mercoledì 23 settembre 2026

Una minaccia libica nelle stragi di Ustica e Bologna?

 


Tra i documenti desegretati dalla CIA statunitense, l'agenzia di spionaggio di Langley, è significativo il dossier CIA-RDP90T00114R000800810001-1. 

Nel carteggio si legge di ripetute e ravvicinate operazioni terroristiche avvenute in Italia nei primi mesi del 1980 a favore di Gheddafi, con evidenti complicità dei servizi segreti italiani. Questi micro-attentati avvennero a pochi giorni dalla tragedia del DC-9, caduto a Ustica la sera del 27 giugno del 1980 con 81 vittime, e la strage della bomba di Bologna del 2 agosto 1980, con 85 vittime e 200 feriti. 

Nella scia di sangue che nel 1980 bagnò l'Italia per mano dei servizi segreti libici con la complicità del SISMI, il quale con la Libia aveva siglato il Lodo Moro, vi è anche un documento molto importante proveniente dall'archivio del quotidiano La Stampa. E' del 13 giugno 1980. I dissidenti libici, ovvero le vittime della mattanza che quell'anno si stava compiendo in Italia, cercavano collaborazione attraverso una denuncia inviata all'agenzia Ansa. I fuggiaschi avvisavano gli italiani che Gheddafi non era affatto un rivoluzionario anti-imperialista bensì un dittatore capitalista che acquistava tramite i suoi mediatori finanziari quote azionarie in giro per l'Italia e l'Europa. 

E' in questo clima incandescente che vanno inquadrati i due attentati di quello stesso anno contro i cittadini italiani. Fu una minaccia di Gheddafi? Fu una reazione americana al dilagare di violenza terroristica tollerata dal SISMI? 

Quasi contemporaneamente Gheddafi rispose ai dissidenti in uno dei suoi discorsi, pubblicato dal quotidiano La Stampa il 12 giugno del 1980. Dichiarò cessata la guerra contro i suoi nemici all'estero, ma anche che questa sarebbe proseguita qualora fosse stata scoperta dai "comitati rivoluzionari" una complicità di qualche libico con gli americani, israeliani ed egiziani. I "comitati rivoluzionari" operavano all'estero e secondo il Colonnello libico agivano in modo indipendente. Chiunque cooperi con "queste tre parti è considerato responsabile del peccato più grande". Affermò in un articolo sempre della Stampa del 13 giugno 1980. 


C'è da precisare che non tutte le istituzioni italiane erano al servizio di Gheddafi. La Farnesina e il Viminale in uno studio sempre del giugno 1980 avevano stimato in 1500 i libici fuggiti in Italia perché contrari al regime di Gheddafi, e di questi ben 400 erano i più esposti ad attentati. La Polizia di Stato italiana non era in grado di proteggerli tutti, avrebbe potuto soltanto seguirne "discretamente" i più in vista per cercare di prevederne le mosse. Era questo il contenuto di un articolo a firma di Giuseppe Zaccaria uscito su La Stampa dell'8 giugno 1980. Sempre stando alle indagini di polizia e ai resoconti di questo cronista, i "comitati rivoluzionari" libici erano stanziati da molto tempo in Italia ed erano composti da studenti con regolare passaporto. C'era stato anche un arresto l'11 giugno: Abdul Nab Shouti di 25 anni, il quale con la scusa di andare a trovare un suo amico aveva tentato di "giustiziarlo" in nome di Gheddafi.

Non era la prima volta nella storia dei rapporti Italia-Libia che Polizia di Stato e SISMI si trovavano l'uno contro l'altro: il SISMI impegnato a chiudere gli occhi se non a favorire i delitti di Gheddafi, la Polizia a svolgere il proprio dovere contro tutti i criminali indistintamente. Era avvenuta qualcosa del genere durante l'operazione "Principe Nero" del 1970, allorché Gheddafi fu protetto dal SISMI e dalla mafia siciliana da una contro-rivoluzione lanciata dai parenti del deposto re filo-americano Idris.

martedì 22 settembre 2026

Libia, KGB e terrorismo negli anni di piombo

                                            Un fucile AK-9 Assault rifle, foto di Macaque123

Rapporto CIA-RDP90T00155R000200010009-2

27 maggio 1981

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Il ruolo degli alleati, associati e clienti sovietici

37. I sovietici si affidano fortemente agli intermediari nei loro sforzi per promuovere la rivoluzione, in particolare nel Terzo Mondo. I più importanti sono i cubani, i palestinesi e i libici. Lo Yemen del Sud fornisce campi e addestramento alle forze rivoluzionarie dirette contro i regimi arabi conservatori e altri governi. Ci sono altri canali, tra cui Vietnam, Corea del Nord, Siria e Algeria, che in un momento o nell'altro hanno convogliato armi e/o fondi sovietici agli autori di violenze rivoluzionarie

38. Mosca esercita diversi gradi di controllo e influenza sui suoi alleati e amici, a seconda in parte dell'obiettivo e della regione delle attività. In Africa, ad esempio, sebbene i cubani abbiano alcuni obiettivi propri, seguono sostanzialmente le direttive sovietiche. Cuba ha invece maggiore margine di manovra in America Latina e sostiene alcuni rivoluzionari latinoamericani di propria iniziativa e a propria discrezione. Allo stesso modo, è probabile che le attività terroristiche in Libia siano orchestrate su iniziativa dello stesso Gheddafi. I sovietici ricevono ingenti flussi di valuta pregiata dalle vendite di armi alla Libia, e diversi interessi sovietici nel promuovere l'instabilità vengono soddisfatti quando Gheddafi trasferisce fondi e armi sovietiche alle forze rivoluzionarie in Africa, Medio Oriente o altrove

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44. Libia. La Libia è un importante e diretto sostenitore del terrorismo internazionale e ha acquistato grandi quantità di armi dall'URSS. Sebbene la Libia non sia controllata dall'URSS, gli obiettivi a breve termine libici e sovietici sono stati spesso complementari. Poiché l'attuale relazione avvantaggia l'URSS in diversi modi, è altamente improbabile che Mosca cerchi di fare pressione sulla Libia affinché ritiri il suo sostegno ai terroristi.

45. Sebbene le entrate petrolifere della Libia le consentano di acquistare armi e aiuti allo sviluppo in modo capillare, ha speso molto nel blocco sovietico. Attualmente, in Libia sono presenti oltre 1.000 tecnici civili sovietici e 24.000 provenienti dall'Europa orientale. Quasi 1.700 consiglieri militari del blocco sono attivi in ​​ogni ramo delle forze armate libiche. I sovietici hanno venduto alla Libia quantità di armamenti di gran lunga superiori alla capacità delle sole forze libiche di utilizzarli. Mosca non ha posto restrizioni al trasferimento di equipaggiamento, principalmente armi leggere, da parte dei libici a terzi.

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Medio Oriente

1. Il Medio Oriente è un crogiolo di violenza rivoluzionaria e terrorismo internazionale. Il terrorismo ha assunto diverse forme in questa regione, tra cui l'attività insurrezionale contro il Marocco, il separatismo-irredentismo nei casi dei palestinesi e dei curdi, il nichilismo nelle occasionali incursioni dell'Armata Rossa giapponese e il terrorismo di Stato da parte di paesi come Libia, Iraq, Iran e Siria.

2. Il comportamento sovietico ha un impatto particolarmente forte sull'attività terroristica internazionale in Medio Oriente a causa delle strette relazioni dell'URSS con la Libia, un noto sostenitore del terrorismo internazionale; con lo Yemen del Sud, che sostiene e assiste nell'addestramento di membri di numerosi gruppi guerriglieri/terroristici; e con vari gruppi palestinesi, che sono stati coinvolti in alcune delle operazioni terroristiche più spettacolari dell'ultimo decennio.

3. I sovietici forniscono assistenza, inclusi addestramento e supporto bellico, a stati e organizzazioni che sanno condurre o sostenere attività terroristiche. I sovietici stessi, tuttavia, non dirigono questi gruppi, né incoraggiano specifiche operazioni terroristiche. In alcuni casi, hanno sconsigliato ai loro amici e alleati l'uso di tali tattiche, pur avendone acconsentito all'utilizzo.

Libia

4. Negli ultimi anni, l'URSS e la Libia hanno sviluppato una relazione basata in gran parte sulla capacità e la volontà della Libia di pagare in valuta pregiata le grandi quantità di armi che riceve dall'URSS. Sebbene le ideologie e gli obiettivi a lungo termine delle due nazioni rimangano incompatibili sotto molti aspetti, condividono una serie di obiettivi, come l'indebolimento del presidente egiziano Sadat e la promozione di alcuni elementi radicali e anti-occidentali in Medio Oriente e in Africa. Le due nazioni seguono spesso politiche complementari nella regione.

5. La Libia, lo stato più attivo nella regione nel sostenere gruppi terroristici internazionali, aveva supportato attività terroristiche ben prima del significativo miglioramento delle sue relazioni con l'URSS a metà degli anni '70. I sovietici lo sapevano indubbiamente e sapevano che alcune delle armi che vendevano a Gheddafi sarebbero state deviate per scopi terroristici.

6. Per quanto ne sappiamo, i sovietici non hanno cercato di impedire a Gheddafi di sostenere attività terroristiche. Gheddafi probabilmente non risponderebbe a nessuna richiesta di non trasferire le loro armi a gruppi terroristici internazionali, e i sovietici probabilmente continueranno ad accettare le sue attività a meno che tale terrorismo sostenuto dalla Libia non provochi controreazioni che potrebbero mettere in pericolo i loro investimenti o interessi in Libia e nella regione.

Yemen del Sud

7. Durante gli anni '70 l'URSS ha sviluppato una relazione sempre più stretta con lo Yemen del Sud. I due paesi, sebbene spesso in disaccordo sulle tattiche, condividono l'impegno a sostenere gruppi di sinistra e dissidenti nella penisola arabica e altrove.

Gruppi palestinesi

9. I sovietici hanno a lungo fornito supporto politico e materiale all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), un'organizzazione ombrello che rappresenta molti gruppi palestinesi, tra cui diversi che si impegnano in attività terroristiche. Molti di questi gruppi a loro volta forniscono addestramento e assistenza ad altri gruppi, sia in Medio Oriente che altrove, che si impegnano nel terrorismo.

Complicità italiana negli affari sporchi di Gheddafi

Durante una cena ufficiale in onore del Presidente Tito, offerta dal Presidente Muammar Gheddafi al Palazzo del Popolo di Tripoli, il 25 febbraio 1970.

Rapporto CIA-RDP85T00287R000800020001-3

24 maggio 1983

Relazioni libico-italiane: il legame di Gheddafi con l'Europa occidentale

Sommario

Una serie di fattori politici, economici e storici hanno creato una "relazione speciale" tra Libia e Italia. Entrambi i paesi considerano le relazioni di cooperazione naturali e normali, e i legami bilaterali hanno continuato a svilupparsi nei 14 anni trascorsi da quando Gheddafi ha preso il potere in Libia. Riteniamo che le relazioni libico-italiane probabilmente rimarranno di cooperazione, nonostante le periodiche tensioni causate dal comportamento imprevedibile e talvolta oltraggioso di Gheddafi. Attraverso una combinazione di minacce e lusinghe, il leader libico è riuscito a forgiare legami con l'Italia che probabilmente sopravvivranno anche ai suoi periodi più difficili di isolamento internazionale

A Roma è aumentata la preoccupazione per la capacità della Libia di minacciare gli interessi italiani attraverso mezzi militari e politici, e crediamo che Gheddafi sfrutti queste paure nei suoi tentativi di intimidire gli italiani. Gheddafi ha cercato di usare i legami con l'Italia per rafforzare la forza economica e militare libica e per aumentare l'influenza complessiva della Libia nell'Europa occidentale. Data la sua esperienza passata nei rapporti con l'Italia, dove l'omicidio di oppositori del regime in esilio da parte di assassini libici ha avuto un effetto relativamente scarso sulle relazioni bilaterali, Gheddafi probabilmente crede che la sua libertà d'azione sia maggiore in Italia che in qualsiasi altro paese occidentale. Crediamo che tenterà di sfruttare questo vantaggio ovunque possibile.

Il commercio è sempre stato un elemento importante delle relazioni libico-italiane, con la Libia che fornisce petrolio e un mercato di esportazione attraente per l'Italia. I funzionari italiani, tuttavia, tendono a esagerare l'importanza dei legami commerciali quando giustificano gli sforzi di Roma per mantenere normali relazioni con il regime di Gheddafi. L'attuale eccesso di offerta di petrolio e la conseguente carenza di liquidità in Libia probabilmente ridurranno l'importanza delle relazioni economiche nel breve termine, soprattutto fino a quando non verrà saldato un considerevole debito libico nei confronti di diverse società italiane. Le prospettive a lungo termine per solide relazioni commerciali sono comunque buone, in parte grazie al coinvolgimento italiano che si estenderà fino agli anni '90 e oltre.

coinvolgimento nello sviluppo dei giacimenti petroliferi offshore libici

Uno degli obiettivi di Gheddafi nel perseguire le relazioni con l'Italia è quello di diminuire l'influenza americana e allontanare l'Italia e il resto dell'Europa occidentale dagli Stati Uniti. Sebbene i suoi sforzi finora siano stati notevolmente infruttuosi, continueranno, soprattutto con l'avvicinarsi del dispiegamento di missili da crociera statunitensi in Sicilia. Gli italiani, preoccupati per una possibile reazione libica alle mosse statunitensi nel Mediterraneo, continueranno quasi certamente a spingere per maggiori consultazioni con gli Stati Uniti sulla Libia. Probabilmente si rifiuteranno anche di aderire a qualsiasi sanzione contro il regime di Gheddafi, a meno che l'Italia o i suoi cittadini non siano direttamente minacciati dalle azioni libiche.

Di tutti i paesi dell'alleanza occidentale, nessuno ha legami più stretti con la Libia dell'Italia. La vicinanza geografica secoli fa ha unito i due paesi come naturali partner commerciali, ma la presenza coloniale italiana nella prima metà di questo secolo ha conferito alla relazione qualità uniche che si sono protratte fino ai giorni nostri. Gli italiani sono sempre stati diffidenti nei confronti di Mu'ammar Gheddafi, ma hanno continuato a trattare con l'imprevedibile leader libico come prassi consolidata. Le relazioni commerciali sono fiorite, nonostante alcuni problemi, negli anni successivi alla presa del potere di Gheddafi nel 1969, con la Libia che ha fornito sia un mercato di esportazione allettante per le principali industrie italiane, sia una fonte di petrolio per soddisfare parte del fabbisogno energetico dell'Italia. L'economia è al centro della relazione, ma gli aspetti politici e di sicurezza hanno acquisito maggiore importanza negli ultimi anni, poiché le politiche radicali e talvolta aggressive del regime di Gheddafi hanno acuito le tensioni.

Riteniamo che Gheddafi utilizzi sia la leva positiva che quella negativa nei suoi rapporti con l'Italia, seguendo uno schema di intimidazione deliberato e costante. Il leader libico ha da tempo dimostrato una propensione per le prepotenze verbali e ha scoperto che tali tattiche sono talvolta utili per raggiungere i suoi obiettivi. I libici hanno commesso atti oltraggiosi in Italia con scarsi danni complessivi alle relazioni; Gheddafi, letteralmente, l'ha fatta franca con omicidi sul suolo italiano.

A nostro giudizio, gli italiani tracciano un limite oltre il quale le azioni di Gheddafi diventano inaccettabili, ad esempio, se cittadini italiani o diplomatici occidentali a Roma vengono minacciati fisicamente. Tuttavia, la complessa natura del rapporto tra Roma e Tripoli determina un livello di tolleranza nei confronti di Gheddafi significativamente superiore a quello di altre nazioni occidentali. Riteniamo che la disponibilità italiana a ignorare gran parte del comportamento problematico di Gheddafi e la suscettibilità dell'Italia a varie forme di pressione libica abbiano incoraggiato il leader libico ad adottare un approccio di "bastone e carota" nei confronti dell'Italia, perseguendo i suoi obiettivi principali di sviluppo dell'economia libica, acquisizione di influenza in Europa occidentale, indebolimento delle relazioni italiane con gli Stati Uniti e rafforzamento della potenza militare della Libia.

Negli ultimi anni, i funzionari italiani sono diventati sempre più preoccupati per la capacità della Libia di minacciare la sicurezza dell'Italia, soprattutto dopo l'incidente del Golfo della Sirte del 1981, quando aerei libici e statunitensi si scontrarono brevemente. Anche le probabili incursioni libiche nello spazio aereo italiano, una vicino alla base NATO di Comiso nell'agosto del 1982, hanno allarmato i funzionari italiani. L'aumento delle forze armate libiche, la capacità di Gheddafi di minacciare migliaia di lavoratori italiani che vivono in Libia e i timori di Roma di un aumento degli sforzi libici per acquistare influenza in Italia si sono combinati per produrre quella che alcuni italiani chiamano "la minaccia da sud".

Partner commerciali naturali

La geografia ha a lungo reso il commercio un aspetto centrale e duraturo delle relazioni libico-italiane. La "penetrazione economica pacifica" della Libia iniziò poco dopo la riemersione dell'Italia come stato unito alla fine del XIX secolo, diversi decenni prima che la piena colonizzazione italiana fosse completata nel 1931. Negli anni '70, il crescente fabbisogno petrolifero dell'Italia, unito al desiderio della Libia di un rapido sviluppo, produsse scambi commerciali su larga scala tra i due paesi.

Questa relazione commerciale è spesso citata dai funzionari italiani come fattore nella loro incapacità di adottare una linea più dura con il regime di Gheddafi. L'ambasciata statunitense a Roma ha recentemente osservato che anche i libici sottolineano questo tema, proclamando a gran voce che miliardi di dollari per l'Italia sono in gioco in questa relazione. I dati commerciali aggregati, tuttavia, indicano che l'importanza del commercio complessivo è esagerata dalla parte italiana (vedi tabella). Il mercato libico rappresentava solo il tre percento delle esportazioni totali italiane nel 1982 e, con le sue entrate petrolifere in calo almeno nel breve periodo, la Libia è diventata meno attraente per alcuni esportatori italiani.

In alcune aree commerciali, tuttavia, la Libia è sproporzionatamente importante per molte aziende italiane, fornendo vantaggi che Gheddafi ha sfruttato rapidamente. L'anno scorso, ad esempio, quando il debito in sospeso della Libia nei confronti delle aziende italiane ha raggiunto 1 miliardo di dollari, l'ambasciata statunitense ha riferito che gli italiani decisero di accettare le argomentazioni libiche che sottolineavano la necessità di maggiori acquisti di petrolio per consentire alla Libia di onorare i pagamenti in sospeso. I due paesi conclusero un "accordo tecnico" che obbligava la Compagnia Energetica Statale Italiana (ENI) ad aumentare i suoi acquisti di greggio libico, dopo che gli italiani si ritirarono da una posizione iniziale che avrebbe costretto Gheddafi ad attingere alle riserve estere libiche per onorare gli obblighi. Il vice leader libico Abd al-Salam Jallud, che negoziò l'accordo, poté esigere il rispetto da parte dell'Italia perché un'ampia percentuale delle aziende coinvolte non era coperta da assicurazione e numerosi piccoli e medi esportatori italiani si trovavano in gravi difficoltà finanziarie.

In seguito all'accordo, le esportazioni libiche verso l'Italia aumentarono da 421 milioni di dollari nel secondo trimestre del 1982 a 766 milioni di dollari nel quarto trimestre, e il debito apparentemente iniziò ad essere ripagato.

Relazioni commerciali militari

La Libia ha rappresentato un mercato redditizio per i produttori di armi italiani. Gli accordi sulle armi conclusi a metà degli anni '70, quando i trasferimenti di materiale militare raggiunsero un livello di diverse centinaia di milioni di dollari all'anno, vengono onorati e le negoziazioni per futuri contratti continuano. L'ambasciata statunitense riferisce di non essere a conoscenza di nuovi contratti firmati dal 1981.

Nonostante le preoccupazioni degli Stati Uniti riguardo al potenziamento delle capacità libiche, in passato gli italiani hanno costantemente giustificato il loro rapporto di fornitura di armi con la Libia sostenendo che offriva un'alternativa ai sovietici, forniva ulteriore leva al "moderato" Gheddafi ed era importante per l'industria italiana.

Gheddafi ha approfittato della disponibilità italiana a fornire armi per acquisire una varietà di armamenti, tra cui aerei da addestramento/attacco leggero SF-260 (utilizzati in Ciad), quattro motovedette lanciamissili "classe Wadi", obici semoventi da 155 mm, aerei da trasporto G-222 e 20 elicotteri CH-47 Chinook. I libici, tuttavia, probabilmente incontreranno resistenza nel considerare nuovi contratti fino a quando i loro problemi di pagamento non saranno ulteriormente risolti.

[parte censurata, ndr]

I libici non sono stati in grado di ottenere un significativo aiuto italiano per il loro programma di energia nucleare. Diffidenti nei confronti delle motivazioni di Gheddafi, gli italiani hanno evitato attività di cooperazione nel campo nucleare, ma i tentativi libici di promuoverle continueranno senza dubbio. 

Sviluppo petrolifero: ulteriori incentivi libici

Lo sviluppo e lo sfruttamento del settore petrolifero libico è un altro ambito che ha intrecciato i due Paesi. Già nel maggio del 1971, Jallud promuoveva i vantaggi di una cooperazione italo-libica diretta nel settore petrolifero. Riteniamo che la combinazione tra la necessità della Libia di tecnologia occidentale e l'interesse dell'Italia a ottenere un sostanziale ritorno sull'investimento produrrà un rapporto di cooperazione in questo settore per il prossimo futuro.

Il coinvolgimento nello sviluppo dei giacimenti petroliferi offshore libici rappresenta un incentivo significativo per l'Italia a mantenere buoni rapporti con il regime libico. Nel 1977 la compagnia petrolifera italiana AGIP, la componente esplorativa dell'ENI che detiene una piccola concessione onshore in Libia, ha scoperto diversi enormi giacimenti petroliferi nelle acque a nord-ovest di Tripoli, che potrebbero contenere riserve recuperabili di 5 miliardi di barili o più di petrolio. In cambio dello sviluppo e dello sfruttamento di quest'area, AGIP riceverà il 19% della produzione futura in base all'accordo con la Compagnia petrolifera nazionale libica Nel 1982, un contratto di costruzione fu assegnato alla filiale di ingegneria dell'ENI, Snam-progetti, per una piattaforma da 30 pozzi e 150.000 barili al giorno (b/d) in una delle aree offshore, il giacimento petrolifero di Bouri. La produzione iniziale è prevista a 75.000 b/d entro il 1986, e quattro piattaforme aggiuntive e un programma di iniezione di gas pianificato per gli anni successivi potrebbero portare la produzione di Bouri a oltre 600.000 b/d. A questo ritmo, la quota azionaria italiana ammonterebbe a oltre 100.000 b/d. Altri giacimenti potrebbero essere sviluppati negli anni successivi, offrendo all'Italia quote ancora maggiori di produzione e contratti di costruzione. Con le scoperte di gas offshore adiacenti, alcuni funzionari energetici italiani stanno anche prendendo in considerazione le importazioni di gas, possibilmente attraverso un collegamento al gasdotto transmediterraneo dall'Algeria alla Sicilia.

Le aziende italiane sono inoltre coinvolte nel crescente settore petrolchimico libico. I resoconti della stampa indicano che la maggior parte del lavoro presso il complesso petrolchimico di Ras Lanouf è svolto da aziende italiane, tra cui una raffineria da 220.000 barili al giorno in costruzione da parte dell'azienda Saipem al costo di 40 milioni di dollari. Sono state annunciate le offerte per importanti nuovi impianti di ammoniaca e urea da costruire a Sirte e le aziende italiane sono in competizione per questi contratti.

Nel settore petrolifero, riteniamo che continuerà a esistere una situazione di reciproco vantaggio tra Libia e Italia. Gheddafi probabilmente non espellerebbe i lavoratori e i tecnici petroliferi italiani perché la Libia ha bisogno della loro esperienza, soprattutto nello sviluppo offshore. Allo stesso tempo, tuttavia, gli italiani hanno un interesse sostanziale a mantenere relazioni di cooperazione a lungo termine, poiché le operazioni offshore si estenderanno fino agli anni '90 e oltre. Sono coinvolti miliardi di dollari, così come una fonte potenzialmente sostanziale per soddisfare parte del futuro fabbisogno petrolifero dell'Italia.

Leva negativa: la preoccupazione italiana e la vendetta di Gheddafi

Anche i governi italiani cercano di mantenere un rapporto il più normale possibile con Gheddafi per ragioni che hanno poco a che fare con interessi commerciali. Come ha detto un funzionario del Ministero degli Affari Esteri italiano all'ambasciata statunitense, l'Italia deve riconoscere che ci sono "vantaggi negativi" nel trattare con Gheddafi, che consistono nell'impedire al leader libico di commettere atti dannosi per l'Italia che potrebbe perseguire se le relazioni si deteriorassero. Gheddafi ha la capacità di minacciare l'Italia e i suoi interessi in diversi modi e non ha esitato a sfruttare la sua posizione di "minaccia dal Sud".

Crediamo che Gheddafi probabilmente tragga particolare soddisfazione dai suoi sforzi per intimidire gli italiani a causa dell'esperienza della Libia sotto il dominio coloniale italiano. La pacificazione fu un processo brutale in Libia, dove bombardamenti indiscriminati, gas mostarda e campi di concentramento furono tra i metodi impiegati dagli italiani per sottomettere una popolazione determinata. Alla fine, gli italiani uccisero o furono indirettamente responsabili della morte di metà della popolazione libica. Inoltre, il background personale di Gheddafi è un fattore: suo padre era un nomade beduino che, secondo quanto riferito, fu un eroe nella battaglia di Qasr bu hadi del 1915 contro gli italiani, e la sua tribù non si unì mai alle fila delle tribù "sottomesse" ed è ancora considerata fortemente nazionalista e simbolo dell'anticolonialismo

La retorica del leader libico spesso richiama il passato colonialista dell'Italia. A volte si è riferito ai funzionari italiani come "fascisti" e recentemente ha condannato l'ex monarca libico, Idriss al-Sanussi, come "agente della Gran Bretagna e degli Stati Uniti e servitore degli italiani". Il comportamento di Jallud durante le sue visite a Roma è indicativo dell'atteggiamento sprezzante che il regime libico a volte mostra nei confronti dell'Italia. A nostro giudizio, l'odio bruciante di Gheddafi per l'imperialismo e il colonialismo deriva almeno in parte dalla dura esperienza della Libia sotto il dominio coloniale, e ogni qualvolta possibile cercherà di usare qualsiasi leva di cui la Libia disponga per intimidire gli italiani.

La minaccia militare

Gheddafi ha spesso criticato le installazioni nucleari della NATO nell'Italia meridionale. Durante la sua visita in Romania nel gennaio 1983, ad esempio, Gheddafi avvertì pubblicamente che la Libia "non può considerare apaticamente i tentativi di installare alcune basi missilistiche in Italia", secondo l'ambasciata statunitense a Bucarest. La retorica più estrema di Gheddafi seguì lo scontro del luglio 1981 tra gli F-14 della Marina statunitense e i SU-22 libici nel Golfo della Sirte, quando minacciò di distruggere le basi NATO se gli Stati Uniti avessero nuovamente "attaccato" il Golfo.

I funzionari della difesa italiani prendono sul serio le minacce libiche e temono che le loro difese aeree nel sud siano inadeguate per la difesa delle installazioni militari nazionali, statunitensi e della NATO in Sicilia. Esprimono preoccupazione per un incidente avvenuto nell'agosto del 1982, quando due aerei da caccia senza contrassegni, ritenuti dagli italiani libici, avrebbero sorvolato la Sicilia vicino a Comiso, dove è in costruzione una base per ospitare missili da crociera statunitensi lanciati da terra. Si nota il sospetto italiano che la missione del volo fosse o di ricognizione e fotografia di Comiso o un test della reazione italiana a tale intrusione.

Riteniamo che, sebbene le minacce di Gheddafi non si tradurranno in azioni militari, i timori italiani siano genuini e riflettano la preoccupazione che i periodici scontri di Gheddafi con gli Stati Uniti possano provocare una rappresaglia libica diretta al territorio italiano. I funzionari italiani chiedono ripetutamente ai rappresentanti statunitensi un preavviso sostanziale delle esercitazioni navali statunitensi nella zona.

Investimenti libici in Italia

La controversa questione delle attività di investimento libiche in Italia ha ricevuto molta attenzione dalla stampa italiana. La partecipazione della Libia del 13,6% nel capitale della Fiat, che secondo i rapporti dell'ambasciata costituisce la più grande singola partecipazione araba in Italia, è di gran lunga il più pubblicizzato di questi investimenti. A nostro giudizio, sia Gheddafi che gli italiani probabilmente considerano l'investimento nella Fiat come un impulso al prestigio e all'influenza della Libia in Italia.

I rapporti della stampa e dell'ambasciata segnalano significativi investimenti libici in Sicilia e nella piccola isola di Pantelleria nei settori dell'agricoltura, del settore immobiliare, della pesca e del turismo. L'imprenditore Michele Papa, definito "l'agente numero uno di Gheddafi nella Sicilia orientale" da un alto funzionario delle forze dell'ordine siciliane, ha ricevuto fondi libici per diversi anni da utilizzare in progetti come la costruzione della prima moschea in Sicilia a Catania, secondo il Consolato degli Stati Uniti a Palermo. Alla fine del 1981, il consolato riferì che l'ambasciatore libico a Roma aveva visitato la Sicilia, sottolineando l'auspicio di relazioni culturali e commerciali più profonde tra Sicilia e Libia e suggerendo al sindaco di Palermo che la ricchezza libica poteva essere disponibile per la sua città.

I libici hanno tentato di comprare l'accesso ai media italiani. Controllano di fatto, attraverso l'ufficio dell'agenzia di stampa libica a Roma, una stazione televisiva privata che dal 1979 ha trasmesso una serie di programmi filo-Gheddafi e diverse discussioni sulle sue teorie del Libro Verde. Un giornalista italiano ben informato ha detto a un funzionario dell'ambasciata statunitense che Gheddafi riceve interviste dalla stampa perché le paga bene ed è riuscito ad acquistare il silenzio o il sostegno nei media italiani.

A metà aprile di quest'anno, ha notato che la polizia italiana aveva arrestato due individui che tentavano di fotografare la base aerea navale di Sigonella in Sicilia; questi uomini erano stati arrestati nel 1979 per lo stesso reato e i loro passaporti contenevano diverse voci che indicavano viaggi in Libia.

Terrorismo libico e la minaccia per gli italiani in Libia

Il terrorismo è stato uno degli strumenti più brutali di Gheddafi per proiettare il suo potere per diversi anni, e l'Italia non è stata risparmiata dall'esposizione alle attività delle "squadre della morte" libiche. Nella primavera del 1980, due esuli libici furono assassinati a Roma da sicari.

L'opinione pubblica italiana era indignata, ma l'Ufficio del Popolo Libico a Roma, facendo eco a Gheddafi, reagì con sfida minacciando la "liquidazione" degli esuli che si rifiutavano di tornare in Libia e dichiarando che "i governi che proteggono questi ladri e criminali diventano loro complici". I funzionari della sicurezza italiani si mossero silenziosamente ma rapidamente per aumentare le misure di sicurezza, come avevano fatto quando i funzionari statunitensi in Italia erano stati minacciati, e l'attività di assassinio libica cessò.

Durante la repressione italiana della campagna di assassinio nel 1980, tuttavia, Gheddafi si mosse per vendicarsi colpendo gli italiani che lavoravano in Libia, la cui posizione vulnerabile è una costante preoccupazione per Roma. Ogni volta che un libico veniva arrestato in Italia, Tripoli ricambiava molestando e arrestando cittadini italiani in Libia. 

Più recentemente, gli italiani hanno nuovamente sollevato con i funzionari dell'ambasciata statunitense la questione di possibili "ostaggi" italiani in Libia, a seguito delle manovre militari statunitensi del febbraio 1983 volte a scoraggiare il piano di Gheddafi di rovesciare il governo sudanese.

A nostro giudizio, l'Italia probabilmente continuerà a reagire con fermezza ma con discrezione se, nel caso in cui squadre di assassini libici dovessero ricomparire in Italia. Gheddafi non esiterà a sfruttare nuovamente la vulnerabilità degli italiani in Libia, e i funzionari di Roma sono dolorosamente consapevoli che questa opzione gli rimane aperta.

[ampia parte censurata, ndr]

Implicazioni per gli Stati Uniti

L'Italia rimane una solida amica e alleata degli Stati Uniti, a prescindere dalle dichiarazioni minacciose di Gheddafi e dalla sua condanna dell'"influenza degli americani" in Italia. La frustrazione e la rabbia libica a questo riguardo si sono riflesse più recentemente in un attacco propagandistico contro il ministro degli Esteri italiano Colombo, che aveva difeso le manovre militari statunitensi del febbraio 1983, volte a scoraggiare i piani di Gheddafi di rovesciare il governo sudanese.

Allo stesso tempo, tuttavia, l'ambasciata statunitense a Roma ha osservato che gli italiani considerano le relazioni di cooperazione con la Libia come una normale conseguenza dei vari fattori che legano i due paesi. Riteniamo che gli italiani continueranno a criticare quella che percepiscono come una mancanza di consultazioni bilaterali italo-americane sulla Libia e si opporranno anche all'adesione alle sanzioni economiche dirette a Tripoli, a meno che i libici non minaccino direttamente gli interessi vitali dell'Italia.

La pressione statunitense sul regime di Gheddafi è quindi vista con scarso entusiasmo dai funzionari italiani, che hanno ripetutamente sottolineato di dover convivere con Gheddafi nel bene e nel male. Da parte sua, Gheddafi perseguirà senza dubbio i suoi sforzi per separare l'Italia - e per estensione, tutta l'Europa occidentale - dagli Stati Uniti. In precedenza ha attribuito la colpa delle tensioni nelle relazioni libico-italiane all'eccessiva "influenza politica ed economica degli Stati Uniti" e potrebbe tornare su questo tema in qualsiasi momento a fini propagandistici.

Riteniamo che continuerà a utilizzare la sua influenza in Libia per cercare di screditare gli Stati Uniti e contrastare gli interessi politici statunitensi in Italia. Con l'avvicinarsi del dispiegamento dei missili da crociera statunitensi a Comiso, ad esempio, la voce di Gheddafi si unirà sempre più alla propaganda sovietica nel condannare la modernizzazione missilistica pianificata dalla NATO e incoraggiando il movimento pacifista europeo. Sebbene l'ambasciata statunitense a Roma abbia recentemente riferito che al momento non vi è alcuna minaccia terroristica per Comiso, persiste la preoccupazione che agenti sostenuti dalla Libia possano incitare manifestazioni contro il dispiegamento.

Prospettive

A nostro giudizio, è improbabile che si verifichino cambiamenti significativi nella natura sostanzialmente cooperativa delle relazioni libico-italiane. I legami esistenti tra i due paesi sono stati abbastanza forti da resistere al comportamento di Gheddafi e probabilmente continueranno a farlo in assenza di attività che gli italiani considererebbero inaccettabili, come ad esempio gravi molestie nei confronti degli italiani in Libia. Le relazioni di cooperazione potrebbero continuare nonostante Gheddafi piuttosto che grazie a lui, ma i fattori geografici, economici, politici e storici che legano i due paesi trascenderanno i problemi prodotti dall'attuale regime libico o da qualsiasi suo successore.

Crediamo inoltre che Gheddafi rimanga convinto dell'efficacia della sua "politica italiana" di minaccia e adescamento e che pertanto continuerà ad impiegarla nei suoi rapporti con gli italiani. La posizione di Roma, secondo cui non ha altra scelta se non quella di trattare con Gheddafi, ha fornito al leader libico ampio margine di manovra per sfruttare la relazione, sia attraverso l'induzione che l'intimidazione. Per Gheddafi, l'Italia continuerà a rappresentare una protezione contro il totale isolamento in Occidente.

lunedì 21 settembre 2026

DALILEO, Il grande avversario di Cossiga

                                                           Giovanni Galloni, fonte: dati.camera.it


Nella scala gerarchica dei contatti più importanti e consolidati dell’STB c’è sicuramente DALILEO, nome in codice di Giovanni Galloni. Fu questi uno dei fondatori della corrente democristiana di sinistra denominata La Base. Fu amico di Ciriaco De Mita ed ex vicepresidente del CSM dal 1990 al 1994, ministro della pubblica istruzione dal 1987 all’89, durante i governi Goria e De Mita. Fu inoltre amico di Aldo Moro e durante una trasmissione televisiva dei primi anni Duemila, sulle reti Rai, raccontò di aver saputo da Moro che l’americana CIA e il Mossad israeliano si stavano infiltrando nella Brigate Rosse prima della strage di via Fani. Galloni pertanto fu una delle più autorevoli voci dalle quali partì, poi, la campagna di stampa contro la NATO quale presunta complice del terrorismo degli anni Settanta. 

E invece colpo di scena. Giovanni Galloni fu un contatto stabile dello spionaggio cecoslovacco fin dalla fine degli anni Cinquanta, quando i fondatori della Base si recarono a Washington per caldeggiare l’avvicinamento del governo democristiano verso il Partito Socialista, una soluzione molto gradita a Praga per indebolire il capitalismo all’interno della Comunità Economica Europea. Ve n’è traccia in due fascicoli del faldone 10443 dedicato all’Italia: il 118 sui giornalisti potenzialmente avvicinabili dall’STB, e il 384 dedicato a Giuliano Santoro, un avvocato romano che lo spionaggio cecoslovacco intendeva usare per inserirsi nel gruppo dirigente democristiano. 

Quello di Galloni è uno dei fascicoli misteriosi che furono cancellati probabilmente prima della caduta del muro. Ciò che si sa per certo è che questo suo fascicolo, il numero 367, fu spostato nel faldone 81071, sottofascicolo 110. Qui vi erano elencati tutti gli agenti, evidentemente già verificati, che inviavano rapporti cifrati al signor Klima, responsabile dell’ambasciata cecoslovacca. Inoltre, nel fascicolo 44165 è emerso che Galloni manteneva contatti con DOCENT, ossia Giuseppe Ferrarini. 

E’ il caso a questo punto di approfondire maggiormente il pensiero di Giovanni Galloni all’interno del mondo democristiano. Come detto, fu tra i fondatori della corrente di sinistra La base. Nel libro di Guido Gerosa e Gigi Moncalvo intitolato: “De Mita, il nuovo potere”, edito da Sperling & Kupfer, del 1982, vi sono dei dettagli interessanti. A pagina 53 si legge: “La base, principale corrente di questa sinistra, nasce il 27 settembre del 1953 in un convegno indetto a Belgirate sul Lago Maggiore. Presenti al battesimo sono una cinquantina di giovani democristiani, invitati dall’industriale e capo partigiano milanese Giovanni Marcora (che gli amici chiamano con il nome di battaglia di “Albertino”). Al raduno partecipano ex partigiani come Aristide Marchetti e giovani imprenditori come Gian Maria Capuani, ideologi di provenienza dossettiana, che tiene la relazione inaugurale. [...] Nel gennaio 1954 “La Base” diventa anche un giornale, diretto da Marcora. La corrente è ispirata da un giovane siciliano molto acuto, Giovanni Galloni.”

A quell’epoca Galloni si stava laureando in giurisprudenza. Era nato il 16 giugno del 1927, dunque era giovanissimo. Il particolare della data di nascita è stato fondamentale per identificare in questo importante esponente politico l’agente DALILEO. Difatti, essendo stato spostato il suo fascicolo dal faldone “Italia”, il nome di Galloni Giovanni è rimasto soltanto nell’inventario generale del faldone 10443 presente nel fascicolo (o sottofascicolo, come lo chiamano gli archivisti di Praga) 000. Tuttavia, senza la data di nascita non era possibile essere certi della sua identità. L’abbiamo verificata grazie a una ricerca richiesta direttamente all’archivio dei servizi segreti di Praga, riscontrando tutte le tracce che vi abbiamo esposto.

E’ altresì interessante conoscere le finalità con cui la corrente di Galloni stava nascendo alla fine degli anni Cinquanta, poiché diventa evidente l’affinità di questi politici con la politica estera dell’allora Cecoslovacchia, la quale propugnava di dividere la maggioranza italiana di governo e allontanarne una buona fetta dall’alleanza con la NATO. Pochi anni più tardi, dal 1964, La Base e la sinistra socialista diventeranno per l’STB e il KGB un canale riservato in Italia alternativo al sempre più ribelle PCI. Scrivono ancora Gerosa e Moncalvo a pagina 60: “La principale delle tesi basiste è quella dell’apertura a sinistra: propugnata per lungo tempo da Gronchi nell’isolamento, e ora sostenuta, sia pure con infiniti distinguo, da molti leaders della Democrazia Cristiana.” La Base viene accusata di “sinistrismo”, cioè di favorire le campagne del Partito Comunista. E’ sempre la corrente di Marcora e Galloni a farsi promotrice della nazionalizzazione delle industrie strategiche italiane, come del resto indicato anche dalla Costituzione. Alleato di questa corrente era infatti in quel momento uno degli uomini di stato più potenti: Enrico Mattei. “La Base - proseguono gli autori del libro su De Mita a pag. 61 - si rivela una formidabile università d’ingegni politici, forse più adatta a teorizzare che ad agire, ma sicuramente introducente una nota di nuovo acume politico nella società italiana. [...] Per poter sopravvivere nel difficile universo democristiano la Base ha affinato le sue capacità già notevoli di aggregazione. Si è saputa trasformare in una straordinaria massoneria, una consorteria di amici e di solidali, un clan che a volte prolifera clientele, ma che è sempre stato riservato a coloro che seguivano (e seguono) comportamenti politici e umani rigorosi.” 

Questa descrizione non deve ingannare i lettori che non conoscono la storia d’Italia. I pregi di quell’industria di stato voluta dalla Base non sono messi in dubbio dalla scoperta di Galloni tra le spie più influenti di Praga. Devono, piuttosto, far pensare a un lavoro sotterraneo dei Paesi Socialisti per trasformare quella che loro chiamavano politica assistenziale gravitante nell’orbita dell’universo capitalistico in un parastato italiano manovrabile dall’esterno del mondo NATO, come avverrà ad esempio dalla metà degli anni Sessanta con gli accordi che le aziende italiane stringeranno, grazie al governo DC-PSI, per costruire le loro filiali nell’URSS, con tutto quel che di torbido comporterà un simile pericoloso sodalizio: terrorismo economico, tangenti al PCI e ai partiti di governo, complicità negli affari del traffico internazionale di armi e droga.

Ed è su questa trasformazione che va a scontrarsi una delle ultime campagne politiche di Galloni: quella per dimostrare che Gladio Stay Behind fosse la vera base - scusate il gioco di parole - delle stragi e del terrorismo italiano degli anni Settanta. Non bastasse tutto ciò, Galloni fu un grande avversario politico di Francesco Cossiga, il quale durante il suo settennato alla Presidenza della Repubblica e quindi ai vertici del CSM privò Galloni di alcune deleghe nel suo compito di vicepresidente dello stesso organismo. Fu Oscar Luigi Scalfaro, successore al Quirinale di Cossiga, a restituire il mal tolto al suo collega democristiano nel 1992. 

Giusto o no che fosse questo provvedimento, è un fatto che in questa storia si ritrovarono a fronteggiarsi il principale accusatore della Cecoslovacchia quale mandante delle Brigate Rosse e l’accusatore di Gladio, una storia più grande di due giganti della prima repubblica italiana quali erano Galloni e Cossiga. Nativo di Paternò, Galloni è deceduto a Roma il 23 aprile del 2018.

martedì 15 settembre 2026

La redazione del Carlino come un "porto d'armi"


Ci mancava solo che mi ritrovassi tra i personaggi di un libro. O, meglio, potrei essere stato testimone oculare dei fatti su cui è stato costruito un piccolo libro di 100 pagine di Giorgio Guidelli, intitolato “Porto d’armi”, che avevo comprato per i contenuti che prometteva; per il titolo accattivante, e per saperne di più sui rapporti tra le Brigate Rosse e la città di Ancona. Tra le Bierre e la base del Conero, magari. 

Guidelli ha lavorato con me al Resto del Carlino di Ancona, siamo andati spesso a pranzo insieme. Ragazzo simpatico, giocherellone, bravo a scrivere ma dall'aria un po' presuntuosa, probabilmente perché qualche caporedattore gli ha dato ampia fiducia. Troppo ampia. Conoscevo già la storia della traversata in mare di Mario Moretti, capo della direzione strategica delle Bierre, con quel famoso natante nel lontano 1979. Ma soltanto dopo aver letto i dossier dei servizi segreti ho cominciato ad attribuire a quel viaggio del Papago dal Conero al Libano una certa importanza. L'articolo da cui è tratto questo volumetto lo avevo letto sul Carlino, quindi non è che mi aspettassi grandi cose. In un paio di giorni ho divorato l’intero libro. 

Il giudizio, mi spiace per l’editore Quattroventi, è negativo. Scadente come romanzo, se è un romanzo, inconsistente come inchiesta giornalistica, se è un'inchiesta giornalistica, neanche da prendere in considerazione come saggio storico, perché non lo è di sicuro. Eppure il sottotitolo "Indagine sui rapporti BR-palestinesi" lasciava presagire ben altro. 

Lo apri e c'è subito un redattore di un giornale di Ancona che fa la pipì con la porta aperta. Lavora in una redazione sgangherata che sembra un covo di briganti o di camorristi. Forse di camorristi, come quelli di Gomorra, dei quali l'autore conosce ogni minimo vizio e ne ride neanche tanto bonariamente. Il motivo portante è il tentativo di un giovane giornalista, Paolino, di condurre un'inchiesta importante sulle Brigate rosse, abbandonando la montagna di immondizia di nera che gli passa Fachiri, il capo burbero che va avanti a marchette. Tentativo che alla fine del libro si rivela un sogno, come quello di tanti giornalisti che si avvicinano alla professione ad Ancona: ad esempio i collaboratori che per Guidelli corrono come scemi senza sapere di non contare un cavolo. 

Colpa di raccomandazioni, di marchette, e di contatti segreti con i brigatisti, dai quali Paolino era partito per la sua grande intervista nel covo segreto di un professore delle Bierre: Senzani? Toni Negri? Piperno? Più probabilmente si tratta di Massimo Gidoni, psichiatra falconarese e complice di Senzani nel brigatismo degli anni Ottanta. Sono le conoscenze di Bernà a permettere a Paolino di entrare nel mondo del terrorismo di sinistra. Bernà conosce tanti segreti, perché pare sia stato amico dei parenti di Patrizio Peci, il pentito delle Bierre. Sapeva tutto sulla Renault 4 rossa in cui il 9 maggio 1978 fu ritrovato cadavere Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia. 

Nel primo capitolo si intravede subito una redazione giornalistica di Ancona. I nomi sono di fantasia. Partito pigramente con la lettura, ho iniziato a pensare che si parlasse del Messaggero di un noto cronista locale di estrema sinistra. Ho detto: ecco, lo sapevo. Ma a un certo punto Guidelli cita un episodio che ho vissuto pure io, tanto da averlo inserito nella mia autobiografia, con un tono totalmente diverso. Sono stato sbalzato dal letto su cui ero comodamente disteso. Allora sono tornato indietro e ho riletto il capitolo dall'inizio. 

Eh certo, quella è la redazione del Carlino di Ancona! le descrizioni sono talmente fedeli alla realtà che ho riconosciuto tutti, sia le persone che i posti. Mi si è aperto un mondo. Paolino non sono io per fortuna, come ho temuto per un attimo, ma un noto nerista della zona. In Bernà riconosco lo storico nerista e vicecapo del Carlino Marche che fu colpito nei primi anni 2000 da un ictus. E' vera la sua amicizia con la famiglia Peci, sono cose che raccontava anche a me. Ma non so quanto fosse attendibile e se esagerasse. Dico solo una cosa. Ero appena a pagina 20, ma un inizio così mi ha terrorizzato. Procedendo con la lettura, a quel punto con l’ansia di scoprire il seguito, ho riconosciuto altri personaggi. Almeno penso. Arialdi lo si individua per come lavorava con precisione alle pagine e per le polemiche sull'azienda "di merda", era anche corrispondente del Corriere della Sera, Bracchi, il vicedirettore che guadagna tanto e non fa niente, può essere l'RSU di Ancona; Pierani, il vicecaporedattore che vive con la mamma, sembra un noto cronista proveniente dalla Gazzetta di Ancona di Longarini. Forse lo immagino io così. Chissà. Magari sbaglio. Molti di loro, anche perché purtroppo gli anni passano, sono morti: è morto il vecchio nerista Bernà, è morto l'RSU, ed è morto pure Arialdi, colui che si lamentava. Morti veramente, non per finta.

Le sorpresine kinder me le ricordo, ma non so dove le abbia sentite o viste. Ne parlavano i redattori o i poligrafici. Il rito del "taglio della sigaretta" era una buffonata del capo dello sport per far innervosire Bernà: odiava il fumo e lo costringeva con le buone o le cattive a sloggiare con la sigaretta, altrimenti gliel'avrebbe rotta "decapitandola come Bin Laden". E Bernà stressato per il carico di lavoro, soprattutto quando mancava il capo Fachiri e toccava a lui organizzare il "timone" del giornale, andava su tutte le furie. Era una scenetta divertente. Paolino arrivava e rincarava la dose prendendolo in giro. Un asilo nido. Ma non mi pareva certo il segno che si fosse in un covo brigatista, almeno nei primi anni duemila. 

Guidelli racconta la redazione del Carlino degli anni duemila-2001-2002, quindi li conosco tutti. La "perfida Natalini" sembrerebbe una nota cronista politica. Claudia, fidanzata di Paolino, pare identificabile nell'ex moglie del sindaco di Ancona. Sarebbe, in quest’ultimo caso, l'unica citata col suo vero nome. Non riconosco il capo ufficio Rabeschini di origine toscana. La stanza "in stile vecchio signore" con parquet, in cui Rabeschini faceva "Goebbels", e soprattutto con le foto in bianco e nero di Trifogli (l’ex sindaco di Ancona del partito della DC), che se avessi visto mi avrebbero colpito, potrebbe essere al piano di sopra di quella redazione, in cui non sono mai salito. Ma magari è una parte inventata o romanzata.

I miei ricordi ormai sono un po' sbiaditi, ma sto recuperando tutto. Visto che la storia del Papago però è autentica, io penso che anche la redazione ombra sia esistita. Secondo Guidelli, Bernà dice a Paolino che sopra c'era l'ufficio legale, mentre Bracchi, ossia il rappresentante RSU, la cita perché ci lavorava il capo. Paolino nel corso del libro intervista un professore delle Bierre, che come detto potrebbe essere Massimo Gidoni, e - deduco io con le mie conoscenze approfondite - viene praticamente ricostruito l'episodio del 1979 per cui fu incriminato l'allora nerista Luciano Biliotti: la polizia aveva individuato da una chiamata anonima il Papago con sopra Moretti, ma l'antiterrorismo dei carabinieri bloccò tutto dicendo che ci lavoravano già loro. La cosa uscì sul Carlino e Biliotti fu indagato dalla magistratura per rivelazione di notizie riservate, ma questo dettaglio Guidelli se lo dimentica. Pare che Biliotti per sapere le indiscrezioni in anticipo fosse in contatto con elementi del Sismi.

Si intravede una collusione Sismi-BR. E’ una rivelazione, questa dell’amicizia di un professore delle Bierre con i carabinieri e gli americani, che è stata pubblicata anche dal più famoso giornalista Michele Santoro, nel suo programma “M”, andato in onda nella primavera del 2018. Sul monte Conero secondo le voci da me raccolte esiste da tempo una base del Centro Intelligence Interforze, che anni fa apparteneva al Sismi. Chi finiva lì sopra, anche per il semplice servizio militare, firmava il NOS, nullaosta di segretezza della NATO. Luciano Biliotti morì di infarto molto tempo fa. Mi hanno raccontato che lo trovarono morto da solo in casa. E da quel giorno ho paura che la mia sorte sarà la stessa. Il capo dello sport, quello del "taglio della sigaretta" non c'è più dal 2015. Ed è mancato in quel periodo anche un simpatico fotografo della redazione, poi anche l'altro più anziano che assomigliava a Doc del film Ritorno al Futuro, infatti lo chiamavo così.

Diciamo che, da una parte, mi aspettavo qualcosa di grave, perché penso di essere stato molto ingenuo ad accettare di lavorare per il Carlino con una retribuzione così scadente. Non per caso ho sporto una denuncia ai Carabinieri (ma anche alla Polizia di Stato per par condicio) non appena ho avuto la certezza che qualcosa di illegale c'era nei miei documenti. L'ho fatto nell'interesse di tutti, non per me, e avevo promesso di indagare già all'epoca, quando i sindacalisti cercavano di usare la bassa retribuzione contro di me per delegittimare i miei articoli. Fu una brutta sensazione. E’ possibile che la piaga dei pochi euro a pezzo, che in questi anni si sta allargando a macchia d’olio a tanti altri quotidiani, sia nata proprio all'epoca, e ad Ancona per quelle cifre ridicole veniva richiesto, di fatto, di lavorare da impiegati full time; o ti veniva fatto comprendere con velate minacce che per fare carriera si dovesse offrire disponibilità per lavorare a tempo pieno. Ed è questa la ragione della mia denuncia penale. Mio padre, che è morto per una strana malattia, era il primo a protestare per un simile andazzo. Della mia denuncia voi sapete qualcosa? Io no. E' scomparsa nel triangolo delle Bermude. Magari riaffiorerà quando tra qualche anno il giornalismo italiano sarà diventato ufficialmente lo sportello informazioni del Ministero della Cultura.

Il fatto, poi, che il vero Paolino utilizzasse un canale riservato della polizia, per conoscere in anticipo i fatti di cronaca nera, lo denuncio, inutilmente, da più di un decennio. Mi viene sempre risposto da politici locali e giornalisti di alto livello che tutti ne erano a conoscenza. Una prassi consolidata, insomma. E questo basta a rendere un simile azzardo non punibile? Quando ero adolescente giocavo con il figlio di un ispettore di polizia di Roma con la ricetrasmittente della sua macchina privata. Un normale cb, o un baracchino, come lo chiamano a Roma. Gli chiesi perché non usassimo la radio di servizio del padre, e lui mi disse che nessuno avrebbe potuto, che era un reato grave. E che saremmo stati identificati in pochi secondi. La centrale della polizia avrebbe captato l’intrusione e sarebbe venuta a cercarci. 

E allora mi sono chiesto: come ha fatto Paolino ad agire indisturbato? Tutta la polizia di Ancona era d’accordo con lui? E, se fosse così, a quale scopo? Non lo sa la questura di Ancona che erano proprio le Brigate Rosse ad avere questa caratteristica di utilizzare le ricetrasmittenti per intercettare le conversazioni della polizia? E che era una prerogativa pure delle spie del KGB? Basterebbe guardare qualche film sul terrorismo degli anni Settanta. L'ultimo che mi viene in mente è: La prima linea, del 2009 con Scamarcio nel ruolo di protagonista, regia di Renato De Maria. Un giorno Paolino era assente dalla redazione. E' un ricordo mio personale che non c'entra nulla con il libro. O forse c'entra, non lo so. Fachiri mi chiese di mettermi nella "stanza della radio" con un taccuino e di annotare ogni notizia che avessi sentito. C'era una voce di donna che chiamava le volanti per rapine in vie o piazze. Io scrivevo, poi relazionavo al capo. Le indicazioni erano che avrei dovuto poi verificare le voci telefonando a un certo "Lorenzo". Vado a memoria. Il numero che composi credo fosse della questura di Ancona. Lorenzo mi raccontava cosa era successo. E io annotavo e relazionavo, per poi scrivere un pezzo.

Un altro giorno bussarono alla porta della redazione. Ero là vicino perché mi servivano delle fotocopie e le potevo fare tranquillamente nella saletta dei poligrafici. Andai ad aprire. Mi si presentò davanti una donna giovane vestita con giacca jeans blu, con capelli neri legati dietro a coda di cavallo. Credo di ricordare che mi mostrò un foglio. Disse che erano della polizia giudiziaria. Dietro vedevo degli uomini in borghese. Avevano un mandato di perquisizione contro Paolino. Li feci entrare e li portai verso la sua stanza. Tutti i giornalisti corsero a chiudersi nella parte opposta dell'appartamento. La redazione era situata in un antico palazzo del centro di Ancona, vicino al porto. Fachiri era disperato e si attaccava al telefono: "E' una vergogna, questo è fascismo!" Un altro aveva le mani nei capelli e ripeteva: "oddio la radio!" 

La cosa in realtà non ebbe seguito, che io sappia. Né qualcuno si preoccupò della radio della polizia. Eppure era lì a cinguettare un attimo prima. Che razza di perquisizione era stata quella? La causa di tutto ciò pare fosse la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di un'indagine. Anche su quello sapevo o credo di sapere i retroscena. Non sono sicuro che i due fatti siano collegati, è una riflessione che avevo fatto all'epoca quindi penso sia un ricordo affidabile. Paolino il giorno prima o due giorni prima era nella sua stanza. Io scrivevo nel computer di fianco. Ero sempre lì in redazione anche se il mio contratto prevedeva una semplice collaborazione esterna. Arrivò un ragazzo vestito mi pare anche lui con una giacchetta jeans o di pelle. Aveva i capelli lunghi, questo dettaglio me lo ricordo meglio. Si sedette dietro Paolino, il quale invece era seduto al computer e scriveva qualcosa sotto dettatura. Prima che il "capellone" entrasse mi aveva detto, con il suo fare a volte un po' maleducato: "Adesso arriva uno, tu fatti i cazzi tuoi". Questi atteggiamenti a un certo punto cominciarono a stufarmi. Fare esperienza va bene, essere uno zerbino no di certo. Oggi avrei mandato tranquillamente Paolino a quel paese.

Almeno, grazie a Giorgio Guidelli, qualcosa comincia a emergere: il suo libro mi ha dato la conferma che sono stato testimone di fatti di una certa rilevanza. Se contenesse una condanna del giornalismo anconetano, “Porto d’armi” avrebbe tutta la mia approvazione. Però non mi sembra che le cose stiano così. Nelle conclusioni l'autore svela al lettore che Fachiri è un vecchio capo del Carlino, e che con la nuova gestione - il libro è del 2012 - sono diventati tutti dei fenomeni. Ma allora a cosa serviva creare dei nomi di fantasia. Sembra più che altro una delle tante faide interne per fare carriera all'interno del giornale. 

Se c'è qualche collegamento tra i miei ex colleghi e le Brigate Rosse c'è solo da vergognarsi, e non certo costruire romanzi. Ma fa parte della confusione che regna nel giornalismo più recente nel giudicare quel terrorismo. Penso che Guidelli sia stato molto ingenuo nell'avvicinarsi a un simile argomento - che lui non ha vissuto, essendo più giovane di me - con troppa leggerezza. Massimo Gidoni - se è lui il professore di cui parla "Porto d'armi" - fu condannato per la morte orrenda fatta fare al fratello di Peci. E non solo per quello. Sarebbe stato molto più utile fare nomi e cognomi, e soprattutto scrivere una buona storia delle Bierre marchigiane. Qui se ne vede appena l'ombra, anche se qualche dettaglio emerso da quell'intervista di Paolino può essere utile per futuri lavori storici, tant’è che nella mia “indagine impossibile” ne avevo consigliato la lettura. Lavori storici che non siano, però, di questo genere. 

Conclusioni

Naturalmente va fatta una precisazione, alla fine di questa mia recensione che diventa praticamente un memoriale. Se non lo si fosse ancora compreso, il collegamento di Gidoni con i miei ex colleghi - e ne individuo sicuramente almeno due o tre in modo netto - è soltanto la conferma sui sospetti che nutrivo sul lavoro di questa redazione. Tuttavia la mia percezione non è sovrapponibile a quella di Guidelli. Lui vede quanto di peggio nei primi anni duemila, e un miglioramento dal 2010 in poi, più o meno. Per me è esattamente l'opposto. E' l'avanzare dei colleghi più giovani che mi ha allarmato, con tutti gli annessi e connessi: radio della polizia, collaborazioni quotidiane che diventavano dal 2006 praticamente gratuite per contratto, perquisizioni che non trovavano quello che avrebbero dovuto facilmente trovare, eccetera. La cosiddetta radio - sarà pure una mia fissazione dato che intorno a me tutti la tolleravano e mi dicevano stai tranquillo che è normale - né Arialdi, né Bernà, entrambi esperti di cronaca nera, la utilizzavano, per quello che vidi io in cinque anni dal 2001 al 2006. Forse era un metodo di Biliotti? Arialdi prima di morire mi fece capire che poteva essere così. 

Però, a differenza di altri giornalisti, ho l'abitudine di leggere il giornale in cui scrivo e di informarmi bene anche sul passato, su ciò che accadeva molto tempo prima: chi c'era, la sua storia, come lavorava. Ero l'unico che si prendeva i faldoni impolverati dei vecchi "carlini" degli anni Settanta e passava ore e ore a divorarli. Mi prendevano in giro, ma si può migliorare soltanto leggendo. Nel 1976, tanto per dirne una, un caporedattore sempre del gruppo di Biliotti - che chiamo col nome vero perché il suo episodio finì su tutti i giornali italiani - e di Bernà era morto in un incidente d'auto mentre faceva il consueto tragitto in autostrada da Rimini ad Ancona. Si chiamava Valentini. Così, per dire che di fatti ne conosco tantissimi anche senza averli vissuti. Se mi devo basare sul vissuto, ripeto che Bernà, Arialdi, il capo dello sport, lo stesso Guidelli, erano dei burloni con cui si poteva parlare di tutto, anche di Brigate Rosse, ridendo e scherzando. Al di fuori di quello che Bernà scriveva in pagina, non ti potevi fidare troppo. 

Ricordo che per prendermi in giro bonariamente - sapendo che non venivo da ambienti "sinistri" - quando mi vedeva arrivare, mentre lui era davanti al portone con la sua immancabile sigaretta e il maglioncino leggero color rosso fuoco,  Bernà mi accoglieva col pugno sinistro alzato e con un cubanissimo "Hasta la victoria siempre!" Era il nuovo Che Guevara? Sicuramente no, non era da prendere sul serio. Eppure qualcosa c'era di inquietante nell'ambiente, questo lo percepivo. Mi viene in mente un altro aneddoto curioso. Dopo il 2010 mi contattò un dirigente del sindacato piemontese dei giornalisti, uno del Corriere di Novara. Preferisco non rivelarne il nome pubblicamente. Parlando di chi c'era, chi non c'era, mi metto a raccontare di un altro collaboratore come me in quel periodo del Carlino di Ancona, il nipote di un grande calciatore di serie A. Aveva il mio stesso contratto. Ci confrontavamo spesso. Tanto per dire: prendevamo talmente poco che i fotografi gentilmente ci davano dei passaggi con la macchina - Doc era uno di questi - per risparmiare sulla benzina. Il rappresentante sindacale mi fa: descrivimelo. Glielo descrivo. Mi risponde: ma io lo conosco questo qui. Era a Roma con me a una conferenza stampa dell'Enel, disse di essere del Carlino. Gli chiedo: come a Roma? Sei serio? Risponde sì, certo, si è anche scusato del ritardo perché arrivando in aereo era rimasto bloccato nel traffico. Aereo? Con quel contratto? Chi racconta la verità a questo punto?

Ecco, tantissimi dubbi. Tutto questo l'ho sempre riferito agli ex colleghi. Eppure nessuno in quella redazione ha denunciato nulla. Vecchi giornalisti, nuovi, giovani, pensionati, niente! sia a livello legale, sia semplicemente sulle righe di Facebook. Non una sola riga. Ma se è dal 2018 o 19 che segnalo che c'è in circolazione il libro di Guidelli! Sono rimasto in contatto più con i colleghi anziani che con i giovani. Eppure nulla si è mosso. Lui intanto fa carriera e il volumetto tanto stupido se lo vende. Mica scemo. Apprendo non senza sconcerto da Google che sta riscuotendo persino grandi apprezzamenti dai lettori, nonché dagli esperti del settore. Felicitazioni. Allora, visto che aggiungo queste righe al racconto di "Porto d'armi", mi fa piacere che la redazione del Carlino Ancona abbia "spaccato". Peccato che lo stia facendo come personaggio complice delle Brigate Rosse, non per gli scoop giornalistici! Ho sempre detto che io preferisco la seconda opzione.

lunedì 14 settembre 2026

Un "puzzle" di orrori storici sul caso Moro

 


Sono riuscito a trovare il libro di Giovanni Fasanella "Il puzzle Moro" e sono quasi a metà con la lettura. Butto giù delle impressioni. All'inizio sembra un testo scritto da una persona competente, onesta (si spera), con esperienza vissuta nella sinistra, che cerca di trovare una soluzione al terrorismo italiano andando a cercarne i mandanti. L'intento è questo ed è legittimo che un giornalista esperto provi a trovare un suo percorso. 

Ma dove può arrivare questo percorso? Se butto giù qualcosa è perché un'idea comincio a farmela. Va dalla parte opposta rispetto alla soluzione, pur avendo Fasanella delle ottime intuizioni, del resto ritrovo fatti e persone che conosco nei dettagli. Per me leggerlo è un arricchimento, non c'è dubbio. Ma al lettore medio cosa può giungere? A lui arriva quella soluzione errata che l'Autore intende cercare fin dall'inizio, attraverso l'individuazione di un unico filo logico, con una certa fretta e senza allargare bene gli orizzonti documentali. Sembra vengano utilizzati dei carteggi soltanto in funzione di quel percorso. E' un'impostazione che non condivido. Ripeto il concetto: Il puzzle Moro non è una completa falsificazione della realtà, almeno nella prima parte. Allora su cosa è fuorviante? Sicuramente sul fatto che l'Autore si affida a delle basi geopolitiche che lo confondono. Ad esempio, secondo lui la Gran Bretagna fu il principale mandante del terrorismo italiano, o almeno del caso Moro, per motivi strategici. E viceversa l'avversario, ovvero le aziende pubbliche italiane, la DC e Gheddafi, sembrano essere il punto di vista da cui il giudizio dell'Autore viene espresso. Appunto, è proprio Gheddafi l'elemento da cui avrebbe dovuto partire. E da qui l'inchiesta di Fasanella avrebbe certamente preso un'altra direzione, che non sto certo a suggerirgli. 

Se le novità di questo libro dovevano essere i documenti del servizio segreto britannico, dato che mi paiono prevalenti rispetto alle altre citazioni più che altro di saggi o libri di altri autori, allora sarebbe stato più corretto adottare un punto di vista più equilibrato, non certamente quello di un italiano convinto che la sua nazione sia stata aggredita da nemici esterni, compresi gli USA e il Patto di Varsavia, con quest'ultimo che su certi aspetti non manca. Ad esempio ritrovo quasi tutte le notizie che conoscevo riguardo alle confessioni di Jan Sejna. Per questo dico che è un libro che si può leggere, ma è adatto a un pubblico colto e informato sui fatti, non al lettore comune. Perché il rischio è che arrivi un messaggio di vittimismo italiano, che non è proprio un sentimento condivisibile a mio parere. 

Sono arrivato alla strage di via Fani, ma devo un attimo fermarmi per annotare alcune situazioni che vanno precisate, prima di procedere con l'ultima parte. 

Il punto centrale di questo libro è che la Democrazia Cristiana fu vittima di un complotto attuato soprattutto dall'Inghilterra e dai Paesi NATO per interrompere un percorso democratico che era stato avviato in Italia dal secondo dopoguerra e doveva portare il Partito Comunista a diventare un partito riformista e di governo. Ammesso che sia vero tutto ciò, ma come si può utilizzare Antonio Padellaro quale prova che la DC fosse ingiustamente attaccata nel 1978? Ma scusate, chi è quell'Antonio Padellaro che firmò il docufilm "Forza Italia!" insieme a Carlo Rossella, Marco Tullio Giordana e Marco Bocca, con regia di Roberto Faenza? Non si tratta della stessa persona? A me sembra di sì. E non era un film che prendeva di mira Moro, Leone e tanti altri leader democristiani di quel periodo? E' vero che nella vita si può cambiare idea, ma fare di Padellaro l'avvocato difensore della politica democristiana mi pare assurdo. Questo mette veramente il dubbio che o il lavoro è stato costruito male, oppure lo si vuole costruire deliberatamente così per ragioni di convenienza politica. Ma poi la storia non si scrive 50 anni dopo, si fa con i testi scritti all'epoca, Fasanella dove ha trovato questo metodo di lavoro? 

Qui bisogna fare una distinzione: una cosa era la politica estera italiana e di Aldo Moro, secondo me contestabile ma non è qui che ne parlerò, un'altra cosa l'atto terroristico delle Brigate Rosse. Puoi condurre un politica discutibile ma non per questo devi essere ucciso, e non è per aver contestato Moro che si diventa suoi assassini, altrimenti Eugenio Scalfari avrebbe passato molti anni in galera. 

Ora, i documenti inglesi suggeriscono all'autore che il mandante del Caso Moro vada trovato nella politica internazionale. Potrebbe essere vero, tuttavia il testo di Ennio Di Nolfo da lui citato non è uno schedario di polizia, pertanto partire lancia in resta contro Campbell o chi per lui a me è parso fuori luogo. Perché ancora del terrorismo arabo non ho letto una sola riga. E Carlos lo sciacallo? Era una persona perbene? A me pare di dedurre che lo scopo del libro sia santificare la politica italiana fatta a beneficio dell'ENI con partner libici e arabi. Avrò capito bene? Non lo so. Spero che Fasanella stia spiegando nelle sue conferenze in che modo il patto Italia-Libia fu un atto politico da premio Nobel.

Detto ciò alcuni elementi positivi nel testo io li vedo. Ad esempio, l'Autore è molto esperto quando deve spiegare le alleanze all'interno dell'estremismo di sinistra. E' molto interessante la descrizione del gruppo di Simioni come una setta, anche perché ricorda molto il nucleo pangermanista del terrorismo altoatesino. Da approfondire pure l'incontro tra Valerio Morucci, indicato come falso brigatista, e Agnelli della Fiat. I documenti inglesi dimostrano che probabilmente sul Caso Moro c'erano interessi occidentali da salvaguardare. Certe cellule brigatiste erano probabilmente infiltrate dalla CIA. Ma tutte queste manovre vanno inserite nel quadro generale del terrorismo internazionale. E' quello il campo su cui indagare, non certo il manuale del Di Nolfo. 

E invece devo annotare altri errori presenti nel testo di Fasanella. 

La questione Lodo Moro. Tanti ne parlano sui giornali negli ultimi anni, ma non si capisce quale ne sia il giudizio, se positivo o negativo. Fasanella qui forse lo ha capito che non si tratta di un patto da glorificare, soprattutto quando lo collega al Lodo Mitterrand che salvava i brigatisti italiani esuli in Francia. Ancor più evidente sarebbe l'errore politico della sinistra democristiana se si andasse a verificare cosa accadeva nella Germania Est o in Ungheria prima della caduta del muro. Il servizio di sicurezza dei Paesi socialisti faceva esattamente la stessa cosa: regalava ai terroristi l'impunità a patto che non compissero attentati sul loro territorio. E non si limitavano a questo perché si creava uno scambio di collaborazione: tu fai questo per me, io faccio una spiata per te. E difatti i terroristi nei Paesi del Patto di Varsavia potevano anche trovare rifugio, anche se poi la centrale di addestramento si spostò nello Yemen comunista, in Libia e in Libano. E non stiamo forse parlando dello stesso tipo di relazione che si era creata tra SISMI italiano e terrorismo arabo?

Ma c'è un altro problema che riguarda il Lodo Moro. Perché poi gli attentati, lo dicono le statistiche, si verificavano soprattutto nelle nazioni del Patto Atlantico, perciò l'efficacia di questo lodo in Italia era praticamente nulla. Del resto, è risaputo che il terrorismo arabo era inscindibile da quello di altri gruppi come RAF, terrorismo giapponese e neofascismo. Era molto semplice promettere di non compiere attentati in Italia lasciando lo stesso compito ad altri gruppi guidati dalle stesse organizzazioni. Ma se l'Autore non vede la centrale libica di Gheddafi questo non lo potrà mai capire. L'unica che ne parlava, all'epoca, era Claire Sterling. Apprendo nel libro che il giudice Priore ordinò una perquisizione dell'abitazione di questa giornalista, scoprendo incredibilmente il memoriale di Jan Sejna. E peccato che le stesse memorie Jan Sejna le avesse pubblicate su un giornale svizzero negli stessi anni! E in un articolo proprio a firma di Ledeen, che secondo Priore sarebbe stato il depositario di questi enormi segreti. Quelli e anche altri che in Italia non sono mai usciti. Mi auguro a questo punto che il giudice Priore, che per fortuna ormai dovrebbe essere in pensione, non venga a perquisire pure casa mia, perché dichiaro fin da ora che ho nel mio hard disk altre dichiarazioni di Sejna mai pubblicate in Italia ma liberamente fruibili all'estero, ad esempio il suo libro: Vi seppelliremo, nel quale l'ex gerarca cecoslovacco affermava che il KGB usava Montecatini e Fiat per girare tangenti al PCI.

Ora vengo alla questione covo di via Montalcini del Caso Moro. Qui il libro diventa un'indagine di controspionaggio che passa dal manuale del Di Nolfo a una selva di nomi, piste investigative di difficile comprensione. E' evidente che Fasanella intenda farsi intanto portavoce dell'ultima Commissione Moro. Inoltre. che insieme alla politica italiana voglia andare a scovare quel mandante inglese o francese di cui parla dall'inizio del testo. Dunque, iniziamo col dire che se si sta indagando su un delitto politico la sede più opportuna per l'individuazione del responsabile non sarebbe certo il Parlamento. Sarebbe troppo comodo scaricare le responsabilità su servizi segreti stranieri piuttosto che su quelli italiani o sulla stessa politica che li guidava nella prima repubblica. Tutti i parlamentari, i gruppi politici attuali hanno amici o simpatie nei partiti della prima repubblica. Che credibilità può avere un'indagine di questo genere? Ma pure volendo seguire questo lavoro come il più attendibile, che senso ha mettersi a indagare su tutti i condòmini di via Massimi 91, dove sembra vi fosse il vero covo delle Brigate Rosse con la prigione di Aldo Moro, se lo stesso lavoro non è mai stato svolto sui palazzi di via Fani e via Stresa, luoghi della strage del 16 marzo 1978? e nemmeno su altri covi brigatisti si è indagato così tanto, ad esempio su quella via Montalcini, che viene scartata. Pare che in quella zona vi fossero molti appartamenti affittati dal SISMI e dal SISDE italiano, lo stesso dicasi per via Gradoli. E quindi perché proprio via Massimi e le altre vie no?

Un altro grave errore lo si trova quando si legge della centrale Hyperion di Parigi. Fasanella qui svolge un'indagine molto dettagliata e interessante, in ogni caso utile per gli addetti ai lavori come me. Tuttavia, non è vero che il pentito Roberto Buzzatti identificò Pietro Musumeci del SISMI quale frequentatore del capo brigatista Giovanni Senzani, infatti a leggere bene il testo si capisce che Buzzatti fornì soltanto l'identikit e a identificare in quel ritratto fisico e biografico Musumeci furono altre persone. Sono le stesse notizie rivelate sotto giuramento da Buzzatti al processo Peci. Qui Buzzatti parlò di un certo Santini legato sia al KGB sia al SISMI, un uomo brizzolato con occhiali, eccetera. Questo Santini sapeva tutto sulla strage di Bologna. E' evidente che si tratti di Alceste Santini, ex spia cecoslovacca, presente anche nell'archivio Mitrokhin e che pare avesse rapporti di intelligence pure con i rumeni, ed è in quest'ultima nazione che Santini potrebbe aver ricavato le informazioni sulla strage di Bologna, visto il forte indirizzo che sulla P2 veniva impresso dalla Securitate rumena. 

Ma Santini era un giornalista dell'Unità come Fasanella. E allora anche qui il dubbio che l'Autore non voglia accorgersi di certe notizie ci sorge spontaneo.

Pensavo che mi mancasse ancora molto per finire di leggere questo "puzzle Moro" e invece no, mi mancava soltanto l'ultimo capitolo. Ho letto la versione ebook dove le note sono state lasciate tutte a fine testo, ecco perché credevo mi mancasse ancora parecchio. 

Il libro di Giovanni Fasanella chiude in bellezza con due castronerie grosse come una casa, facilmente dimostrabili senza timore di querele temerarie. Castroneria numero uno, che poi è sempre la solita: Aldo Moro fu ucciso per proteggere i segreti della NATO. Segreti? Di pulcinella, forse. Ma quali segreti aveva ancora nel 1978 la NATO in Italia? Nessuno e lo potete scoprire guardando le fotografie con tutti i documenti originali rubati dall'STB cecoslovacco. La strategica base USA di Aviano era un libro aperto per i russi. Ci sono documenti che risalgono al 1970. Ma non solo. Il Patto di Varsavia aveva ottenuto dal suo nutrito gruppo di informatori una marea di informazioni fin dalla metà degli anni Sessanta, sia dalla Securitate con la rete Caraman, sia dalla Cecoslovacchia dalla rete di Michele Tito. Chi consapevole, chi no, molti giornalisti, impiegati, politici, in Italia avevano scelto da che parte stare. Dall'altra parte. Poi che fosse giusto o no, ci potete organizzare, qui sì, una commissione parlamentare. 

Quindi se Moro fu rapito e ucciso ciò non avvenne certamente per proteggere qualcosa che avesse a che fare con la NATO ma semmai fu rapito a scopo di ricatto da persone del SISMI che lui conosceva e di cui si fidava. Semmai. 

Castroneria numero due. 

Il rapimento Moro sarebbe stato il trionfo delle Brigate Rosse, le quali secondo l'Autore avrebbero da quel momento acquisito consensi nelle fabbriche e tra la gente.

Falso. Lo dicono gli articoli di Walter Tobagi, in primis, e persino i filmati dell'epoca che mostrano come ai cortei c'erano tantissimi operai delle fabbriche. Lo scriveva Giorgio Bocca nel suo libro "Il terrorismo italiano", affermando che quei terroristi erano totalmente fuori dal contesto delle proteste dell'epoca e lo affermava anche un libro del giugno 1977 "Mai più senza fucile", di Alessandro Silj, esperto di movimenti di sinistra. Non ci fu alcuna apoteosi del brigatismo, è vero soltanto che da quel momento aumentarono gli attentati e gli omicidi e che fu prodotto da quelle organizzazioni uno sforzo "bellico" senza precedenti.

Infine, andrebbe approfondito un altro tema. Secondo Fasanella, Cossiga avrebbe costruito una grande menzogna insieme ai due brigatisti che si rifugiarono a casa della figlia di Giorgio Conforto: Morucci e Faranda. Questa strategia, ma non ho nemmeno capito bene Cossiga in che misura c'entrasse, forse per aver promulgato la legge sui pentiti, avrebbe consentito al generale Dalla Chiesa di acquisire un elenco di oltre 90 nomi di brigatisti da "bruciare" e arrestare, in modo tale da poter salvare i mandanti. Dalla Chiesa avrebbe fatto prelevare dopo la strage di via Fracchia a Genova alcune pagine del memoriale Moro su Gladio per farle sparire, se ho capito bene. La bugia sarebbe stata svelata dall'ultima Commissione Moro nel 2017, la Fioroni (tra l'altro Fasanella dimentica di precisare che Fioroni, Carlo si chiamava, fu pure il primo pentito dei brigatisti). 

Pure questa storia è molto dubbia. Sicuramente Cossiga prima di morire una parte della verità l'aveva detta in un documentario andato in onda in Svizzera sulla tv di lingua italiana. Era il 2007. Già da allora Cossiga rivelò che la morte di Aldo Moro fu il risultato di una scelta strategica fredda nel corso di un'operazione di controspionaggio gestita dagli Stati Uniti. Il consulente cubano-statunitense Steve Pieczenik, anche lui intervistato dagli svizzeri nello stesso filmato, affermò che quando lui fu chiamato in Italia il fronte della fermezza era già stato ideato e che lo considerava un grave errore, perché bisognava fingere di trattare e nel frattempo agire con i servizi segreti (ma che in Italia perseguivano altri interessi evidentemente). Strategia che ho scritto anch'io nella mia "Indagine possibile" fosse la migliore. Gli Usa avrebbero voluto incolpare le Bierre della morte del presidente Moro attraverso una strategia psicologica, spingere i brigatisti verso un bivio: o liberare il prigioniero da vivo senza trattativa oppure ucciderlo per loro scelta. Fu sicuramente una strategia spregiudicata tipica della guerra fredda. E su questo si dovrebbe ancora indagare, ad esempio su quanto potesse influire il doppiogioco dei capi della Loggia P2, i quali facevano credere agli Usa di lavorare per loro andando poi a spifferare tutto a Mosca. 

Altro da dire sul libro di Fasanella, che dovrebbe essere un saggio ma è zeppo di errori, direi che proprio non c'è.

Conclusioni

Uno sguardo sullo stile e sulla diffusione del libro.

Aggiungerei due considerazioni sull'aspetto stilistico ed editoriale dell'opera, se si può definire tale, di Fasanella. Il libro non è scritto male e si vede lo stile del giornalista di inchiesta. Ho fatto una ricerca sull'editore. Chiarelettere viene considerato affidabile nonché rigoroso dal punto di vista della tutela del diritto d'autore. E' molto importante, perché sono al corrente dell'abuso che viene fatto all'interno di questo settore dei cosiddetti ghostwriter, scrittori fantasma che vendono l'opera a una firma che non abbia voglia o non possa scrivere di propria mano un testo scorrevole ed autorevole. 

Adesso c'è il nuovo problema dell'intelligenza artificiale: chiunque potrebbe dare delle semplici indicazioni all'IA per ottenere un testo apparentemente passabile, anche se a un occhio attento la mano meccanica del computer non dovrebbe sfuggire. E' altrettanto vero che per pubblicare su Amazon il testo deve passare gli stessi controlli che effettua Chiarelettere. Con una differenza non di poco conto: da una parte su Amazon c'è l'autodichiarazione di uno scrittore magari non affermato e non affidabile, dall'altra un marchio editoriale che copre l'autore da ogni responsabilità. 

Ma qui subentrano altre considerazioni. Una è che questa tutela degli editori non è affatto democratica, perché ogni editore deve fare i conti con le sue finanze. E pertanto se alla porta di Chiarelettere bussa Fasanella, che scrive sui giornali da una vita, troverà facilmente le porte aperte. I controlli sul suo lavoro, a livello di contenuto, non saranno certo svolti, anche per una forma di rispetto nei confronti della sua esperienza. In buona sostanza, l'editore per lui sarà disponibile ad investire denaro a occhi chiusi per svolgere il fondamentale lavoro di marketing. Se poi alle spalle di Fasanella ci fosse qualche forza politica sarebbe anche meglio. Al contrario, quando si presenta un autore che è meno conosciuto, la proposta editoriale già di per sé perde forza agli occhi di chi deve spendere. E se finisci su Amazon là il marketing non esiste, né si può pensare di improvvisarsi venditori di libri senza un minimo di conoscenze almeno scolastiche di economia. 

Ora, la situazione mia personale è che mi ritrovo non soltanto svantaggiato con il mio cognome molto comune, ma se mi cerco su Google trovo persino dei miei omonimi con un passato torbido a dir poco alle spalle. C'è un Massimo D'Agostino camorrista in Campania che pare sia evaso da un carcere, e c'è un Massimo D'Agostino boss della mafia in un best seller americano; qualcuno potrebbe persino vedere in questo personaggio qualcosa della mia biografia. Per non parlare delle centinaia di Massimo D'Agostino che si sono registrati su Facebook. Un tipo aveva persino messo sul suo profilo la mia immagine del curriculum. 

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina. E' stato perso tanto tempo dietro ricerche spalleggiate dalla politica italiana che non hanno risolto nulla e promettono di continuare a non farlo, in quanto Fasanella parla di nuove inchieste della magistratura, nate dal suo filone di indagine, che stanno apponendo nuovamente il segreto di stato. Il segreto? Su una vicenda di 50 anni fa? E' un'enorme cretinata, perché chi ha studiato le normative del settore sa che dopo 50 anni i documenti dei Ministeri e degli enti pubblici divengono di pubblico dominio, cioè cade il segreto d'ufficio. E dunque anche qui Fasanella va controcorrente: mentre i documenti sul Caso Moro vengono messi a disposizione degli studiosi, c'è chi nel giornalismo, nella politica e nella magistratura lavora per allontanarli dai normali cittadini. Che ci sia qualcosa di anormale in questo settore della storiografia è evidente anche ai bambini delle scuole elementari.

Il guaio è che ai lettori il lavoro di Fasanella, uscito nella prima edizione nel 2018, continua ad arrivare ancora oggi senza aggiornamenti. Vedo spesso questo giornalista impegnato in conferenze di alto livello. L'intelligenza artificiale mi suggerisce che il suo libro sta "trovando sponda" sia nei partiti di sinistra, per l'esaltazione del buon comunismo vittima dei capitalisti americani, sia tra i sovranisti di destra, grazie alla tesi della grandezza italiana ostacolata dalle potenze occidentali. Ha avuto cinque ristampe e ha venduto migliaia e migliaia di copie. Ma la storia resta sempre la stessa del 2018. 

E' veramente strano che un ricercatore storico abbia confezionato un bel saggio preciso e puntuale nelle note a margine e nelle citazioni bibliografiche e archivistiche, che già in partenza nasce come opera definitiva. Per non parlare dell'aspetto etico. Spesso nel testo si percepisce una certa solidarietà che l'Autore nutre verso certi brigatisti pentiti, come ad esempio Alberto Franceschini. Non è un bel leggere. Preferisco a questo punto il film di Nanni Moretti, per restare nel campo della produzione di marca socialista, che si intitolava: "La seconda volta". Era del 1995, con la regia di Mimmo Calopresti. Un film alla Nanni Moretti, basato sui dialoghi e senza un vero finale, ma con un messaggio chiaro: per gli ex bierre, anche dopo il loro pentimento, non ci può essere compassione.

giovedì 10 settembre 2026

E così mi mandano in pensione?




L’anno scolastico 2026-27 è alle porte. Quest’anno tuttavia per la prima volta dal 2017, dopo una serie infinita di contratti annuali in questa o quella scuola come in una roulette russa, il sottoscritto non ci sarà. I motivi sono molteplici e ritengo sia doveroso che a questo punto vengano resi pubblici, affinché le mie grandi perplessità siano condivise con altri sfortunati docenti come me e soprattutto con le famiglie degli studenti, alle prese ogni anno con un volto nuovo in cattedra, con tutto ciò che comporta per la didattica. Ho usato la parola docente al posto di insegnante. C’è un motivo che dopo spiegherò. 

Innanzitutto vengo al perché in questo inizio, e non soltanto questo probabilmente, di anno non mi si vedrà ai nastri di partenza. Il sistema di reclutamento degli insegnanti non di ruolo e anche in procinto di entrare in ruolo è diventato talmente complicato che mi servirebbe una segretaria personale per potermi districare nella giungla, è il caso di definirla, di procedure e leggine che regolano la o le graduatorie del collocamento nelle scuole. Sono graduatorie ingannevoli, che si moltiplicano e si complicano affinché il tuo punteggio conseguito con le supplenze sia praticamente inutile.

Ciò che intendo recriminare con chi mi ha avuto come dipendente per ben dieci anni nelle scuole superiori e per i primi tre nelle medie è proprio il rapporto ingannevole che intercorre tra datore di lavoro, ossia dirigente scolastico, e insegnante. La prima domanda che mi pongo è: in quale recondita stanza del plesso scolastico avrei potuto trarre informazioni per migliorare la mia carriera e dare continuità al lavoro entrando in ruolo? E’ un bel mistero. C’è chi mi ha detto di guardare sul sito dell’Ufficio Scolastico, chi addirittura ha usato il passaparola, altre notizie venivano dedotte, pensa te, proprio noi insegnanti, da discussioni non ufficiali su Whatsapp. 

Eppure va spiegato che il rapporto di lavoro che si instaura nelle scuole pubbliche oggi è molto simile a quello che nasce nelle aziende private. L’Ufficio Scolastico - ciò che una volta si chiamava Provveditorato - dal punto di vista amministrativo c’entra ben poco con la gestione della scuola. Chi ha in mano le informazioni del docente e dei lavoratori è il dirigente scolastico, che è la stessa persona giuridica dalla quale partono le lettere per i richiami disciplinari (sì, anche gli insegnanti sbagliano e vengono “sgridati”). Dunque, visto che per una decina di anni sono stato usato più o meno come un pacco postale e fatto girare tra tutti gli istituti tecnici e professionali della città, io mi sarei aspettato quantomeno un colloquio con il o la dirigente (uno dei tanti incontrati), affinché fossi edotto, non soltanto sul percorso professionale, ma anche su un progetto personalizzato, creato sul mio curriculum, per entrare in ruolo e divenire un punto di riferimento fisso per i miei studenti. O è soltanto un mio interesse che nella scuola lavorino docenti o insegnanti con un curriculum adeguato?

Ma perché dico che avrebbe dovuto essere il dirigente a concordare un colloquio informativo con me? Perché altrimenti sarei stato immediatamente accusato di cercare dei favoritismi! 

Eh sì, perché tra le tante fesserie che ho sentito in giro c’è anche quella che i decreti legge sulla scuola devono essere uguali per tutti. Ma siete davvero convinti sia così? Ma è assolutamente falso, il percorso di accesso alle cattedre non è e non può essere uguale per tutti e ne sono l’esempio vivente (eppure sono perfettamente in regola ed è stato verificato tutto ciò). Sono entrato nelle graduatorie nel 2011, ma non con il decreto ministeriale più recente, bensì con quello del 1994! La ragione è semplicissima: essendo un laureato dell’anno 1998-99 non potevo certamente presentarmi con gli esami che sostengono i laureati più giovani, anche perché certe discipline neppure esistevano. Lo dice la legge. Nel mio caso per insegnare alle scuole superiori mi servivano (si veda il documento allegato) due esami di Letteratura Italiana, uno di Storia tra medievale, moderna e contemporanea, e un esame di geografia. Non serviva nemmeno il Latino, nel 1994, che invece era necessario per insegnare alle medie, più tutti gli altri esami che ho detto prima (con due esami di storia su tre). Quindi dove starebbe questa uguaglianza tanto propagandata? Erano regole che ci venivano spiegate a Macerata, tra l’altro, dal professore di Geografia, Carlo Brusa, responsabile della Commissione sui Piani di Studio, lo stesso che è stato poi preside della Facoltà di Lettere di Vercelli. Quindi non sono esattamente mie invenzioni. 

Ma allora perché mi sono sentito chiedere, sempre da voci di corridoio, di sostenere un concorso pubblico per entrare in ruolo sulle stesse materie che portano gli studenti che hanno trent’anni meno di me? A parte il fatto che le regole sono state cambiate mentre già insegnavo e quando avevo iniziato era sufficiente “raccogliere i punti” per entrare in ruolo con le cosiddette graduatorie a esaurimento, ma questo nuovo sistema che diavolo di senso ha? E perché questo concorso per ragazzi è stato organizzato, dal punto di vista amministrativo, al di fuori delle scuole pubbliche nelle quali ero dipendente? Chi lo organizzava e chi ne garantiva la regolarità?

Dico fuori perché il sito dell’Ufficio Scolastico è strapieno di bandi di tutti i tipi, anche per collaboratori scolastici, tecnici, informatici, eccetera. E questo già in termini di rapporto dirigente-dipendente non è accettabile. E’ allo studente che puoi dire: vai a leggere il sito del MIUR e cèrcati il bando, non al tuo dipendente. Chi è che ha il compito della “vigilanza” sulla corretta assunzione dei dipendenti? Non lo so, lo chiedo. Oppure avrei dovuto affidarmi al passaparola e ai gruppi Whatsapp? 

Ecco, quest’ultimo è un  altro canale della professione dell’insegnante che approfondirei. Allora facciamo una breve panoramica - anche magari per i dirigenti che sono poco informati - delle amenità che ho sentito sull’ingresso in ruolo. Dunque, serve questo concorso, bisogna studiare, e allo stesso tempo chi già insegna deve concentrarsi pure sul proprio programma, con chissà quale serietà nell’affrontare gli impegni scolastici. Ma non basta solo ripassare la propria materia, sarebbe comodo. Bisogna acquisire le cosiddette “competenze psico-pedagogiche” e quindi sostenere l’esame. Nel 2022 ho voluto provare l’ebbrezza di essere interrogati come a scuola da questi signori. Raccontai all’epoca in un post l’esito personale, ma qui la questione che intendo sottolineare è che si entrava in ruolo con l’insufficienza! Avete capito bene. Non era specificato se il candidato sarebbe stato ammesso o no, idoneo o non idoneo, gli veniva assegnato un punteggio e in presenza di posti disponibili anche i punti inferiori al 6 sarebbero stati utili. E’ un po’ come se allo scrutinio uno studente venisse ammesso alla classe successiva con un 3 o un 4. Qui parliamo addirittura di insegnare quella materia col posto fisso! La cosa si commenta da sola. E in tutto questo ovviamente i dirigenti non sapevano nulla. Ma è veramente così? E non è una questione che li riguarda? Certo uno potrebbe dire, come sostiene certa gente ben informata, che il supplente dal punto di vista legale non esiste e che per entrare in ruolo si deve seguire un percorso formativo universitario. Eh sì, facile a dirsi, ma allora dobbiamo cancellare i miei tredici anni di insegnamento, e pure gli innumerevoli precari che per decenni sono stati impiegati nelle scuole. Mi pare siano tanti. Ma tanti tanti. Spariscono così? Ma dai. Non ci credo.

Ma vediamo altre cose simpatiche che ho sentito. Perché se avessi superato questo concorso, pare, sempre per sentito dire ma magari sbaglio, che avrei dovuto iscrivermi a un master universitario, non come docente ma come studente ovviamente, e pagare qualcosa come 7-8000 euro! E per ottenere poi quali incredibili strabilianti conoscenze per un lavoro che già svolgo? Io una cifra del genere la spenderei per un master a Cambridge o a New York, ma sempre a patto che sia una mia scelta, non certamente un obbligo! E quindi anche qui problemi. Mi sarei fermato comunque dopo il concorso. 

Ma ne ho sentite altre ancora, ad esempio di corsi low cost in Romania o Spagna per superare il Tirocinio Formativo Attivo, che è un’altra invenzione inutile di epoca recente, la quale serve allo stato (italiano) per far soldi ma non dà garanzie sull’ingresso in ruolo. Serve a creare altre sottocategorie nella graduatoria dei docenti e complicare meglio il calcolo dei punteggi. Nel 2014 spinto sempre dal passaparola avevo partecipato al primo TFA, quello italiano. Ricordo che andai a Milano. E oltre alle domande storiche fatte da gente poco esperta, notai che c’erano quesiti di Linguistica, che è una disciplina nata dopo il 1999 e su cui il Ministero sapeva perfettamente che non poteva mettermi alla prova. Ma c’erano domande praticamente su tutto lo scibile possibile, dalla preistoria, alla storia greca, romana, contemporanea, medievale, sui 700 anni di letteratura italiana trovavi tre righe prese a caso da un qualsiasi autore di chissà quale secolo e dovevi indovinare chi fosse. Avrei avuto più probabilità di vincere a un quiz di Mike Bongiorno, anzi ne sono certo.

Quindi scorciatoie, possiamo definirle, ma non certo per me. Buttate lì a caso senza tanti fronzoli, in cui potrebbe presentarsi un dirigente scolastico, un giornalista, un infiltrato dei Servizi Segreti, non se ne accorgerebbero e lo boccerebbero ugualmente. 

Eppure a quanto ne so si tratta ugualmente di scorciatoie molto onerose, soprattutto la strada per Bucarest. Non c’è nessun regalo che pende dagli alberi rumeni. In Italia lo stesso, te lo mascherano da concorso ma poi devi mettere pesantemente mano al portafoglio: 3-4mila euro. Siamo in democrazia, no? Mi sono guardato bene dal seguire questa voce. Ma pure qui i miei dirigenti scolastici non c’entrano, ma no figurati, perché dubito che sapessero qualcosa di tali splendidi vorticosi giri per l’Europa alla ricerca in un miglioramento in graduatoria. Ho ragione?

Insomma il percorso, se avessi scelto di provare a cercare il posto fisso, sarebbe stato un percorso di guerra, con probabilissimo anzi sicuro fallimento, soprattutto finanziario. 

E quindi eccomi qui, con la pensione (integrativa) come prossima e ultima tappa. Certamente indietro non si torna. Non accetterò mai e poi mai convocazioni per supplenze brevi, magari per sostituire un insegnante malato (che mi potrebbe imporre un certo metodo e certe sue valutazioni). E’ una questione di serietà. Vorrà dire che mi assumerò un compito di “vigilanza” sui contratti che sarebbe spettato ai dirigenti scolastici e casserò ogni “mostro giuridico” (frase coniata per i cococo nel giornalismo dal collega Giovanni Giacomini, scomparso di recente) che mi arriverà a casa sotto forma di contratto.

Il guaio sai qual è? Che chi verrà dopo di me troverà una scuola in cui l’offerta formativa si abbasserà notevolmente di livello. E vengo al punto iniziale, alla disquisizione sulla parola più corretta: docente o insegnante? Docente fa pensare più al docente universitario concentrato sulla materia, che non smette mai (o almeno dovrebbe) di fare ricerca, di essere competente; insegnante oggi per chi governa e pretende come detto “le competenze psicopedagogiche” è colui che sa trasmettere le conoscenze agli adolescenti. In realtà, il rischio è che le future generazioni di insegnanti sappiano applicare tutti i giochini online per trasmettere qualche conoscenza di Storia o Italiano, ma non siano più competenti nella grammatica o sui periodi storici. Si pensa di aver creato degli insegnanti professionisti mentre si sta svuotando di contenuti l’insegnamento delle materie e ci si discosta nettamente dall’articolo 33 della Costituzione il quale afferma che l’insegnamento delle Arti e delle Scienze è libero. Delle Arti e delle Scienze. Ossia, le insegno come pare a me, non come vuole lo stato. Si trasmettono contenuti, non si deve saper soltanto parlare con un tono di voce suadente o ipnotizzare il proprio studente. 

Fossi stato il ministro, avrei limitato le “competenze psico-pedagogiche” all’ambito del Sostegno, e basta. Ma non è così. Anche su questo avrei avuto e ho avuto scontri verbali con i colleghi più giovani. Ciò non vuol dire che gli insegnanti siano meno preparati, ma a mio giudizio c’è una netta differenza tra i più giovani e coloro che stanno avvicinandosi alla pensione. E’ la stessa situazione già sperimentata nel giornalismo. Si pensa di essere di fronte a una rivoluzione ma è una rivoluzione al contrario, verso la trasformazione dell’insegnante in un perenne studente, con tutte le conseguenze nefaste di sentirsi studente, o trattato da studente, mentre si ha di fronte una classe di propri studenti. Da questo punto di vista farei una splendida figura nell’allontanarmi dall’insegnamento di Lettere nelle scuole pubbliche definendomi finalmente docente. Un docente vero, come sarebbe piaciuto essere a me. 

E’ altrettanto vero che il problema non si esaurisce nella scuola, e non lo risolverò standomene a casa. Il problema è a monte, nello stato italiano. Allargando l’orizzonte di indagine accerterei, se fossi un magistrato, le responsabilità nei governi di varia colorazione che si sono alternati negli ultimi dieci anni alla guida del Paese. A me pare, ditemi se sbaglio, che abbiano seguito sulla scuola, di fatto, la stessa filosofia: complicare le cose anziché rendere credibile e trasparente l’assunzione dei docenti. A tale proposito ricordo a quanti non lo sapessero che per mettere in ruolo tutti i docenti precari basterebbe un decreto legge. In un minuto si farebbe, come nel 1968. 

Si può tentare un accostamento con il giornalismo, dicevo. Sì perché lo stato anche lì ha sfornato leggi alla azzeccagarbugli con cui tenta di vendere venti volte la stessa cosa. Un gran bel pataccaro (rubo il termine al grande Eugenio Scalfari), insomma, il nostro Legislatore. Se nella scuola mi avevano assegnato la cattedra provvisoria accettando i miei esami, salvo poi cercare di rinegoziare al rialzo lo stesso tipo di lavoro, nel giornalismo stanno tentando di rivendermi in continuazione la tessera da pubblicista, che avevo conseguito nel lontano 2003. All’improvviso, dopo vent’anni di silenzio (cioè per vent’anni è stato come non avere alcun ordine professionale), hanno cominciato a scrivermi email minacciose pretendendo che seguissi corsi di formazione in cambio del mantenimento del tesserino. Il bello è che non ho un contratto di lavoro giornalistico. Chi mi rimborsa le spese? A quale titolo mi impartiscono compiti? Per quale “clientela” dovrei formarmi? C’è gente che entra abusivamente nell’account che l’ordine stesso mi aveva chiesto di aprire, per iscrivermi ai corsi, e controlla se li ho fatti o no (avranno installato anche il software Paragon nel mio smartphone?). 

E quindi le cose sono due: o sono terribilmente sfortunato perché capitano tutte a me, il che non andrebbe affatto escluso visto che sulla mafia ormai ho conoscenze molto approfondite, oppure sono terribilmente fortunato e posso constatare il comportamento assurdo dello stato (o chi per lui, chi si spaccia per stato ma non lo è) su più lavori. A voi la scelta. 

Tutto questo discorso verteva sul concetto di continuità lavorativa nella scuola. Detto e fatto. Mentre preparavo queste righe mi è arrivata con notevole ritardo rispetto agli ultimi anni, l’8 settembre, una comunicazione di assegnazione di una cattedra annuale per uno spezzone di Lettere in una scuola media. Cioè, dopo dieci anni di scuola superiore, in cui già ritenevo umiliante il dover fare le valigie e cambiare classi, libri di testo, studenti praticamente ogni anno, vengo sbattuto a fare 8 ore settimanali invece di 18 in una scuola media? Ma stiamo facendo sul serio o è uno scherzo? Come se non bastasse, per un disguido nell’invio delle email all’interno di una scuola, cui non è seguita una smentita chiara ed esaustiva, si è appreso - o si è dedotto - che l’algoritmo con cui d’estate vengono nominati i docenti sulle cattedre annuali non funzionerebbe allo stesso modo per tutti. Perciò, si sono aggiunti dubbi in un quadro generale che era già compromesso per conto suo. 

Cerco di farmi capire da studenti e genitori. Se un tempo la scuola funzionava così: facevi una serie di supplenze, accumulavi esperienza, imparavi a insegnare, ed entravi in ruolo attraverso lo smaltimento di una coda a punteggio, oggi tutto ciò che conta è la corsa ai crediti formativi, agli esami, fatti non si sa da chi e dove. Questo vorrebbe - sempre secondo voci incontrollate - il più recente decreto legge. E quindi tutto diventa una corsa a comprare crediti. A me sembra ovvio, ad altri evidentemente no, perché vedo colleghi fare la fila per questi concorsi. Lo stesso avviene quando in un mercato libero lo stato inizia a voler dettare delle regole ferree; apparentemente ti sembra che il sistema potrà funzionare, nella realtà vince il mercato nero. Ma io mi chiedo: chi ci vorrà andare oggi - tanto per fare un esempio lampante - a prendersi una supplenza di due settimane o un mese in una scuola, sapendo che non gli servirà più a fare punteggio? Guarda caso, vedevo ultimamente parecchie classi scoperte con i ragazzi che rimanevano a casa per la mancanza del docente titolare. E tutto ciò avviene perché i docenti precari sono in giro per il Piemonte, chissà dove, a raccattare crediti ed esami farsa? E magari compiere un bel sorpasso su chi non li ha superati? Ma ci rendiamo conto di che razza di sistema è diventato la scuola? A questo punto, per coerenza, abbia il Ministero il coraggio di far entrare nella scuola soltanto chi ne ha tutti i requisiti. Ma proprio tutti allo stesso modo. Perché di fatto, per creare questo sbarramento dei concorsi, concorsini, concorsoni, creditini e creditoni, si è legalizzato il mobbing. Il sottoscritto deve accettare un peggioramento delle condizioni lavorative o addirittura il mobbing perché non ha superato un concorso? Oppure perché ne ha fatto uno ma ancora l’altro no? Ma è un ragionamento possibile? 

E chi mi garantisce che dietro quell’algoritmo che stabilisce le nomine non ci sia un essere umano in carne e ossa che redige graduatorie e liste di proscrizione? Questo mi piace, questo lo mandiamo a farsi scannare qui, questo è bravo e lo premiamo, e così via. 

Ma che si tratti di intelligenza artificiale o no, comunque queste convocazioni arrivano con la firma del Ministero dell’Istruzione e del Merito e le ricevo anche sulla app dello smartphone IO della Pubblica Amministrazione. Non è quindi uno scherzo, ma è pure peggio. 

Buon anno scolastico