domenica 16 giugno 2019

Militari “suicidati” tra Jugoslavia e Ustica?


Potrebbe non essere una casualità che gli ultimi grandi casi di spionaggio contro la NATO furono attuati da personaggi assoldati dall’ex Jugoslavia. Né che una di queste fantomatiche spie porti lo stesso nome e lo stesso cognome del principale indagato della strage di Ustica, poi assolto dopo un lungo processo: Franco Ferri.
Guido Giol non è sicuramente la prima spia che confessò di lavorare per il maresciallo Tito. Il libro di Vinicio Araldi “Guerra segreta in tempo di pace” è pieno di intricatissime vicende di arresti di spie a cavallo del confine italo-jugoslavo. Ma dell’arresto e della morte assurda di Guido Giol non avevo letto mai nulla prima di imbattermi nelle pagine d’archivio della Stampa. Per questo ho deciso di ricostruire brevemente la sua disavventura.
Il 24 febbraio del 1970 i giornali svizzeri del Canton Ticino uscivano in edicola con la notizia dell’arresto di quattro italiani a Lugano. La polizia cantonale li aveva colti con dei quadri rubati, tra cui un bel Tintoretto da 200 milioni di vecchie lire, ritraente la fuga di Enea da Troia. Quando furono fermati, uno di loro cercò di ingoiare dei ritagli di giornale che aveva addosso, con gli articoli su altre rapine di quadri italiani. Tempo qualche giorno e l’8 marzo 1970 si seppe che tra questi giovani ce n’era uno su cui si erano concentrate le attenzioni del Sid, il servizio segreto italiano. Gli agenti avevano trovato a casa di Guido Giol, padovano, all’epoca trentasettenne, notizie e appunti sui depositi di carburante nelle basi NATO di Verona e Vicenza, nonché sulla dislocazione delle unità militari atlantiche. L’ordine di cattura a quel punto fu immediato, e venne spiccato dal procuratore Aldo Fais, lo stesso che si occupava delle bombe dell’estrema destra e della “Rosa dei venti”. Ma non s’ebbe il tempo di saperne di più. Guido Giol fu trovato morto il 17 aprile del 1970 nella sua cella d’isolamento, nel carcere di via Due Palazzi a Padova. Secondo il racconto del quotidiano La Stampa il giovane si impiccò con i calzoni del pigiama al gancetto del suo armadio, e morì sul colpo cadendo in ginocchio. Si seppe a quel punto che il Tintoretto ritrovato a Lugano era un falso, e che tra il materiale di contrabbando c’era anche il Gerovital, un anestetico molto di moda, all’epoca, nei paesi dell’est.
Tra il 1972 e il 1973 altri due graduati vennero colti mentre giravano segreti militari agli ex Jugoslavi. Si trattò in questo caso di due ex marescialli dell’esercito, sessantunenni all’epoca dei fatti, che fornivano alla repubblica socialista di Belgrado informazioni sulle caserme esistenti nel bellunese. Le condanne del processo militare celebrato a porte chiuse furono pesanti: 9 e 6 anni di reclusione. L’8 marzo del 1975 un nuovo caso veniva alla luce nel momento del processo militare. Eravamo di nuovo a Padova. Di nuovo, sul banco degli imputati, salivano dei sottufficiali, quattro in tutto, e tra questi anche Franco Ferri, nome che divenne noto più avanti quando il procuratore Rosario Priore indagò sui vertici dell’aeronautica coinvolti del disastro del DC-9 a Ustica. Si trattava della stessa persona? Non siamo in grado di dare una risposta certa. Nei verbali del caso Ustica, tuttavia, venne scritto che i mig libici coinvolti nell’incidente aereo provenivano dalla Jugoslavia, dove si recavano abitualmente per le riparazioni, grazie ai buoni rapporti tra il rais Gheddafi e il maresciallo Tito. Dunque la Jugoslavia in questa storia c’entra.
In realtà questo Ferri, genovese di 27 anni, sottocapo della Marina Militare in servizio a La Spezia, era stato arrestato fin dal febbraio del 1973, allorché si era scoperto, a seguito di una sua diserzione, che nel 1971 aveva trasmesso agli jugoslavi informazioni sulle basi NATO in Italia e sull’installazione di lanciamissili e “centrali di tiro” su un incrociatore italiano. Era fuggito ma la Jugoslavia l’aveva espulso. Era stato così arrestato a Trieste. Lui e il suo complice avrebbero inoltre istigato, secondo le accuse, altri militari a reperire informazioni sul sistema difensivo italiano. Dure furono pure in questo caso le condanne dell’ennesimo processo militare a porte chiuse. Franco Ferri si beccò 7 anni e la degradazione. Altri due imputati se la cavarono con qualche mese di reclusione, e uno venne assolto per insufficienza di prove e perché il fatto non costituiva reato.