domenica 14 aprile 2019

“Il numero due dei Casalesi se la faceva con Bin Laden?”


“Oggetto: Osama bin Laden killed by US forces.”
2 maggio 2011, ore 08:41. David Vincenzetti: “Ucciso a Abbottabad, a 50km dalla capitale del Pakistan Islamabad. Ma non ci sono altri dettagli sull'operazione congiunta condotta da US e Pakistan forces.”
2 maggio 2011, ore 09:56. Luca Filippi: “Visto lo stato del cadavere poteva essere chiunque... :-) già.. ma visto che tu stai scrivendo non puoi essere tu :D”
2 maggio 2011, ore 10:02. Antonio Mazzeo (?): “Quelli di hollywood sono dei maghi con gli effetti speciali... e poi ieri c'era pure lo spirito di wojtyla che aleggiava... per cui tutto sarebbe possibile :-)”
2 maggio 2011, ore 10:53. Mostapha Maanna: “Fai caso che Obama l’ha promesso durante la sua campagna elettorale e l'ha tirato fuori ora!”
2 maggio 2011, David Vincenzetti: “Naturalmente:-) David”
2 maggio 2011, ore 15:02. David Vincenzetti: “C'era un corriere che gli americani tenevano sott'occhio. Che entrava e usciva da una villa così sicura che doveva essere la casa di qualcuno ben più importante. Dopo un attacco in elicottero hanno fatto irruzione e Osama è stato colpito alla testa, anche uno dei suoi figli e' stato ucciso... FYI, David”
2 maggio 2011, ore 15:45. Alberto Pelliccione: “- Camorra, preso il n.2 dei Casalesi, si nascondeva a pochi metri dalla polizia - Stupore per l'esistenza di un nascondiglio del capo di Al Qaida a pochi metri da una delle maggiori caserme pakistane. "Il posto migliore per nascondere qualcosa, è sotto gli occhi di tutti." Vedo una relazione :p”
2 maggio 2011, ore 15:46. Luca Filippi: “il n.2 dei casalesi se la faceva con bin laden?? azz... che scoop! :P”
2 maggio 2011, ore 15:55. Massimo Chiodini: “Non "se la faceva" ma "si faceva"..... :D”
Questa conversazione è una specie di intercettazione non autorizzata. Si tratta di uno scambio di e-mail che avvenne il 2 maggio del 2011, quando si stava diffondendo la notizia dell’uccisione in Pakistan di Osama Bin Laden, il leader della formazione terroristica di Al Qaeda. A parlare sono i membri dell’Hacking Team di Milano, una ditta che vende a molti servizi segreti del mondo i suoi software per intercettare le e-mail dei potenziali terroristi o dei trafficanti di droga. I protagonisti del dialogo li avete letti. David Vincenzetti è il fondatore dell’azienda milanese. L’Hacking Team è nato nel 2003. Stando a Wikipedia è una vera centrale di polizia privata italiana al servizio degli Stati Uniti, avendo contatti, non solo con CIA ed FBI, ma pure con il presidente degli Stati Uniti. Alcuni legami tra Hacking Team e “governi scarsamente rispettosi dei diritti umani” hanno fatto discutere non poco. Quindi le parole che si scambiano in privato questi signori hanno rilevanza pubblica, se siamo così fortunati da poterle conoscere.
Gli orari della conversazione sono il frutto di una mia interpretazione delle intercettazioni di Wikileaks. Mi sembra di capire che Assange abbia usato un sistema che registrava le conversazioni con due ore di anticipo rispetto all’Italia, quindi l’orario di riferimento per l’invio delle varie e-mail dell’Hacking Team dovrebbe trovarsi sempre all’interno dei messaggi.
Alla fine ha prevalso la pena del contrappasso: chi di spionaggio ferisce di spionaggio perisce. L’Hacking Team è tra le più illustri vittime di Julian Assange, e dunque queste conversazioni degli “intercettatori” delle vite degli altri sono oggi leggibili sul sito di Wikileaks. Bisogna soltanto cercare e poi ancora cercare.
Ma la questione, entrando nel merito dei contenuti delle conversazioni rubate da Assange, diventa complessa. Gli elementi per giudicare sono ancora troppo pochi, ma se gli esperti dell’antiterrorismo scrivevano queste frasi, con questo tono tra l’ironico e il diffidente, significa che della lotta al terrorismo sappiamo solo notizie superficiali.
In un’altra e-mail dell’8 maggio 2011, alle ore 12:51, David Vincenzetti scriveva: “Articolo interessante. Si sospetta un coinvolgimento totale tra Bin Laden e il Generale Pasha e il Generale Kayani, chiefs of Pakistan's intelligence and military (nella seconda foto sotto).” Noi italiani siamo abituati a un Bin Laden protetto dai talebani, non certo dai pakistani, che sono molto vicini agli americani. Ma questo lo avevamo già scritto commentando le relazioni della CIA degli anni precedenti all’attacco al World Trade Center.
Il 4 maggio 2011, alle ore 11:23, Vincenzetti aveva anche fornito la sua spiegazione politica e il programma d’affari per l’immediato futuro: “Il Pakistan è un paese diviso, fortemente religioso, rivale dell'India ma alletato degli US per la guerra in Afganistan. Dagli US riceve ogni anno >$4bn per aiuti civili e armamenti. Potrebbe essere un cliente eccezionale. Mostapha, mi fai un aggiornamento sul nostro partner tedesco, please? David”. Ricevette questa risposta, il 5 maggio 2011 alle ore 09:09. “Ciao David, Abbiamo parlato con il nostro partner tedesco, ci penserà lui di andare in Pakistan per le demo e gli incontri con i clienti. Anche da parte di Miran (Javed, il pakistano) è tutto ok. Si tratta solo di capire come fare l’agreement con tutti e i due. Comunque domani devo sentire Javed. GrazieCiaoMus -- Mostapha Maanna Key Account Manager”
In questo giro d’affari e di e-mail dell’Hacking Team di Milano intercettati da Assange c’è anche Almaviva Spa, la ditta divenuta famosa per i call center in perenne crisi occupazionale, ma, parallelamente, anche per il commercio di radar militari degli israeliani. In una e-mail inviata da Fabio Nebiolo, della TSF - Tele Sistemi Ferroviari, “Società soggetta all'attività di Direzione e Coordinamento di AlmavivA S.p.A”, a Gianluca Vadruccio dell’Hacking Team si parlava di progetti informatici.
Martedì 10 febbraio 2009 18.40. “Ciao Gianluca, in merito alla ri-esecuzione di alcuni test ti invio l'aggiornamento del documento che dettaglia la configurazione e l'hardening della "nuova" postazione operativa PIC. Ti prego di analizzarne il contenuto e di farmi avere quanto prima l'esito relativo al/ai test che dovremmo ri-eseguire. Nella telefonata odierna abbiamo sorvolato sul tema dell'Executive Summary ma aspetto fiducioso che sia ultimato a brevissimo nel doc dei Risultati. Grazie, Fabio Nebiolo.”
Sono comunicazioni tecniche di scarso rilievo, se non mettessero in relazione queste due aziende, una delle quali, l’Hacking Team, coinvolta ultimamente anche nella torbida storia della morte del giornalista Khashoggi.

sabato 13 aprile 2019

La pioggia di Stato della Montedison


Se piove d’ora in poi ringraziate il governo, potrebbe essere una sua idea. Molti utenti degli Emirati Arabi stanno scrivendo queste frasi nei loro cinguettii su Twitter, perché la monarchia ha annunciato sui giornali un imponente programma di piogge artificiali. Secondo quanto scrive Wikipedia il progetto partì nel luglio 2010 con un finanziamento di 11 milioni di dollari, e nel corso di questi anni avrebbe centrato il suo obiettivo di far piovere nel deserto, dove di norma questo fenomeno è molto raro.
Ma il cosiddetto cloud seeding, che vuol dire “semina delle nuvole”, non l’hanno inventato gli arabi, tutt’altro. Se ne parlava fin dal 1979 sui giornali italiani. Per almeno vent’anni anche il nostro paese ha condotto una lunga sperimentazione sul clima. Inizialmente sembrava portare dei buoni risultati, poi nel 2005 venne improvvisamente interrotta, almeno ufficialmente. Furono scritti molti articoli sull’argomento, specialmente in fase di lancio del progetto, basterebbe cercare su Google “Progetto pioggia”, per farsene un’idea. Di fatto negli anni ‘80 nasceva in Italia la pioggia di Stato, un’idea che il Ministero dell’Agricoltura aveva deciso di cofinanziare. A metterla in pratica, infatti, indovinate un po’ chi c’era? Una vecchia conoscenza della nostra cronaca giudiziaria, la Montedison. Nel 1979 venne costituita la Tecnagro, un’associazione no profit controllata dalla Montedison insieme ad altre aziende, tra cui la Fiat. Scopo dell’operazione era migliorare la tecnica e la professionalità nell’agricoltura italiana. E quale modo più innovativo per modernizzare l’agricoltura se non quello di far piovere dove l’acqua per irrigare i campi scarseggia? La Stampa titolò così: “Piano con Israele per irrigare il sud”.
Il know how venne messo a disposizione dagli israeliani e dagli americani, che in piena guerra fredda contendevano all’URSS niente di meno che il controllo del clima. Una relazione della CIA di qualche anno prima, nel 1976, riferiva già di stazioni per la modifica del clima installate in una regione montuosa della Cina, il Liu-Pan-Shan, da cui venivano lanciate sostanze chimiche sui banchi di nuvole. A volte per far piovere di più, altre volte per impedire le piogge. Come alle Olimpiadi di Pechino del 2008, allorché il governo comunista cinese si vantò di aver predisposto un sistema che avrebbe evitato che cadesse pioggia durante l’inaugurazione dei giochi.
E’ chiaro che questi Stati che programmano le condizioni atmosferiche non si stanno preoccupando troppo per i cosiddetti “cambiamenti climatici”, quelli provocati come ben sappiamo dalla CO2, che, prodotta dalla combustione dei carburanti, starebbe surriscaldando il clima del pianeta. A volte sembra, leggendo gli articoli esteri, che il cloud seeding sia proprio considerato dai politici un rimedio al riscaldamento del clima. Ma a questo punto dobbiamo ritornare alla Montedison, perché su quella sperimentazione della sua no profit, la Tecnagro, esiste un interessante documento parlamentare del primo ottobre 1991, lo stesso periodo in cui si realizzava la maxitangente Enimont scoperta dal pm Antonio Di Pietro. In un’indagine conoscitiva della nona commissione permanente sulle risorse idriche in agricoltura, il professor Bartolelli commentava l’esito della sperimentazione della Tecnagro fornendo questi numeri: “Il primo anno, nella regione Puglia, siamo riusciti ad ottenere degli incrementi di precipitazione nell’area bersaglio che andavano da un massimo nella zona centrale di oltre il 102 per cento in più rispetto alla media cinquantennale delle piogge nell’area, a valori che rispetto alla parte centrale gradualmente diminuivano”.
Il cloud seeding descritto in questo documento non è affatto diverso dalla costosa procedura messa in atto in questi giorni negli Emirati Arabi. Da terra vengono monitorate le nuvole attraverso dei radar. Si analizza il cielo soprattutto o soltanto sotto il profilo chimico. Non ho mai sentito parlare di alta o bassa pressione, che sono concetti alla base della meteorologia, la scienza che studia, appunto, il tempo atmosferico. Quando le nuvole in arrivo sono adatte alla semina artificiale, stando alle parole del professor Bartolelli, viene fatto partire un aereo bimotore, il quale getta sulle nuvole una sostanza chimica: lo ioduro d’argento. Poi si aspetta, e si spera. “Perché il fatto stesso di aver effettuato un intervento al quale segue la pioggia non significa affatto che l’intervento in sé ha avuto effetto”, specificava il professore alla commissione parlamentare. Il meccanismo non è automatico. Non si sa se sarebbe piovuto lo stesso. In più, basta una folata di vento e la pioggia va a cadere da tutt’altra parte. Questo il professor Bartolelli non lo diceva ma emerge dagli articoli successivi, da libri, nei quali si narrava che in Sardegna nel 2002, durante una seconda fase della sperimentazione voluta dal governo Berlusconi, si sospettò che la semina, anziché produrre pioggia nei punti “bersaglio”, aveva provocato un nubifragio su una cittadina vicina.
Eppure i dati del 1991 sembravano incoraggianti. Erano stati condotti studi che erano durati qualche anno, per confrontare la quantità di pioggia caduta su aree sottoposte alla sperimentazione con quella di altre aree dove non si era intervenuti. Era l’unico modo per capire se la “semina” aveva di fatto cambiato il clima, che nel sud Italia in quegli anni faceva registrare una siccità preoccupante. Era stata quindi registrata “una media del 30 per cento in più di precipitazioni nell'area bersaglio rispetto alle medie degli anni precedenti.” Gli stessi dati di cui vanno fiere in questo periodo le autorità degli Emirati Arabi.
Sarà vero? Oppure il progetto pioggia fu solo un’altra furbata per racimolare qualche finanziamento pubblico, a cui i dirigenti della Montedison e della Sir erano ormai abbonati? Purtroppo l’unica cosa certa, leggendo anche i commenti su Twitter, è che quando piove ad aumentare sono soprattutto i dubbi. Sarà pioggia artificiale o naturale? Saranno i cambiamenti climatici, oppure le sperimentazioni? E poi i sospetti: che l’ultimo allagamento, magari con qualche incidente, si poteva evitare.

sabato 23 febbraio 2019

Esperimenti di Stato con steroidi anabolizzanti


Il caso degli steroidi anabolizzanti esplode il 29 agosto del 1984, a pochi giorni dalla fine delle olimpiadi di Los Angeles. I quotidiani italiani informano i loro lettori che, secondo il giornale tedesco Bild Zeitung, 50 atleti sovietici di alto livello, e in certi casi vincitori di medaglie olimpiche, sarebbero morti per l’uso di steroidi anabolizzanti. Morti non di vecchiaia, bensì giovanissimi, per terribili malattie che erano la diretta conseguenza dell’uso di sostanze dopanti.
Lo stavano scoprendo i servizi segreti occidentali, i quali raccoglievano testimonianze provenienti dall’impermeabile mondo medico comunista. Tra gli atleti tirati in ballo dal Bild Zeitung c’erano il cestista Alexander Belov, il ciclista Gennadi Komnatov, il giocatore della nazionale russa di hockey su ghiaccio, Valerij Charlamov, il celebre fondista Vladimir Kutz, la canottatrice Julia Rjabeinskaja e il pugile Valeij Popencenko. Il titolo del quotidiano La Stampa il 3 settembre del 1984 era molto chiaro sulla matrice politica di quei decessi sospetti: “Il campione muore giovane, ma c’è la cortina di silenzio”.
Cosa c’era di vero in quelle indiscrezioni che emergevano con la guerra fredda ancora in corso? Intanto bisogna capire che cosa sono gli steroidi anabolizzanti. E per questo oggi è sufficiente un’antologia per le scuole medie. Alla voce anabolizzanti, si legge:
“Si tratta di sostanze che aumentano la massa e la forza muscolare. Nello sport sono talvolta assunte da atleti che praticano discipline in cui è richiesta una notevole potenza muscolare, come il sollevamento pesi, i lanci, ecc.”. “Gli effetti collaterali - prosegue l’antologia “Il narratore 2” della Fabbri editori - sono estremamente gravi: aumento del rischio di malattie cardiovascolari, danni a carico del fegato e dei reni, pelle grassa e acne, probabili effetti cancerogeni, effetti femminilizzanti nell’uomo, effetti mascolinizzanti nella donna.”
Alexander Belov era un pivot del basket sovietico. Divenne famoso alle olimpiadi di Monaco del 1972, allorché fu l’autore del contestatissimo canestro decisivo nella finale interminabile contro gli Stati Uniti. Ma da eroe nazionale, non si sa perché, Belov quando tornò in patria divenne secondo le cronache dell’epoca un pericoloso criminale. Il 5 ottobre del 1978 il quotidiano La Stampa, nell’annunciare la prematura morte del cestista, riferiva che Belov si era “buscato” pene detentive per contrabbando di oro e argento e, sposatosi con una sua collega cestista, aveva iniziato a bere e a litigare anche con lei, perdendo il posto in nazionale. Poi la rapida malattia, che in due mesi lo aveva ucciso a soli 27 anni.
Un altro atleta molto famoso nell’ex Unione Sovietica era Vladimir Kutz, che fu immortalato dalle figurine Panini nell’album sui vincitori olimpici. Fu un grande dell’atletica leggera, che vinse titoli olimpici a Melbourne 1956 nei 5000 e nei 10000 metri. Si parlò di lui come dell’erede di Zatopek. Si dovette però ritirare sul più bello, quando tutti speravano di ammirarlo alle olimpiadi di Roma 1960. La causa - secondo l’articolo di Giorgio Barberis de La Stampa, che il 18 agosto 1975 ne annunciava la scomparsa - fu un’ulcera allo stomaco. Quando un suo avversario, Gordon Piris, lo aveva accusato nel 1962 di essersi dopato, Kutz c’era rimasto male, aveva respinto sdegnato le accuse. Ma era sparito dal mondo sportivo, morendo a soli 48 anni per un attacco cardiaco.


Un altro atleta molto discusso, a prescindere dalle accuse del Bild Zeitung, era Valerij Charlamov. Anche di lui esiste una figurina Panini pubblicata nell’unico album sull’hockey su ghiaccio uscito in Italia. Era il 1979. Fu due volte campione olimpico negli anni Settanta. Ma dal 1976 iniziò, secondo Wikipedia, il suo declino, che coincise con un incidente d’auto che gli procurò le fratture di gambe e braccia. Riuscì a rientrare nella nazionale sovietica di hockey, ma nel 1981, scoprendo di essere stato escluso dalla Canada Cup, cadde in depressione e cominciò a bere. Morì ufficialmente per un altro incidente d’auto. Pare che non ci fosse lui alla guida al momento della sciagura.
Il documento che i servizi segreti occidentali avevano redatto nel 1984 lanciava accuse terribili. Parlava di esperimenti “medici e biofisici” all’origine delle morti di questi grandi atleti. Si trattava in pratica non tanto di steroidi anabolizzanti, quanto di sostanze nuove che gli esperti russi avrebbero cercato di sperimentare su cavie umane, e che avrebbero portato a un’impennata delle morti premature degli atleti in Russia. Una cosa bestiale. I sovietici in quel momento non potevano ammettere una cosa del genere. Avrebbe significato essere svergognati di fronte all’opinione pubblica. E loro avevano fatto di tutto per apparire puliti.
Il 4 gennaio del 1978 il giornale svizzero Gazzetta Ticinese annunciava che l’URSS avrebbe ufficializzato la sua lotta contro gli anabolizzanti.
“Il vice presidente del Comitato Anatoli Kolessov - scriveva il giornale riportando notizie diffuse dall’agenzia Tass - ha precisato in un articolo dedicato alla lotta contro gli anabolizzanti che ‘le organizzazioni sportive sovietiche non solo hanno abolito ogni uso di sostanze anabolizzanti, ma pure instaurato un controllo rigorosissimo per evitare eventuali infrazioni da parte di atleti al divieto imposto’. Secondo il vice presidente del Comitato per la cultura fisica, i controlli sono già stati introdotti in tutti i vari campionati che si disputano in URSS e vengono pure effettuati durante le competizioni minori. Sempre secondo Kolessov, la lotta contro gli anabolizzanti è prioritaria per mantenere la purezza dei risultati raggiunti nello sport. Naturalmente essa deve essere svolta in cooperazione con le Federazioni sportive di altri paesi.”
Tutte bugie, queste, secondo Gazzetta Ticinese, che concludeva rinfacciando al signor Kolessov l’uso indiscriminato che i sovietici avevano fatto fino ad allora, per non sfigurare di fronte ad altre nazioni, degli anabolizzanti. Quindi bisogna tornare ancora indietro nel tempo per trovare le prime tracce della lotta agli steroidi gonfia-muscoli. Di almeno altri otto anni. Libera Stampa, altro giornale svizzero, annunciò la messa al bando degli anabolizzanti il 30 ottobre del 1970, in un’epoca in cui in Italia la legislazione era totalmente assente su questi temi, e sarebbe stata molto blanda, quando il governo decise di varare una bozza di norme anti-doping, almeno fino al 2000. A muoversi per prima fu la federazione internazionale di atletica.
“Gli anabolizzanti - scriveva Libera Stampa nel 1970 -, come noto, provocano un aumento della massa muscolare del 10 per cento in tempo abbastanza rapido. Di solito questi ormoni steroidi vengono usati in chirurgia per riassestare masse muscolari menomate o lese."
In caso di positività ai test la pena sarebbe stata l’esclusione dalle gare di atletica. Cosa che avvenne in maniera piuttosto clamorosa nel 1983 ai giochi panamericani. Il 25 agosto del 1983 veniva squalificato per uso di anabolizzanti il numero uno dell’inseguimento su pista, Fernando Vera. Il cileno ammise l’uso degli steroidi anabolizzanti, che gli servivano, spiegò candidamente, per dare maggior tono ai suoi muscoli. Ma non era l’unico a dover restituire medaglie quel giorno. Gli fecero compagnia due sollevatori di peso cubani, due canadesi, e poi l’americano Jeff Michels, vincitore di tre medaglie d’oro. In più venivano esclusi:
“il sollevatore di peso venezuelano Jose Adarmes, vincitore di due medaglie di bronzo, il nicaraguense Enrique Montiel, vincitore di due bronzi ed il cileno Jacques Oliger, tre volte
medaglia d’argento nella sua categoria. A rendere più scottante il caso - specificava Gazzetta Ticinese - è stata poi la partenza di dodici esponenti della rappresentativa americana di atletica leggera tra i quali spicca il nome di Randy Williams, olimpionico del salto in lungo nel 1972.”
Insomma un’ecatombe. Ma se le competizioni stavano trasformandosi in una corsa all’ultimo ritrovato della scienza la responsabilità, oggi possiamo affermarlo, era sicuramente dei sovietici, i quali avevano fatto della sperimentazione chimica la loro arma segreta per vincere alle olimpiadi. Con la caduta del muro di Berlino molte prove sono venute a galla. Noi ne abbiamo trovata una abbastanza emblematica nell’archivio online intitolato “Stasi mediatek”. Il 6 luglio del 1970 la Stasi, il servizio segreto dell’ex Germania Est, redigeva un documento con cui faceva il punto delle iniezioni di steroidi fatte ad alcuni nuotatori, in preparazione delle competizioni. Veniva specificato che alcuni atleti erano all’oscuro degli effetti collaterali e pare di capire dalla traduzione di Bing Translator che il trattamento fu interrotto per questo motivo. Gli atleti citati (anche se resi anonimi dall’archivista) sapevano soltanto che queste cure avrebbero migliorato le loro prestazioni.
"Centro di consulenza medica sportiva
- Sport agonistici della squadra -
Berlino, 6.7.1970
promemoria
Accordo con Gen. Capo medico Wuscheck sulla preparazione della squadra O della sezione nuotatori in preparazione per la DDR e il campionato europeo.
Durante la mia assenza in Polonia, il seguente trattamento della O-Squad è stato concordato:
[anonimizzato]: 1000 mg di glucosio + 2 amp. Cocarboxylase
+ Vitamina B12
+ Ascorvit
A seconda dell'intensità dell'allenamento circa 2 volte alla settimana
[Anonimo] 100mg Cocarboxylase/settimana
Totale x 3
[anonimizzato] e [anonimizzato]: 50 mg di Retabolil
[Anonimo]: 100 mg Retabolil
Questi 4 atleti 1 volte a settimana ciascuno.
Totale x 3
La prima iniezione di Retabolil è stata effettuata su 25.6.70 da [anonimizzato].
Lo stesso giorno ho assunto l'ulteriore trattamento dei nuotatori.
La seconda iniezione di Retabolil è stata effettuata da me sul 2.7.70 a [anonimizzato] (5mg), [anonimizzato] (50 mg), [anonimizzato] (100 mg).
Poiché [anonimizzato] aveva un aumento di peso di 3 kg, ho interrotto la 2a iniezione di Retabolil con lei. (Peso su 24.6. 70 kg Il 2.7. 73 kg)
Si sentiva guadagno muscolare, soprattutto nelle braccia, senza alcuna forza di essere presente di conseguenza.
Gli atleti non erano stati precedentemente informati da me o da qualsiasi altro medico sugli effetti e gli effetti collaterali del trattamento con Retabolil. Sapevano solo che sarebbe stato fatto un trattamento per aumentare le prestazioni.
Il 6.7.70 con il Dr. Wuschech, [anonimizzato], [anonimizzato] e [anonimizzato] un accordo. Ho sottolineato al medico capo dell'aumento di peso in [anonimizzato] e che gli atleti erano sconosciuti agli effetti collaterali di Retabolil, soprattutto perché 2 atlete [anonimizzate] e [anonimizzati] sono stati trattati con esso. Abbiamo interrotto il trattamento di Retabolil. Continuiamo a preparare gli atleti con Cocarboxylasi."
Nel documento si fa spesso riferimento a una sostanza vietata, il Retabolil, ossia uno steroide anabolizzante. Cercandola su Google si scopre, grazie al giornale Il Post, che faceva parte di un trattamento che l’URSS aveva predisposto anche in preparazione delle Olimpiadi del 1984 di Los Angeles, dalle quali poi la compagine sovietica si ritirò per ragioni politiche. Lo ha scoperto nel 2016 il New York Times pubblicando la testimonianza di un medico russo di 86 anni.
Un’altra storia molto diffusa nel web è quella di Heidi Krieger, una pesista dell’ex Germania Est che, sottoposta al doping di Stato a base di steroidi, assunse la fisionomia di un uomo, fino a essere costretta nel 1997 a cambiare sesso, diventando Andreas Krieger.
L’impressione è che sia tutto vero e che queste notizie possano avere ripercussioni sullo sport italiano. Anche nel nostro paese, dove era attivo uno dei più importanti partiti comunisti europei, potrebbe essere stata tentata una sperimentazione chimica. I casi accertati di doping, così come quelli indagati dal procuratore Guariniello alla fine degli anni ‘90, potrebbero far parte di un’unica strategia criminale.

domenica 27 gennaio 2019

Edis, le figurine che sfidarono la Panini


Nei mercatini del fumetto non le trovi quasi mai. C’è chi si alza molto presto per essere il primo a girare per gli stand e accaparrarsele. Sono le figurine che i collezionisti sognano e per le quali tirano fuori volentieri i soldi dello stipendio. Soldi in contanti. Sembrerà strano ma questi pezzi pregiati del collezionismo italiano non si chiamano Panini. Bisogna sfatare la leggenda. Gli album della mitica Panini di Modena sono costosi, bellissimi. Ma alle fiere si trovano facilmente, almeno dal 1970 in poi. Quelli dei suoi concorrenti, invece, per niente. Hanno nomi sconosciuti, destini molto simili. Sono raccolte dei calciatori, prevalentemente, che uscivano prima della Panini, per strapparle qualche milione di clienti e di fatturato. Sono rimaste in edicola uno, due anni, magari qualcuno di più. Ci sono imprenditori che si sono arricchiti in poco tempo, ma tanti alla fine hanno chiuso i battenti dell’azienda, non potendo competere con il colosso di Modena.
E’ una situazione paradossale che capovolge i destini dei manager e li trasforma in inconsapevoli eroi. Apri internet e scopri che la tua raccolta fallimentare è diventata una delle più ricercate e costose. Questa è anche la storia di chi ha lavorato nella Edis di Torino, un’azienda nata negli anni ‘60 in via Sansovino, che andò in crisi alla fine dei Settanta, e risuscitò nel 1983, quando fu affidata al restyling dell’artista torinese Vincenzo Reda, che ne fu il direttore commerciale.
Il signor Reda è una persona estremamente gentile, di cui ho scoperto l’esistenza leggendo un trafiletto di giornale nell’archivio online della Stampa. Quando ho bisogno di un’informazione, di togliermi una curiosità, vado in quel pozzo senza fondo e me ne torno sempre con un personaggio dimenticato. Nel 1984 Reda era nel pieno della sua attività di marketing alla Edis, stava pubblicizzando la raccolta sulla droga. Un album di figurine con dei disegni avrebbe dovuto spiegare ai bambini i danni che vengono causati dalla tossicodipendenza. Articoli della Stampa, del Guerin Sportivo, tanta propaganda, enormi aspettative. Fu invece un grande flop, mi ha spiegato Reda quando l’ho contattato su Facebook. E oggi queste figurine sono introvabili. Una bustina sul sito di aste Ebay costa 5 euro.
“La mia storia nella Edis inizia a fine ottobre del 1983 - racconta Vincenzo Reda - ed è dovuta a un veneto che si chiamava Vittorio Tardivello. Aveva uno studio industriale per sviluppo e stampa. Era un mio cliente. La Edis in quel periodo era messa molto male dal punto di vista finanziario. Provammo a rimetterla in sesto. La situazione era proprio disastrosa. La prima cosa che feci fu ripulire quegli immensi magazzini in cui, oltre a vecchi album, c’erano topi, coccodrilli, veramente di tutto. E tanta sporcizia.”
Il ruolo di Tardivello qual era?
“Voleva riprendere la raccolta dei calciatori. Entrò in società al 50%. Ma lavorare a un progetto simile non era facile. Quando entrai, la Edis aveva solo 7 o 8 dipendenti, con un fatturato di 7-800 milioni di vecchie lire.”
Solo 400mila euro?
“Un po’ di più, in euro forse il doppio di quella cifra. Tardivello entrò, mise soldi freschi e partimmo con il calcio. Andai a Vicenza a parlare con Campana, il presidente dell’Associazione Calciatori. Avevamo bisogno innanzitutto delle autorizzazioni per le foto. Lo ricordo come una persona molto in gamba. Ci vollero due o tre giorni di trattativa. Io avevo pochi soldi. Ma ottenni alla fine i diritti. Ora però si trattava di fare l’album.”
Eh sì, perché voi uscivate prima della Panini.
“E dovevamo fare tutto molto in fretta, fotografare i calciatori a fine agosto, con le squadre ancora in ritiro. Cercai allora uno specialista, un fotografo di Modena, molto esperto, che accettò l’incarico. Le cose andarono piuttosto bene. Vendemmo qualche decina di milioni di bustine. Ma la Panini ne vendeva 3-400 milioni. Pubblicammo sia la raccolta 1984-85, sia il 1985-86.”
Perché poi non andaste avanti con le raccolte dei calciatori?
“Perché alla Panini quelle poche decine di milioni di bustine che vendevamo davano fastidio e io volevo fare della Edis un’industria. Dissi: finiamola col calcio e proviamo a lavorare per gli altri. Così mi accordai con la Panini per imbustare le figurine dei calciatori per loro. Tornai a casa con due o tre milioni di figurine da produrre.”
Ma come funzionava il mercato delle figurine?
“Ho girato l’Italia per conoscerlo. Era fondamentale avere un gruppo di rappresentanti che portassero le figurine nelle scuole, che facessero propaganda. I più bravi erano Volponi e Grasso. Volponi lo chiamavo “Nebbia in Valpadana”, perché era sempre in giro col furgone a distribuire figurine. Regalavamo l’album con una bustina. Ricordo con nostalgia quando in via Sansovino, che era una strada che non avevano ancora asfaltato, all’epoca avevo la fila di furgoni, con la neve, che venivano a caricare le bustine. Bisognava fare in fretta. Guai a perdere il momento buono. Il grosso della vendita si faceva nelle primissime settimane. Se il bambino andava in edicola e non trovava le figurine, ti saluto.”
Oltre al calcio, e alla droga, quali album pubblicaste?
“Un album stupendo era “Conoscere”, ne vendemmo tantissimi.”
Infatti ce ne sono molti in giro ancora adesso.
“Poi ce ne fu uno sulla Formula Uno. Non era pubblicizzato come quello sulla droga, ma andò comunque male.”
Ma chi era questo Ferruccio Vizzotto, il padrone della Edis? Nel retro degli album compariva sempre il suo nome.
“Era laureato in chimica, aveva la mentalità del matematico, ma si occupava lui della produzione degli album. Io gestivo solo la parte economica. Giuseppe Panini, quello che aveva un’edicola e fondò la Panini, venne a Torino da Vizzotto per imparare a stampare le sue prime figurine. Mentre il figlio, Antonio Panini, è quello che negli anni ‘90 rilevò il marchio Edis e lo portò a Modena.”
Ci racconti del suo lavoro con Ferruccio Vizzotto.
“Io con Vizzotto non andai mai d’accordo. Andava a controllare da dietro il muro se le donne lavoravano. Io gli dicevo: ma lascia stare, se vanno un attimo in bagno non ci puoi far niente. Per Vizzotto la famiglia era sacra. Quando arrivai alla Edis era sua figlia a occuparsi del contatto con i clienti, di rispondere alle richieste delle figurine mancanti. Arrivava in ufficio col suo cane e gli buttava per terra un pezzo di carne. Eliminai anche questo andazzo.”
Come si imbustavano le figurine?
“Erano fatte in fogli da 30-40 pezzi, inserite in un ordine particolare, con un senso logico ben preciso. Venivano tagliate dalle quadrotte e mandate alla mescolatrice. Poi si tagliavano e si facevano i caricatori di figurine che le inserivano nelle bustine. Non c’erano figurine rare alla Edis.”
Come si concluse questa sua esperienza?
“Chiamai due giornalisti per vendergli il 50% dell’azienda. Dissero: va bene, lei farà ancora l’amministratore delegato. Un bel giorno del 1989 trovai Vizzotto con i due giornalisti davanti. Vizzotto mi disse: lasci qui le sue carte di credito, lei è fuori dall’azienda. Al massimo se vuole può occuparsi delle vendite all’estero. Mi mandate via così, senza una liquidazione? domandai. Secondo me Vizzotto si era messo d’accordo con i due giornalisti. Sbagliai a non mettere tutto per iscritto. Andai dall’avvocato, il quale si accorse subito che non c’era una giusta causa per mandarmi via.”
L’articolo 18...
“Esatto. E mi propose di far causa per ottenere 300 milioni (di vecchie lire, ndr). Allora dalla Edis mi chiesero: non si potrebbe transare? In quel periodo avevo paura di rimanere senza soldi e accettai. Portai a casa la macchina aziendale e 60-70 milioni, ma avrei potuto ottenere molto di più. Passai un anno in coma. Per me la Edis era tutta la mia vita.”
Lei è anche un grande artista. C’è qualcosa della sua arte in quegli album Edis così strani?
“Non c’è nulla. La produzione grafica la faceva Vizzotto.”
Al computer?
“All’epoca non avevamo computer. Si faceva tutto a mano.”
Ci racconti qualche aneddoto su quelle figurine.
“Nel 1985 Vizzotto prese un abbaglio su Roberto Baggio, che aveva appena 17-18 anni ed era stato messo in squadra solo all’ultimo. Ci fu un errore nella didascalia. Vizzotto prese quelle figurine e le corresse una ad una.”
Pubblicaste anche la raccolta intitolata Calciostadio 1984-85, con i giocatori in movimento, vero?
“E’ vero. Fu sempre un’idea di Ferruccio Vizzotto. Il Calciostadio fu un fallimento. Dissi a Vizzotto che i bambini i calciatori volevano vederli in faccia, ma lui non mi diede ascolto. E fu un disastro.”
Esiste qualche magazzino ancora pieno di album Edis?
“Io ho buttato via tutto pochi anni fa, avevo fogli interi di figurine, ma non sapevo cosa farmene. Il magazzino è stato trasferito a Modena dalla Panini.”
E gli album Edis degli anni Settanta? Gli album fatti con i gelati Motta, ad esempio? O quelli a schede del 1971-72, che si attaccavano al muro come dei poster?
“Ah sì, adesso ho capito a cosa si riferisce! nel magazzino di via Sansovino ce n’erano tanti. Molti erano rovinati dalla sporcizia. Feci buttare via tutto.”