai ho conoscenze molto approfondite, oppure sono terribilmente fortunato e posso constatare il comportamento assurdo dello stato (o chi per lui, chi si spaccia per stato ma non lo è) su più lavori. A voi la scelta. 

Tutto questo discorso verteva sul concetto di continuità lavorativa nella scuola. Detto e fatto. Mentre preparavo queste righe mi è arrivata con notevole ritardo rispetto agli ultimi anni, l’8 settembre, una comunicazione di assegnazione di una cattedra annuale per uno spezzone di Lettere in una scuola media. Cioè, dopo dieci anni di scuola superiore, in cui già ritenevo umiliante il dover fare le valigie e cambiare classi, libri di testo, studenti praticamente ogni anno, vengo sbattuto a fare 8 ore settimanali invece di 18 in una scuola media? Ma stiamo facendo sul serio o è uno scherzo? Come se non bastasse, per un disguido nell’invio delle email all’interno di una scuola, cui non è seguita una smentita chiara ed esaustiva, si è appreso - o si è dedotto - che l’algoritmo con cui d’estate vengono nominati i docenti sulle cattedre annuali non funzionerebbe allo stesso modo per tutti. Perciò, si sono aggiunti dubbi in un quadro generale che era già compromesso per conto suo. 

Cerco di farmi capire da studenti e genitori. Se un tempo la scuola funzionava così: facevi una serie di supplenze, accumulavi esperienza, imparavi a insegnare, ed entravi in ruolo attraverso lo smaltimento di una coda a punteggio, oggi tutto ciò che conta è la corsa ai crediti formativi, agli esami, fatti non si sa da chi e dove. Questo vorrebbe - sempre secondo voci incontrollate - il più recente decreto legge. E quindi tutto diventa una corsa a comprare crediti. A me sembra ovvio, ad altri evidentemente no, perché vedo colleghi fare la fila per questi concorsi. Lo stesso avviene quando in un mercato libero lo stato inizia a voler dettare delle regole ferree; apparentemente ti sembra che il sistema potrà funzionare, nella realtà vince il mercato nero. Ma io mi chiedo: chi ci vorrà andare oggi - tanto per fare un esempio lampante - a prendersi una supplenza di due settimane o un mese in una scuola, sapendo che non gli servirà più a fare punteggio? Guarda caso, vedevo ultimamente parecchie classi scoperte con i ragazzi che rimanevano a casa per la mancanza del docente titolare. E tutto ciò avviene perché i docenti precari sono in giro per il Piemonte, chissà dove, a raccattare crediti ed esami farsa? E magari compiere un bel sorpasso su chi non li ha superati? Ma ci rendiamo conto di che razza di sistema è diventato la scuola? A questo punto, per coerenza, abbia il Ministero il coraggio di far entrare nella scuola soltanto chi ne ha tutti i requisiti. Ma proprio tutti allo stesso modo. Perché di fatto, per creare questo sbarramento dei concorsi, concorsini, concorsoni, creditini e creditoni, si è legalizzato il mobbing. Il sottoscritto deve accettare un peggioramento delle condizioni lavorative o addirittura il mobbing perché non ha superato un concorso? Oppure perché ne ha fatto uno ma ancora l’altro no? Ma è un ragionamento possibile? 

E chi mi garantisce che dietro quell’algoritmo che stabilisce le nomine non ci sia un essere umano in carne e ossa che redige graduatorie e liste di proscrizione? Questo mi piace, questo lo mandiamo a farsi scannare qui, questo è bravo e lo premiamo, e così via. 

Ma che si tratti di intelligenza artificiale o no, comunque queste convocazioni arrivano con la firma del Ministero dell’Istruzione e del Merito e le ricevo anche sulla app dello smartphone IO della Pubblica Amministrazione. Non è quindi uno scherzo, ma è pure peggio. 

Buon anno scolastico