Ci mancava solo che mi ritrovassi tra i personaggi di un libro. O, meglio, potrei essere stato testimone oculare dei fatti su cui è stato costruito un piccolo libro di 100 pagine di Giorgio Guidelli, intitolato “Porto d’armi”, che avevo comprato per i contenuti che prometteva; per il titolo accattivante, e per saperne di più sui rapporti tra le Brigate Rosse e la città di Ancona. Tra le Bierre e la base del Conero, magari.
Guidelli ha lavorato con me al Resto del Carlino di Ancona, siamo andati spesso a pranzo insieme. Ragazzo simpatico, giocherellone, bravo a scrivere ma dall'aria un po' presuntuosa, probabilmente perché qualche caporedattore gli ha dato ampia fiducia. Troppo ampia. Conoscevo già la storia della traversata in mare di Mario Moretti, capo della direzione strategica delle Bierre, con quel famoso natante nel lontano 1979. Ma soltanto dopo aver letto i dossier dei servizi segreti ho cominciato ad attribuire a quel viaggio del Papago dal Conero al Libano una certa importanza. L'articolo da cui è tratto questo volumetto lo avevo letto sul Carlino, quindi non è che mi aspettassi grandi cose. In un paio di giorni ho divorato l’intero libro.
Il giudizio, mi spiace per l’editore Quattroventi, è negativo. Scadente come romanzo, se è un romanzo, inconsistente come inchiesta giornalistica, se è un'inchiesta giornalistica, neanche da prendere in considerazione come saggio storico, perché non lo è di sicuro. Eppure il sottotitolo "Indagine sui rapporti BR-palestinesi" lasciava presagire ben altro.
Lo apri e c'è subito un redattore di un giornale di Ancona che fa la pipì con la porta aperta. Lavora in una redazione che sembra un covo di briganti o di camorristi. Forse di camorristi, come quelli di Gomorra, dei quali l'autore conosce ogni minimo vizio e ne ride neanche tanto bonariamente. Il motivo portante è il tentativo di un giovane giornalista, Paolino, di condurre un'inchiesta importante sulle Brigate rosse, abbandonando la montagna di immondizia di nera che gli passa Fachiri, il capo burbero che va avanti a marchette. Tentativo che alla fine del libro si rivela un sogno, come quello di tanti giornalisti che si avvicinano alla professione ad Ancona: ad esempio i collaboratori che per Guidelli corrono come scemi senza sapere di non contare un cavolo.
Colpa di raccomandazioni, di marchette, e di contatti segreti con i brigatisti, dai quali Paolino era partito per la sua grande intervista nel covo segreto di un professore delle Bierre: Senzani? Toni Negri? Piperno? Più probabilmente si tratta di Massimo Gidoni, psichiatra falconarese e complice di Senzani nel brigatismo degli anni Ottanta. Sono le conoscenze di Bernà a permettere a Paolino di entrare nel mondo del terrorismo di sinistra. Bernà conosce tanti segreti, perché pare sia stato amico dei parenti di Patrizio Peci, il pentito delle Bierre. Sapeva tutto sulla Renault 4 rossa in cui il 9 maggio 1978 fu ritrovato cadavere Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia.
Nel primo capitolo si intravede subito una redazione giornalistica di Ancona. I nomi sono di fantasia. Partito pigramente con la lettura, ho iniziato a pensare che si parlasse del Messaggero di un noto cronista locale di estrema sinistra. Ho detto: ecco, lo sapevo. Ma a un certo punto Guidelli cita un episodio che ho vissuto pure io, tanto da averlo inserito nella mia autobiografia, con un tono totalmente diverso. Sono stato sbalzato dal letto su cui ero comodamente disteso. Allora sono tornato indietro e ho riletto il capitolo dall'inizio.
Eh certo, quella è la redazione del Carlino di Ancona! le descrizioni sono talmente fedeli alla realtà che ho riconosciuto tutti, sia le persone che i posti. Mi si è aperto un mondo. Paolino non sono io per fortuna, come ho temuto per un attimo, ma un noto nerista della zona. In Bernà riconosco lo storico nerista del Carlino Marche che fu colpito nei primi anni 2000 da un ictus. Dico solo una cosa. Ero appena a pagina 20, ma un inizio così mi ha terrorizzato. Procedendo con la lettura, a quel punto con l’ansia di scoprire il seguito, ho riconosciuto altri personaggi. Almeno penso. Arialdi lo si individua per come lavorava con precisione alle pagine e per le polemiche sull'azienda "di merda", Bracchi, il vicedirettore che guadagna tanto e non fa niente, può essere l'RSU di Ancona; Pierani, il vicecaporedattore che vive con la mamma, sembra un noto cronista proveniente dalla Gazzetta di Ancona di Longarini. Forse lo immagino io così. Chissà. Magari sbaglio. Molti di loro, anche perché purtroppo gli anni passano, sono morti: è morto il vecchio nerista Bernà, è morto l'RSU, ed è morto pure Arialdi, colui che si lamentava. Morti veramente, non per finta.
Le sorpresine kinder me le ricordo, ma non so dove le abbia sentite o viste. Ne parlavano i redattori o i poligrafici. Il rito del "taglio della sigaretta" era una buffonata del capo dello sport per far innervosire Bernà: odiava il fumo e lo costringeva con le buone o le cattive a sloggiare con la sigaretta, altrimenti gliel'avrebbe rotta. E Bernà stressato per il carico di lavoro, soprattutto quando mancava il capo Fachiri e toccava a lui organizzare il "timone" del giornale, andava su tutte le furie. Era una scenetta divertente. Paolino arrivava e rincarava la dose prendendolo in giro. Un asilo nido. Ma non mi pareva certo il segno che si fosse in un covo brigatista. Almeno nei primi anni duemila.
Guidelli racconta la redazione del Carlino degli anni duemila-2001-2002, quindi li conosco tutti. La "perfida Natalini" sembrerebbe una nota cronista politica. Claudia, fidanzata di Paolino, pare identificabile nell'ex moglie del sindaco di Ancona. Sarebbe, in quest’ultimo caso, l'unica citata col suo vero nome. Non riconosco il capo ufficio Rabeschini di origine toscana. La stanza "in stile vecchio signore" con parquet, in cui Rabeschini faceva "Goebbels", e soprattutto con le foto in bianco e nero di Trifogli (l’ex sindaco di Ancona del partito della DC), che se avessi visto mi avrebbero colpito, potrebbe essere al piano di sopra di quella redazione, in cui non sono mai salito. Ma magari è una parte inventata o romanzata.
I miei ricordi ormai sono un po' sbiaditi, ma sto recuperando tutto. Visto che la storia del Papago però è autentica, io penso che anche la redazione ombra sia esistita. Secondo Guidelli, Bernà dice a Paolino che sopra c'era l'ufficio legale, mentre Bracchi, ossia il rappresentante RSU, la cita perché ci lavorava il capo. Paolino nel corso del libro intervista un professore delle Bierre, che come detto potrebbe essere Massimo Gidoni, e - deduco io con le mie conoscenze approfondite - viene praticamente ricostruito l'episodio del 1979 per cui fu incriminato Luciano Biliotti: la polizia aveva individuato da una chiamata anonima il Papago con sopra Moretti, ma l'antiterrorismo dei carabinieri bloccò tutto dicendo che ci lavoravano già loro. La cosa uscì sul Carlino e Biliotti fu indagato dalla magistratura per rivelazione di notizie riservate, ma questo Guidelli se lo dimentica. Pare che Biliotti per sapere le cose in anticipo fosse in contatto con elementi del Sismi.
Si intravede una collusione Sismi-BR. E’ una rivelazione, questa dell’amicizia di un professore delle Bierre con i carabinieri e gli americani, che è stata pubblicata anche dal più famoso giornalista Michele Santoro, nel suo programma “M”, andato in onda nella primavera del 2018. Sul monte Conero secondo le voci da me raccolte esiste da tempo una base del Centro Intelligence Interforze, che anni fa apparteneva al Sismi. Chi finiva lì sopra, anche per il semplice servizio militare, firmava il NOS, nullaosta di segretezza della NATO. Luciano Biliotti morì di infarto molto tempo fa. Mi hanno raccontato che lo trovarono morto da solo in casa. E da quel giorno ho paura che la mia sorte sarà la stessa. Il capo dello sport, quello del "taglio della sigaretta" non c'è più dal 2015. Ed è mancato in quel periodo anche un simpatico fotografo della redazione, poi anche l'altro più anziano che assomigliava a Doc del film Ritorno al Futuro, infatti lo chiamavo così.
Diciamo che, da una parte, mi aspettavo qualcosa di grave, perché penso di essere stato molto ingenuo ad accettare di lavorare per il Carlino con una retribuzione così scadente. Non per caso ho sporto una denuncia ai Carabinieri (ma anche alla Polizia di Stato per par condicio) non appena ho avuto la certezza che qualcosa di illegale c'era nei miei documenti. L'ho fatto nell'interesse di tutti, non per me, e avevo promesso di indagare già all'epoca, quando i sindacalisti cercavano di usare la bassa retribuzione contro di me per delegittimare i miei articoli. Fu una brutta sensazione. E’ possibile che la piaga dei pochi euro a pezzo, che in questi anni si sta allargando a macchia d’olio a tanti altri quotidiani, sia nata proprio all'epoca, e ad Ancona per quelle cifre ridicole veniva richiesto, di fatto, di lavorare da impiegati full time; o ti veniva fatto comprendere con velate minacce che per fare carriera si dovesse offrire disponibilità per lavorare a tempo pieno. Ed è questa la ragione della mia denuncia penale. Mio padre, che è morto per una strana malattia, era il primo a protestare per un simile andazzo. Della mia denuncia voi sapete qualcosa? Io no. E' scomparsa nel triangolo delle Bermude. Magari riaffiorerà quando tra qualche anno il giornalismo italiano sarà diventato ufficialmente lo sportello informazioni del Ministero della Cultura.
Il fatto, poi, che il vero Paolino utilizzasse un canale riservato della polizia, per conoscere in anticipo i fatti di cronaca nera, lo denuncio, inutilmente, da più di un decennio. Mi viene sempre risposto da politici locali e giornalisti di alto livello che tutti ne erano a conoscenza. Una prassi consolidata, insomma. E questo basta a rendere un simile azzardo non punibile? Quando ero adolescente giocavo con il figlio di un ispettore di polizia di Roma con la ricetrasmittente della sua macchina privata. Un normale cb, o un baracchino, come lo chiamano a Roma. Gli chiesi perché non usassimo la radio di servizio del padre, e lui mi disse che nessuno avrebbe potuto, che era un reato grave. E che saremmo stati identificati in pochi secondi. La centrale della polizia avrebbe captato l’intrusione e sarebbe venuta a cercarci.
E allora mi sono chiesto: come ha fatto Paolino ad agire indisturbato? Tutta la polizia di Ancona era d’accordo con lui? E, se fosse così, a quale scopo? Non lo sa la questura di Ancona che erano proprio le Brigate Rosse ad avere questa caratteristica di utilizzare le ricetrasmittenti per intercettare le conversazioni della polizia? E che era una prerogativa pure delle spie del KGB? Basterebbe guardare qualche film sul terrorismo degli anni Settanta. L'ultimo che mi viene in mente è: La prima linea, del 2009 con Scamarcio nel ruolo di protagonista, regia di Renato De Maria. Un giorno Paolino era assente dalla redazione. E' un ricordo mio personale che non c'entra nulla con il libro. O forse c'entra, non lo so. Fachiri mi chiese di mettermi nella "stanza della radio" con un taccuino e di annotare ogni notizia che avessi sentito. C'era una voce di donna che chiamava le volanti per rapine in vie o piazze. Io scrivevo, poi relazionavo al capo. Le indicazioni erano che avrei dovuto poi verificare le voci telefonando a un certo "Lorenzo". Vado a memoria. Il numero che composi credo fosse della questura di Ancona. Lorenzo mi raccontava cosa era successo. E io annotavo e relazionavo, per poi scrivere un pezzo.
Un altro giorno bussarono alla porta della redazione. Ero là vicino perché mi servivano delle fotocopie e le potevo fare tranquillamente nella saletta dei poligrafici. Andai ad aprire. Mi si presentò davanti una donna giovane vestita con giacca jeans blu, con capelli neri legati dietro a coda di cavallo. Credo di ricordare che mi mostrò un foglio. Disse che erano della polizia giudiziaria. Dietro vedevo degli uomini in borghese. Avevano un mandato di perquisizione contro Paolino. Li feci entrare e li portai verso la sua stanza. Tutti i giornalisti corsero a chiudersi nella parte opposta dell'appartamento. La redazione era situata in un antico palazzo del centro di Ancona, vicino al porto. Fachiri era disperato e si attaccava al telefono: "E' una vergogna, questo è fascismo!" Un altro aveva le mani nei capelli e ripeteva: "oddio la radio!"
La cosa in realtà non ebbe seguito, che io sappia. Né qualcuno si preoccupò della radio della polizia. Eppure era lì a cinguettare un attimo prima. Che razza di perquisizione era stata quella? La causa di tutto ciò pare fosse la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di un'indagine. Anche su quello sapevo o credo di sapere i retroscena. Non sono sicuro che i due fatti siano collegati, è una riflessione che avevo fatto all'epoca quindi penso sia un ricordo affidabile. Paolino il giorno prima o due giorni prima era nella sua stanza. Io scrivevo nel computer di fianco. Ero sempre lì in redazione anche se il mio contratto prevedeva una semplice collaborazione esterna. Arrivò un ragazzo vestito mi pare anche lui con una giacchetta jeans o di pelle. Aveva i capelli lunghi, questo dettaglio me lo ricordo meglio. Si sedette dietro Paolino, il quale invece era seduto al computer e scriveva qualcosa sotto dettatura. Prima che il "capellone" entrasse mi aveva detto, con il suo fare a volte un po' maleducato: "Adesso arriva uno, tu fatti i cazzi tuoi". Questi atteggiamenti a un certo punto cominciarono a stufarmi. Fare esperienza va bene, essere uno zerbino no di certo. Oggi avrei mandato tranquillamente Paolino a quel paese.
Almeno, grazie a Giorgio Guidelli, qualcosa comincia a emergere: il suo libro mi ha dato la conferma che sono stato testimone di fatti di una certa rilevanza. Se contenesse una condanna del giornalismo anconetano, “Porto d’armi” avrebbe tutta la mia approvazione. Però non mi sembra che le cose stiano così. Nelle conclusioni l'autore svela al lettore che Fachiri è un vecchio capo del Carlino, e che con la nuova gestione - il libro è del 2012 - sono diventati tutti dei fenomeni. Ma allora a cosa serviva creare dei nomi di fantasia. Sembra più che altro una delle tante faide interne per fare carriera all'interno del giornale.
Se c'è qualche collegamento tra i miei ex colleghi e le Brigate Rosse c'è solo da vergognarsi, e non certo costruire romanzi. Ma fa parte della confusione che regna nel giornalismo più recente nel giudicare quel terrorismo. Penso che Guidelli sia stato molto ingenuo nell'avvicinarsi a un simile argomento - che lui non ha vissuto, essendo più giovane di me - con troppa leggerezza. Massimo Gidoni - se è lui il professore di cui parla "Porto d'armi" - fu condannato per la morte orrenda fatta fare al fratello di Peci. E non solo per quello. Sarebbe stato molto più utile fare nomi e cognomi, e soprattutto scrivere una buona storia delle Bierre marchigiane. Qui se ne vede appena l'ombra, anche se qualche dettaglio emerso da quell'intervista di Paolino può essere utile per futuri lavori storici, tant’è che nella mia “indagine impossibile” ne avevo consigliato la lettura. Lavori storici che non siano, però, di questo genere.

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