martedì 27 agosto 2024

Quel processo alla “Via italiana al socialismo”


I rapporti tra il Partito Comunista Italiano e il Politburo di Mosca si ruppero intorno al 1964, quando le voci su una “via italiana al socialismo” giunsero nella “destra praghese”. Lo possiamo affermare con certezza perché ce lo testimonia, oggi, un dossier del controspionaggio cecoslovacco, il documento KR654797 sull’italo-tunisino Michele Rossi, detto anche Michael.

Fu sicuramente uno dei dirigenti del PCI meno conosciuti, perché così lo descrisse a un anno dalla morte, avvenuta il 25 novembre del 1979, il celebre Giuliano Pajetta. 

Michele Rossi era nato il 10 maggio del 1917 a Tunisi. Secondo un articolo dell’Unità, fu molto attivo durante il periodo fascista, sia a Tunisi sia in Francia, a Parigi. Si distinse nell’assistenza ai comunisti che erano espatriati e fu arrestato per due volte. Alla fine venne condannato a vent’anni di lavori forzati. Ma era ormai scoppiata la seconda guerra mondiale, che avrebbe condotto il regime nazi-fascista alla rovina. Nel dopoguerra, Rossi ebbe svariati incarichi di partito, dapprima in Campania, poi dal 1959-60 fu vice-responsabile della sezione esteri del partito e membro del Comitato Centrale del PCI tra il dodicesimo e il tredicesimo congresso. Negli anni Settanta si trasferì a Praga dove diresse una rivista intitolata: “Problemi della pace e del socialismo” ed è qui che le notizie di fonte italiana si incrociano con quelle cecoslovacche. 

C’è una frase pronunciata da Pajetta, nel suo ricordo personale dell’amico appena scomparso, che corrisponde perfettamente al ritratto che di Michele Rossi venne fatto a Praga. “Si oppose all’unanimismo” - sottolineò - e mantenne posizioni “autonome”. 

Purtoppo col senno di poi bisogna aggiungere che quelle doti umane non erano condivise nell’universo comunista europeo. Nel PCUS, che era contrario a ogni personalismo nonché alla benché minima libertà di espressione, non si poteva. Essere autonomi significava opporsi al Politburo sovietico. Così Rossi, che viveva a Praga, in uno degli Stati satelliti più fedeli a Mosca, divenne per i dirigenti cecoslovacchi un altro esponente della destra comunista, così come lo era a loro avviso Enrico Berlinguer. Di più, si sospettò che Rossi potesse sfruttare i suoi viaggi da Roma a Praga e viceversa per esportare in Italia materiale compromettente. Insomma, una spia, un traditore e come tale meritevole delle attenzioni del controspionaggio.

E’ importante a questo punto leggere l’analisi con cui i servizi segreti di Praga, l’STB, il 28 novembre del 1975 motivavano l’apertura di un’inchiesta su Michele Rossi. 

In merito all'incarico che abbiamo ricevuto in data 22.10. dal Primo Vice Ministro dell'Interno, Sr. Generale Magg. Hanuliak, condivido le informazioni sulla persona di Michael Rossi ottenute estraendo il contatto di Secchi Mateo, che conosce Rossi. Quest'ultimo crede che Rossi sia l'uomo di Berlinguer e informa alcuni dirigenti dell'IKS (il PCI, ndr) su quanto sta accadendo a Praga. Ammette che può anche essere un collegamento tra i nostri dissidenti e la direzione dell'IKS. È un aspro critico degli sviluppi nella CSSR (la Cecoslovacchia, ndr). L'amicizia Rossi-Berlinguer risale all'immediato dopoguerra, quando Rossi e Dolfi erano segretari della Gioventù Comunista e Berlinguer si aggiunse a loro come collaboratore. Dopo che Rossi divenne notevolmente di destra e critico nei confronti della politica dei partiti comunisti, Dolfi rimase sulla linea marxista-leninista. Si tenterà di estrarlo alla persona di Rossi.

(firmato: Jaromir Prybort)

Nel dossier KR654797 sono state archiviate altre relazioni dell’STB in cui veniva tracciato il profilo politico del presunto “dissidente”. Non tutto il PCI veniva considerato un partito eretico, bensì soltanto la corrente berlingueriana, che tuttavia dai primi anni Settanta si avviò a essere quella principale e della quale Rossi, come abbiamo visto, era stato considerato un esponente di spicco, e probabilmente lo era. Il 31 ottobre del 1975 era stata redatta un’ampia relazione su alcuni collegamenti di Michele Rossi con le attività “dissidenti” in Cecoslovacchia.

Secondo le nostre informazioni ROSSI si presenta in redazione come difensore di quell'ala del Partito Comunista Italiano che ha opinioni opposte contro i concetti e gli obiettivi della redazione, cioè contro la politica che i compagni e il Partito Comunista dell'URSS sta discutendo (non nega la legalità dell'ingresso dei soldati nel 1968).

Veniva a questo punto citato un episodio accaduto durante una riunione del periodico che Rossi dirigeva a Praga. Pare che un dirigente del Partito, un certo Numata, avesse apportato delle modifiche alla redazione finale di alcune pagine, evidentemente giudicate difformi dalle direttive del Politburo. Michele Rossi minacciò “che il Partito Comunista Italiano non avrebbe più collaborato” alla pubblicazione di quella rivista e abbandonò la riunione. 

L’inchiesta proseguì. “Secondo i risultati, ROSSI Michael intrattiene contatti a lungo termine con esponenti di spicco della destra come: MLYNA, dr. SLAVIK, dott. RATTINGER, ecc.” Inoltre avrebbe promosso l’invio dall’Italia di satire “antisocialiste e antisovietiche”. Ancora altre accuse: avrebbe acquistato oro e oggetti di valore in Cecoslovacchia. Sarebbe stato un contatto del noto dissidente Jiri Pelikan, fuggito in Italia in quegli stessi anni. Nell’ultima parte del documento, il firmatario della relazione, Jiri Dvorak, passava a descrivere la perquisizione dell’appartamento di Rossi. Tutto si svolse senza intoppi, tuttavia l’italiano si accorse che qualcosa era stato manomesso. Forse per questo lo scrivente avvertiva i suoi superiori che alcune azioni non erano state messe in atto.

Poco dopo il viaggio, ha fatto visita alla persona denunciata nella redazione di "Questioni di pace e socialismo" e si è chiesto se qualcuno fosse stato nel suo appartamento durante la sua assenza. L'amministratore dell'edificio ha confermato i suoi sospetti di voler sostituire l'elemento riscaldante. Rossi ha ironizzato sulla cosa dicendo che deve prenderla così e che per questo non gli importerà. Nell'appartamento non sono state eseguite le azioni 144 e 111, è stata effettuata solo un'ispezione. I lavoratori operativi, compresi i tecnici, escludono la negligenza quando entrano nell'appartamento. Pertanto, le attività previste sono state sospese.

Nel luglio del 1976 l’STB faceva il punto sulle nuove scoperte. Rossi avrebbe frequentato l'ex segretario dell'UV KSC Vaclov Smayik, che era già attenzionato dal controspionaggio di Praga nell’azione Drina, che fu avviata tra il 1969 e il 1971. Si trattava di un’indagine su un gruppo “di destra” attivo a Pilsen, diretto da un certo Milan Hubl, che avrebbe divulgato pubblicazioni contrarie alle regole (dittatoriali) del Politburo (vedi dossier A 2/3 ij 2460).

Il rappresentante italiano per le "Questioni di pace e socialismo" Rossi, che è un contatto personale dell'ex segretario dell'UV KSC Vaclov Smayik, era già presente durante lo sviluppo dell'azione "Drina" nel 1969-72, sulla base degli obiettivi conoscenza, considerato uno dei possibili intermediari collegati all’estero.

A causa dei preparativi dell'ala destra del NS per utilizzare la conferenza dei partiti comunisti e laburisti di Berlino per aggiornare il cosiddetto "problema cz", nell'ambito delle misure di controllo è stata prestata attenzione anche al già citato Rossi.

Il 29 giugno 1976 si scoprì che Rossi aveva ospitato con sé due italiani, i presunti pseudonimi della versione italiana di "Questioni di pace e socialismo", Luciano Antoinetti, nato il 22 agosto 1925, e Marcelo Belisario, nato il 5 luglio 1924, senza informarne preventivamente le autorità sovietiche.

A causa della loro permanenza nella CSSR, li ha etichettati come "delegati del partito" e anche se per loro è stato offerto un albergo, ha rifiutato, dicendo che sarebbe rimasto a casa sua. Ha presentato per loro un permesso per un appartamento fino al 14.7.1976 senza obbligo di pagare la quota di denaro specificata.

L'arrivo dei due italiani è casuale, e il convegno di Berlino e gli interessi di Rossi e del suo ospite confermano questa vicinanza.

Rossi si consulta con i rappresentanti romeno e polacco nelle "Questioni di pace e socialismo" Zachariescu e Wreabiak nell'ultima fase dell'intenso contatto.

Le azioni arbitrarie di Rossi hanno suscitato attenzione e disapprovazione in "Ors".

Queste sono le ultime parole prima dell’archiviazione della questione per la durata di dieci anni, che fu decisa nel dicembre del 1976. Sembra di capire che la motivazione fosse l’estraneità di Rossi rispetto ad accuse più gravi. 

Ma ci sono dei dubbi. Il nome di Michele Rossi compare infatti anche nel famoso dossier 10443/128 sulle Brigate Rosse, ed è uno dei documenti che furono “triturati”, distrutti dalle spie comuniste prima della caduta del muro di Berlino. Un’operazione a mio avviso chirurgica, mirata a un obiettivo preciso. I servizi cecoslovacchi cancellarono tutti i documenti che potevano collegare le Brigate Rosse e anche i terroristi neri alla Cecoslovacchia. Me ne sono accorto perché all’inizio del dossier ci sono sempre un indice dei nomi e uno degli argomenti. Con le conoscenze che ho oggi, anche soltanto le annotazioni, per quel poco che si capisce dal corsivo in lingua ceca, sono molto esplicite: maoismo, legami tra Brigate Rosse e Cecoslovacchia, legami con l'ambasciata, visti per i terroristi, documenti su Ordine Nuovo e probabilmente il collegamento dei maoisti con il PCI italiano. In sostanza, dal dossier 128 manca un 30/40percento delle relazioni. E furono cancellati anche i fogli che contenevano le fonti da cui venivano tratte le relazioni. I sabotatori non fecero probabilmente in tempo a completare l’opera. Me lo fa pensare il fatto che. nell’indice dei nomi, soltanto una parte degli argomenti, che avevo visto siglati nell’altro elenco con la dicitura “triturato”, risulta barrata con una riga. Resta il fatto che il dossier 128, così censurato, diventa ciò che avevamo già detto nel libro “L’indagine impossibile”: un’inchiesta sui collegamenti tra la CIA e le brigate rosse che non conduce da nessuna parte.

Perché furono eliminate anche le notizie su Michele Rossi? Forse perché non si sapesse che il Partito Comunista Italiano era su posizioni “di destra”? Ma quale nesso poteva esserci tra Rossi e i brigatisti Curcio e Franceschini? Non sarà facile saperlo, ma, se il mandante del terrorismo italiano erano i russi, direi nessuno.

sabato 17 agosto 2024

Anche il Banco Ambrosiano negli affari di Ceausescu?


Un capitolo a parte nei rapporti tra il Venerabile Licio Gelli e la Romania va dedicato alle banche. Nel già citato scandalo Jimbolia, i finanziamenti per il traffico di petrolio, e forse anche armi di contrabbando dalla Russia alla Serbia, arrivarono dalla Bancorex, uno dei principali istituti di credito rumeni, il quale operava, ma soltanto all'estero, anche durante l’epoca del socialismo reale. 

Si iniziò a collegare la Bancorex alla massoneria italiana intorno al 1993, quando l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, accusò Andreotti, Martelli e Gelli di essere proprietari della seconda banca rumena. I giornali rumeni si interessarono a queste parole e uscì anche un libro, scritto da Giorgio Cajati: "Il ramo Falcone". Si intravedeva un sistema mafioso internazionale che si stava allargando a macchia d'olio all'est europeo e sul quale, prima di essere ucciso, stava arrivando il giudice Falcone (non a caso il film La Piovra, dalla terza serie in poi, era incentrato su storie molto simili).

Furono i rumeni a identificare nella Bancorex questa seconda banca rumena di Gelli (è meno probabile che vi fossero dentro anche Andreotti e i democristiani; i socialisti chissà). Wikipedia riporta testualmente: “Secondo alcune informazioni, mai ufficialmente riconosciute, tra i suoi primi azionisti figuravano anche alcuni capi della mafia italiana dell'entourage di Licio Gelli , legati al gruppo Propaganda Due”. 

La Bancorex era sostanzialmente il bancomat delle spie di Ceausescu, le quali autorizzavano operazioni in valuta all’estero e poi giravano i relativi introiti capitalistici, vietati dal Patto di Varsavia, su conti esteri segreti intestati a loro stessi. Quando Ceausescu venne fucilato, emersero anche le complicità degli altri ufficiali rumeni. La Bancorex non aveva più un soldo e i cittadini rumeni che lavoravano all’estero e vi versavano i loro stipendi rimasero a secco. Inoltre, per risanare questi istituti di credito furono aumentate le tasse indirette sui carburanti. E’ probabilmente per questo che i conti con il regime comunista non si conclusero con la morte del dittatore e di sua moglie.

Ma la storia della P2 non si ferma alla Bancorex. Bisogna parlare anche di Banca Dacia Felix. Mentre avveniva la liquidazione della Bancorex, intorno al 1999, altri istituti di credito rumeni subivano la stessa sorte. 

Sever Muresan, uno dei principali imputati del fallimento di Dacia Felix, ha scritto un libro, del quale possiamo leggere ampi stralci sul blog: deconspirareafrancmasoneriei. Un paragrafo molto ampio viene dedicato alla Loggia P2 e al Banco Ambrosiano. Secondo Muresan, la tattica della P2 era sempre la stessa e sarebbe stata applicata su ampi settori dell’economia rumena degli anni Ottanta e Novanta. Prevedeva - scrive - “il fallimento della banca, apparentemente attraverso l'instaurazione di un conflitto interno, poi il suo risanamento. Il meccanismo è stato applicato con successo nel caso della Banca Ambrosiano (1991), di alcune banche in Bulgaria e, attualmente, agisce su BDF (Banca Dacia Felix, ndr).”

Le affermazioni sono molto pesanti e rischiano di avere notevoli ripercussioni in Italia. Anche perché, come abbiamo visto riportando le affermazioni del blogger Vladimir Alexe, il Sismi era al corrente della presenza di una possibile, probabile, seconda lista segreta della Propaganda Due.

Infatti, tornando un attimo sullo scandalo Jimbolia, i due piduisti che venivano citati nelle inchieste giudiziarie rumene, ovvero Caiumi e Lonardoni, nonché Arnaldo Petrucci, altro fantomatico massone, non risultano essere presenti nella nota lista di 962 presunti iscritti alla Loggia P2. Né si parlò mai di agenti della Securitate rumena di Ceausescu. Ma allora come poté cedere il Sismi, per 160mila dollari, i nomi degli agenti rumeni presenti nella P2? Chi aveva informato i nostri servizi segreti? E perché questi nomi furono venduti alla Romania e non piuttosto girati alla magistratura italiana che indagava sulle stragi?

Quello che ci sembra certo è che gli affari di Licio Gelli con la Romania non riguardavano solo gli abiti a basso costo su cui la Guardia di Finanza italiana svolse degli accertamenti, ma molto altro: probabilmente armi e speculazioni finanziarie, come del resto fu accertato dalla giustizia rumena. Peccato che anche in quel caso le tremila pagine di verbali furono insabbiate dopo un rimpallo di competenze. Quando di mezzo ci sono le responsabilità di alti funzionari dello Stato, purtroppo non è facile arrivare a dei colpevoli. E’ così in Italia, figurarsi in democrazie più giovani come la Romania.


Lascio spazio ora al testo originale del blog deconspirareafrancmasoneriei su Banca Dacia Felix.

Sever Mureşan, uno dei grandi perdenti del crollo della banca Dacia Felix, ha scritto un libro autobiografico in cui presenta la sua versione del crollo che ha portato la BDF al punto di liquidazione. Bisogna leggere "La verità e solo la verità su Sever Mureşan" per capire cosa è successo nella banca considerata di grande successo. Mureşan ritiene che in questo caso sia coinvolta una loggia massonica.

 "Coinvolgimento della loggia massonica italiana Propaganda 2 nel caso della Banca Dacia Felix".

"Incoraggiare e sfruttare gli errori della Banca Dacia Felix è stato un processo concertato e gestito in modo professionale. Fu accelerato con la comparsa in Banca Dacia Felix dell'italiano di origine rumena Ion Ilie Mania, condannato nel 1979 a un anno di reclusione per falso e falso, perseguito dalla Guardia di Finanza Italiana, sospettato di legami con la Sicurezza dell'epoca. 80, in contatto con la Massoneria italiana – di cui sono noti e confermati i legami con l'ex Sicurezza rumena.

La conferma dei legami di Mania con la massoneria italiana è proprio l'elezione, a Ginevra, dell'avvocato Charles Poncet per la cosiddetta “difesa degli interessi” della Banca Dacia Felix contro (!) Sever Mureşan. Lo stesso Charles Poncet è stato condannato per complicità in falso negli affari della Banca Ambrosiana Italiana (nota per il finanziamento della Massoneria).

I legami di Poncet con Licio Gelli, capo della loggia massonica Propaganda Due «P2», sono già stati confermati: Charles Poncet, attuale avvocato della BDF, è stato condannato a due anni di carcere per i reati di ordinazione e assistenza ad un contabile di Jersey (paradiso fiscale) redige documenti falsi necessari a coprire una transazione inesistente di 10 milioni di dollari, ricevuta dal collaboratore di Poncet da Licio GELLI su un conto svizzero.

D'altra parte, Charles Poncet ha stretti legami con Laurent Kasper-Ansermet, il giudice istruttore che si occupa, a Ginevra, del caso Dacia Felix: per esempio, è stato suo consulente in un affare legato a un altro famoso fallimento, quello di Noga Hilton. In questo caso è stata avviata una procedura di revoca dell'immunità del magistrato contro Laurent Kasper-Ansermet, in quanto avrebbe appoggiato un tentativo di estorcere denaro (2 milioni di franchi svizzeri) all'imputato, tramite il commercialista incaricato della perizia del caso.

Allora, la stessa Banca Ambrosiano fu quella che sembra aver sostenuto finanziariamente il movimento, puntando alla creazione di una loggia transilvana separata dal movimento massonico romeno (Cluj, marzo 1997 – Andre Szekvary).

In terzo luogo, elementi del movimento massonico P2 sembrano infiltrati nell'attività della Banca Agricola. Recentemente, il procuratore generale della Romania, Sorin Moisescu, ha identificato la penetrazione di importanti settori dell'economia rumena con elementi della loggia P2 guidata da Licio Gelli"...

..."Il coinvolgimento della massoneria nella traiettoria della BDF è Non casuale, considerata la confluenza dei suoi interessi con il movimento monopolare. L'appetito di questo gruppo per le banche si manifesta, secondo le indicazioni che abbiamo finora, secondo lo stesso meccanismo: il fallimento della banca, apparentemente attraverso l'instaurazione di un conflitto interno, poi il suo risanamento. Il meccanismo è stato applicato con successo nel caso della Banca Ambrosiano (1991), di alcune banche in Bulgaria e, attualmente, agisce su BDF."



Le spie di Ceausescu nel cuore della Nato


Uno dei precursori meno noti della Loggia Propaganda 2 fu la rete Caraman, un gruppo di spie della Romania che agì a Parigi, in Francia, durante i primi anni della guerra fredda. Lo scopo sembra fosse quello di controllare le decisioni strategiche della Nato, sia a livello militare, sia industriale. Uno degli artefici di questa organizzazione, attiva certamente dagli anni Cinquanta alla fine dei Sessanta, fu il dittatore Ceausescu. 

Proponiamo quindi un altro brano della ricostruzione storica del blogger Vladimir Alexe, con cui dimostra in maniera efficace che Russia e Romania hanno mantenuto strette e occulte relazioni politiche, sia durante il regime di Ceausescu, a suo dire tutt'altro che indipendente da Mosca, sia dopo la caduta del muro di Berlino, quando entrò in gioco anche la mafia russa.


IL SETTORE COSTIERO: IL CONTRABBANDO CON IL PETROLIO RUSSO, SULL'ASSE RUSSIA-ROMANIA

La tragedia della guerra nella ex Jugoslavia e l'embargo decretato dall'ONU hanno alimentato, come in ogni guerra, anche il periodo dell'embargo, lo sviluppo dei grandi business del contrabbando della mafia. nel caso dell'Operazione Jimbolia - contrabbando di petrolio e prodotti petroliferi, importati (principalmente) dalla Russia nel settore costiero e transitati clandestinamente attraverso la Romania in Jugoslavia - l'associazione della mafia di Stato con la mafia locale nonché con strutture della mafia internazionale mostra un tale grado di interoperabilità, una scrupolosità nell'organizzazione transfrontaliera dell'operazione di contrabbando (che ha coinvolto alti funzionari statali, ufficiali dei servizi segreti, insieme a capi della mafia internazionale), tanto da divenire un vero e proprio simbolo della forza dell'economia sommersa, patrocinata dalla mafia russa ("Comunità - K"), in Romania e nell'Europa sudorientale, con l'aiuto della clientela politica e imprenditoriale locale. In questa prospettiva la filiale di Costea e l'operazione Jimbolia non vanno viste solo come un business in tempo di guerra ed embargo. Il caso Costea-Jimbolia si presenta come un'operazione speciale, di guerra economica, condotta (con successo) dalla Russia contro la NATO, e nella quale il regime di Iliescu ha coinvolto segretamente la Romania al fianco di Mosca. una conferma della linea rossa con il Cremlino, dell'asse Mosca-Bucarest, che ha funzionato anche dopo il dicembre '89, sotto il regime di Iliescu.

Dello stalinista Dej, attraverso un'abile operazione di disinformazione, si affermò che era diventato nazionalista e che si era opposto, dopo il 1958, a Krusciov. Ma il 1958 è anche l'anno in cui la rete Caraman, che agisce principalmente su ordine di Mosca, diventa attiva presso la sede della NATO a Parigi.

Di Ceausescu - portato al potere in Romania da Breznev - si affermò poi che si trattava di un leader comunista nazionalista. Il mito fondatore del regime di Ceausescu era, come è noto, la cosiddetta indipendenza dall’URSS e dall’orso del Cremlino . tuttavia, dopo la presa del potere di Ceausescu nel 1965, la rete Caraman continuò la sua attività di spionaggio anti-NATO, a favore del KGB e del GRU sovietici, da Bruxelles, lì dove nel frattempo si era stabilito il quartier generale dell'Alleanza del Nord Atlantico.

Solo nel 1969, dopo la caduta del gollismo in Francia e il riorientamento di Georges Pompidou in politica estera, la rete Caraman si sciolse. Responsabile della rete, gen. Mihai Caraman, è tornato a Bucarest, dove ha assunto per un certo periodo la guida delle operazioni della DIE (Direzione per l'informazione esterna) in Europa occidentale.

La rete Caraman aveva quindi agito contro la NATO per più di un decennio, sia sotto il regime del nazionalista Dej (1958-1965) che sotto il regime del nazionalista Ceausescu (1965-1969), la rete di fatto si sciolse da sola.  E non seguendo alcun ordine speciale da Bucarest.

Il regime di Iliescu, dopo l'89, ha continuato la tradizione del filo rosso con Mosca, dell'asse segreto Russia-Romania, e l'operazione Jimbolia è rilevante per noi soprattutto in questa prospettiva.

In secondo luogo, l’operazione Jimbolia dimostra che la Romania – come ho già dimostrato – rimane la porta strategica della Russia verso i Balcani, anche dopo il 2000. Per riconquistare influenza nei Balcani, la Russia ha bisogno del corridoio rumeno, così come un tempo aveva bisogno della Polonia e Corridoio polacco, per esercitare la sua influenza nell'Europa centrale. Insomma: l’operazione Jimbolia, del 1994-1995, aveva un carattere geostrategico, prima ancora che geoeconomico. Lo dimostrano i fattori coinvolti, sia interni che esterni.


Abbiamo cercato conferme su questa rete Caraman, del tutto sconosciuta sui siti web italiani. Sembra che il blogger Alexe abbia ragione su ogni dettaglio. L'operazione Caraman prese il nome dal capo della Securitate rumena, Mihail Caraman, il quale aveva infiltrato la Nato a Parigi con una fitta rete di spie, che erano al servizio non soltanto della Romania, ma anche dei bulgari e dei russi. Le rivelazioni uscirono sui giornali solo verso la metà degli anni Novanta, quando i principali quotidiani francesi iniziarono ad accusare di spionaggio a favore della rete Caraman l'ex ministro della difesa francese, socialista, Charles Hernu, che era morto già dal 1990. La fonte erano i servizi segreti francesi, ma il dossier, che era stato consegnato al presidente Mitterand nel 1992, fu da quest'ultimo considerato un segreto di stato e non rivelato prontamente all'opinione pubblica. 

venerdì 16 agosto 2024

Licio Gelli fu ricattato dal kgb?


Uno squarcio molto importante nelle nebbie che avvolgono la storia del venerabile maestro della Loggia P2, Licio Gelli, arriva grazie ai siti web rumeni. In particolare vi è una ricostruzione molto dettagliata sul blog del rumeno Vladimir Alexe. Le informazioni che vi mostriamo per primi in Italia sono assai attendibili, anche perché furono in parte riprese da uno dei siti di notizie più affidabili della Romania: HotNews.ro

Questa è la versione più ampia e approfondita che abbia trovato. È una storia incredibile, che però chiarisce molti misteri italiani, perché mette i tasselli al loro posto e offre uno sfondo storico veritiero. Mettetevi seduti e leggete con calma.


IL COINVOLGIMENTO DELLA MAFIA INTERNAZIONALE

Anche il contrabbando di Stato di Jimbolia aveva una dimensione mafiosa internazionale. Due falsi Cavalieri di Malta, Angelo Lonardoni e Caiumi Serafino, insieme al priore oradeano Ionel Bara (membro dell'"Ordine Arnaldo Petrucci") - in realtà membri dell'ex organizzazione Propaganda Due (P.2), sotto la guida del famoso Licio Gelli - furono coinvolti, a loro volta, nel traffico di petrolio e prodotti petroliferi russi da Jimbolia alla Jugoslavia. La registrazione della loggia P.2 sull'asse Mosca-Bucarest non sorprende affatto. Ex membro del governo della Repubblica di Salò (ultimo governo Mussolini), Lucio Gelli emigrò nel dopoguerra in Argentina, dove godette della protezione del dittatore Juan Peron e di sua moglie Evita. Lì venne scoperto dai servizi segreti sovietici, che lo ricattarono denunciandolo come criminale di guerra. Gelli ha accettato di lavorare per Mosca, solo per salvarsi la pelle. Tornò in Italia, dove per un po' frequentò una piccola libreria che, secondo i servizi segreti italiani, funzionava più come una sorta di cassetta della posta per gli agenti del KGB. Sebbene Gelli si dichiarasse di destra, negli anni '60 e '70 stipulò numerosi accordi redditizi nel settore tessile con la maggior parte degli stati membri del Trattato di Varsavia. Dopo il 1966, quando assunse la guida della loggia Propaganda Due, Gelli riuscì ad attirare nella sua organizzazione numerosi leader politici stranieri, insieme a quelli italiani. Dalla Romania, oltre a Ceausescu, altri 16 membri della direzione del PCR facevano parte della P.2, a partire dagli anni '70. La loro lista è stata offerta alla Sicurezza romena dal Sismi (il servizio segreto militare italiano), contro la somma di 160.000 dollari. Dopo gli anni '90 Lucio Gelli ha continuato la sua attività in Romania, venendo una decina di volte l'anno; il che dà un’idea dell’ampiezza del fatturato realizzato dagli italiani a Bucarest, Timisoara o Oradea. Attraverso Arnaldo Petrucci, Gelli ha addirittura proposto allo SRI di aiutarlo a riciclare 300.000 dollari a Oradea. Sia Iliescu che Magureanu sembrano essere a conoscenza degli affari di Gelli. La principale pedina di Gelli nella relazione con Virgil Magureanu fu il priore Ionel Bara, ex capitano dell'esercito romeno, poi trasferito nella riserva. Un ruolo importante da parte jugoslava nell'operazione Jimbolia fu svolto da un altro membro della P.2, il dottor Caiumi Serafino, che si presentò come cancelliere per l'Europa orientale dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. Secondo le rivelazioni fatte successivamente da Caiumi Serafino, (vedi allegato 13), dei trasporti di petrolio russo furono curati anche dal colonnello Dumitru Ogasanu, Luciano Lanardoni e Ionel Bara. Il carburante russo partiva dai magazzini di Prahov, trasportato in convogli destinati a compagnie fantasma straniere. A Timisoara, invece, i sequestri sono stati assunti da Ogasanu, Bara e dalle già citate autorità locali. Sui documenti si presumeva che il petrolio avesse come destinazione immediata Jimbolia, dove avrebbe dovuto essere immagazzinato. (Sebbene Jimbolia non abbia giacimenti di petrolio). Di notte, una locomotiva jugoslava trasportava i kit a Kikinda, oltre il confine. Gli italiani negoziarono con i serbi a Kikinda, poi tornarono in Romania e condivisero il profitto con il resto della rete. Quando la vicenda è emersa sui media, Serafino ha affermato che avrebbe cercato la protezione di Ioan Talpes, direttore del Sie, che secondo l'italiano era "contro Magureanu ma pensavo fosse amico di Gelli".

Il fatto che nell'operazione Jimbolia siano stati coinvolti Gelli, Serafino, Lonardoni e la loggia P.2, controllata dai servizi segreti russi, dimostra che tutta la vicenda è stata, in realtà, diretta da Mosca, attraverso la Romania. Non differiva in alcun modo dalle altre operazioni dei servizi segreti russi, dirette anche attraverso la cosiddetta organizzazione di destra P.2. di Lucio Gelli, come l'attentato alla stazione di Balogna o l'attentato contro Papa Giovanni Paolo II nel 1981. Il conte Alexandre de Marenche, direttore dello SDECE (Service de Documentation Exterieure et de Contre Espionnage) francese ha dichiarato in un'intervista: che era a conoscenza dell'attentato contro il Papa, e questo sei mesi prima. (Quando l’assassino turco Ali Agca perseguitava ancora l’ Europa). La fonte del conte di Marenche: Nicolae Ceausescu, che aveva saputo dell'intenzione dell'attacco da uno degli uomini di Gelli. Sebbene de Marenche avesse avvertito il Vaticano, nessuna misura era stata presa per proteggere il Papa. (Nel 1981, sia il presidente Ronald Reagan che papa Giovanni Paolo II furono inseriti nella lista nera del KGB, in seguito al patto anticomunista concluso dai due. Né l'attentato contro Reagan, né quello contro i papi però riuscirono, se non  parzialmente).

L'asse Mosca-Bucarest, che ha funzionato perfettamente nel caso dell'operazione Jimbolia, riuscendo a rompere l'embargo dell'ONU, è stato meglio evidenziato dalla vicenda del filo rosso, soprannominato dai media lo Zavtragate.

sabato 10 agosto 2024

I 55 fascisti 'traditi" da Licio Gelli

 
Dal dossier Com.in.form, ecco l'elenco originale di collaborazionisti dei nazisti passato da Licio Gelli ai partigiani alla fine del secondo conflitto mondiale. 

Ho cercato di migliorare la resa grafica con i programmi di fotoritocco. Qualcosa in più si legge, ma è difficile rendere visibile ciò che non c'è. Le parti basse dei fogli sono troppo sbiadite. Bisognerebbe avere l'originale, ma è già un miracolo disporre di questo documento, perché proviene dagli allegati di una vecchia Commissione Parlamentare degli anni Ottanta. 

Tra i 55 profili che vedete spicca quello di un certo Biagi. Si trattava del famoso giornalista Enzo Biagi? Fanno riflettere alcune coincidenze sulla descrizione fisica, sull'età e sul luogo in cui effettivamente si trovava all'epoca il giornalista, ovvero le montagne tra Bologna e Firenze. Ma questo Biagi sembra morì durante un bombardamento. È possibile che frequentasse quei due giovani citati da Gelli?

Uno si chiamava Maurizio Degl'Innocenti di Pistoia. Quasi certamente collaborò con il capitano Labruna nel tentativo che quest'ultimo, membro del Sid, attuò nei primi anni Settanta per infiltrarsi nell'organizzazione dei colpi di Stato, registrando i colloqui e poi denunciando tutto alla magistratura. Il motivo della collaborazione fu l'avversione di Degl'Innocenti per Gelli e la diffidenza verso la loggia P2. Lo scopriamo grazie a un articolo del giornale Domani, che parla di un Maurizio Degl'Innocenti avvocato di Pistoia e membro del Fronte Nazionale. Quindi è probabile che Degl'Innocenti fosse al corrente della spiata di Gelli e decise di collaborare con Labruna per questo motivo. Ma come venne a sapere di essere stato "tradito" dal Venerabile? 

Riguardando la puntata di Telefono Giallo sulla morte di Mino Pecorelli, ho appreso che un altro nome eccellente della lista dei 58 fascisti, come la chiamavano nella trasmissione di Augias, era Giorgio Pisanò, poi senatore dell'MSI. Nelle mie foto è ben visibile, ma viene identificato solo dal cognome e peraltro senza l'accento finale. Concordo in ogni caso con la versione che Pisanò diede durante quella puntata, e cioè che quei nomi non potevano più fare paura a nessuno nel 1979. Dunque, il "segreto di stato" cui faceva riferimento il giornalista ucciso doveva essere un altro. Probabilmente, come sottolineava un altro deputato radicale, Massimo Teodori, era il passato comunista di Gelli che non doveva emergere.

Resta un fatto: se sull'opinione pubblica e alla storia fosse stata consegnata un'immagine simile del venerabile Licio Gelli, un delatore di fascisti e traditore, certamente molti generali non si sarebbero iscritti alla Loggia massonica P2. E quell'immagine, nonostante la puntata di Augias, non venne più riproposta. 


















martedì 6 agosto 2024

Armi e droga ai palestinesi grazie alla P2?


I rapporti tra il venerabile Licio Gelli e la Romania di Ceausescu, di cui scrisse Mino Pecorelli su OP, sono documentati da un’informativa dei Servizi Segreti scritta poco prima del suo arresto, quindi una delle più recenti. Verso la fine si legge: “Si suppone che a breve termine dovrà interrompere ogni rapporto commerciale con la Romania, dove importa abiti confezionati, perché alcuni funzionari di quel Paese che lo hanno agievolato sembra siano stati fatti arrestare affinché non abbiano più le promesse provvionali (provvigionali? Ndr)”.

E’ alquanto improbabile che il Gelli si limitasse all’importazione di abiti, seppure lo facesse, sempre secondo il documento dei nostri Servizi, con agevolazioni fiscali illegali e forti ricavi. Il 9 giugno 1972, il capo del reparto D del Sid, Gian Adelio Maletti, ricevette una relazione molto dettagliata dal suo sottoposto Felice Scefa (Pecorelli non la citò nei suoi articoli), nella quale il Gelli emergeva quale ambiguo e inaffidabile trafficante di armi, che agiva fin dall'immediato dopoguerra in combutta con i paesi del Cominform, adoperando le sue fantomatiche attività commerciali per mascherare i continui spostamenti ed ottenere il passaporto.

Infatti la storia di Gelli più recente si interseca, anche se soltanto di sfuggita, con quella di un personaggio molto misterioso, agente dei nostri servizi ma probabilmente doppiogiochista. Parliamo di Aldo Angessa, la cui vicenda occupò intorno al 1987 ampi spazi della cronaca nazionale italiana e svizzera. 

Vado subito ai punti che mi interessano e sintetizzo il resto della storia. Anghessa come Gelli manteneva stretti rapporti con la Romania di Ceausescu. Questo non emerse in Italia bensì in Canton Ticino, dove una parallela inchiesta del noto procuratore Dick Marty accertò che i traffici per i quali Anghessa era indagato provenivano dalla Romania. L’articolo uscì il 23 settembre del 1987 sul Giornale del Popolo di Lugano. Svolgendo accertamenti su un complice di Anghessa si arrivò a un certo Antonio Canova di Bergamo. Qual era il traffico? In pratica, le aziende italiane produttrici di armi come la Valsella vendevano i loro prodotti nuovi fiammanti ai Paesi belligeranti del Medio Oriente, come Iran e Siria, aggirando le leggi italiane. In che modo? Vendendo le armi ad altre nazioni che non c’entravano apparentemente nulla, come la Nigeria, e poi con una triangolazione facendole approdare dove effettivamente dovevano. In cambio approdavano in Italia vecchie armi da cedere ai terroristi palestinesi per i loro attentati e droga per la mafia siciliana. 

Aldo Anghessa, che si faceva chiamare anche Torriani o Morel, affermò di agire come agente provocatore, un poliziotto in incognito che doveva inserirsi e persino favorire certe azioni. E poi? E poi non si sa, perché quando le inchieste partivano uno dei primi ad essere arrestato era proprio lui, che riusciva in ogni caso in breve tempo a farsi scarcerare. Quale fu il suo ruolo è difficile dirlo. Ma attraverso il suo amico Antonio Canova, Dick Marty riuscì a ricostruire il percorso del traffico. “Si sa però che viaggiava molto in Romania, Malta, Svizzera e Portogallo, ufficialmente per importare in Italia materie prime per l’agricoltura e automobili, di fatto per trattare armi e altro materiale strategico.” E ancora poche righe sotto proseguiva: “Canova non faceva mistero della sua reale professione di intermediario nel commercio illegale di armi: con gli amici bergamaschi si vantava di portare nella sua valigetta le foto di strani «depositi di uranio» in Svizzera e i progetti segretissimi di un aereo sperimentale. Il fatto che abbia compiuto numerosi viaggi a Bucarest, dove pare fosse «di casa» nelle alte sfere, lascia supporre che anche la Romania sia coinvolta in questo traffico d'armi sempre più intricato e misterioso.”

Appare a questo punto evidente che da una parte le aziende del sistema Gladio traevano profitti economici illeciti, dall’altra i Paesi socialisti più impegnati nel terrorismo come Romania e Jugoslavia ottenevano un salvacondotto per il riarmo dei palestinesi presenti in Europa. Dunque, il ruolo della Romania non era secondario o dovuto ai metodi fascisti di Ceausescu, come sostiene sul suo sito Archivio900, bensì il Regime comunista era la mente dell’intera operazione.

Come si vede dallo stralcio del pezzo di Foa, inoltre, le analogie con le attività di Gelli sono molte, e non finiscono qui, anche perché mentre uscivano queste notizie anche Gelli era indagato ed era stato appena arrestato a Ginevra. Sul quotidiano italiano La Stampa del 29 settembre del 1987 uscì un articolo intitolato: “Armi connection, una nuova pista”. Era successo che al confine di Chiasso era stato arrestato un avvocato, Giuseppe Lupis, che trasportava una valigetta contenente 31 miliardi di vecchie lire in promesse di pagamento da parte del governo indonesiano. Sembrò evidente la connessione con le inchieste di Dick Marty e del procuratore italiano di Massa, pure lui sulle tracce della finta ditta che importava generi alimentari, ovvero la Eurogross, e quindi di Anghessa. Il giudice italiano si chiamava Augusto Lama. Ma emergeva una connessione importante, se non decisiva, con Gelli, infatti queste cambiali erano dirette, a quanto pare, alla banca del Maestro Venerabile. 

Scrisse la giornalista Donatella Bartolini: “I titoli trovati in possesso dell’avvocato calabrese erano destinati a qualche conto dell’Union de Banque Suisse, la stessa intestataria di un conto del Venerabile Maestro della P2 Licio Gelli e di ‘capitali’ che la Valsella Meccanotecnica di Brescia avrebbe usato in operazioni finanziarie relative alle sue ‘triangolazioni’.” 

Purtroppo, le tracce finiscono qui e non credo soltanto per le inevitabili difficoltà della magistratura nel districarsi nel groviglio di conti segreti delle banche svizzere. Per i giudici all’epoca non era di fondamentale importanza sapere se il mandante di questi trafficanti fosse la Nato o il Patto di Varsavia. E in ogni caso non è escluso, come già scritto da noi in altri articoli, che vi fossero dei taciti accordi tra i due schieramenti, soprattutto quando si trattava di affari e di profitti.

Aldo Anghessa morì nel settembre del 2020 a 76 anni in Senegal, dove si era rifugiato per evitare le conseguenze delle sue tante attività spericolate, soprattutto capitalistiche. Di Antonio Canova è veramente arduo sapere qualcos’altro, se non che era bergamasco come Anghessa, mentre la vicenda giudiziaria del traffico armi-droga ebbe ulteriori sviluppi con le inchieste del giudice Carlo Palermo e più recentemente con altre indagini sulla mafia.


domenica 4 agosto 2024

La parte sbagliata della storia

 

C'è una "pillola" di Mino Pecorelli, uscita su OP il 20 febbraio 1979, un mese prima che il giornalista fosse ucciso, che può gettare nello sconforto molti notabili italiani.

Partiamo dall'omicidio. Grazie al lavoro della giornalista Raffaella Fanelli, oggi sappiamo che probabilmente fu Licio Gelli il mandante del delitto Pecorelli e il movente un articolo che il giornalista stava preparando sul Venerabile e su Federico Umberto D'Amato. 

Che cosa avrebbe scritto? Beh una risposta ormai è possibile darla in modo esplicito, perché in questo stralcio, o "pillola" tipica di OP, ci sono dei chiari messaggi in codice, che il giornalista molisano inseriva per rivolgersi segretamente al suo interlocutore.

All'epoca soltanto Gelli, che Pecorelli conosceva personalmente, poteva cogliere certe allusioni.

Pecorelli dice in sostanza questo: attento Gelli, Antonio Viezzer, generale del Sid noto come il professore, mi ha portato il dossier Cominform, quello in cui il Sifar nell'immediato dopoguerra svolgeva un'analisi dettagliata sulla tua presunta appartenenza ai servizi segreti comunisti. 

In realtà aggiunge poi il riferimento a "un lungo elenco di nomi", che nel dossier Cominform, che ho nel mio hard disk e l'ho letto, sono esattamente 55 nomi di persone o militari che avevano collaborato con i tedeschi e che furono girati ai partigiani. Per quanto ne sappiamo, comunque il fascicolo è incentrato solo su Licio Gelli di Pistoia, per di più era già all'epoca molto vecchio, infatti Pecorelli lo scrive, all'inizio. 

È possibile che Pecorelli, citando alla fine la massoneria, voglia far capire a Gelli che in mano ha anche la lista della Loggia P2, appunto un lungo elenco di nomi "traditi" e un "segreto di Stato". All'epoca nessuno poteva saperlo. Si era parlato in generale di P1 e P2 ma senza divulgare liste.

Il riferimento al dossier Cominform serve a spiegare quel "traditi". Gli iscritti alla P2 probabilmente, o la stragrande maggioranza di essi, sa di aver lavorato per la Nato, non per il Patto di Varsavia. Cosa succederebbe se leggessero il loro nome su OP?

Perciò, attento Gelli, - chiude il giornalista - non è mia abitudine rivelare segreti di Stato, ma se non li pubblico è soltanto perché anche Viezzer è un iscritto alla P2, una fratellanza di massoni di cui non mi fido più.

Gelli a quel punto era di fronte a un bivio: o fare qualcosa per zittire il giornalista oppure rischiare una reazione dei generali. 

Le liste, nel 1981, uscirono grazie alle inchieste della magistratura, ma ci sono due ipotesi. La prima era stata proposta già nei mesi successivi alle prime inchieste: che fosse stato lo stesso Gelli a far trovare i nomi che voleva far conoscere. La seconda tesi, nostra, è che il Venerabile seguendo la Romania, come aveva già insinuato su OP di gennaio 1979, e quindi gli Stati socialisti non allineati, si fosse allontanato troppo dall'ortodossia di Mosca e fosse caduto in disgrazia. Non ebbe più cioè la protezione del kgb. 

Certo è che nel tempo queste informazioni sono state stravolte, complice anche la storia delle inchieste sulla P2, che con la scoperta di Gladio, e poi della vicenda dell'aereo Argo 16, negli anni Novanta prese una piega completamente opposta, andando controcorrente rispetto alla caduta del muro di Berlino e alla fine dei regimi comunisti. P2 per la maggior parte degli storici e per l'opinione pubblica divenne ed è una Loggia massonica stragista della Nato. 

Questo ha fornito al PD-PDS l'illusione che, in fondo, i paesi socialisti e il PCI fossero dalla parte giusta della storia e quindi fosse corretto condannare gli stragisti atlantisti, mentre a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale questa situazione ha offerto lo spunto per costruirsi l'immagine di vittima di un'ingiusta campagna giudiziaria.

Niente di tutto questo. Tutti hanno sbagliato e molti militari di destra dovranno prepararsi a una brutta sorpresa. Bisognava leggere bene la relazione di Tina Anselmi, della Commissione Parlamentare sulla P2, perché la nota parlamentare democristiana scrisse che reputava plausibile che la P2 tramasse in favore dei paesi socialisti.

Purtroppo per i nostri politici, un po' troppo superficiali e impreparati negli ultimi decenni nello studio dei dossier, anche il contesto internazionale sullo sfondo dei nostri saggi dà ragione a Mino Pecorelli.

 


venerdì 2 agosto 2024

L'eredità politica di un Gelli partigiano


Gelli due volte partigiano, questo era il titolo di uno dei più enigmatici articoli di Mino Pecorelli. Lo vorrei ricordare e incorniciare. Sembra scritto ieri. Uscì su OP nel lontano gennaio del 1979. Dovevo ancora compiere sei anni. Ricordo che mi piaceva sentirmi più grande, ma non fino al punto di seguire la politica. Ammetto che me l’ero perso e lo sto recuperando come storico.

Gelli doppiogiochista. Fascista, ma non per davvero. Nemico del comunismo eppure amico dei regimi stalinisti.

Ma da quanto tempo andiamo scrivendo da queste colonne (virtuali) che nel ‘79 eravamo più vicini di oggi a comprendere la vera matrice del terrorismo? Se Pecorelli fosse vivo, sicuramente scriverebbe un’altra severa critica alla stampa italiana. Uguale e identica. Rieccoli lì, tutti pronti, i giornalisti del coro, a cercare il bersaglio facile: il neofascismo. Per poi non colpire nessuno, o un fantoccio di cartapesta. Perché, in fin dei conti, chi davvero crede che la premier Meloni sia, come è stato insinuato, l’erede di quelle stragi così lontane nel tempo? I neofascisti di Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale? I Nar? Terza Posizione? Ma se erano quasi tutti usciti dal Movimento Sociale sbattendo la porta. Millantavano idee politiche antiborghesi, filocinesi e filopalestinesi che nulla hanno a che spartire con il nuovo centro-destra ipermoderato. 

Ciò non significa che ci ergiamo a difensori di Giorgia Meloni e dei suoi Ministri. E’ una cosa che proprio non ci interessa, detto sinceramente. Se c’è una parte del nostro Parlamento che ha sempre guardato agli ex sovietici come a dei partner, non soltanto commerciali, dell’Italia è quella che oggi governa, questo lo sappiamo perfettamente. No, io non credo che i meloniani farebbero il tifo per una P2 filocomunista. Andrebbe altrettanto indigesta alla destra di Salvini? Assolutamente sì, viste le inchieste giudiziarie neanche troppo lontane, e pure agli eredi del Berlusca, amico di Putin, forse di Litvinenko, e chissà di chi altro. 

Ma imbastire un discorso politico partendo da una P2 non più filoatlantica andrebbe bene al PD? Riflettiamoci un attimo. Apparentemente sì. La Schlein partirebbe in pole position, per due ragioni. Berlinguer era considerato dai sovietici un sovversivo di destra, spiato e minacciato insieme ai suoi uomini più fidati. Altro punto in suo favore: il PCI fin dal ‘75 disse di accettare “l’ombrello atlantico”. Era solo una strategia attendista o credeva veramente quel PCI a un cambio di parrocchia così improvviso e indolore? 

Dopo la caduta del muro di Berlino, in realtà, cambiò molto poco. Il nuovo PDS di Occhetto, e poi PD, da sempre va fiero della sua integrità morale e non ha mai voluto seguire le orme degli altri paesi ex socialisti, come la Repubblica Ceca, ad esempio, con cui siamo in contatto, che fanno dell’autocritica il simbolo del nuovo corso politico. Per non parlare di Ungheria o Romania. Il cambiamento economico da un’economia mista a quella di libero mercato richiesta dall’Unione Europea fu, se ben ricordiamo, un fuoco di paglia, dovuto più che altro all’abilità di Romano Prodi nella vendita delle partecipate e alla necessità di alleggerire il debito pubblico. Ma poi tutto è tornato come prima. 

E comunque, guardiamo in faccia la realtà, andiamo all’origine dei partiti. Il PD senza il socialismo reale che partito sarebbe? Un altro PSI? Ma per carità, impossibile. Certo, il riformismo, l’attenzione ai più deboli, ma poi si vuole stringere l'occhio ai giacobini, e addio Turati o Matteotti. Un'altra DC, magari fanfaniana? Ma Fanfani era un ex fascista, non proprio un modello. Riprendere il discorso interrotto con il rapimento di Aldo Moro, un fervente cattolico che andava a Messa tutte le mattine? Ma per favore, non prendiamoci in giro! Se non ci accontentiamo della facciata, il PD attuale e la sinistra DC sarebbero, perdonatemi la similitudine, come il diavolo e l’acqua santa. Ma sarebbe davvero ipotizzabile un partito ex comunista che rompa con il passato, il suo vero passato, ossia la terza internazionale, la rivoluzione del proletariato? Ma non era quella che tutti gli iscritti della “base” operaia inseguivano, rivendicavano, e per la quale erano, i più violenti, disposti a combattere?

E niente, non vedo questo dibattito all'interno della sinistra. Al contrario, gli scudieri della Schlein intendono uscire vincitori anche dalla guerra fredda. E questo comunque non sarà possibile, dovranno farsene una ragione. Senza il mondo comunista sovietico, rimarrebbero Berlinguer e un’impervia via italiana al socialismo, orfana di Marx, Engels, Proudhon, e anche Owen. Riformista, ma non troppo socialista e mai e poi mai craxiana. Basterebbe?