mercoledì 23 settembre 2026

Una minaccia libica nelle stragi di Ustica e Bologna?

 


Tra i documenti desegretati dalla CIA statunitense, l'agenzia di spionaggio di Langley, è significativo il dossier CIA-RDP90T00114R000800810001-1. 

Nel carteggio si legge di ripetute e ravvicinate operazioni terroristiche avvenute in Italia nei primi mesi del 1980 a favore di Gheddafi, con evidenti complicità dei servizi segreti italiani. Questi micro-attentati avvennero a pochi giorni dalla tragedia del DC-9, caduto a Ustica la sera del 27 giugno del 1980 con 81 vittime, e la strage della bomba di Bologna del 2 agosto 1980, con 85 vittime e 200 feriti. 

Nella scia di sangue che nel 1980 bagnò l'Italia per mano dei servizi segreti libici con la complicità del SISMI, il quale con la Libia aveva siglato il Lodo Moro, vi è anche un documento molto importante proveniente dall'archivio del quotidiano La Stampa. E' del 13 giugno 1980. I dissidenti libici, ovvero le vittime della mattanza che quell'anno si stava compiendo in Italia, cercavano collaborazione attraverso una denuncia inviata all'agenzia Ansa. I fuggiaschi avvisavano gli italiani che Gheddafi non era affatto un rivoluzionario anti-imperialista bensì un dittatore capitalista che acquistava tramite i suoi mediatori finanziari quote azionarie in giro per l'Italia e l'Europa. 

E' in questo clima incandescente che vanno inquadrati i due attentati di quello stesso anno contro i cittadini italiani. Fu una minaccia di Gheddafi? Fu una reazione americana al dilagare di violenza terroristica tollerata dal SISMI? 

Quasi contemporaneamente Gheddafi rispose ai dissidenti in uno dei suoi discorsi, pubblicato dal quotidiano La Stampa il 12 giugno del 1980. Dichiarò cessata la guerra contro i suoi nemici all'estero, ma anche che questa sarebbe proseguita qualora fosse stata scoperta dai "comitati rivoluzionari" una complicità di qualche libico con gli americani, israeliani ed egiziani. I "comitati rivoluzionari" operavano all'estero e secondo il Colonnello libico agivano in modo indipendente. Chiunque cooperi con "queste tre parti è considerato responsabile del peccato più grande". Affermò in un articolo sempre della Stampa del 13 giugno 1980. 


C'è da precisare che non tutte le istituzioni italiane erano al servizio di Gheddafi. La Farnesina e il Viminale in uno studio sempre del giugno 1980 avevano stimato in 1500 i libici fuggiti in Italia perché contrari al regime di Gheddafi, e di questi ben 400 erano i più esposti ad attentati. La Polizia di Stato italiana non era in grado di proteggerli tutti, avrebbe potuto soltanto seguirne "discretamente" i più in vista per cercare di prevederne le mosse. Era questo il contenuto di un articolo a firma di Giuseppe Zaccaria uscito su La Stampa dell'8 giugno 1980. Sempre stando alle indagini di polizia e ai resoconti di questo cronista, i "comitati rivoluzionari" libici erano stanziati da molto tempo in Italia ed erano composti da studenti con regolare passaporto. C'era stato anche un arresto l'11 giugno: Abdul Nab Shouti di 25 anni, il quale con la scusa di andare a trovare un suo amico aveva tentato di "giustiziarlo" in nome di Gheddafi.

Non era la prima volta nella storia dei rapporti Italia-Libia che Polizia di Stato e SISMI si trovavano l'uno contro l'altro: il SISMI impegnato a chiudere gli occhi se non a favorire i delitti di Gheddafi, la Polizia a svolgere il proprio dovere contro tutti i criminali indistintamente. Era avvenuta qualcosa del genere durante l'operazione "Principe Nero" del 1970, allorché Gheddafi fu protetto dal SISMI e dalla mafia siciliana da una contro-rivoluzione lanciata dai parenti del deposto re filo-americano Idris.