lunedì 24 aprile 2017

“Gli americani? Sono fermi agli anni ‘50”


Gli americani sono fermi ai tempi della guerra degli anni ‘50. L’uomo che pronunciò queste parole non aveva in mente i programmi recenti del presidente americano Trump contro la Corea del Nord. Era un agente degli ormai scomparsi servizi segreti cecoslovacchi. Si chiamava Lamac.
Bisogna tornare molto indietro nel tempo. Al ristorante “Da Benito” sulla via Flaminia Nuova, a Roma, non lontano dalle campagne in cui quasi un secolo fa fu ritrovato il corpo dell’onorevole socialista Matteotti, fatto uccidere da Benito Mussolini, si incontrarono più volte le spie dell’est e dell’ovest. Era il 1977. In gioco c’era la pace mondiale in un momento critico della Guerra Fredda. Il partito comunista, grazie alla politica del presidente democristiano Aldo Moro, si stava avviando a conquistare la guida del governo italiano. In un suo libro del 2005 il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, scrisse che gli ambasciatori degli Stati Uniti, nelle loro relazioni che da Roma spedivano all’amministrazione dell’allora presidente Carter, spingevano per una soluzione di compromesso storico. L’obiettivo sarebbe stato quello di favorire le riforme economiche, di cui l’Italia aveva urgente bisogno.
Ma evidentemente non tutti la pensavano allo stesso modo. C’era un uomo misterioso che si aggirava per i salotti della politica italiana e che si dichiarava anticomunista e antisovietico. Si chiamava Martin Arthur Wenick. Secondo le relazioni che i servizi segreti cecoslovacchi prepararono in quel periodo, Wenick era nato nel 1939 nel New Jersey, negli Stati Uniti. Si era laureato nel 1961 in Scienze Umane, quindi aveva iniziato a girare per il mondo per il Foreign Service, grazie alla sua grande padronanza delle lingue. Era stato in Afghanistan, Cecoslovacchia, Urss, e nel luglio del 1974 era arrivato a Roma, in Italia.
Cercando di lui sui giornali italiani si ottengono poche informazioni. Esiste comunque un interessante articolo del Corriere della Sera del 1975 nel quale vennero scritte queste parole: “Almeno una volta alla settimana il signor Martin Wenick, un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, che nessuno si preoccupa di nascondere sia un collaboratore dei servizi segreti americani, si reca a far visita a Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del Partito Comunista Italiano.” Le visite, specificava il Corriere riprendendo un articolo del settimanale “Mondo”, avvenivano a via delle Botteghe Oscure, nel quartier generale del PCI. Niente di segreto insomma. Nemmeno i contenuti dei dialoghi. “Spieghiamo a Wenick come stanno le cose qui da noi”, disse Segre.
Gli americani si stavano intromettendo nella politica italiana. “Per l’America, l’Italia non è un paese dove sia possibile in pochi mesi rastrellare la maggioranza azionaria di tutte le industrie”, interveniva sempre sul Corriere un anonimo funzionario dell’ambasciata americana. In altre parole gli Stati Uniti non potevano essere certi che l’economia italiana restasse nell’area del capitalismo.
Il 25 maggio del 1977 in uno degli incontri al ristorante “Da Benito” sulla Flaminia, Wenick commentò così al suo interlocutore dell’Stb cecoslovacco gli articoli italiani. “La stampa italiana è gravemente inaffidabile, scrive bravate e poi non si vergogna di dimostrare che non era vero.” Sui presunti incontri a Botteghe Oscure con Segre aggiunse. “Si discute con lui solo occasionalmente, quando ci si incontra alla reception.”
Entriamo allora nel vivo della discussione segretissima che avvenne nella periferia di Roma. Le spie cecoslovacche cercarono tra il marzo e l’ottobre 1977, meno di un anno prima del rapimento di Aldo Moro, di contattare questo Wenick. Volevano ottenere da lui delle informazioni. Quali? E perché lo ritenevano così importante? Probabilmente la risposta sta nell’aumento delle armi atomiche in Italia. Se ne parla in alcuni passaggi delle relazioni che i servizi cecoslovacchi archiviarono nell’ormai famoso dossier sul terrorismo italiano. In pratica, secondo l’Stb gli americani stavano violando gli accordi militari incrementando gli armamenti, incolpando poi delle crisi l’Unione Sovietica. “Gli Stati Uniti D'America - scrisse l’agente Lamac - sono così in anticipo nello sviluppo della tecnologia delle armi, che possono avventurarsi ed osare una corsa agli armamenti. Il fatto è che costa un sacco di soldi”. Lamac giudica Wenick a questo punto un “falco” di destra che vuole il ritorno alla Guerra Fredda: “Egli si è dichiarato antisovietico e anticomunista in quanto ha detto che è convinto del nostro regime antidemocratico.”
Ed ecco il punto che mi ha colpito di più. E’ il 15 luglio 1977 e sono le ore 13.30-15.15. Il luogo dell’incontro stavolta è il ristorante Olivetti, in via Flaminia 720. Scrive l’agente cecoslovacco: “Ho detto che in questa situazione è inutile per noi incontrarci, ho pensato che i nostri dibattiti potrebbero essere condotti nello spirito della coesistenza pacifica e della politica di distensione e nello spirito degli accordi di Helsinki. E tuttavia egli parla come negli anni di guerra, negli anni 50.”
Questo Wenick viene descritto come una persona irascibile, che urla sovente per imporre le sue ragioni politiche. E’ ridicolo, ma la Guerra Fredda si decise in un ristorante del quartiere Tor di Quinto, a nord di Roma, nei caldi pomeriggi dell’estate e dell’autunno della Capitale. “Wenick ha un po' ammorbidito la sua voce - racconta la spia cecoslovacca - e ha detto che è già stato fatto un accordo a Belgrado su programmi e modi da tenere per l'udienza principale, ma il dibattimento e gli appuntamenti di Belgrado nel 1977 sono caduti. Wenick ritiene che la rottura non si verificherà e che, naturalmente, alla fine, l'accordo costruttivo in ultima analisi sarà rispettato.” La traduzione che state leggendo è stata redatta da una persona che conosce il cecoslovacco, tuttavia non è affidabile al 100%.
La relazione di Lamac prosegue: “Ma da ovest dice che si deve difendere e promuovere il rispetto dei “diritti umani“ nei paesi socialisti. La libertà di parola, la libertà di espressione politica e lasciare lo show a coloro che sono più sicuri nel regime capitalista, che è più ricco, è più efficiente e anche il più libero. Ha detto che si deve accettare il principio della “concorrenza“ tra le due modalità. Siamo alla prima riconciliazione dopo Helsinki, ma ha proclamato che ciò non lo è tra le ideologie, per continuare la lotta.”
L’agente cecoslovacco ribatte alle accuse di Wenick. Rammenta il colpo di stato di Pinochet in Cile e afferma: fu favorito dalla CIA. Poi commenta la dura guerra ai Vietcong. “Ho attaccato Wenick: come può esso e gli Stati Uniti dare lezioni sui “diritti umani“, come si può pretendere di essere un “Angelo della democrazia“. Si vogliono una democrazia che li soddisfi, un imperialismo Americano, il capitalismo mondiale. Come il Vietnam? Perché hanno bruciato l'intero paese solo perché il Vietnam voleva un modo diverso di capitalismo da quello che volevano loro, perché ai Vietnamiti volevano imporre la loro volontà? No non accetto da lui nessuna predicazione e lezioni. Wenick era capace solo del fatto di uccidere i comunisti.” 
“Ho difeso la nostra democrazia socialista che serve la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori ed è il sistema più equo in cui possono sentirsi repressi solo da coloro che vogliono sfruttare gli altri. Lo ammetto, e continueremo a farlo.”
Nell’ultima parte si parla dell’Italia e delle installazioni militari della Nato. Secondo Lamac, queste ultime erano superiori come numero, nel 1977, alle forze armate dell’URSS in Cecoslovacchia. “Ovunque si voglia evitare che le forze comuniste entrino nei governi democraticamente viene usata un po’ di violenza di destra”.
L’impressione è che Wenick rappresenti quella forza reazionaria all’interno della Nato, chiamata Gladio, Stay Behind. Del resto, la traduzione letterale di queste parole è: “rimanere indietro, rimanere fermi, attardarsi, trattenersi”. Appunto, restare fermi agli anni ‘50 come nelle accuse delle spie cecoslovacche: “Wenick - furono le conclusioni della relazione - è un sostenitore della reazione politica degli Stati Uniti, si tratta di un “falco“ - ripete ancora una volta - è sadicamente anticomunista e antisovietico. Le sue informazioni, comunicati, si mostrano solo per la linea dura”.
Wenick a questo punto sembra chiudere i rapporti con Lamac. “E’ il nostro ultimo incontro”, dice. Ma non fu così. L’incontro decisivo tra Lamac e Wenick avvenne il 30 settembre 1977 al ristorante “Da Benito”, in via Flaminia Nuova, sempre tra le 13.30 e le 15.
In questo appuntamento Wenick sembra inizialmente più accondiscendente, poi però attacca la politica dei paesi socialisti e la spia cecoslovacca perde la pazienza.
“Wenick con mio stupore aveva una espressione più mite di quella precedente. Ha riconosciuto che non ci sia altra alternativa che cercare la possibilità di coesistenza. E comincia più a lungo la litania che non sono loro come Stati Uniti che hanno voluto combattere, ma noi siamo ideologicamente”. “Dice che vivere con la politica di distensione non significa la direzione ideologica, è necessario continuare la lotta ideologica.”
Lamac replica colpo su colpo: “Naturalmente, ho subito fatto notare i loro reati contro l'umanità, il razzismo, la disoccupazione, il sollecitare la loro volontà in altre nazioni, il neo-colonialismo. Wenick ha reagito con rabbia. Visione curiosa che essi hanno di come cambia la situazione, quello che era negli anni ‘50 non è oggi. Per progredire in avanti credo che dobbiamo fare un passo in avanti e non continuare come negli anni ‘50. Ho fatto nuovamente notare a lui di non radere al suolo il progresso.”
Gli Stati Uniti intanto stavano sostituendo le armi tradizionali con la bomba atomica, la cosiddetta “bomba N”. Curioso e grave è il fatto che di questo si parlasse a Roma.
La spia cecoslovacca commenta così le parole di Wenick: “Secondo loro, l'introduzione di bombe N è una attrezzatura modernizzata, la sostituzione di vecchie testate, con testate N presumibilmente non mina i negoziati sul disarmo.” “Ho rifiutato la sua non corretta interpretazione, l'introduzione di bombe N non faciliterà le trattative sul disarmo, ma farà prevalere i diritti di sfiducia e di tensione.”

E il partito comunista italiano? In uno dei primi incontri si era parlato anche di questo. Wenick non auspicava affatto l'ipotesi di un compromesso storico. L'11 marzo 1977, sempre al ristorante "Da Benito", l'agente Lamac aveva annotato queste parole della spia della CIA: "Egli ha sostenuto che per l’America la situazione non è chiara e non può ottenere un quadro attendibile di ciò che gli Italiani vogliono. Inoltre essi non hanno chiaro il ruolo del PCI. Da un lato il PCI a parole è revisionista, vuole il pluralismo e la libertà del singolo, non vuole la dittatura del proletariato e non gli piace la nazionalizzazione del paese. D'altra parte però, sconfiggere il comunismo, e in qualsiasi momento, è possibile". "Gli USA considerano che il PCI continua ad essere comunista e quindi si oppongono al suo ingresso al governo con la DC." C'è a questo punto un passaggio poco chiaro nella traduzione, ma sembra di capire che gli Stati Uniti non avrebbero potuto impedire un atto di violenza dei comunisti, tuttavia reputavano impossibile l'entrata al governo del PCI, perché sarebbe stata rivista la partecipazione italiana alla Nato. E questa è la conclusione: "Essi non credono che il PCI ottenga il governo, credono nel potere e nella capacità della DC e degli altri partiti democratici." I fatti diedero loro torto. La DC aprì le porte ai comunisti e Aldo Moro fu rapito proprio il giorno del giuramento del nuovo governo.
Questi documenti inediti aprono una breccia nella sempre più arida e omertosa politica internazionale di questi ultimi anni. Dimostrano che, se fosse venuta alla luce l’opinione dei paesi oltrecortina, e non fosse esistito solo il punto di vista occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, oggi non conosceremmo solo le criticità dell’economia pianificata dell’URSS, ma anche l’aggressività della Nato verso i propri nemici, della quale la perenne lotta al terrorismo costituisce probabilmente solo ciò che emerge dai soffocanti segreti militari.
Un anno dopo, rispetto agli incontri di via Flaminia, nell’estate del 1978, Wenick venne visto a Praga insieme al futuro regista Lorenzo Minoli e al sindacalista Marco Ricceri. Cosa avevano in comune un sostenitore della linea dura della Nato e il fratello di uno dei più famosi giornalisti italiani qual è Giovanni Minoli? Ho provato a contattare Lorenzo Minoli tramite Twitter, ma non ho ottenuto risposta.