martedì 23 gennaio 2018

Curcio e Delle Chiaie, due vecchi amici?


Che si sia cercato di cancellare il primo amore di Renato Curcio, leader storico delle Brigate Rosse, per il fascismo di Pino Rauti è una questione ancora tutta da dimostrare. Ma che il fondatore del gruppo terroristico più famoso d’Italia fosse negli anni Sessanta un promettente militante del fascismo rosso è un dato ormai acquisito.
La prova regina di questo legame tutt’altro che casuale di Curcio con l’estremismo neofascista, che fu annotato dalle spie tedesco-orientali della Stasi, è costituita da un articolo d’archivio del quotidiano L’Unità, pubblicato il 14 settembre del 1974.
Siamo nelle ore successive all’arresto in Piemonte, dai contorni a mio parere foschi, dei due leader delle Bierre, appunto Curcio e Alberto Franceschini. E siamo a Novara. Curcio è stato rinchiuso nel carcere di questa città piemontese al confine con la Lombardia. E’ un territorio che il grande traditore dei brigatisti, l’allora frate Silvano Girotto, conosce bene, perché durante l’operazione progettata dai carabinieri, in base alla quale avrebbe dovuto contattare i terroristi e farli arrestare, era il luogo dei suoi incontri con un altro indagato, Enrico Levati.
Il barbuto Renato Curcio il 13 settembre 1974 ha appena subito il primo interrogatorio del giudice istruttore Caselli. L’articolo dell’Unità si occupa proprio di questa notizia. Che in realtà non c’è. Non ci sono novità: Curcio non ha parlato. Ha mostrato il suo atteggiamento da duro. Il titolo del pezzo è infatti: "Resta fedele al personaggio del ‘duro’". Questa linea difensiva per il giornalista comunista dell’’Unità rivela “una certa coerenza con le antiche convinzioni e coi trascorsi di ‘congiurato nero’ del personaggio.” E qui inizia un excursus storico-biografico praticamente dimenticato, cancellato dalla memoria storica. Perlomeno, Renato Curcio nelle sue interviste ha sempre evitato di ricordare questo ambiguo passato. Probabilmente sapeva che avrebbe destato più di un sospetto. 
Torniamo al 1974. Il giornalista di sinistra, anonimo, perché non c’è alcuna firma nel pezzo, passa a raccontare ciò che sembra aver scoperto in una sua inchiesta. Scrive: “Ad Albenga, in provincia di Savona, dove fino al 1964 Renato Curcio studiò e insegnò all’Istituto Ferrini per periti industriali, sono in molti a ricordare il suo acceso estremismo da ‘paranoico filonazista’ come lo ha definito qualcuno. Il grande amore di Curcio era ‘Ordine Nuovo’, l’organizzazione creata dal giornalista e deputato missino Pino Rauti, sospettato per la strage di piazza Fontana.”
Alla fine degli anni Settanta la Stasi aveva avvertito questo pericolo. Nelle sue relazioni spionistiche parlava di una strategia dei missini mirante a progettare organizzazioni terroristiche omonime dei gruppi storici di sinistra. ‘Ordine Nuovo’ era stato infatti un giornale socialista fondato nel 1919 da Antonio Gramsci. Ma non solo. La Stasi citava pure il ‘Fronte della Gioventù’, con cui il Movimento Sociale negli anni Settanta replicò un’omonima sigla appartenente a un gruppo partigiano che combatté durante la Resistenza. “Quello che viene ora indicato come il ‘cervello’ delle ‘Brigate Rosse’ - proseguiva l’articolo dell’Unità -, dieci anni fa era uno dei più fidi attivisti della sezione savonese di ‘Ordine Nuovo’ e teneva contatti con l’omonimo gruppo francese di ‘Ordre Nuoveau’ e col suo leader Jacques Thiriart, longa manus dei gruppi militari oltranzisti dell’OAS.”
Ma il bello deve ancora venire. L’articolo non ha certo l’obiettivo raccontare un dettaglio folcloristico della vita del leader delle Bierre. “L’adesione di Curcio al neonazifascismo - prosegue - non fu né occasionale né di breve durata. Già nel 1961 la polizia si era interessata alle sue mosse dopo l’incontro che aveva avuto col milanese Bruschi, uno degli esponenti più in vista dell’organizzazione di Rauti nel capoluogo lombardo. Con questo Bruschi, Renato Curcio aveva anche tenuto una conferenza nella sede del ‘gruppo di studio albenganese’. E già da parecchio tempo aveva regolari contatti con un altro fascista milanese, un istruttore di karaté conosciuto come ‘Jean’, appartenente al gruppo di Stefano delle Chiaie e quindi ad ‘Avanguardia Nazionale’. Questo - concludeva il giornalista -, a grandi linee, è il ‘curriculum’ di Renato Curcio, prima della conversione su posizioni pseudorivoluzionarie e prima della sua comparsa in scena come protagonista delle imprese provocatorie delle ‘Brigate Rosse’.
Dunque, prima di un’apparente conversione sulla via di Damasco come San Paolo, il barbuto leader delle Bierre, ai tempi dell’incontro missino all’hotel di Roma in cui fu decisa la ‘Strategia della tensione’, era nell’organico della destra eversiva. Come poteva un personaggio del genere essere credibile per un progetto rivoluzionario di sinistra? Walter Tobagi nel suo libro “La rivoluzione impossibile” riportò le parole del vicesegretario del Partito Comunista, e acceso bolscevico, Pietro Secchia all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti avvenuto nel 1948, e nei giorni del susseguente sciopero generale dei sindacati. Citando un precedente discorso di Togliatti, Secchia affermava: “quando si pone il problema di ‘prendere il potere con le armi, cioè con una insurrezione’, i comunisti proclamano ‘questa necessità’, lo dicono ‘apertamente’.”
Almeno sotto questo punto di vista, quella delle Brigate Rosse fu senz’altro un’altra rivoluzione impossibile. Il Partito Comunista cercò fin dai primi anni Settanta di prendere le distanze dal gruppo filocinese, prima di approdare, durante il sequestro Moro, alla cosiddetta linea della fermezza. Lo Stato non avrebbe dovuto mai trattare con i terroristi.