sabato 16 giugno 2018

Pagati per essere eterni aspiranti


Lo Stato da diversi anni eroga sussidi per chi rimane senza lavoro. Lo avevamo raccontato anni fa su queste colonne. E chi vi scrive ha provato di persona come funziona il meccanismo. Il problema è che questi soldi sono un paravento dietro il quale lo Stato, oggi rappresentato non più da chi lavora nelle istituzioni ma da questi politici prepotenti e poco preparati, porta avanti un’idea deleteria di lavoro, quella dell’eterna flessibilità. Essere eterni aspiranti, non avere mai una collocazione chiara nel mondo lavorativo, è un handicap sia per il lavoratore, che non può crescere professionalmente, sia per la società, che non potrà mai contare sulle competenze delle nuove leve. Adesso scopro che questa flessibilità può durare tranquillamente in eterno, perché lo Stato è proprio in cambio dei contratti da dipendente a tempo determinato che eroga il sussidio di disoccupazione. Mi è stato raccontato di un ex impiegato dei call center (uno dei pochi lavori che apparentemente sono aperti a tutti), il quale, licenziato, ha smesso di cercare lavoro approfittando dei bonus di disoccupazione maturati, che aumentano in proporzione alla durata del contratto.
Avrei voluto e potuto evitare di chiederlo questo sussidio, ma i conoscenti mi convinsero che avrei rinunciato a un mio diritto. D’estate la scuola è chiusa, e così, anche per non sembrare un insegnante di serie B rispetto a colleghi con cui mi ero confrontato fino a pochi giorni prima, pensai fosse giusto accettare un assegno in attesa della nuova chiamata.
Ora però scopro che le regole sono cambiate, oppure non erano mai state chiare prima. Ma in ogni caso, al di là di ogni congettura, i fatti sono questi: il sindacato a cui mi sono iscritto mi ha spiegato che, dopo aver fatto domanda di disoccupazione, quest’anno avrei dovuto iscrivermi al collocamento, cioè ai centri per l’impiego, nei quali vengono offerti lavori spesso di basso profilo. Quindi per farci cosa? Il mio centro per l’impiego dal 2011 è la terza fascia dell’insegnamento, nella quale ho un punteggio medio-alto. Di norma a settembre avvengono delle nomine, e molto spesso sono stato io a rifiutare di essere piazzato in posti di lavoro per i quali non avevo alcuna competenza né motivazione: il sostegno, o anche altre cattedre, come l’inglese.
Le parole del sindacalista mi sono parse una minaccia: “Lo Stato eroga dei soldi e vuole sapere chi sei”. Ma lo Stato lo sa benissimo chi sono, visto che mi ritrovo nella cassetta della posta lettere dell’Agenzia delle Entrate, come della scuola, e del giornalismo. Perché non faccio mai mistero di avere già un secondo impiego nel giornalismo, grazie a una tessera stampa che mi abilita dal lontanissimo 2003 a scrivere nei giornali a larga diffusione. Inoltre la scuola d’estate non è affatto vero che è chiusa, eroga corsi di recupero per alunni rimandati. Ma il sottoscritto non è mai stato contattato al di fuori di supplenze temporanee invernali.
Diciamo anche che si sta creando uno spread, cioè una netta separazione, tra il lavoro effettivo, la competenza acquisita sul campo, e l’appiattimento mortificante dei contratti a termine, più o meno lunghi, ma che ti lasciano al punto di partenza. Una delle conseguenze più dirette della mancanza di serietà nella politica, oggi, è rappresentata dall’impossibilità per l’insegnante di abilitarsi. Dal 2011 sono stati effettuati solo due concorsi per entrare in ruolo, ma sono stato adeguatamente informato solo del secondo, organizzato nel 2014, al quale ovviamente ho partecipato. Una selezione estremamente rigida, basata sul nozionismo puro e mnemonico, nella quale non sono stato promosso per pochi punti. Ma pensavo anche di andare peggio. Basta. Non ho avuto altre possibilità. Nel frattempo le leggi per entrare in ruolo sono cambiate almeno tre volte da quando ho iniziato ad accettare le supplenze, senza poter tuttavia chiedere (ma io lo farò appena possibile, per rompere un po’ le scatole) di accedere al ruolo con le regole in vigore al momento della prima chiamata. Perché i capricci dei ministri e sottosegretari non sono nemmeno immaginabili. Gli esami da fare aumentano e diminuiscono a ogni nuova elezione. Chiunque lancia la sua idea, che a volte è persino assurda. Pare che, per farlo entrare in ruolo, i futuri ministri intendano chiedere all’aspirante insegnante di rinunciare ai 1400 euro di stipendio delle supplenze per svolgere due anni di tirocinio a 400 euro al mese. E chi me lo farebbe fare? Nell’ultimo anno ho potuto contare su una supplenza annuale, durante la quale mi sento di aver portato a compimento un buon lavoro. Ed è in questi casi, paradossalmente, che la fine del contratto è maggiormente dolorosa. Devi abbandonare un lavoro iniziato, un rapporto con gli studenti faticosamente costruito, senza dimenticare i colleghi. Avanza anno dopo anno la sensazione di essere usati, manipolati da uno Stato iniquo.
Ecco perché dico che con le aspirazioni ci si può campare per tutta la vita, ma fino a un certo limite. Io dico ai miei lettori che sinceramente mi sono vergognato di guadagnare senza far nulla con il sussidio di disoccupazione. Preferivo guadagnarmi 500 euro scrivendo due articoli al giorno (certamente non per stare da dipendente dieci ore in una redazione), piuttosto che essere riempito di soldi, ma anche ricattato, costretto a svendere la mia professionalità in cambio della schiavitù.
Se mi batto contro la divinizzazione dello Stato è perché Hitler negli anni ‘30 chiedeva le stesse cose. Lo Stato doveva costringere il lavoratore ad accettare ogni tipo di impiego. In cambio il povero suddito avrebbe guadagnato e la società del Reich sarebbe progredita. Non andò come sperava. Ma i nostri governanti sono diversi. Essendo alle prese con un lavaggio del cervello al giorno sulla corruzione della politica, non mostrano nemmeno quella parvenza di ottimismo.