mercoledì 24 giugno 2026

La rete del KGB in Italia - articolo di Vito Sibilio

 QUATTRO  CASI DI INTELLIGENCE SOVIETICA IN ITALIA E VATICANO

 

Vito Sibilio

 

I

 

LA RETE DEL KGB IN ITALIA SECONDO VASSILI MITROKHIN

 

L’Italia era considerata dal KGB uno dei Paesi occidentali più permeabili, grazie alla presenza di un forte Partito Comunista, all’instabilità politica cronica e alla posizione strategica nella NATO. L’Archivio Mitrokhin rimane la fonte principale su questa vasta e profonda penetrazione che toccò diplomazia, ministeri, industria, università e mondo dell’informazione: una delle pagine più delicate e controverse della Guerra Fredda in Italia.

La storia del Dossier è emblematica. Costituito dalle schede che Vassiliij Mitrokhin, archivista del KGB, raccolse pazientemente per trasferirle agli inglesi per cui lavorava, il Dossier venne reso pubblico dopo la Caduta del blocco comunista e diffuso in tutto il mondo, in quanto verteva su svariati Stati. Un libro, L’Archivio Mitrokhin, scritto da Christopher Andrews sulla base dei testi di Mitrokhin nel 1999, ebbe traduzioni e edizioni in svariate lingue. In Italia il testo giunse censurato, come del resto in ogni parte del mondo, per gli interessi inglesi e, sicuramente, venne censurato ulteriormente, anche se non si sa con precisione da chi, per salvaguardare i nuovi equilibri politici nazionali ed internazionali. Né era possibile che fosse diversamente, visto che i post comunisti e i neo comunisti erano inseriti nelle nuove maggioranze di governo e acconsentivano alle politiche atlantiste che avevano nella nostra penisola la loro base, a cominciare dall’intervento militare in Kosovo senza mandato ONU.

La parte italiana del Dossier Mitrokhin, il cosiddetto Rapporto Impedian, il 17 aprile 1998 fu consegnata al SISMI che asserì che altre parti dello stesso documento, seppur promesse dai servizi inglesi nel novembre dello stesso anno, non gli furono mai consegnate e che le conobbe solo nel settembre 1999, quando fu pubblicato il libro di Andrew-Mitrokhin. Lo stesso servizio asserì che non emersero nel corso della sua trattazione del materiale informativo elementi probatori giudiziariamente rilevanti a carico dei nominativi contenuti nel dossier, né in seguito agli accertamenti svolti dal ROS. Due rogatorie internazionali, verso la Gran Bretagna e verso la Russia, per accedere ai documenti originali non ebbero seguito. A seguito degli elementi acquisiti, tuttavia, la Procura di Roma iscrisse nel registro degli indagati i presidenti del Consiglio in carica in quegli anni, ossia Prodi e D'Alema, e altre diciannove persone. Successivamente alle indagini, il 7 agosto 2004 il procedimento viene archiviato dalla stessa Procura di Roma per tutti i diciannove indagati ancora in vita (due erano nel frattempo deceduti). Nel corso della legislatura 2001-2006 operò la Commissione d’inchiesta sul dossier, che giunse ad importanti conclusioni sulla effettività della rete spionistica del KGB e sul suo ruolo nella politica nazionale, nel terrorismo, nel Sequestro Moro, nell’Attentato al Papa e nel Sequestro Orlandi. Nel febbraio 2006, tuttavia, i pubblici ministeri della procura di Roma titolari del fascicolo inviarono al Tribunale dei Ministri la richiesta di archiviazione, in quanto le determinazioni assunte in relazione al Dossier Mitrokhin non rilevavano sotto il profilo penale. Nell'ottobre 2006 il Tribunale dei Ministri accolse la richiesta di archiviazione del procedimento. Però, tutte le stazioni radio e le basi del KGB in Italia vennero scoperte e ritrovate esattamente dove indicate dal dossier, nonostante Mitrokhin non avesse mai effettuato alcuna missione in Italia e indipendentemente dal fatto che la loro localizzazione era già stata resa pubblica in Italia. I servizi segreti russi, dal canto loro, hanno più volte smentito l'autenticità del materiale. Invece, le conclusioni a cui giunge la Commissione di Intelligence e Sicurezza del Parlamento britannico sono di parere diametralmente opposto, indicando Vassilij Mitrokhin come la più informata fonte sovietica che l'Occidente abbia mai trovato. Dello stesso parere è anche l'FBI, che considera il materiale di Mitrokhin come il più importante nel suo genere.

Qual è la verità? Il Dossier è credibile o no? Il problema scaturisce dalla sovrapposizione dell’indagine giudiziaria su quella storica. La prima non trova, ovviamente, nelle scarne schede informative di Mitrokhin quelle prove che sono necessarie per contestare ai singoli delle specifiche ipotesi di reato. Ecco perché coloro che ricorsero alla magistratura ebbero ragione, e lo fecero sapendo che l’avrebbero avuta. Io stesso, per correttezza, ho indicato i risultati delle inchieste sui nomi più importanti contenuti nel Dossier. Ma è anche vero che i magistrati, privi di riscontri documentari inglesi o russi, non poterono né vollero usufruite degli archivi nazionali pubblici – come quelli dei Servizi – o privati – come quelli dei partiti coinvolti – perché essi rimasero chiusi sotto il segreto di Stato o erano già opportunamente stati dispersi dopo la Caduta del Muro. La verità giudiziaria, già di per sé sempre angusta, è nata perciò mutilata e non può esaurire la ricerca.

La seconda verità, quella storica, deve partire da semplici constatazioni. Mitrokhin lavorava per gli inglesi e da essi si rifugiò, per cui non poteva offrire loro informazioni false, che, nella sua posizione privilegiata, sarebbero state tali perché alterate da lui. Certo non poteva sapere tutto, ma quel che sapeva, a rischio della sua persona, lo trasmetteva. E gli inglesi, che certo non erano più sprovveduti di lui, lo accettavano, autenticandolo. Quando poi diffusero il materiale, gli diedero una ulteriore credibilità, tanto più che spesso esso conteneva nomi e cose di difficile identificazione, per cui non potevano essere stati inventati per scopi diffamatori. Il Dossier è vero e storici, giornalisti e studiosi devono cercare i riscontri laddove sono disponibili e, dove non lo sono, battersi per averli. All’occorrenza i dati potranno essere corretti, di certo integrati. Ma dove saranno usati – e in molti casi già lo sono stati e lo scrivente ne sa qualcosa per le sue ricerche su Moro e l’Attentato al Papa – contribuiranno alla ricostruzione esauriente dei fatti storici. E nessuno deve dimenticare questa documentazione, perché la malafede di pochi sia bilanciata dalla conoscenza di molti. Quanto segue vuole contribuire a tale scopo, rammentando alla memoria collettiva ciò che il Dossier dice specificamente delle attività spionistiche del KGB in Italia, con una piccola digressione sui finanziamenti al PCI come emergono dal Dossier stesso – finanziamenti, si badi, che alla luce di altre pubblicazioni documentali, saggistiche e giornalistiche, furono probabilmente di molto più cospicui. I nomi in codice e le identificazioni suggerite sono tratte dal Rapporto Impedian, disponibile anche in rete, per i quali vale tutto quanto premesso per le sentenze emesse in materia dall’autorità giudiziaria.

La Residenza romana del KGB contava poco più di venti agenti a metà degli anni Settanta. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie alla stretta collaborazione con la dirigenza del Partito Comunista Italiano, i servizi sovietici riuscirono a infiltrarsi in numerosi ministeri e apparati dello Stato italiano.

Il PCI rappresentò per decenni un alleato strategico fondamentale per il KGB e per il PCUS. Oltre a fornire copertura politica, contatti e supporto logistico per operazioni di intelligence, il partito riceveva regolarmente ingenti finanziamenti segreti da Mosca.

Secondo i documenti dell’Archivio Mitrokhin, solo tra il 1970 e il 1977 il PCI incassò somme notevoli:

- 1971: 1,6 milioni di dollari

- 1972: 5,2 milioni di dollari

- 1974: circa 9 milioni di dollari

- 1976: 6,5 milioni di dollari

- 1977: almeno 1 milione di dollari

Le cifre annuali oscillavano generalmente tra i 4 e gli 8 milioni di dollari. I fondi arrivavano in contanti, spesso consegnati direttamente nella sede della Residenza KGB a Roma o tramite corrieri in luoghi sicuri. Servivano a finanziare campagne elettorali, stampa di partito, attività sindacali e propaganda. Con l’ascesa di Enrico Berlinguer e la svolta eurocomunista (soprattutto dal 1976 in poi), i rapporti si raffreddarono. Berlinguer criticò apertamente l’invasione sovietica dell’Afghanistan e affermò che l’Italia stava meglio sotto l’ombrello della NATO. Mosca reagì riducendo i finanziamenti ufficiali al partito e dirottandoli verso le correnti più filo-sovietiche, in particolare attraverso Armando Cossutta, definito nei documenti Mitrokhin “contatto confidenziale” della Residenza di Roma. Cossutta continuò a ricevere personalmente somme rilevanti fino alla fine degli anni Ottanta.  Per completezza, va aggiunto che nelle procedure giudiziarie il leader comunista uscì scagionato e in particolare, nel gennaio 2015 il giornale Libero fu condannato in via definitiva in sede civile a risarcire Armando Cossutta con 50.000 euro di danni morali, per il contenuto diffamatorio d'un articolo nel quale lo si identificava come una spia al soldo dell'Unione Sovietica.

Questi finanziamenti al PCI, indipendentemente dal caso Cossutta, non erano solo un aiuto economico, ma uno strumento di influenza e controllo utilizzato dal Cremlino per orientare le posizioni del PCI su temi strategici come la NATO, il disarmo e la politica estera.

Gli agenti migliori e quindi meglio pagati erano della Linea PR (ossia l’intelligence politica), prevalentemente giornalisti. Tuttavia, la figura più importante e longeva operava al Ministero degli Esteri: DARIO, nome in codice di Giorgio Conforto, reclutato già prima della guerra, quando forse si era impegnato in un doppio gioco a danno dei fascisti per i quali pure lavorava. Per quasi trent’anni Conforto fornì all’URSS una grande quantità di materiale classificato della Farnesina. Reclutò personalmente diverse segretarie e dattilografe, tra cui LEDA, INGA, e le sorelle VENETSIANKA e SUZA (che dovrebbero essere le Sorelle Collavo). Nel 1975 fu insignito dell’Ordine della Stella Rossa e andò in quiescenza. La pensione corrispostagli venne da lui riscossa nei suoi viaggi all’estero, in Russia e altri paesi compiacenti. Ebbe un ruolo, sul quale mi sono a suo tempo dilungato da queste colonne, nella latitanza e nell’arresto di Valerio Morucci e Adriana Faranda dopo la morte di Aldo Moro.

Dopo la guerra il KGB si infiltrò anche al Ministero dell’Interno tramite DEMID (reclutato nel 1945), che portò nella rete QUESTOR (ossia Francesco Virdia), impiegato dell’ufficio cifrario. Virdia fornì enormi quantità di cifrari e liste di sorveglianza. La rete passò poi sotto una Residenza illegale guidata da YEFRAT, tale Asot Abgarovic Akopjan.

L’Ambasciata italiana a Mosca fu uno degli obiettivi prioritari del KGB. I casi più noti di ricatto sessuale furono quelli di IKAR (ossia il generale Mario Babic), PLATON e ENERO/INSPECTOR, tutti adescati con allodole e ricattati con foto compromettenti e false denunce. 

Sedotto verso la fine degli anni Cinquanta da un’allodola del KGB, Babic fu abilmente circuito. La donna gli fece credere di essere rimasta incinta e di voler abortire. Poco dopo, venne affrontato da un agente sovietico che si spacciò per il marito tradito e oltraggiato, scatenando la classica trappola del ricatto. Ikar cedette. Accettò di firmare un documento con cui si impegnava a collaborare come agente per il KGB, a condizione che lo scandalo venisse insabbiato. Babic non si limitò a passare informazioni classificate: consegnò al suo controllore anche la combinazione della cassaforte personale e una copia del cifrario utilizzato per le comunicazioni riservate con Roma. In seguito, Babic chiese che l’accordo da lui firmato venisse distrutto, promettendo in cambio di continuare a collaborare. I sovietici acconsentirono apparentemente alla richiesta: gli restituirono una copia contraffatta e la distrussero davanti ai suoi occhi. In realtà conservarono l’originale nel suo fascicolo, insieme a una traduzione in russo che sarebbe stata in seguito trascritta dall’archivista del KGB Vasili Mitrokhin.

L’altro addetto dell’ambasciata italiana a Mosca che subì un ricatto identico e venne convinto a diventare agente del KGB attraverso una trappola sessuale dello stesso tipo ebbe, come dicevamo, quale nome in codice Platon e venne identificato nelle fonti come Giuseppe Planchenti. L'esca sessuale a cui fu affidato il compito di sedurlo aveva il nome in codice R e si trasferì nel suo appartamento a Mosca e in seguito finse di essere incinta. Platon le pagò i soldi necessari per l'aborto, che all'epoca era vietato in Italia, e sotto il ricatto di una pubblica denuncia accettò di diventare un agente sovietico. Nel 1976, quando il suo fascicolo fu acquisito da Mitrokhin nella sua opera di spionaggio per gli inglesi, Platon ormai aveva lasciato Mosca. I rapporti con lui in Belgio furono riallacciati da Georgij Pavlovič Antonov. Non si sa però se dopo il '76 Platon continuasse a lavorare per i sovietici.

L'altra vittima del ricatto sessuale a Mosca fu un diplomatico italiano di alto livello, sposato, che per ben due volte fu soggetto a questo tipo di ricatto. Preso di mira per la prima volta, aveva come ho detto il nome in codice Enero o Inspector (Italo Papini), ed era impegnato in una relazione con una segretaria dell'ambasciata di Francia. Il KGB si convinse che Enero avesse un appetito sessuale insaziabile e lo fece adescare da un’agente del KGB con nome in codice Sukova. Durante un incontro con la nuova amante, Enero fu segretamente fotografato. Ben presto un amico russo di Enero gli disse che il KGB era venuto in possesso delle sue fotografie con Sukova. Di lì a poco arrivò la denuncia della seconda allodola con cui Enero era andato a letto, la quale aveva presentato esatto esposto contro la magistratura accusandolo di stupro. Un ufficiale della sezione operativa dell'SDC, il Secondo Direttorato Centrale del KGB, Kuznetsov, disse a Enero che le autorità sovietiche erano disposte a far passare sotto silenzio entrambe le faccende se egli avesse accettato di offrire il proprio aiuto. Enero, dopo una certa resistenza, dovette capitolare e cominciò a collaborare con i servizi segreti dell'Est usando valigie diplomatiche. Tuttavia, una volta rientrato in Italia, Enero si rivelò una spia poco affidabile e nel 1979 si ritirò definitivamente dall’attività di agente.

L’azione di maggior successo che il KGB compì contro l’ambasciata italiana a Mosca fu il reclutamento del diplomatico di alto livello, Enrico Aillaud, conosciuto con i nomi in codice di ARTHUR, ARLE e ARLEKINO. Arthur aveva già lavorato negli anni Sessanta per i servizi segreti cecoslovacchi dell’STB e l’avevano ricattato per una sua relazione con una prostituta e per le sue speculazioni sui cambi di valuta. Mandato all’ambasciata di Mosca, Arthur fu ceduto dai cecoslovacchi al KGB. Egli fu compensato con regali di valore e con battute di caccia completamente pagate nei dintorni di Mosca. Tornato in Italia, Arthur continuò a lavorare per il KGB fino al 1983, cioè fino a molti anni dopo il suo pensionamento, quando la drastica riduzione delle sue opportunità di accedere a documenti classificati portò alla sua rimozione dalla rete degli agenti.

Le ricompense offerte a Aillaud sembrarono oggettivamente inconsistenti, in rapporto al rischio assunto dal diplomatico italiano, tanto che, nel luglio 2001, la procura di Roma, nell'iscrivere quindici persone nel registro degli indagati per spionaggio, nell'ambito inchiesta Mitrokhin, escluse il nominativo dell'ambasciatore Aillaud, ritenendo non sussistere alcun elemento utile per l'azione penale nei suoi confronti, perché "estraneo alle fantasiose affermazioni del 'Dossier Mitrokhin' per quanto possa essere falsamente indicato"

Altri agenti del KGB erano presenti in altre ambasciate italiane all'estero. DENIS era un impiegato dell'ufficio decifrazione e messaggi in codice in un'ambasciata del Medio Oriente, reclutato nel 1961. VITTORIO (Luciano Raimondi) era un ex membro del Partito Comunista che fu reclutato in America Latina nel 1970. PLENIANNIK era un altro impiegato dell'ufficio decifrazione e messaggi in codice in un paese medio-orientale, reclutato con l'aiuto dei servizi segreti bulgari nel 1977. In genere il Centro del KGB aveva una tale penetrazione nella diplomazia italiana che questa non aveva per Mosca nessun segreto.

Per quanto riguarda le operazioni della cosiddetta Linea X, il dipartimento per le informazioni scientifiche e tecnologiche di ogni Residenza del KGB nel mondo, esse portarono alcuni risultati importanti. Per esempio nel 1970, i comproprietari di un'azienda che produceva alta tecnologia, METIL (identificato nel testo con Amedeo Mencuccini) e BUTIL (individuato quale Salvatore Cassarino), fornirono al KGB una documentazione tecnica completa sulla produzione di gomma butile, che fu utilizzata nella costruzione della fabbrica sovietica di gomma di Surgut e portò a riprogettare le linee di produzione del complesso industriale di Nizhnekamsk e delle officine di gomma sintetica di Kuybyshev.

A metà degli anni Settanta, Butil fornì altre informazioni tecnologiche giudicate di alto valore, alcune delle quali di origine americana e relative a processi chimici e petrolchimici. Nel 1970 la Residenza del KGB a Roma contava già nove ufficiali della Linea X che gestivano una rete di circa una decina di agenti, soprattutto imprenditori ma anche alcuni accademici.

Nei tardi anni Settanta le operazioni di spionaggio scientifico-tecnologico si intensificarono sia a Roma che a Milano. Nel 1978 fu inviato in Italia, con copertura consolare, un ufficiale anziano della Linea X, Anatoly Vasilyevich Kuznetsov (nome in codice COLIN). Probabilmente la fonte più importante della Linea X tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta fu UCHITEL (o Ukitel), un professore universitario controllato proprio da Kuznetsov. Uchitel fornì informazioni provenienti da otto tra grandi aziende e istituti di ricerca italiani, tedesco-occidentali, francesi e belgi. Compì inoltre missioni per conto del KGB negli Stati Uniti e nella Repubblica Federale Tedesca. Le sue informazioni più preziose riguardavano aeromobili militari, elicotteri, motori aeronautici e sistemi di guida aerea. Tra l’altro, fornì dati significativi sul cacciabombardiere Tornado, uno dei più importanti programmi della NATO.

Certamente all’insaputa di Uchitel, almeno uno dei suoi colleghi di università — un fisico nucleare il cui nome in codice era MARIO (Valerij Kachaturovitch Narymov)— era anch’egli un agente del KGB. Probabilmente lo era anche un altro accademico, nome in codice KARS, che operava sia in Italia che negli Stati Uniti e insegnava nella stessa università. Spesso agli scienziati occidentali, i sovietici offrivano in contropartita le loro scoperte in cambio dello spionaggio industriale. Il 12 settembre del 1976 Georgij Nikolaevič Aleksandrov, agente con il nome in codice ION dell’Istituto Politecnico concluse un accordo con CULON, nome in codice di un membro anziano di un istituto di ricerca italiano (forse Gianguido Carrara), basato proprio sullo scambio delle reciproche ricerche. La maggior parte degli incontri tra Culon e il suo contatto del KGB ebbero luogo in Svizzera. Sebbene Culon sia rimasto a lungo un contatto confidenziale, manovre analoghe di avvicinamento ad altri scienziati portarono al loro reclutamento come agenti pleno iure. Le operazioni ST in Italia subirono un serio colpo il 5 agosto dell’81 con l’espulsione dal nostro paese dell’ufficiale della linea X Anatoly Kozlov. Il timore che Uchitel e altri agenti sotto il suo controllo fossero stati individuati dal controspionaggio italiano provocò uno stato di ansia nel KGB. Un’inchiesta del Centro arrivò a tre possibili soluzioni: che qualche operazione della linea X di Kuznecov fosse stata scoperta, che la sua attività di ufficiale per la sicurezza per la comunità sovietica del Nord Italia avesse fatto saltare la sua copertura consolare, oppure che i suoi frequenti viaggi da Milano a Torino avessero generato sospetti. Sembra che almeno fino al 1982 il KGB non si sia reso conto del fatto che il responsabile della caduta di Kuznecov fosse addirittura uno interno del Direttorato T della Lubjanka.

Negli anni Settanta, tra gli agenti più apprezzati della Linea PR, quella per l’intelligence politica del relativo Dipartimento della Residenza del KGB di Roma, spiccavano numerosi giornalisti. Un fascicolo trascritto da Mitrokhin elenca tredici agenti di intelligence politica gestiti dalla Residenza di Roma all’inizio del 1977. Dei sei meglio pagati, almeno tre erano giornalisti: FRANK (Francesco Gozzano), reclutato nel 1966, che occupava una posizione di prestigio in un importante quotidiano; PODVIZNY, un altro famoso giornalista, e STAZHER, che era stato reclutato nel 1969 e lavorava nell'ufficio romano di un'agenzia di stampa. Gli altri tre agenti erano il summenzionato Dario, NEMEK, un noto politico di sinistra, e ORLANDO (Carlos Gurmendes). Seguivano poi altri sei agenti meno importanti. Riguardo all’occupazione di uno dei sei, AGERO (Giuseppe Ferranini), non vi sono informazioni disponibili. Dei cinque di cui è possibile stabilire l’occupazione, tre, dai nomi in codice FIDELIO (Franco Leonori), RENATO (Alfredo Casilio) e MAUR (presumibilmente Libero Lizzadri), erano giornalisti. Renato, reclutato nel ’74, era il direttore di un periodico. Fidelio, che era diventato un agente nel ’75, era il direttore di un’agenzia di stampa. Maur era un giornalista di sinistra che lavorava in un prestigioso quotidiano romano e che era stato reclutato qualche anno prima di Renato e di Fidelio, ed era a sua volta un reclutatore di agenti. Uno degli agenti reclutati da Maur era ARALDO (identificato con Giovanni de Luca), funzionario civile che, secondo lo stesso Maur, considerava l’intera classe politica italiana un covo di ladri. Gli altri agenti pagati dalla Residenza di Roma erano LORETO, un militante maoista che forniva informazioni sui contatti della Cina con i suoi sostenitori nella sinistra europea, e METSENAT (Vincenzo Marazzuita), un funzionario che pensava che lo Stato fosse corrotto e che si riteneva fosse spinto a lavorare per il KGB soltanto per motivi venali. L’ultimo nome in codice che comparve nelle righe è quello di TOURIST (Giorgio Girardet), editore di un giornale. In tutto, almeno sette dei tredici agenti più pagati della Residenza erano appunto giornalisti. Nell’agosto del 1977 un rapporto del Centro sulla Residenza di Roma affermava che essa possedeva una rete di agenti efficace e affidabile, con fonti nel Ministero degli Esteri, nell’Ufficio del Governo, nel Ministero della Difesa e nei principali partiti politici. Ogni mese la Residenza otteneva dai suoi agenti un numero di rapporti di intelligence fino a cinquanta unità. Il Centro, tuttavia, criticava la carenza di azioni di successo contro avversari americani della NATO e della Comunità Europea. Invece i risultati migliori erano quelli nelle opere di disinformazione. Due operazioni del settantasette furono particolarmente apprezzate: l’operazione Crescendo, in cui si usarono documenti falsi per screditare la politica dei diritti civili dell’amministrazione Carter, e l’operazione Bonza, rivolta contro i cinesi.

Almeno la metà degli agenti della Linea PR del KGB, dipendenti dalla Residenza romana nel gennaio del '77, furono cancellati dagli elenchi oppure abbandonarono l'attività spionistica nel corso del lustro successivo. Il primo fu Tourist, evidentemente deluso a causa delle violazioni dei diritti umani da parte dei sovietici. Nel 1977 egli accampò vari pretesti per evitare di collaborare. Nel '78 interruppe i contatti. Nel 1978 anche Fidelio fu rimosso dalla rete di agenti dopo che si scoprirono i suoi rapporti con il Servizio Informazioni Ungherese e i contatti con quello cecoslovacco e quello polacco. Nel 1979 si ritirò Dario, seguito da Metsenat l'anno seguente. Contemporaneamente Renato e Frank, come già Tourist, si stavano dissolvendo. Renato fu messo in ghiaccio nel 1980 all'inizio per solo quattro anni. E non è possibile sapere se in seguito con lui furono ripristinati i contatti. Il suo controllore considerò il fatto che Frank si faceva influenzare troppo facilmente dalla propaganda antisovietica dopo l'invasione dell'Afghanistan del '79 e la repressione contro Solidarność in Polonia due anni dopo. Inoltre girava voce che Frank fosse vicino a una persona arrestata per i suoi rapporti con le Brigate Rosse. Per cui Frank fu rimosso dalla rete degli agenti nell''82. Le misure più attive, più efficaci del KGB nella prima metà degli anni Ottanta in Italia e Francia, così come nell'Europa nel suo complesso, furono quelle che facevano leva sui movimenti di opinione antiamericani e sul timore di una guerra nucleare. I movimenti pacifisti occidentali furono molto più critici nei confronti della decisione americana di posizionare in Europa occidentale i missili Pershing II e Cruise a partire dall''83 di quanto non lo fossero nei confronti dello spiegamento dei missili SS-20 sovietici verso l'Occidente che avevano giustificato la decisione americana. Le prime tre priorità stabilite dal Centro per la campagna di misure attive dell''84, l'anno precedente alla salita al potere di Gorbacev, rispecchiano una sicurezza che esso aveva di poter esercitare in quel momento una forte presa sull'opinione pubblica occidentale. Reagire ai tentativi da parte degli Stati Uniti e NATO di distruggere l'equilibrio strategico militare esistente e di acquisire una superiorità militare sull'Unione Sovietica, accrescere i dissidi interni della NATO, denunciare di fronte alla comunità internazionale i piani degli Stati Uniti di dare inizio a una guerra, il loro rifiuto di avviare negoziati in buona fede con l'Unione Sovietica sull'eliminazione degli armamenti. Le misure attive del KGB in Europa occidentale ebbero un successo molto inferiore durante l'era Gorbaciov. Nel 1987 Gorbaciov e i suoi consiglieri erano piuttosto preoccupati per la possibilità che lo smascheramento della disinformazione attuata dal KGB in Occidente togliesse lucentezza alla nuova immagine dell'Unione Sovietica. Nei tardi anni Ottanta la natura fraudolenta delle organizzazioni di facciata sovietica divenne sempre più evidente. La più importante di queste organizzazioni, il World Peace Council, perse molta della credibilità la vigilia stessa quando ammise che il novanta per cento dei propri finanziamenti veniva dall'Unione Sovietica. Nel settembre del 1990, in un ordine del presidente del KGB, Kryuchkov, riconobbe che c'era stato un grande declino nell'efficacia delle misure attive e nella fiducia che l'FCD, il Primo Direttorato Centrale, per le informazioni estere, riponeva in esse. Come altri uomini della vecchia guardia del KGB, Kryuchkov si rifiutava di ammettere che la fine della Guerra Fredda comportava necessariamente un declino dell'importanza delle misure attive in Europa occidentale. Questo punto di vista appare ancora oggi ben rappresentato tra i ranghi dei funzionari anziani dell'SVR, il servizio informazioni estere russo post sovietico.

 

 

II

 

L’EUROCOMUNISMO VISTO DA MOSCA SECONDO IL DOSSIER MITROKHIN

 

L'Eurocomunismo venne teorizzato per la prima volta dopo la repressione della Primavera di Praga nel 1968, quando alcuni Partiti Comunisti dell'Occidente, sia pur timidamente, formularono alcune critiche nei confronti dell'invasione da parte del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia.

Il Partito Comunista Italiano era in prima linea in questa revisione ideologica. E sebbene avesse legami profondi, fraterni e autentici col PCUS, negava all'Unione Sovietica il diritto di intervenire militarmente nella vita interna di un altro Partito Comunista o addirittura di un altro Stato.

Tuttavia i legami tra il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica continuarono anche dopo l'invasione di Praga, nelle forme di una dimensione segreta che era nota soltanto a un esiguo numero di alti gerarchi del Partito stesso. Il segretario del Partito Comunista Luigi Longo, preoccupato dal golpe dei Colonnelli ad Atene nell'aprile del '67, temeva che anche in Italia potesse avvenire qualcosa del genere. Perciò inviò in URSS Giorgio Amendola in quello stesso anno, perché a nome della direzione del PCI chiedesse formalmente assistenza  per prepararsi alla sopravvivenza in caso di colpo di Stato.  Il Politburo accettò e con la delibera del 15 agosto autorizzò l'FCD a formulare un programma il cui scopo era quello di dotare il Partito Comunista Italiano di un servizio segreto composto da personale ben addestrato e provvisto di un sistema di collegamento radio clandestino. I dettagli vennero decisi a Mosca da ANDREA, nome in codice del capo dei reparti segreti del PCI, dai dirigenti del Comitato direttivo e dai funzionari del KGB. Perciò fra l’ottobre del ’67 e il maggio del ’68 tre radiooperatori italiani seguirono un corso di addestramento presso il KGB, mentre altri membri del partito vennero addestrati alla falsificazione di documenti di riconoscimento. Questo ed altri programmi segreti di addestramento continuarono almeno fino alla fine degli anni ’70. I vertici del Partito Comunista Italiano chiesero inoltre al KGB di perlustrare la propria sede centrale per bonificarla eventualmente da microspie.

Nel frattempo, prima del XII Congresso del Partito Comunista Italiano, nel febbraio del 1969, proseguì il lavorio sotterraneo da parte dei sovietici e della fazione filorussa del partito stesso per evitare che la condanna dell'invasione di Praga fosse troppo dura. A spendersi furono Boris Ponomarev, capo del Comitato direttivo della Sezione internazionale del Politburo del PCUS, e i dirigenti del KGB. Essi fecero pressione su Luigi Longo e sugli altri leader di partito perché nei loro interventi i commenti sulla Cecoslovacchia venissero il più possibile smussati. E in effetti fu merito di Ponomarev e del KGB il fatto che, all'interno delle relazioni, venissero eliminati tutti i riferimenti all'intervento e all'occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Addirittura il Partito Comunista Italiano non chiese nemmeno il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia da quel paese. Nel 1970 Luigi Longo si incontrò segretamente con Nikita Ryzhov, ambasciatore dell'Unione Sovietica in Italia, e sottolineò con molta enfasi quanto fosse vitale per i comunisti italiani il rapporto con il PCUS e l'Unione Sovietica stessa, una condizione, disse, “indispensabile per la sopravvivenza”.

In effetti il PCI di Longo dipendeva pesantemente dai sovietici da un punto di vista finanziario e l’URSS fu particolarmente sollecitata dagli italiani in materia di contributi per le elezioni del 1972, tanto da costringere Brežnev a delle elargizioni supplementari e a dir di no ad ancora ulteriori richieste di denaro. In ogni caso, fino al 1976, il trasferimento di fondi dall'Unione Sovietica al Partito Comunista Italiano fu nel nostro Paese molto più semplice di quanto potesse essere in qualsiasi altro Stato. Ciò dipendeva dal fatto che importanti capi del partito visitavano regolarmente l'ambasciata sovietica. Tra di essi il più fidato e il più assiduo era Armando Cossutta, che teneva rapporti regolari con il KGB. Era lui a scegliere alcuni emissari, i quali, dopo aver verificato di non essere seguiti, si recavano all'ambasciata e ritiravano i contributi. Nello stesso tempo la postazione radio presso la Residenza romana del KGB controllava le frequenze radio usate dalle forze di polizia per individuare qualsiasi segno di sorveglianza. Per precauzione, un'auto del partito seguiva l'emissario durante tutti i suoi spostamenti. Ulteriori entrate giungevano da Mosca al PCI attraverso contratti lucrosi con società controllate da Botteghe Oscure in Unione Sovietica.

In Cile, nel settembre del '73, ci fu il famoso colpo di Stato che creò nuovamente preoccupazioni nei vertici del Partito Comunista Italiano. Nel dicembre di quell'anno il KGB fece pervenire al PCI tre stazioni radio del tipo Selenga, che avrebbero consentito alla sede del partito di mantenere i contatti con quelle locali, nel caso in cui esse avessero dovuto operare in clandestinità. I tecnici radio vennero addestrati in Russia. Il rinnovato timore di un colpo di Stato spinse il Partito Comunista, tuttavia, verso altre forme di assicurazione per la propria sopravvivenza. Per cui da Mosca si cominciò a temere che una revisione ideologica fosse uno strumento con cui i comunisti italiani volessero assicurarsi di non finire nelle patrie galere.

In effetti il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, cominciò a proporre, con un'espressione che divenne celebre, un Compromesso Storico ai socialisti e soprattutto alla Democrazia Cristiana. Leader profondamente diverso dagli altri, perché sposato con una donna cattolica che aveva dato ai loro figli un'educazione religiosa, Berlinguer era guardato con sospetto da Mosca, sebbene Longo lo avesse fortemente voluto come suo successore.

Il KGB prese diverse misure concrete contro il leader sardo in ascesa: non riuscendo a bruciarlo prima dell’elezione a Segretario nel 1970 con uno scandalo di falsa corruzione, finanziò la sinistra del PCI, capeggiata da Armando Cossutta, così che facesse da contraltare ai berlingueriani. In particolare, seppur tardivamente, oramai siamo stati ben edotti sul disegno criminale con cui l’URSS, per il tramite del DS bulgaro, avrebbe voluto fermare il Segretario del PCI nella sua lunga marcia verso l’Eurocomunismo. Berlinguer non solo marcava le differenze dalla politica estera dell’URSS, come faceva la Romania, ma andava revisionando temi e concetti del marxismo-leninismo ufficiale, distanziandosi dall’ortodossia del PCUS. Fu Berlinguer, non dimentichiamolo, a proporre il Compromesso Storico alla DC, non il contrario. Fu così che, dopo una visita ufficiale in Bulgaria sollecitata dal Partito Comunista locale, a stento il Segretario del PCI, il 3 ottobre 1973, si salvò dal camion dell’esercito che travolse l’auto di rappresentanza che lo stava portando all’aeroporto.  L’attentato a Sofia, di cui il Dossier Mitrokhin non parla e sul quale Berlinguer, per patriottismo ideologico e strategia politica, stese una coltre di silenzio, venne perpetrato mentre il Segretario stava pubblicando i suoi celebri articoli su Rinascita per realizzare l’incontro politico con la DC. Il primo era uscito l’11 settembre. Precipitatosi a rientrare in Italia, Berlinguer, che si era fatto rimpatriare da un aereo italiano e non da uno bulgaro rifiutando anche il ricovero ospedaliero dopo aver minacciato di ricorrere all’Ambasciata se gli fosse stato imposto, diede alle stampe gli altri due articoli che realizzavano la sua svolta: il 5 e il 12 ottobre. In quest’ultima data il Segretario propose il Compromesso storico come antidoto al rischio cileno dell’Italia, parlando di alternativa democratica e non più solamente di sinistra per la guida del Paese. Fu da lui che Aldo Moro raccolse il ramoscello della pacificazione tra i partiti rivali, firmando quella condanna a morte a cui Berlinguer era scampato.

Questi concepì il suo Compromesso Storico innanzitutto come difesa contro la possibilità di un golpe e poi come una strategia più ambiziosa che facesse incontrare il riformismo cattolico con il collettivismo comunista per produrre un nuovo ordine politico e sociale. Perciò nel 1975 Berlinguer divenne il vero e proprio leader di quello che venne chiamato l'Eurocomunismo e che riguardò non solo il Partito Comunista Italiano, ma anche quello clandestino spagnolo e quello francese. Nacque così un manifesto dell'Eurocomunismo che prese le distanze dal modello del socialismo sovietico e che rispettava il pluralismo parlamentare e le libere elezioni, oltre che le varie libertà democratiche della tradizione occidentale.

Il 10 dicembre del 1975, Armando Cossutta, allarmato e indignato, incontrò segretamente Ryzhov e accusò Berlinguer di aver tradito il marxismo leninismo e di accrescere l'ostilità verso l'Unione Sovietica. Chiese che il PCUS criticasse pubblicamente la linea del PCI, anche se questo avesse implicato una divisione del partito italiano. Cossutta informò anche che la leadership del PCI si preparava a disturbare la conferenza dei Partiti Comunisti europei, prevista per l'estate del '76 a Berlino Est, per propagare le proprie teorie revisioniste. Fu così che Mosca diffidò gli eurocomunisti ad usare quel palcoscenico per diffondere le loro idee. Berlinguer tuttavia non si fece intimidire e addirittura in giugno, durante la campagna elettorale, rilasciò una famosa dichiarazione nella quale affermava che si sentiva più tranquillo a vivere sotto l'ombrello della Nato piuttosto che altrove. Nonostante le reazioni stizzite del Cremlino, arrivate sotto forma di una lettera rimasta segreta, il Partito Comunista aumentò il 7,3% dei propri consensi, arrivando al 34,5% dei voti. E alla conferenza di Berlino Est del 29 e 30 giugno di quell'anno, lo scontro tra il Partito Comunista Sovietico e gli Eurocomunisti venne appena appianato con uno scarno comunicato che faceva appello alla solidarietà internazionale, mentre i discorsi di Berlinguer vennero censurati dalla Pravda, che ne pubblicò solo una parte.

Nel 1976, nel mese di dicembre, il leader bulgaro Teodor Zhivkov accusò esplicitamente l'Eurocomunismo di essere una delle direttrici principali della sovversione ideologica dell'ortodossia leninista. Ma la popolarità di cui godeva Berlinguer impedì qualsiasi attacco frontale del Cremlino. Andropov ordinò quindi a Vladimir Alexandrovitch Krjuckov, capo del Primo Direttorato Centrale del KGB, di preparare un dossier diffamatorio nei confronti del Segretario del PCI. Una relazione preparata dal KGB per il Comitato direttivo affermava che Berlinguer possedeva un appezzamento di terreno in Sardegna e che era coinvolto in speculazioni edilizie del valore di decine di miliardi di lire. Ma la cosa non ebbe particolare seguito, nonostante l’uscita del libro anonimo Berlinguer e il Confessore.

Mosca continuò tuttavia a sovvenzionare il PCI. Ma la situazione era diventata molto più difficile e il nuovo residente di Roma, Boris Solomatin, nel 1976, preferiva consegnare il denaro direttamente ai fiduciari dei comunisti italiani in un luogo convenuto dei sobborghi di Roma, che fosse stato prima ispezionato sia dagli agenti sovietici che dai militanti del partito. Questo accordo fu stipulato con Guido Cappelloni, nome in codice ALBERTO, che era il capo del reparto amministrativo del comitato direttivo del Partito Comunista Italiano. Tuttavia il Politburo sovietico continuò ad autorizzare l'addestramento da parte del KGB di comunisti italiani appositamente scelti.

Una disputa particolarmente rovente e scabrosa tra il Partito Comunista Italiano e l'Unione Sovietica non divenne mai di pubblico dominio. Verso la fine degli anni Settanta, Botteghe Oscure rinfacciò ai servizi segreti dell'Europa dell'Est l'appoggio dato ai terroristi in Occidente. Il PCI era preoccupato in particolar modo del sostegno che ricevevano le Brigate Rosse dall'STB cecoslovacco. E quando, il 16 marzo del 1978, Moro fu rapito proprio dalle Brigate Rosse, il timore del PCI che i legami venissero fuori divenne parossistico. Sebbene i comunisti italiani mantenessero una linea dura nelle trattative contro i terroristi, ebbero molto timore che i segreti dell'STB cecoslovacco venissero fuori nel corso delle indagini. Arturo Colombi, a nome della direzione del partito, lamentò con l'ambasciatore cecoslovacco a Roma, Vladimir Kouky, che una delegazione del Partito Comunista Italiano a Praga fosse stata messa a tacere quando aveva cercato di sollevare la questione dell'aiuto alle Brigate Rosse, alcune delle quali erano state addirittura invitate in Cecoslovacchia. Il 4 maggio del 1978 Giorgio Amendola mise in guardia Kouky del fatto che se i rapitori di Moro fossero stati presi e processati, l'aiuto ricevuto dall'STB sarebbe potuto venire fuori. E in quell'occasione fu spalleggiato dall'ambasciatore sovietico Ryzov, che rimproverò a Kouky di aver messo a rischio la sicurezza dell'intero blocco orientale, prendendo questi contatti con le Brigate Rosse che oltre a essere inutili non erano stati nemmeno supervisionati dall’Ambasciata dell'Unione Sovietica. Non fu certamente un caso che quando Moro fu trovato morto i legami tra le Brigate Rosse e l'STB cecoslovacco non vennero mai alla luce. Quando poi la polizia italiana riuscì a sbaraccare le stazioni radio dei terroristi, i comunisti italiani preferirono smantellare anche le proprie clandestine, come comunicarono nel giugno dell'81 all'Unione Sovietica.

Alla fine del '79, l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan e nel 1981 impose la legge marziale in Polonia. In ragione di ciò, qualsiasi conciliazione tra il PCI e il PCUS divenne impossibile. Nel gennaio del 1982 tutto il Comitato direttivo del PCI condannò l'ingerenza sovietica negli affari della Polonia con la sola eccezione di Armando Cossutta. Berlinguer dichiarò pubblicamente che la Rivoluzione d'Ottobre aveva esaurito la sua forza propulsiva. La direzione del PCI invitava le sinistre dell'Europa occidentale a impegnarsi per il rinnovamento democratico di tutti i paesi del blocco sovietico, venendo aspramente censurata dalla Pravda. Armando Cossutta definì questa presa di posizione uno strappo con la tradizione del comunismo. E fu proprio con lui che, continuarono, i finanziamenti segreti da parte dell'Unione Sovietica, sia per salvaguardarlo come leader politico, sia per aiutare un giornale filo-sovietico come Paese Sera.

Vale la pena, alla fine di questa esposizione, di mettere in fila alcuni fatti di qualche decennio dopo.  I rapporti Impedian, 261 schede totali sul KGB in Italia, furono trasmessi dal SIS britannico al SISMI italiano a partire dal 30 marzo 1995 fino al maggio 1999. I primi invii consistenti arrivarono già nel 1995 (sotto il Governo Dini), con flussi continui anche durante i Governi Prodi I e D’Alema I. Una prima bozza del dossier italiano fu consegnata al SISMI il 17 aprile 1998. Il dossier fu reso pubblico l’11 ottobre 1999 per decisione della Commissione stragi, dopo essere stato inviato alla Procura di Roma. In quei giorni uscì anche il libro di Christopher Andrew e Vasilij Mitrokhin, The Mitrokhin Archive, che diede grande risonanza mediatica internazionale. In Italia fu pubblicato da Rizzoli poco dopo. Il Governo D’Alema I, primo esecutivo guidato da un ex-comunista in Italia, giurò il 21 ottobre 1998, dopo la crisi del Governo Prodi I, causata dalla defezione di Rifondazione Comunista e del suo segretario Fausto Bertinotti, e ottenne la fiducia alla Camera il 23 ottobre 1998. Rimase in carica fino al dicembre 1999. Il Governo D’Alema I diede il via alle operazioni militari della NATO in Kosovo, senza mandato ONU, con la partecipazione dei nostri aerei, cosa alla quale Rifondazione Comunista non avrebbe mai consentito. Determinanti, in maggioranza, furono i voti dell’Unione della Repubblica, creata in Parlamento da Francesco Cossiga, e del Partito dei Comunisti Italiani, fondato da Armando Cossutta separandosi da Rifondazione Comunista. L’anziano leader comunista disse che voleva sbarrare così la strada alla destra berlusconiana, ma appare probabile che, rendendosi indispensabile alla nuova postura atlantista della sinistra, tutelasse i segreti della storia sua e del vecchio PCI, che una buona macchina propagandistica gestita dall’estero avrebbe usato in modo letale. Durante il Governo D’Alema I continuarono ad arrivare alcuni degli ultimi rapporti Impedian, ma la divulgazione pubblica avvenne dopo la sua fine, ottobre 1999, sotto il successivo governo D’Alema II, dalla cui maggioranza era uscito l’UDR di Cossiga, ma in cui era rimasto il neonato UDEUR di Clemente Mastella e il PdCI di Cossutta.

 

 

III

 

SU UN DOCUMENTO DELLA CIA RIGUARDANTE LA PISTA ROSSA DELL’ATTENTATO A GIOVANNI PAOLO II

 

 

E’ incredibile come ancora oggi la disinformazione dei servizi segreti dell’URSS, che vollero l’attentato a Giovanni Paolo II, per il tramite dell’HVA della DDR e mediante il DS bulgaro, riesca ad intorbidare le acque negando l’evidenza della colpevolezza del blocco comunista in quel vile gesto. Ciò avviene con relativa facilità nei paesi che furono avviluppati nella rete dello spionaggio sovietico, sia civile che militare, in quelli in cui questa rete è ancora attiva al servizio di nuovi padroni e in quelli in cui i servizi locali si resero complici almeno passivi. L’Italia è uno di questi, se non il principale. Non a caso le menzogne di certa stampa che vuole l’attentato fatto da un lupo solitario sono molto diffuse nel nostro paese. Eppure basta cercare in rete, sui siti dell’intelligence americana ad esempio, per trovare documenti oramai pubblici ma intonsi per lo studio degli specialisti. Eccone uno particolarmente eloquente e quindi poco bisognoso di commenti, che conferma quello che il sottoscritto ha già messo nero su bianco in un suo libro sull’argomento, sul quale quindi torno solo in questa occasione.

Pubblicato on line dall’Office of the Historian, in RELAZIONI ESTERE DEGLI STATI UNITI, 1981–1988, VOL. X, EUROPA ORIENTALE, WASHINGTON 2023 (HTTPS://HISTORY.STATE.GOV/HISTORICALDOCUMENTS/FRUS1981-88V10) è contenuto nella Biblioteca Reagan, System IV Intelligence Files, 1985, 400165. Classificato come Top Secret e Sensibile, fu inviato per informazioni al presidente Ronald Reagan, redatto dagli agenti de Graffenreid e Cannistraro e una copia è stata inviata al vice presidente George Bush. Reagan ha siglato l'angolo destro del memorandum, mentre una mano sconosciuta ha scritto “2/27/85” sotto le iniziali di Reagan. Eccone a seguire il testo in inglese e tradotto.

 

Memorandum From the President’s Assistant for National Security Affairs (McFarlane) to President Reagan

Washington, February 27, 1985

SUBJECT [less than 1 line not declassified] Information on the Soviet and Bulgarian Involvement in the 1981 Attempt to Murder Pope John Paul II

[less than 3 lines not declassified] compelling evidence of Soviet sponsorship and Bulgarian operational control of the failed plot to kill Pope John Paul II in 1981.

[less than 1 line not declassified] the Soviet military intelligence (GRU) tasked Bulgarian military intelligence to kill Pope John Paul II after the Soviets apparently considered, and then rejected, a plan to do the assassination themselves. The Bulgarians employed one of their long time agents, Bekir Celenk, because he had a public identification as a “right wing fanatic.” Celenk in turn employed one of his agents, Mehmet Ali Agca, to carry out the actual assassination. Agca has testified to Italian authorities on Celenk’s role as well as the direct involvement of two Bulgarian military intelligence officers who met with Agca in Rome. [less than 1 line not declassified] the Bulgarians now plan to kill Celenk, who remains under guard in Sofia, as well as the Bulgarian airline official Sergey Antonov, who is being held by Italian authorities for trial in fall of 1985. The Bulgarian government, [less than 1 line not declassified] is concerned that Antonov might confirm that Bulgarian connection publicly during the trial. The Bulgarians, however, do not believe that the US has specific evidence of the Bulgarian involvement. Bulgarian intelligence plans to administer a toxic substance to Antonov over a series of months to cause a slow, apparently “natural” death. We have discreetly alerted Italian Prime Minister Bettino Craxi to the Bulgarian plot. [less than 2 lines not declassified] [1 paragraph (8 lines) not declassified]

 

Memorandum dell'assistente del presidente per gli affari di sicurezza nazionale (McFarlane ) al presidente Reagan

Washington, 27 febbraio 1985

SOGGETTO [meno di 1 riga non declassificata] Informazioni sul coinvolgimento sovietico e bulgaro nel tentativo di assassinare Papa Giovanni Paolo II nel 1981

[meno di 3 righe non declassificate] prove convincenti della sponsorizzazione sovietica e del controllo operativo bulgaro del fallito complotto per uccidere Papa Giovanni Paolo II nel 1981.

[meno di 1 riga non declassificata] l'intelligence militare sovietica (GRU) incaricò l'intelligence militare bulgara di uccidere Papa Giovanni Paolo II dopo che i sovietici apparentemente avevano considerato, e poi respinto, un piano per eseguire da soli l'assassinio. I bulgari impiegarono uno dei loro agenti di lunga data, Bekir Celenk, perché era identificato pubblicamente come un “fanatico di destra”. Celenk a sua volta impiegò uno dei suoi agenti, Mehmet Ali Agca, per eseguire l'effettivo assassinio. Agca ha testimoniato alle autorità italiane sul ruolo di Celenk e sul coinvolgimento diretto di due ufficiali dell'intelligence militare bulgara che hanno incontrato Agca a Roma. [meno di 1 riga non declassificata] i bulgari ora pianificano di uccidere Celenk, che è sotto scorta a Sofia, così come il funzionario della compagnia aerea bulgara Sergey Antonov, che è trattenuto dalle autorità italiane per essere processato nell'autunno del 1985. Il governo bulgaro , [ meno di 1 riga non declassificata ] teme che Antonov possa confermare pubblicamente il legame con la Bulgaria durante il processo. I bulgari, tuttavia, non credono che gli Stati Uniti abbiano prove concrete del coinvolgimento bulgaro. L’intelligence bulgara prevede di somministrare ad Antonov una sostanza tossica per una serie di mesi per provocargli una morte lenta, apparentemente “naturale”. Abbiamo discretamente allertato il primo ministro italiano Bettino Craxi del complotto bulgaro. [meno di 2 righe non declassificate] [1 paragrafo (8 righe) non declassificato]

 

Qualche nota a margine. Il coinvolgimento del GRU nell’attentato al Papa non è cosa nuova per noi addetti ai lavori, ma specie tra quelli stranieri e con specifiche competenze sovietologiche. La catena di comando nota è la decisione congiunta degli Organi – KGB e GRU – la delega organizzativa all’HVA della DDR e la scelta del servizio servente, il DS bulgaro. Tuttavia l’Inchiesta polacca sull’attentato al Papa ha svelato un segreto tenuto a lungo celato, ossia che i bulgari coinvolti appartenevano al RUMNO, i cui fascicoli non sono ancora stati esaminati da nessuno. La stessa notizia emerge da questo documento, reso noto nel 2023. Forse che il GRU prese da solo l’iniziativa? Appare improbabile per la prassi consolidata e documentata dell’URSS in queste operazioni tanto delicate. La nota presumibilmente voleva mettere in evidenza, anche sulla base delle informazioni a disposizione degli estensori, che il GRU svolse una funzione fondamentale, perché evidentemente Giovanni Paolo II era considerato portatore di una minaccia tale da sovvertire la Polonia e causare un intervento del Patto di Varsavia, minaccia ancor più grave se contestualizzata in un momento storico in cui poteva anche scoppiare una nuova guerra mondiale. In questa prospettiva, si può dedurre che il KGB abbia schermato il GRU e il DS abbia riparato il RUMNO, che infatti non fu mai tirato in ballo da Agca quando pure fece i nomi storici dei bulgari coinvolti, ossia Antonov, Vassilev, Ayvazov e Tomov Dontchev. Degno di nota è che il rapporto riferisca di un originario progetto di assassinare il Papa che il GRU avrebbe apparentemente tentato di realizzare da solo, per poi scartarlo. La cosa in effetti sarebbe stata del tutto inusuale e rischiosa. Forse la fonte americana era stata inquinata e gli estensori, fiutando la notizia sbagliata, inserirono l’avverbio apparently.

Segue la menzione di Bekir Celenk, il mafioso turco tirato in ballo da Agca nella Seconda inchiesta e poi uscito di scena per la sua presunta morte, che secondo Ferdinando Imposimato, su segnalazione dell’ex addetto militare di ambasciata a Sofia Paolo Dinucci, era stata simulata per permetterne l’espatrio sotto falso nome in Bulgaria. La cosa sembra adombrata nella informazione sul progetto dei bulgari di assassinare Celenk per non farlo testimoniare. Cosa è realmente successo – ossia se Celenk è veramente morto, magari per mano dei bulgari, o ha simulato di morire – non sappiamo. Nell’informativa il boss turco è presentato come un agente, evidentemente del RUMNO, con una asserzione che forse non andrebbe presa alla lettera, considerando il termine agent come sinonimo di contatto. Non mi sembra molto plausibile infatti che un capo della mafia sia anche un agente segreto militare. Lo stesso discorso vale per la denominazione di Agca quale agente di Celenk. E’ una novità che Celenk, invece di Agca, venga classificato per le sue idee politiche, che di solito erano attribuite ai Lupi Grigi. Forse questo dipende dal fatto che la mafia turca del suo clan aveva relazioni strette con quei terroristi che si erano sempre classificati come movimento di estrema destra. L’alternativa è che gli estensori abbiano commesso un errore. Di certo uno ne hanno fatto quando hanno scritto che Agca aveva accusato due bulgari, perché in realtà ne accusò tre e poi tirò in ballo un quarto. Nuova anche la notizia di un progetto bulgaro di assassinare Antonov in carcere con un avvelenamento scaglionato nel tempo. Forse fu proprio l’avviso della CIA al Governo italiano di Craxi a impedirlo. La cosa getta una ulteriore ombra sulla morte di Antonov, avvenuta nel 2007 e considerata sospetta anche da Ferdinando Imposimato. Il timore di Sofia che la Pista bulgara venisse confermata domina tutta la relazione e la conferma indirettamente. Colpisce che nessuna misura venga prevista contro il testimone chiave, Agca, che in effetti all’epoca aveva cominciato a dare segni palesi di inaffidabilità, per destituire di fondamento la sua stessa testimonianza.

 

 

 

 

 

IV

 

L’ULTIMO SEGRETO SOVIETICO: L’OPERAZIONE ANDROPOV

 

In Italia non si è mai parlato in modo esauriente dell’Operazione Andropov e del dibattito storiografico che l’accompagnò. Nel suo libro Le mondialisme contre nos libertés, ripubblicato nel 2001, Pierre Faillant de Villemarest sostenne che il comunismo sovietico nel 1991 attuò per sopravvivere una trasformazione strategica pianificata dall’Operazione Andropov, concepita da Jurij Andropov – capo del KGB dal 1967 al 1982 e Segretario Generale del PCUS dal novembre 1982 fino alla morte nel febbraio 1984 – per aggirare il fallimento economico del sistema senza rinunciare al controllo reale del potere. Secondo l’autore, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta l’apparato del Partito e del KGB avviò la creazione di un’economia invisibile. Parallelamente, si lavorava a un cambio di maschera politica: i partiti comunisti dovevano trasformarsi in formazioni socialiste o socialdemocratiche per mantenere influenza in Occidente. Le mafie post-sovietiche e parte della nomenklatura vennero coinvolte come strumenti (o partner) di questa riconversione. Le morti sospette di numerosi funzionari tra il 1991 e il 1992 vennero lette come eliminazioni mirate. Questa interpretazione, tipica della letteratura anticomunista francese dell’epoca, descrive il crollo dell’URSS non come una sconfitta, ma come una ritirata tattica. Altra storiografia più accreditata offre un quadro parzialmente diverso. Andropov era effettivamente un riformatore cauto, ossessionato dalla disciplina, dalla lotta alla corruzione e dal recupero di efficienza del sistema sovietico. Promosse una nuova generazione di quadri, tra cui Mikhail Gorbaciov, e avviò alcuni esperimenti di modernizzazione economica. Tuttavia non esisterebbe prova documentale di un piano occulto unitario di trasferimento massiccio di capitali o di una strategia di lungo periodo per riciclare il comunismo attraverso mafie e strutture parallele. La sua azione fu più pragmatica e limitata dal brevissimo mandato e dalla malattia.

Penso sia incontrovertibile il fatto che la trasformazione simultanea di tanti Partiti comunisti, all’imbrunire del Socialismo reale, in altrettanti Partiti socialisti, non possa essere stata una coincidenza imputabile solo al cambiamento politico internazionale e alla revisione ideologica. E questa è la prova che esistette una Operazione Andropov, realizzata da Gorbacev, sulla quale molto si potrebbe dire per i singoli stati che andiamo citando, non a caso innervati da quel KGB che entrambi i politici citati controllarono in modo ferreo.   In Ungheria il Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (MSzMP) divenne il Partito Socialista Ungherese (MSzP) il 7 ottobre 1989. Fu il primo caso importante di scioglimento e rifondazione come partito socialdemocratico di un partito comunista dell’Est. In Polonia il Partito Unitario Polacco dei Lavoratori (PZPR) divenne la Socialdemocrazia della Repubblica Polacca (SdRP) e poi l’Alleanza Democratica di Sinistra (SLD) nel 1990. In Bulgaria il Partito Comunista divenne Partito Socialista (BSP) il 3 aprile 1990. In Germania Est il Partito Socialista Unito (SED) divenne il Partito del Socialismo Democratico (PDS) tra il 1989 e il 1990. In Slovenia la Lega dei Comunisti League divenne il Partito delle Riforme Democratiche e poi la Lista Unita dei Social Democratici tra il 1990 e il 1993. In Croazia la Lega dei Comunisti divenne il Partito del Cambiamento Democratico e poi il Partito Social Democratico (SDP) tra il 1990 e il 1994. In Serbia la Lega dei Comunisti di Serbia divenne il Partito Socialista di Serbia (SPS) nel luglio 1990. In Macedonia la Lega dei Comunisti di Macedonia divenne l’Unione Social Democratica di Macedonia (SDSM) nel 1991. In Romania il Partito Comunista (PCR) divenne il Fronte di Salvezza Nazionale e poi il Partito Social Democratico (PSD) nel 1989-1993. In Albania il Partito del Lavoro divenne Partito Socialista nel 1991. In Lituania il Partito Comunista nel 1991 divenne il Partito Democratico del Lavoro della Lituania, fusosi poi nel Partito Socialdemocratico di Lituania. In Estonia il Partito Comunista subì una scissione nel 1990 che creò il Partito Comunista Indipendente, poi Partito Democratico del Lavoro e poi Partito Socialdemocratico, mentre il pollone principale si estinse nel 1991. In Estonia il Partito Comunista nel 1990 ebbe anch’esso una scissione, che fondò il Partito Democratico del Lavoro, mentre la casa madre venne abolita per legge nel 1991.  In Tagikistan nel 1991 il Partito Comunista divenne Socialista. In Uzbekistan il Partito Comunista, sempre nel 1991, divenne Partito Democratico Popolare. Nello stesso anno, il Partito Comunista del Turkmenistan divenne Partito Democratico. In Italia il Partito Comunista Italiano (PCI) divenne Partito Democratico della Sinistra (PDS) nel 1991 (Svolta della Bolognina, annunciata nel 1989), mentre una minoranza diede vita a Rifondazione Comunista. Nel 1998 il PDS divenne Democratici di Sinistra. Nel 2007 Partito Democratico. Circa una quindicina di partiti comunisti (soprattutto al potere nell’Europa orientale e nell’Asia ex sovietica) cambiarono quindi ufficialmente nome e ideologia tra il 1989 e il 1994, passando a denominazioni socialiste o socialdemocratiche. La maggior parte dei partiti comunisti extra-europei (Asia, America Latina, Africa) mantenne invece il nome e l’ideologia comunista tradizionale. Solo una minoranza di questi nuovi partiti ebbe successo elettorale duraturo in Europa (es. MSzP in Ungheria, PSD in Romania, BSP in Bulgaria, PDS in Germania). Tutto questo fino al 1991 coincide con l’Operazione Andropov, volta soprattutto a cambiare la fisionomia ai partiti dei paesi satelliti in Europa o nei paesi occidentali. Il crollo dell’URSS fece saltare il banco e i paesi dell’ex URSS, dove l’Operazione non doveva scattare, oltre ogni previsione, si ritrovarono senza partiti esplicitamente comunisti al potere (tranne la Bielorussia) o addirittura con la loro messa al bando o il loro scioglimento (come in Russia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Moldavia) mentre gli apparati trasmigrarono in altre formazioni politiche, spesso autoritarie o nazionaliste, o all’ultimo minuto seguirono l’Operazione Andropov come descritto in precedenza. Solo in Kirghizistan il Partito Comunista rimase al potere, sia pure affrancatosi dal disciolto PCUS.

Diversa è la valutazione sull’esistenza di una economia sommersa legata all’Operazione Andropov.  Giudichi il lettore, alla luce di quanto segue, tratto dal libro di De Villemarest citato all’inizio, quanto sia fondato l’argomentare dell’Autore francese.

Alla caduta del blocco sovietico, nonostante i loro sforzi, gli apparati comunisti non ritrovarono più la loro influenza sulle opinioni pubbliche, ma non rinunciarono a ricostruire un’Internazionale.  Dall’ottobre 1989 un Congresso straordinario dei comunisti ungheresi aveva deciso di trasformare il Partito in socialista. Non avevano rifiutato che 159 delegati su 1.250 partecipanti. Un oratore dichiarò dalla tribuna, evidentemente su ordine superiore: «L’etichetta comunista non è più credibile. In caso di elezioni libere, saremmo battuti sonoramente!». Fu l’équipe di Yuri Andropov, poco prima della sua morte nel 1983, a suggerire questo cambiamento di denominazione ai Partiti Comunisti di tutto il mondo in caso di crisi irreversibile. Andropov aveva infatti detto, all’inizio dell’anno, al suo allievo Gorbacev (che era stato Commissario politico per gli Organi amministrativi, cioè i Servizi segreti) che sarebbe giunto presto il tempo in cui, per salvare il comunismo, sarebbe stato necessario dargli un altro volto e di far dire agli occidentali ciò che volevano sentire.

Era una mossa azzeccata. Nell’ottobre 1989, in seguito alla decisione del PC ungherese, Pierre Guidoni (della direzione del partito socialista e dell’Internazionale socialista) e il suo amico Hubert Védrine (del gabinetto Mitterrand all’Eliseo) stimarono che «ormai, a Budapest, si condividono gli obiettivi socialisti e socialdemocratici. Ci si colloca in un sistema democratico e pluralista». Roland Dumas, allora al Quai d’Orsay, Hans Dietrich Genscher a Bonn e altri fecero eco, dicendo che l’evoluzione ungherese era meravigliosa e che la vecchia frattura di inizio secolo tra il comunismo rivoluzionario di massa e la corrente demo-socialista opposta all’estremismo di sinistra si stava ricomponendo. Fu allora  che il Centre Européen de Information rivelò, grazie a un’indiscrezione giunta da Mosca - riportata anche su Monde et Vie del 26 ottobre 1989, poi in Svizzera e in Italia - che si trattava proprio dell’Operazione Andropov. Dopo due ore di colloquio con Alexander Yakovlev, allora consigliere di Gorbacev, il leader del PC britannico, Gordon McLennan, rispose a un amico che gli chiedeva chiarimenti sulle direttive moscovite:  «L’Internazionale comunista deve trasformarsi in un’associazione di partiti che condividono gli stessi principi di base: PC, socialisti, Verdi e perfino socialdemocratici, fino a rientrare nell’Internazionale socialista!» Il crollo del Muro di Berlino, dopo le manifestazioni anticomuniste sempre più ampie negli Stati baltici, in Polonia e nella RDT, aveva stravolto il significato dell’Operazione, facendo franare il modello di riferimento, ma il piano di cambiamento era stato avviato ed era stato più che opportuno. Al riparo della trasformazione, come rivelarono il 28 giugno 1992 Georges Mink e Jean-Charles Szurek, in Polonia come in Ungheria una parte della vecchia nomenklatura comunista riciclata, con apposite leggi, si impossessarono di ampie fette di patrimonio pubblico. La stampa sovietica aveva rivelato sin dal novembre 1991 l’esistenza di documenti che accreditavano una strategia internazionale di conversione economica, nella quale il PCUS, prima dell’agosto 1991, aveva svolto un ruolo regolatore. A tale scopo Gorbacev, nel marzo 1991, emanò un documento per la creazione di strutture che non avessero legami formali con il Partito, come società per azioni e fondazioni. La conversione politica verso la formula social-democratica era stata dunque avviata dai riformatori di Mosca, Varsavia e Budapest, già da prima del 1989. Sessantasei miliardi di dollari furono illegalmente trasferiti all’Ovest, dal 1987 al 1991, da apparati del PCUS. Questa economia invisibile era stata avviata da Andropov per perpetuare il comunismo internazionale e prevedeva anche accordi con le mafie. Nel frattempo le riserve auree dello Stato sovietico erano crollate da quindici miliardi di dollari nel 1987 a quasi zero nel settembre 1991. Gorbacev chiese al mondo altri trenta miliardi per coprire il suo deficit di bilancio. La somma era passata da trenta miliardi di dollari nel 1985, quando era salito al potere, a più del doppio. Di essa il 75% gravava sulle sole spalle europee, di cui il 10% sulla Francia, subito dopo la Germania (36%), mentre i capitali russi fuggivano all’estero e Mosca distribuiva ancora decine di milioni di dollari ai partiti comunisti di tutto il mondo. Sergei Aristov e Vladimir Dmitriev, due magistrati inquirenti della procura di Mosca, nell’estate 1992 divulgarono una circolare segreta datata 23 agosto 1990, con cui era stato istituito un nucleo segreto di tre branche (informazioni, azione, tesoreria) con altrettante reti nascoste nelle Repubbliche dell’URSS, dell’Europa centrale e probabilmente altrove. Esso doveva entrare in azione solo nel caso in cui fosse caduta l’URSS, e con mezzi finanziari considerevoli. Eltsin, prendendo il posto di Gorbacev, aveva creato problemi  ma non aveva distrutto il nucleo, perché esso aveva non un solo capo ma più di uno, e perché le alte mafie russe vi erano legate. La circolare era intitolata: «Sulle misure d’urgenza da prendere per organizzare le attività commerciali del Partito all’interno e all’estero».  Essa prevedeva che un Segretario avrebbe assicurato la conduzione di un lavoro consistente «nel creare strutture economiche a partire da fondazioni, associazioni, imprese, ecc., per arrivare a un’economia invisibile del Partito». Diceva che «occorre subito mettere in piedi organizzazioni anonime e camuffare i loro legami con il Partito nelle loro attività commerciali, qui e all’estero, tenendo particolarmente conto delle opportunità offerte dalle joint ventures, dai consorzi internazionali, ecc.» Essa chiedeva «di mettere in piedi, con urgenza, una banca controllata dal Comitato centrale, con il diritto per quest’ultima di effettuare operazioni in valuta estera e di investire le sue divise forti nelle imprese internazionali controllate dagli amici del PC». La circolare sottolineava espressamente in uno dei suoi paragrafi che ci saranno «consultazioni» per mantenere la cooperazione economica, una volta completato il ritiro delle forze sovietiche dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria e dalla Germania orientale «e, di conseguenza, creazione di società di consulenza sotto forma di entità legali, ma senza legami diretti con l’apparato...».Tutto ciò fu confermato il 7 dicembre 1991 sulla Komsomolskaia Pravda e nel 1992 dall’economista Lev Timofeev.

Poco prima del golpe vetero comunista, all’inizio dell’estate 1991, Gorbacev ordinò a Gueraščenko, direttore della Gosbank  «di emettere 200 miliardi di rubli e di piazzare subito 52 miliardi su un conto segreto». Contemporaneamente il ministro delle Finanze, Vladimir Orlov, aprì conti segreti e rubli convertibili vennero messi a disposizione, di chi avesse voluto utilizzarli per affari commerciali. Nello stesso periodo diversi milioni di dollari si depositano qua e là nei 2000 conti russi segreti e individuali dei russi a Cipro, dove, dal regime di Andropov in poi, un russo non ha più bisogno di visto per recarvisi.

Tuttavia quando gli inquirenti della Procura Generale di Mosca iniziarono le loro indagini, iniziarono anche le morti sospette. Boris Pugo, ministro dell’Interno, fu suicida con la moglie, apparentemente per aver partecipato al golpe contro Gorbacev. Il maresciallo Akhromeev, grande figura dello stato maggiore generale dell’URSS e del suo complesso militare-industriale, suicida. Georgij Pavlov, suo predecessore alla Tesoreria, dal 1971 al 1983, anche lui suicida. Georgij Lisovolik, uno degli assistenti di Valentin Faline alla direzione del Dipartimento per l’estero dell’apparato comunista, suicida.  Gli osservatori russi stimarono che tra il 1987 e la fine dell’anno 1991 più di 70 miliardi di dollari (l’equivalente del debito estero della Russia) partissero illegalmente verso l’Occidente e siano stati collocati in una dozzina di paesi. In particolare in Svizzera, Spagna, Grecia, Francia, Caraibi, India, America del Sud. Trasferimenti effettuati in dollari, platino, oro, metalli preziosi. Parallelamente, circa 600 imprese sorsero prima del 1992 in Russia e nelle Repubbliche ex-sovietiche, assieme a una dozzina di banche, tutte sospette. Ben cinquemila documenti (tra registrazioni, note, sintesi e corrispondenze) che erano in possesso della procura rimasero inutilizzate per l’incertezza politica, la paura e i blocchi giudiziari, organizzati in nome della democrazia da coloro che fino a ieri servivano il totalitarismo. Tra i documenti figurava la corrispondenza tra Gorbacev e Valentin Faline al quale il primo chiese «di prelevare sul bilancio dello Stato diversi milioni di dollari... per società amiche» il 26 aprile 1990.

La Banca dell’Uzbekistan, secondo il consigliere federale svizzero Jean Ziegler, venne trasferita nel 1991, attraverso la Bulgaria e su ordine della Banca di Stato dell’URSS, con le sue riserve d’oro. Lo stesso anno il Centre Europèen d’Information di Zurigo svolse un’inchiesta su un trasferimento  aereo di 1,6 tonnellate d’oro del Kirghizistan. Il Procuratore generale di Mosca trasmise alle autorità elvetiche una lista di conti sospetti, ma non accadde nulla. Boris Eltsin in persona, dal canto suo, durante un soggiorno in Spagna recuperò qualche centinaio di milioni di dollari illegalmente arrivati nella zona di Barcellona e Madrid.

Quando nell’aprile 1992 Faline comparve davanti a una commissione d’inchiesta, che subito dopo cessò il suo lavoro, si difese sostenendo di aver gestito male i fondi del suo Dipartimento. Precisò che, quando aveva dovuto utilizzare fondi dello Stato invece di quelli del Partito, li aveva compensati «con prelievi in valuta forte» e che altri avevano fatto lo stesso nei sindacati, al Komsomol, all’Accademia delle scienze, in circostanze analoghe. Nell’aprile 1993 vengono depositati 3 milioni di dollari nella Banca di Cipro. Nel 1994 una media di un miliardo di dollari al mese usciva dalla Russia verso l’Occidente illegalmente Diciannove miliardi di dollari dormivano, secondo il Financial Times, su conti bancari esteri, invece di essere reinvestiti in Russia. Nel 2001 si era ancora a 20 miliardi di dollari di fuga di capitali verso l’Occidente.

Le mafie russe hanno partecipato a questo gioco dei trasferimenti, per la semplice ragione che si erano infiltrate fin nel Politburo dell’epoca di Brežnev e in tutti gli ingranaggi amministrativi ed economici della Russia post-sovietica. Il generale Anatoli Oleinikov, incaricato al MVD (ministero dell’Interno) della lotta alla criminalità, dichiarava nella primavera precedente che essa disponeva di 25 miliardi di dollari nelle banche occidentali, di cui un miliardo rubato nelle banche russe.

Certe filiere mafiose in Russia servirono l’«economia invisibile» che erose lo Stato, per loro beneficio personale e per quello dell’apparato comunista, dove alte personalità erano legate alle bratva, cioè le fratellanze, della criminalità organizzata. L’esempio più eclatante di questa commistione tra mafia e PCUS e tra economia legale e illegale fu Gaidar Aliyev, membro del Politburo di Gorbaciov dal 1986 al 1991, e poi signore dell’Azerbaigian ed ex generale del KGB, il quale ebbe forti interessi nel mercato del cotone e del petrolio. Fin qui i dati raccolti da Pierre de Villemarest.

Trent’anni dopo, la sua tesi trova una sorprendente eco nella teoria dei siloviki. I siloviki («uomini della forza») sono gli esponenti delle strutture di sicurezza – ex KGB/FSB, militari, polizia e procure – legati da una forte identità corporativa. Con l’ascesa di Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB e direttore dell’FSB, questi “uomini forti” hanno progressivamente conquistato il centro del potere russo, sostituendo o subordinando gli oligarchi selvaggi degli anni Novanta. La sociologa russa Olga Kryshtanovskaya, insieme a Stephen White, ha coniato il termine “militocrazia” per descrivere questo fenomeno: una significativa presenza di persone con background militare e di sicurezza negli organi di potere (fino al 25-30% dell’élite negli anni 2000). Molti analisti hanno parlato di “neo-KGB State”, un sistema in cui i servizi di sicurezza sono passati da “Stato nello Stato” a fulcro dello Stato stesso. Non tutti gli studiosi accettano una lettura così monolitica. Bettina Renz e altri sottolineano che i siloviki non formano un blocco compatto: esistono fazioni, rivalità e una componente di patronage personale verso Putin piuttosto che un complotto coordinato. La loro influenza è reale ma non assoluta, e va contestualizzata nel sistema di élite russo.

In sintesi, il Piano Andropov rappresenterebbe, nella lettura di de Villemarest, la progettazione della sopravvivenza; i siloviki sotto Putin ne costituirebbero la realizzazione storica. Ciò che negli anni Novanta appariva come un’operazione occulta sarebbe diventato un sistema di potere autoritario, centralizzato e ostile all’Occidente liberale: un capitalismo di Stato gestito da ex apparati di sicurezza. Personalmente ritengo questa lettura del tutto errata: se una eventuale rete di potere sotterranea sussiste ancora e può essere manovrata da Mosca, di certo è stata anche monitorata, infiltrata e utilizzata anche da Londra e Washington. Inoltre, la militocrazia putiniana ha avuto e ha come punto di forza la fine dello sfruttamento delle risorse economiche dello stato a vantaggio di privati o partiti, in patria e all’estero. Definirei i siloviki, sulla cui esistenza concordo pienamente, l’antidoto alla patologia causata dall’ultimo comunismo sovietico nell’apparato statale russo.

Per concludere, è normale porsi una domanda. Il denaro russo illegalmente esportato transitò per l’Italia? Da tempo fa ho acclarato la pista rossa di Capaci e Via d’Amelio, partendo dal fatto che Falcone stava per recarsi a Mosca per indagare su un enorme traffico di droga. Infatti, negli ultimi mesi di vita, come Direttore degli Affari Penali al Ministero di Giustizia, dal 1991 al 1992, si occupò di una pista internazionale sensibile nota come “Oro di Mosca”, sui fondi del PCUS.  Coordinò rogatorie e collaborazione con il procuratore russo Valentin Stepankov, che indagava sui miliardi di dollari di cui abbiamo parlato fino ad ora. Egli ipotizzava che parte di questi fondi potesse essere transitata attraverso canali finanziari occulti, anche legati a strutture mafiose per riciclaggio o investimenti. Falcone aveva contatti diretti con Stepankov, programmava un viaggio a Mosca che non fece mai e stava seguendo flussi di denaro dall’ex URSS. Sarebbe partito tre giorni dopo quello in cui invece morì. Fonti come Claudio Martelli, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti confermarono questo impegno. Questa attività è al centro della pista rossa della sua morte. Andreotti stesso parlò di possibili zampini di residui servizi sovietici.  Con il crollo dell’URSS (1991), la nuova Russia di Boris Eltsin aveva avviato indagini sui fondi del PCUS e della nomenklatura esportati all’estero, anche attraverso paradisi fiscali, come le banche svizzere,  di San Marino e altri canali. Stepankov, nel suo libro Il viaggio di Falcone a Mosca con Francesco Bigazzi, acclarò la pista rossa internazionale di Capaci, legandola all’Operazione Andropov, pur senza nominarla. Lo stesso fece la Nuova Izvestia . Una delegazione italiana della Procura di Roma andò comunque a Mosca, ma l’inchiesta fu archiviata in Italia principalmente come finanziamento illecito ai partiti (reato che si estingueva facilmente o era prescritto) e in Russia perse slancio. L’Attentatuni aveva fatto abbastanza paura. Paolo Borsellino avrebbe poi ereditato parte di queste conoscenze, prima di essere ucciso a via D’Amelio. Questa pista è stata definita “battuta e poi abbandonata”, ma, sebbene senza il riscontro giudiziario, rimane a mio avviso la più persuasiva per la eccezionale dimostrazione di forza profusa a Capaci e Via d’Amelio, del tutto sproporzionata per una vendetta di mafia che si poteva avere facilmente a Roma, visto che Falcone girava senza scorta. Renato Altissimo scrisse che dopo le stragi “nessuno seguì quella pista, che portava ai segreti bancari di San Marino”, all’epoca paragonabile a certi paradisi fiscali, enclave in Italia e con legami finanziari storici con il nostro Paese. Se così fu, evidentemente i fondi sovietici erano stati “ripuliti” tramite investimenti, imprese o canali collegati a strutture mafiose per il riciclaggio vero e proprio. Diversamente Cosa Nostra non avrebbe collaborato all’assassinio dei due magistrati. Ma è evidente che una così grande quantità di denaro, finita nella pancia di grandi banche occidentali, non si era mossa senza che i servizi dell’Occidente se ne fossero accorti, rimanendo inerti perché essa serviva al sistema finanziario. Da qui la loro ombra su Capaci e Via d’Amelio.

 

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