martedì 20 dicembre 2016

Clima, rivivremo l'annata 1889-90?


Che tempo farà nel 2017? Molti mass media vi bombarderanno con le previsioni più strampalate. In realtà da alcuni anni, seguendo i concetti basilari della seconda legge di Newton, stiamo riuscendo a prevedere, prima di tutti gli altri, quale sarà a grandi linee l'andamento del tempo atmosferico sull'emisfero boreale. Newton disse: "l'accelerazione di un oggetto è proporzionale alla forza F che agisce su di esso e inversamente proporzionale alla sua massa m". In fisica si chiama anche "secondo principio della dinamica". Nel solstizio d'inverno a nostro giudizio una forza esisterebbe, e sarebbe il vortice freddo che dal Polo Nord inizia a muoversi, più o meno compatto, verso sud, verso le fasce temperate. Quella spinta, unita alla forza di Coriolis che rimane costante, genererebbe una serie di ondulazioni che vanno dal 20-21 dicembre fino allo stesso periodo dell'anno successivo. 
Le osservazioni che abbiamo svolto per puro divertimento hanno dato ottimi risultati. Si può prevedere il clima che avremo su un ampio territorio nelle varie stagioni dell'anno, basterebbe trovare una spinta del vortice polare nel solstizio d'inverno simile a quella attuale. Tuttavia non sempre, come abbiamo detto più volte, la circolazione atmosferica si mantiene identica, anche qualora si avverasse la situazione che abbiamo appena descritto. Vi sono molte deviazioni del cavo d'onda (le cosiddette onde di Rossby) durante il nostro tempo. Ciò nonostante, le basse pressioni e le alte pressioni ritrovano la posizione del passato nella stessa ora e nello stesso giorno, piazzandosi nel punto esatto in cui erano nell'anno caratterizzato da un solstizio d'inverno molto simile. Le differenze che si manifestano durante i mesi sono probabilmente dovute alla maggiore energia di cui usufruiscono le nostre perturbazioni, ma pure le alte pressioni. In sostanza noi assistiamo a fenomeni molto più violenti rispetto al passato, e a evoluzioni del tempo molto meno dinamiche, una situazione che in termini di temperatura si traduce in una minore incidenza del freddo alle nostre latitudini.
Nel 2015-16 avevamo trovato nell'annata 1875-76 un percorso interessante per fare un confronto, e, pur non avendo osservato giorno per giorno le cartine, ci era parso che il clima attuale ricalcasse più volte quel movimento ondulatorio. Che tempo ci attende da qui in poi? Secondo le nostre stime l'anno che più si conformerà all'andamento climatico del 20-21 dicembre 2016 è il 1889-90. Abbiamo osservato tutte le cartine del 20 dicembre disponibili sul sito tedesco Wetterzentrale, dal 1871 al 1990. Ne scaturisce che solo negli ultimi trent'anni dell'Ottocento il vortice polare mostrò un andamento simile al nostro, o al massimo nei primi anni del Novecento. Mentre dal 1905 in poi le correnti fredde si disposero in questo periodo dell'anno (ultima decade di dicembre) decennio per decennio secondo caratteristiche peculiari e difficilmente ripetibili nell'epoca contemporanea. Il motivo lo ignoriamo. Possono esistere modifiche artificiali al clima? Cercando "pioggia artificiale" negli archivi dei quotidiani si evince che soprattutto intorno al 1950 vi furono esperimenti americani sul clima, al tempo della guerra in Corea, o anche durante la guerra del Vietnam, dal 1965 al 1975. Ma questi "lavori" si concentrarono sui fenomeni di una singola e circoscritta fascia di territorio, non interessarono la circolazione atmosferica dell'emisfero. Diverso il discorso per Haarp, la stazione statunitense presente oggi in Alaska. Sovente i vortici polari e le alte pressioni assumono un vigore "sospetto" proprio passando su quella regione, nella quale gli americani effettuano esperimenti non molto chiari sulla stratosfera e la ionosfera.
Di sicuro, tornando al dicembre 2016, c'è una sola annata che può insidiare il 1889-90 in un ipotetico confronto, ed è il 1905-06. Entrambe le epoche furono caratterizzate da un freddo invernale a tratti abbastanza intenso, con svariati periodi di alta pressione nel primo caso, con più pioggia e flussi perturbati dal nord Atlantico nel secondo.
Un confronto tra il clima del 20/12/1889 (a sinistra) e del 20/12/2016 (a destra).

domenica 18 dicembre 2016

Un omonimo di Marra fra i Casalesi?


Cosa ci fa un Raffaele Marra in un articolo del quotidiano La Stampa del 1997, nel quale veniva descritto come rapitore di Casal di Principe?
Un uomo con questo nome lo stiamo vedendo tutti, da qualche giorno, mentre nell’auto dei carabinieri, coprendosi il volto con i polsi ammanettati, si avvia verso il carcere. La stessa solfa la leggiamo sui giornali di destra, di centro e di sinistra: il braccio destro del sindaco di Roma, Virginia Raggi, è stato arrestato per corruzione. L’indagato è un uomo di 44 anni, napoletano di origine, che si sarebbe fatto corrompere da un imprenditore per concedere favori. Sembra una nuova inchiesta sul tipo di Mafia Capitale. I paragoni li hanno fatti tutti e si sprecano. In quel caso il faccendiere era il noto Buzzi, la parte degli imprenditori la ricoprivano i gestori dei centri per migranti, sui quali i politici corrotti si disse che prendevano laute tangenti. Questo Marra vanta però un curriculum molto più illustre, perché tra i suoi precedenti c’è un incarico durato quindici anni con la Guardia di Finanza come ufficiale. Lavorò tra le fiamme gialle dal 1991, secondo l’Ansa. Nel 1997 fu collocato al comando della tenenza di Fiumicino. Siamo nell’anno dell’articolo che abbiamo trovato nell’archivio della Stampa. Un Raffaele Marra, di 23 anni (il Marra attuale ne avrebbe avuti 25, all’epoca), venne arrestato perché scoperto dai carabinieri mentre cercava di incassare i proventi di un sequestro di persona nel casertano, a Casal di Principe, la terra storica dei Casalesi, il clan camorristico di cui parla nei suoi libri lo scrittore Roberto Saviano. Ma Marra e i suoi complici, altre tre persone, non risultavano coinvolti nei traffici dei Casalesi.
E allora che ci facevano a Casal di Principe, dove avrebbero conteso la leadership mafiosa agli uomini di Schiavone detto “Sandokan”? E’ possibile che questo Marra e l’uomo dai capelli neri e la barba scura, che è stato arrestato a Roma in questi giorni di dicembre, siano la stessa persona? L’articolo della Stampa uscì il 2 ottobre 1997. La vittima del sequestro era un adolescente di 16 anni, del quale stranamente l’articolista anonimo non citava il nome. Al contrario uscivano i nomi non siglati, ma per esteso, dei colpevoli. Nel giornalismo questa prassi è inusuale. Dovrebbe avvenire il contrario. La collettività locale deve poter conoscere l’esito del brutto episodio. Il nome della vittima andrebbe scritto. Al contrario, quello dei colpevoli dovrebbe essere siglato per garantire loro una eventuale riabilitazione. Questo avviene specialmente nella cronaca locale, per episodi meno gravi. Diverso è il discorso quando un fatto è talmente efferato da colpire l’opinione pubblica. In quell’eventualità il nome, ma pure la vita privata del colpevole, diventano di pubblico dominio.
Fatto sta che i nomi di Raffaele Marra e dei suoi complici per quel rapimento uscirono su un giornale nazionale, e questo ci fa riflettere sulla veridicità del curriculum dichiarato dal Marra braccio destro della Raggi a Roma. Le ipotesi possono essere tre: che Marra abbia svolto un’operazione sotto copertura per la finanza e abbia cercato di infiltrarsi nei Casalesi, ma la cosa sia finita male; oppure che Marra sia un gran bugiardo e che anche la recente storia di corruzione, come Mafia Capitale, sia un’operazione mediatica. Naturalmente la terza ipotesi è che esistessero due Raffaele Marra, di età molto simile, nello stesso luogo, criminali entrambi. Questo blog è nato per offrire sempre uno spunto di riflessione, e mettere un dubbio in più rispetto alle certezze di cartapesta dei giornali (degli ultimi anni, s'intende).
Qualcosa di vero c’è nella storia che leggiamo in prima pagina in questi giorni. Raffaele Marra era stato già discusso per altri incarichi che aveva ricoperto con esponenti della destra. Il problema di queste inchieste purtroppo è sempre lo stesso: lo spunto per indagare sono indagini, da cui nascono altre indagini, da cui ci si allarga per altre indagini ancora. Non si capisce mai chi sia il vero danneggiato, quale azienda, o gruppo di persone, abbia denunciato il fatto. Le inchieste servono per tutelare i cittadini, non per fare la morale in televisione. Non si percepisce in particolar modo, e su questo rischiamo di ripeterci in continuazione, la ricaduta sulla città di questi eventi criminali, se non nelle polemiche politiche che ne scaturiscono, con dimissioni, accuse, insulti che si susseguono.
Il Movimento 5 Stelle si conferma un gruppo politico incapace di governare. Obiettivi come il reddito di cittadinanza sono irrealizzabili, il paese diventerebbe invivibile: chi ci andrebbe a lavorare in una società in cui tutti potrebbero vivere con uno stipendio minimo? E questo per i sogni. Quanto alla realtà, dove il movimento ha vinto le elezioni amministrative non riesce a concludere un progetto che sia uno. Parliamo di grandi centri. A Parma non c’era riuscito Pizzarotti, silurato, a Roma abbiamo capito che non governerà a lungo nemmeno Virginia Raggi. Si salva ancora Chiara Appendino a Torino, l’unica città in cui i pentastellati pare abbiano un ufficio. Come i lettori sapranno il Movimento 5 Stelle è noto per non avere delle sedi sul territorio. La politica si svolge al chiuso di un forum virtuale per iscritti. Se non si tratta di un’associazione segreta è soltanto perché pur senza iscriversi è possibile leggere le discussioni che avvengono online. Le decisioni poi spuntano con molte spinte, e scusate il bisticcio di parole, sui mass media. Così da un sito qualsiasi si arriva alla notorietà, nel bene e nel male.

venerdì 16 dicembre 2016

Intimidazioni mafiose nel novarese


Sono costretto a scrivere purtroppo un articolo sulle intimidazioni che ricevo personalmente nella zona in cui abito per lavorare. Da quando nel 2009 accettai di trasferirmi in questa zona per effettuare servizi televisivi, non ho fatto altro che subire maltrattamenti ingiustificati, minacce telefoniche, minacce nel condominio, processi senza avvocato, richieste di soldi dall'ente che gestisce le pensioni dei giornalisti, pur senza percepire stipendio nei giornali da parecchi anni. E questo dopo essere stato attirato con l'inganno. Sembra quasi un gioco sadico. Non ho potuto denunciare niente perché i carabinieri, la polizia e la finanza mi cestinavano in continuazione le richieste di aiuto. 
Ora vengo addirittura cancellato da tutte le scuole (di Novara? del Piemonte? d'Italia? dell'Europa? Sarò dannato anche oltre la morte?) per aver rifiutato di subire pressioni da genitori e da dirigenti interessati evidentemente alla promozione degli alunni al di fuori dello scrutinio, ma anche all'umiliazione di un insegnante che si era permesso di assegnare voti sgraditi. Non bastava farmi fuori con la prepotenza in quella media inferiore, allora. Si vuole ottenere molto di più. Devo pensare che i dirigenti siano tutti maleducati e arroganti nella stessa maniera? Vogliono copiarsi tutti nella corruzione? Ci sono persone, molto in alto evidentemente nella politica, nello Stato e non solo, che cercano un capro espiatorio per la mafia che è nel loro territorio. Forse sono loro stessi mafiosi, e non se ne rendono conto. Anzi ne sono certo. Vi copio la definizione di mafia presa dal vocabolario Palazzi: "Unione segreta di persone di ogni grado e di ogni specie che si danno aiuto nei reciproci interessi senza rispetto a legge né a morale; non sempre la mafia ha per fine il male, ma i mezzi che essa usa sono sempre illeciti; era diffusa un tempo in Sicilia". 
Mi sembra che ci siamo. Fino ad oggi ho già collezionato oltre 20 (venti) contratti a tempo determinato del Miur. Lo avevo rimarcato lo scorso anno scolastico a un altro dirigente prepotente della zona, il che dimostra in quale maniera scriteriata e irriguardosa venga usato dalle scuole pubbliche (ma in questo non sarò l'unico spero, viste le regole assurde che ci sono). Un ulteriore contratto, se arrivasse, non migliorerebbe la situazione. Ma ciò che oggi mi lascia senza fiato è l'arroganza di un dirigente che arriva a firmare un decreto, come se fosse un ministro, o un giudice. E mi espelle. Non saprei nemmeno cosa rappresenti e cosa valga una sentenza, perché viene citato il codice civile, di un impiegato statale con incarichi dirigenziali. Però siamo arrivati a questo: a un "atto di supremazia" come quelli dei re anglicani del '500. Oppure si tratta di un proclama napoleonico di fine '700. Di certo sono quei processi contro cui si batteva Cesare Beccaria nel "Dei delitti e delle pene". 




giovedì 15 dicembre 2016

A Marassi la farsa dei recuperi


La credibilità del calcio italiano è sempre più a rischio. E’ andata in scena sul campo di Marassi, a Genova, l’ennesima farsa dei recuperi. Stavolta è toccato a Genoa e Fiorentina disputare una partita che era stata sospesa per le cosiddette cause di forza maggiore. L’11 settembre 2016 le due squadre erano scese in campo, avevano provato a fronteggiarsi, ma si erano dovute arrendere alla pioggia dopo meno di mezzora. Per la precisione erano passati 28 minuti al momento del triplice fischio del direttore di gara, e il risultato era di zero a zero. Arbitrava Banti.
Non c’erano stati gol ma qualcosa era successo. Intanto c’erano undici giocatori sul terreno di gioco, con i loro schemi tattici, gli allenatori, le riserve. Erano stati esclusi gli squalificati, gli infortunati. Come al solito, insomma. L’arbitro aveva quindi fischiato l’avvio e c’erano scappati due ammoniti, uno per parte. Poi l’acquitrino aveva avuto la meglio sul calcio. E la domanda era stata la solita: la partita dovrà continuare dal 28esimo oppure andrà azzerato tutto e si dovrà ricominciare una nuova partita?
Quest’ultima è una frase che da adolescente avevo sentito parecchie volte. Su Twitter avevo cercato di parlare con altri tifosi di calcio, quel giorno dello scorso settembre. Chi mi aveva risposto non era molto sicuro sulla regola che sarebbe stata applicata. Da alcuni anni funziona così - mi disse uno -, che la partita continua. In Spagna ci fu il famoso caso del Real Madrid. Tornò in campo per soli sei minuti e trovò anche il tempo per segnare il gol vittoria. Me lo disse un altro tifoso, perché io non ne sapevo nulla. Probabilmente i nostri dirigenti calcistici hanno preso spunto da questo episodio per stravolgere le nostre abitudini. Regolamento a parte, che avevo già citato altre volte, la casistica di partite che furono sospese, annullate e rigiocate è molto ampia. Mentre chattavo su Twitter avevo ritrovato la curiosa sfida tra Juventus e Inter degli anni ‘50: la Juve aveva la vittoria in tasca, all’epoca, ma a pochi minuti dallo scadere la nebbia fece il miracolo. Eh sì, perché la partita fu rigiocata, e l’Inter andò a vincere nettamente sul campo della Juve. La partita della nebbia praticamente fu cancellata. Non esiste in nessun almanacco.
Ora noi ci eravamo lasciati con Genoa a Fiorentina sullo zero a zero, con determinate formazioni. Questa sera la gara è stata recuperata. I nostri dirigenti testardi come i muli hanno fissato il fischio d’inizio sul 28esimo del primo tempo. La gara deve continuare, a tutti i costi. Ma con quali giocatori? Da quel giorno di settembre tante cose sono cambiate: nuovi infortunati, giocatori fuori forma, nuovi capricci degli allenatori. E fortuna che il mercato di gennaio ancora non è scattato.
Come era prevedibile gli allenatori hanno stravolto le formazioni. I tanti giornali online non hanno fatto una grinza, altrimenti non staremmo qui a scrivere questo ennesimo pezzo scandalizzati. Erano già annunciate Genoa e Fiorentina con quattro o cinque elementi diversi rispetto allo spezzone di settembre. E così è stato. E’ cambiato pure l’arbitro. Non più Banti, ma Guida. E le riserve? Anche quelle non erano più le stesse di settembre. Se dovessimo essere fiscali, e nel calcio in genere gli arbitri lo sono, dovremmo contare già quattro-cinque sostituzioni prima del fischio del nuovo inizio, al 28’ del primo tempo. Non paghi, gli allenatori, evidentemente autorizzati così dal direttore di gara, hanno proceduto durante la partita ad altre tre sostituzioni per parte. E così il conto salirebbe a sette-otto cambi per ciascuna formazione nella stessa partita.
Dai numeri ai paradossi: Kalinic della Fiorentina risultava in campo a settembre, è ripartito dalla panchina oggi ed è rientrato sul terreno di gioco nella ripresa. Lo stesso dicasi per Ilicic e per Tello Herrera. Il Genoa si è accontentato di far rientrare dalla panchina un solo titolare di settembre, Orban. A questo punto ci chiediamo che cosa sarebbe successo se Guida avesse mostrato il giallo a uno dei due giocatori ammoniti a settembre da Banti. Si sarebbe ricordato di doverli espellere? Sembra una cretinata ma il sito Livescore.com, sempre puntuale, continuava oggi a considerare ammoniti i due giocatori dello spezzone della pioggia: Veloso del Genoa e Tomovic della Fiorentina. Il viola era sul campo a settembre, ma è stato spedito in panchina stasera. Ciò significa che non è iniziata una nuova partita e che quei 28 minuti disputati tre mesi fa conteranno. Come contavano i gol delle partite degli scorsi anni della Roma. 

Il regolamento 2016, alla voce “La durata della gara”, afferma: “Una gara si compone di due periodi di gioco di 45 minuti ciascuno, che possono essere soltanto ridotti se una diversa durata viene convenuta di comune accordo tra l’arbitro e le due squadre prima dell’inizio della gara e ciò è in conformità con il regolamento della competizione.” Forse sarebbe più conveniente immaginare, per rientrare in qualche modo nelle regole, che Genoa e Fiorentina si siano accordate per disputare, stasera, una partita di soli 62 minuti più recupero. Alla fine il Genoa ha vinto uno a zero e per i viola di Firenze non c’è stato abbastanza tempo per recuperare. Se accordo c’è stato, alla Fiorentina e al patron Della Valle non deve essere parso un grande affare.

mercoledì 14 dicembre 2016

Terremoti, il Ministero studiava il nordest


Mentre proseguono senza sosta i terremoti nell’Italia centrale, i cittadini possono leggere online dati sconfortanti sull’impegno dell’Italia nella prevenzione. Dalle relazioni dell’Istituto di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) che il Ministero per l’istruzione l’università e la ricerca aveva approvato fino al 2009, cioè al tempo del terremoto dell’Aquila, si scopre che gli studi si erano concentrati soprattutto nella zona del Friuli Venezia Giulia.
Per quanto riguarda l’Italia centrale e meridionale abbiamo trovato solo alcuni progetti nella relazione del 2005 dell’OGS: uno consisteva in un calcolo di probabilità dei terremoti in tutta la penisola dal 2000 al 2035, “elementi per la definizione di priorità degli interventi di riduzione del rischio sismico“. Cioè l’istituto si prefiggeva lo scopo di individuare le aree maggiormente esposte a futuri terremoti. Il lavoro si sarebbe sviluppato dal 2005 al 2007, coinvolgendo appena quattro ricercatori. Ma che la volontà governativa di intervenire fosse scarsa lo si nota da un altro progetto: la salvaguardia e la valorizzazione di beni archeologici e monumentali in zona sismica. L’iniziativa non venne finanziata nel 2005, né se ne ha traccia nella relazione del 2009, mentre ebbe sviluppo la formazione a distanza degli insegnanti per la divulgazione scientifica.
Un altro progetto interessante attivato nel 2005 riguardava lo studio dei terremoti dell’era pre-strumentale, ossia di epoche antiche quando non c’erano rilevamenti scientifici. In questo caso era stato messo sotto osservazione tutto l’Appennino centro-meridionale, ed erano stati studiati i terremoti della Garfagnana del 1920, dell’Irpinia dal 1600 al 1980, della Basilicata nell’Ottocento, dell’Appennino nel 1456, della Puglia nel 1627, fino al più recente terremoto del Molise del 2002. Questo studio era già a buon punto e sarebbe costato 5000 euro. Anche qui ben poca cosa, visti i disastri successivi. Abbiamo trovato un ultimo progetto sul centrosud italiano, e riguardava un approfondimento sulla sismicità della zona siciliana di Taormina. Costo previsto molto più alto: 33.500 euro.
A nostro avviso si poteva fare molto di più, visto che per il Friuli Venezia Giulia erano stati messi in campo mezzi un po’ più consistenti. Si andava dai progetti per costruire in zona sismica, a una vera e propria prevenzione dei terremoti, con lo studio dei cosiddetti “precursori sismici”: l'analisi della concentrazione di gas naturali (radon) nel suolo e nelle acque, e il livello di falda. Era attiva nel 2005 la stazione di rilevamenti di Cazzaso, a Tolmezzo. I prelievi in questo caso avvenivano mensilmente, sia pure con pochi ricercatori: solo 3. Un ulteriore progetto friulano in collaborazione con la Slovenia avvenne al confine di Stato, nello studio delle deformazioni crostali dell’area, considerata sismicamente attiva. Vennero svolti studi più specifici su alcune zone circoscritte del Friuli come Vivaro e Pontebba. E potremmo continuare.
Se andiamo a confrontare queste notizie con la relazione di quattro anni dopo, del 2009, la sostanza rimane la stessa. Il presidente dell’OGS Iginio Marson scrisse che stavano proseguendo e venivano incrementate le attività di prevenzione sismica in Friuli e in Veneto. Si stava inoltre sperimentando un sistema di telerilevamento dei terremoti chiamato “While drilling”, adottato in collaborazione con l’Eni. Si trattava di rilevamenti geologici effettuati durante le perforazioni delle trivelle per la ricerca di petrolio o gas. Era stata da poco sperimentata in Egitto una tecnica di rilevazione sismica mediante lo scavo di un pozzo di 400 metri di profondità. E l’OGS italiano progettava di brevettare e commercializzare all’estero queste scoperte scientifiche.
Purtroppo dobbiamo dire, col senno di poi, che è stato tutto inutile. Non sono state salvate le 309 vite umane dell’Aquila, e nulla è stato fatto per le altre 299 perite tra Amatrice e i comuni vicini colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016. Non è vero come spesso abbiamo sentito negli ultimi anni che non si possono prevenire i terremoti. Le enciclopedie, e ora anche i dati del Ministero, dimostrano che sarebbe bastato spendere qualcosa di più per questi progetti, considerati ottimi visto che sarebbero stati venduti ad altri Stati, per evitare di perdere vite umane e monumenti storici di enorme valore.

domenica 11 dicembre 2016

“Onorevole non spari!”


Non avrà certamente urlato queste parole Paolo Tomassoni quando si vide estrarre contro una pistola, perché lui e il feritore avevano appena 22 anni, ma le avrà pensate molti anni più tardi. Carlo Ciccioli, colui che tirò fuori l’arma al termine di una lite, e gli sparò contro cinque colpi, di strada ne ha fatta molta, in effetti. E’ divenuto un onorevole del Parlamento Italiano, ma soprattutto un noto volto della politica regionale marchigiana di Alleanza Nazionale-Fratelli d’Italia. Con una macchia, però, molto grossa, che non ha mai rivelato. Forse solo i suoi più intimi amici conoscono questo episodio.
Era il 25 dicembre del 1974. Guarda caso, nello stesso numero del Corriere della Sera e nella stessa pagina che annunciava l’episodio anconetano, usciva il giorno 27 il resoconto dell’informativa di Guido Giannettini sulle stragi di Stato. Questa teoria fu ritenuta a dir poco fantasiosa. Colpiva la sinistra extraparlamentare di Feltrinelli, il servizio segreto tedesco e poi quello israeliano. Ho scoperto solo recentemente che molte di quelle informazioni erano fondate. E’ possibile che il servizio segreto israeliano operasse clandestinamente in Italia proprio con alcuni di quei poliziotti dell’ufficio politico della questura che andarono ad arrestare Carlo Ciccioli.
Era da poco passato Natale, era notte in piazza Cavour, nel centro di Ancona nel 1974. La cronaca dice che Ciccioli avvicinò Tomassoni, esponente della sinistra extraparlamentare, e che la discussione degenerò in una scazzottata. Secondo il resoconto dell’Unità, più approfondito, Ciccioli rimase contuso alla faccia e con un trauma cranico. Ma ciò non toglie che prendere una pistola, come lui fece, una Flobert calibro 6, di quelle dei film western di Sergio Leone (io avevo la versione giocattolo da bambino), e sparare non è un gioco per studenti universitari quale era l’esponente di Fratelli d’Italia, anche se quelli erano pur sempre gli anni di piombo. L’onorevole non poteva dirsi un tiratore scelto, evidentemente, o non voleva ferire l’avversario politico: dei cinque colpi solo uno centrò la coscia sinistra di Tomassoni, il quale fu ricoverato in ospedale con prognosi di dieci giorni.
Fu la vittima a denunciare il fatto all’ufficio politico della questura di Ancona. Che si trattasse o meno di poliziotti amici di Federico D’Amato e di Walter Beneforti che in quegli anni spiavano i telefoni degli italiani dalla borgata del Trullo, a Roma, non ci interessa, in questa sede. Anche se la vicenda ha troppi nessi con le attività militari del vicino monte Conero. L’indagine fu affidata in quel caso al giudice Frisina. Ho fondati motivi per pensare che l’inchiesta rimase in una sfera politica di sinistra. Ma qui parliamo solo di Ciccioli, uomo politico nazionale, leader da copertina, che da Frisina fu accusato giustamente di “lesioni gravi”. Attualmente pare sia proprietario di una radio. Si chiama proprio Radio Conero. Ma anche questo potrebbe essere solo un caso.
Mi dispiace leggere invece sull’Unità, in altri articoli, che questo rappresentante del centro-destra, con cui spesso ho scambiato qualche opinione, organizzava degli scioperi forzati nelle scuole di Ancona. Lo chiamavano “il famigerato Ciccioli”. Tutto ciò che esce dagli archivi fa a pugni con l’immagine compassata, riflessiva, paciosa e bonaria a cui sono abituato e che conoscono i lettori dei giornali. Ma voglio parlare in prima persona: sono deluso. Eppure era nell’aria. Giorni fa a un mio post su Facebook sulla politica di Andreotti Ciccioli rispose con molta freddezza con le seguenti parole: “Queste cose a chi servono? Caduta l'Unione Sovietica e il comunismo, morto Andreotti e dispersa la Dc, a che serve tutto questo? Dietrologia!” Può darsi che pure il suo insano gesto del 1974 possa essere tacciato di dietrologia. Ma sfortuna vuole che abbia trovato quegli articoli. E la gente deve sapere. Le indagini sulla strategia della tensione devono continuare.

Contro l'ipocrisia del degrado apolitico


Vorrei prendere una posizione pubblica riguardo alle dichiarazioni del giornalista Andrea Massaro del Resto del Carlino sui monumenti di Ancona. Mi piacerebbe chiamare collega questo signore ma il rapporto di lavoro non è mai stato idilliaco tra me e lui, mentre non lo considero nemmeno un conoscente a livello privato. Diciamo che la foto che ha scelto per il suo profilo pubblico rappresenta perfettamente anche il tipo di comportamento che manteneva all'interno del luogo di lavoro: atteggiamenti da capo di una gerarchia militare. Non tanto accettabile nel mondo intellettuale. Che ne dite? Tuttavia fidandomi del nome altisonante del giornale effettuai oltre dieci anni fa diversi articoli sul degrado e curai una particolare rubrica del Resto del Carlino sul recupero dei monumenti del capoluogo dorico. Scrissi ovviamente molti articoli anche sulla storia della città, ma senza alcuna finalità politica. Ho sempre inteso, e l'ho ribadito più volte, Lucio Martino non potrebbe negarlo, quegli articoli come contributi che inviavo per un'ipotetica pagina sulla cultura e la storia locale. Vogliamo dirla tutta? Sono stato vicino a un partito di centro-destra nel periodo in cui scrivevo per il Carlino, e farà scandalo sapere che mi sedevo a cena vicino a personaggi più o meno autorevoli, ma comunque schierati da una certa parte. Eppure loro stessi possono testimoniare che non ho mai concesso, neppure agli amici, una riga di più di quello che era giusto in un grande quotidiano. Lo spazio era dedicato alla gente dei quartieri. Addirittura venivo scambiato per un giornalista di sinistra, che non potrò mai essere. Ora da alcuni anni leggo che in qualità di vice-caporedattore Andrea Massaro scrive un fondo del giornale facendo opinione proprio sui temi del degrado, dell'arte e, più di rado, della storia. Proposto in questo modo è innegabile che il tema sfondi il confine dell'ambito politico, soprattutto in questi mesi nei quali alcuni esponenti del centro-destra, di Forza Italia in particolare, hanno lanciato battaglie per rifare la scalinata del Passetto o togliere l'amianto dal palazzo del Comune. Mi sembra di aver letto così. Anche il Movimento 5 Stelle, a Roma, cavalca quel tipo di notizie. E allora non sono più d'accordo, non voglio essere trascinato come ex collaboratore in questa storia. Perché un conto è salvaguardare la cultura anconetana, un altro è utilizzare questi temi per fini politici. Del resto parlare della città o della vita civile, nonostante nel giornalismo esista la cronaca bianca, equivale in ogni caso a proporre temi per governare la città. Al Resto del Carlino ho spesso sentito dire che non bisognava far politica. Anzi a dirlo era proprio Andrea Massaro che afferma di essersi laureato in Scienze Politiche. Sarebbe più giusto invece tornare a parlare di politica, in questo senso: dire chiaramente nelle riunioni quotidiane come la si pensa, confrontandosi prima di scrivere un articolo. Un giornalista di Radiodue che conobbi durante l'università giustamente ci avvertiva che basterebbe un aggettivo per modificare il senso di un articolo. I giornali apolitici non esistono, sono ancora più pericolosi di quelli politici. Ad esempio che senso ha la famosa "par condicio" pre elettorale? Se fossi un editore potrei mai accettare di lasciare spazio gratuito nelle interviste a personaggi che sanno solo parlare il linguaggio dell'insulto e della filippica? E perché dovrei? Non lo accetterei per niente. Spendo i miei soldi, scrivo le mie idee. Ognuno faccia così, e allora alle urne vincerà veramente chi vuole governare questo paese con competenza. Ma è il passato che mi spaventa. Alcuni esempi eclatanti indicano chiaramente che Massaro sta andando fuori strada. Molto fuori strada. Un utilizzo della cultura a fini propagandistici avvenne alla fine degli anni '80 del '900 sapete dove? Nella Serbia di Milosevic, dove vennero riscoperte stragi del fascismo esclusivamente per colpire gli ustascia per i quali simpatizzava il presidente croato Tudman. La stampa serba - ha detto recentemente la tv svizzera in un documentario - fu invasa dalle inchieste storico politiche di Milosevic. Sappiamo bene come è andata a finire, con quali orrori e con quante perdite umane è stato pagato il prezzo dell'odio lanciato sui giornali di regime. Ma lo stesso varrebbe al contrario, pensando a quanto scrivono certi quotidiani italiani sulle Foibe di Tito. E' storia? E allora lasciamola agli storici, porca miseria! Tornando in Italia credo pertanto che la città, i suoi luoghi, i suoi monumenti, e il suo degrado, se ancora c'è, siano degli anconetani. Siano loro a stabilire cosa va mantenuto e cosa stona, come è sempre stato, almeno quando sul Resto del Carlino scrivevo anch'io.

giovedì 8 dicembre 2016

Le strane amicizie militari di Carminati


In un’intervista uscita il 6 dicembre 2016 sulla Repubblica, al termine di un’intervista concessa dal criminale dei Nar Massimo Carminati, il giornalista ha riportato importanti parole dell’onorevole Marco Minniti. “Escludo - ha affermato il sottosegretario alla presidenza del consiglio - che Carminati abbia avuto o abbia rapporti con i servizi segreti”.
E’ solo l’ultima stranezza che stiamo registrando nella telenovela giudiziaria nota con il nome di Mafia Capitale. Massimo Carminati non era affatto imprendibile come venne scritto al momento del suo arresto per le tangenti di Mafia Capitale. E questo lo avevamo sospettato. Era stato arrestato più volte. Sul Corriere della Sera veniva inoltre descritto in un articolo del 17 aprile 1993 come “amico di servizi segreti e neofascisti”. Pertanto l’onorevole Minniti dovrebbe correggere le sue affermazioni rilasciate sotto giuramento durante il processo. Se è vero che Carminati non è più un informatore dei servizi segreti, prima sicuramente lo era. Ma non solo. Era persino amico di certi militari dell’Arma dei carabinieri, con i quali nel neanche tanto lontano 1999 aveva svaligiato le cassette di sicurezza del tribunale di Roma. La notizia d’archivio che ci ha fatto sobbalzare è questa: Carminati aveva nelle sue mani il tribunale di Roma, proprio quello, sarà un caso fortuito, nel quale si celebra il processo per lo scandalo di Mafia Capitale. Ma non lo aveva soltanto perché, come ha scritto recentemente l’Espresso in un suo scoop, l’ex Nar aveva trafugato fascicoli di uomini appartenenti alla P2. Notizia comunque interessante e gravissima, se vera. Bensì perché certi carabinieri gli permettevano di fare quello che voleva, e gli coprivano pure le spalle!
Donatella Miliani del Corriere della Sera scrisse testuali parole il 19 dicembre 1999: “Il tribunale di Roma era un palazzo ‘aperto’ ai malviventi, almeno nelle ore notturne in cui in servizio c’erano dei carabinieri ‘compiacenti’”. Questi carabinieri amici di Carminati erano cinque. Avevano cercato di tenersi informati, tramite intercettazioni illegali, anche ambientali, sull’andamento delle indagini per il furto di Carminati alle cassette di sicurezza del Banco di Roma, contenute nel famoso “caveau” del tribunale. I militari aiutarono il boss neofascista a rubare qualcosa come 10 miliardi di vecchie lire. Era per la precisione la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1999 quando avvenne il famoso colpo.
Furono indagati - stando all’articolo della Miliani -, e confessarono le loro responsabilità ai magistrati di Perugia, due carabinieri del nucleo di sorveglianza del tribunale e due delle scorte. Sembra che i militari avessero aiutato Carminati e la sua banda ad accedere non soltanto ai soldi, ma pure alla sala del sesto piano dove si effettuavano le intercettazioni. Queste incursioni illegali nel tribunale di Roma pare che andarono avanti per un anno e mezzo. E allora ci domandiamo: come mai quando Carminati è stato arrestato dagli stessi carabinieri per Mafia Capitale nessuno ha osato scavare più a fondo su questa storia? Qui non si tratta di infangare il nome dell’Arma, ma semplicemente di porsi degli scrupoli prima di lanciare articoli su tutti i mass media italiani. Notizie sensazionali che poi vengono smentite nel giro di pochi mesi. Possibile che anche dopo le 117 richieste di archiviazione del pm, per parecchi indagati eccellenti di Mafia Capitale tra cui i politici Gianni Alemanno e Nicola Zingaretti, a nessuno sia saltato in mente che tutta questa storia, che si basa come al solito su video girati direttamente dai carabinieri, non regge?
La questione diventa clamorosa se si leggono alcuni articoli usciti intorno al 23 novembre 2016 sul resoconto dell’interrogatorio di Carminati al processo per Mafia Capitale. Per prima cosa mancano gli elementi tipici della cronaca, le 5 domande cui ogni articolo dovrebbe rispondere. E questo è indice di approssimazione. Significa che le notizie vengono prese dall’Ansa e buttate in pagina così come sono. Almeno bisognerebbe provarci ad approfondire gli argomenti. E’ una questione di serietà. Nel 2009 come responsabile di una redazione locale telefonai ai Ros di Brescia per saperne di più su una storia di doping che riguardava il mio territorio. I nomi siglati che avevo trovato su un giornale online non mi permettevano di contattare vicini di casa o conoscenti dei colpevoli. La risposta che ebbi fu, in altri termini: “Fatti gli affari tuoi”. I carabinieri non fecero niente per agevolarmi il compito. Avevano paura che rovinassi il nome degli indagati, come se i militari conoscessero meglio di me la deontologia del giornalismo. Pazzesco!
In secondo luogo, tornando alla confessione di Carminati, l’ex neofascista ha fatto intendere che la sua ricchezza deriva proprio da quel furto al “caveau” del tribunale, e che “solo i carabinieri fanno finta di non capire”. Ma come è possibile che per tanti anni sia riuscito a nascondere soldi sporchi di cui già si sapeva la provenienza e per i quali i magistrati avevano ottenuto delle confessioni? Coma mai i magistrati di Mafia Capitale, e insieme a loro anche i giornalisti, scoprono soltanto dalle parole di Carminati delle notizie già presenti nei fascicoli processuali e negli articoli d’archivio? L’andazzo ci suggerisce che la telenovela sulla mafia romana rischia di chiudersi senza fornirci alcuna risposta, dopo aver versato fiumi di inutili parole.

mercoledì 7 dicembre 2016

Una guerra civile negli anni di piombo


Una guerra civile all’interno della Loggia P2, tra i servizi segreti filo-israeliani e vicini alla Cia, guidati da Gianadelio Maletti e controllati politicamente da Andreotti, e il supersid di Vito Miceli, filo-arabo e amico di Gheddafi, vicino probabilmente anche alle Brigate rosse e ai terroristi tedeschi della RAF. E’ in questo scenario occulto che sembra si siano verificate negli anni di piombo le stragi di Stato da una parte e le azioni terroristiche delle Brigate rosse dall’altro. In sostanza, stiamo dicendo che Guido Giannettini, quando accusava nella sua informativa del 1974 il Mossad, il servizio segreto israeliano, dei depistaggi sulle bombe di Stato, stava probabilmente raccontando la vera storia d’Italia. Ma aveva soprattutto ragione Eugenio Scalfari nell’essere molto duro con la Democrazia cristiana di quegli anni, parlando di Moro e Andreotti quali referenti della Loggia P2.
Dall’archivio del Corriere della Sera spuntano articoli che confermano totalmente questo quadro. Nel febbraio del 1973 scoppiò quello che venne definito il Watergate italiano. Il giudice Luciano Infelisi, quello che poi indagherà sulla Sir di Rovelli e sulla strage di via Fani, aveva scoperto nella borgata romana del Trullo una centrale di spionaggio gestita da uomini della polizia, che agivano senza autorizzazione della magistratura. La vicenda processuale finì come accade spesso in Italia con tanti proscioglimenti, ma nel frattempo tanti articoli erano stati scritti e tra questi nel giugno del 1973 ce n’erano alcuni che i magistrati avrebbero fatto bene a leggere, prima di condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.
Il commissario Calabresi era spiato da questi poliziotti, ma lo spionaggio illegale si estese dopo il delitto anche a una donna, nota con le iniziali M. D., la quale aveva visto in faccia l’assassino e avrebbe potuto riconoscerlo. Il killer “dagli occhi di ghiaccio”. Anche lei fu controllata, si disse perché forse gli assassini avevano paura di ciò che potesse sapere. Guarda caso il commissario Calabresi si era occupato prima di essere colpito a morte, in via Cherubini a Milano il 17 maggio 1972, sia dello strano suicidio di Giangiacomo Feltrinelli, sia di un personaggio che di lì a poco tempo sarebbe diventato famoso, purtroppo, per la bomba con cui fece saltare la questura di Milano: Gianfranco Bertoli. Oggi sappiamo non solo che Bertoli era per Giannettini un uomo del Mossad, ma che certamente era un finto anarchico che passava informazioni a qualche intelligence.
Si comincia quindi a delineare un quadro molto più chiaro, che lega tra loro svariati eventi criminali. Tra i responsabili dello spionaggio illegale, che durò per dieci anni, dal 1966 al 1976, senza che i nomi della gran parte delle vittime venissero mai rivelati, c’erano uomini poi divenuti noti per essere appartenuti alla Loggia P2: Federico Umberto D’Amato, dirigente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, piduista legato alla Cia, e Walter Beneforti, un altro personaggio molto interessante. E’ grazie a quest’ultimo che si arriva a capire che quelle bobine misteriose, che scomparivano durante le indagini come nel film “La polizia accusa, i servizi segreti uccidono”, appartenevano certamente alla P2, a Gladio e al Mossad israeliano. Beneforti, insieme a Tom Ponzi, collaborò al progetto della P2 chiamato “L’anello”, che fu sviluppato nel secondo dopoguerra a Trieste. Ne ha parlato un articolo firmato da Silvio Maranzana, comparso sul quotidiano Il Piccolo di Trieste il 10 marzo del 2011. Questa struttura parallela venne creata nel 1943 ai tempi di Mussolini dal generale Mario Roatta, che chiamò a dirigerla un esule russo residente a Tel Aviv: un certo Otimsky, che secondo Maranzana assunse un “ruolo chiave” anche nel Mossad israeliano. Non a caso Trieste sarà teatro di alcune importanti, ma dimenticate, azioni del controspionaggio italiano contro il regime comunista di Tito. E sempre a Trieste, secondo il quotidiano La Repubblica, si recò il commissario Calabresi poco prima di essere assassinato, nel 1972. Se a tutto questo aggiungiamo le notizie che escono dall’archivio, delle microspie piazzate illegalmente su Calabresi e contro la testimone del suo omicidio, diventa chiaro lo scenario internazionale che avvolgeva i nostri anni di piombo.
Altre microspie come abbiamo visto, volute da Andreotti e da Casardi, avevano svelato lo scandalo petrolio, ossia il patto occulto tra i servizi deviati di Miceli, gli uomini di una parte della P2 e il colonnello libico Gheddafi. Ciò significa che non sempre chi indagava poteva dirsi, in quel periodo, estraneo ad altre colpe. I poteri forti, grazie anche al controllo di alcuni settimanali e quotidiani, si scambiavano pesanti accuse.
Nel suo bellissimo libro “L’Affaire Moro”, lo scrittore Leonardo Sciascia, oltre a confermare certe mie scoperte, tra cui la veridicità del comunicato numero sette del lago della Duchessa, sottolineò nell’agosto del 1978 che il presidente democristiano pagava con la vita proprio per le “Stragi di Stato”. “Uno dei capi dell’accusa contro di lui - scriveva il grande autore siciliano - formulata dalle Brigate rosse ne fa esplicito richiamo (comunicato numero uno: Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero ‘padrino’ che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di ‘omissis’ i suoi autori)”. Gli omissis erano quelli del “Piano Solo”, programma d’azione del famoso tentativo di golpe del generale dei carabinieri De Lorenzo. Come sappiamo Aldo Moro sentì di dover operare quella censura per nascondere i luoghi di Ancona e Falconara, o della Sardegna, dove si esercitavano i gladiatori. Tutte basi militari segretissime che in quel momento non si potevano nominare, e che vennero svelate solo quando la guerra fredda era ormai finita.

venerdì 2 dicembre 2016

Minacce gravissime da dirigenti di Stato


Un dirigente scolastico di Novara, oggi, si è permesso di minacciarmi perché avevo assegnato voti troppo bassi in analisi logica agli alunni di una terza media della provincia. Voleva che alzassi quei voti, minacciando di aprire un "procedimento" nei miei confronti, senza minimamente preoccuparsi dello scarso rendimento dei suoi alunni. Era interessato soprattutto al giudizio dei genitori. Cercava quindi il consenso, come va di moda nella politica populista attuale. Non voleva lamentele per i voti. Per l'ennesima volta quindi sono costretto a rinunciare a incarichi di lavoro che erano ben remunerati. Ma è evidente che non si può lavorare sotto ricatto. 
In questo caso avrei dovuto seguire la classe per tutto l'anno scolastico. Avevo perciò previsto un programma per cercare di ottenere comunque qualcosa dai ragazzi. Ma i fatti odierni, ovvero una inaccettabile ramanzina, con urla come al solito sulla faccia da parte del dirigente, mi hanno impedito di lavorare serenamente e liberamente. In queste acrobazie oratorie a Novara si erano già distinti un maresciallo dei carabinieri, durante una mia denuncia buttata via perché non ero forse raccomandato, e un amministratore di condominio, il quale si stava portando via centinaia di euro senza motivo. Come al solito mi viene impedito di difendermi. La corruzione nello Stato dilaga. Nessuno parla, nessuno mi fa scrivere la verità sui giornali locali, e nessuno ovviamente a Novara prova vergogna. 
Già alcuni giorni fa gli alunni di questa terza media mi avevano contestato con una certa arroganza, sia pure senza eccessi come mi era capitato in altre scuole. Un'alunna, molto pittoresca, avrebbe meritato la prima pagina sulla Stampa o sul Corriere di Novara: aveva detto testualmente che il suo 4 in realtà era un 7, perché aveva sbagliato meno della metà degli elementi da riconoscere. Avevo quindi chiesto agli alunni se volevano un 6 politico. La gravità degli errori mi sembrava tale da non meritare nemmeno un mio commento. In genere sono noto nell'ambiente per essere largo nei giudizi. Penso che il mio 4 sia in realtà un 2 o uno zero. 
Invece oggi il dirigente ha pensato bene di dare ragione agli alunni, pretendendo che alzassi i voti. Semplicemente ridicolo. Non solo. Viste le mie resistenze, è andato in classe, dopo che già aveva fatto irruzione durante le mie ore senza scusarsi, e ha aperto un vero e proprio processo contro di me, raccogliendo e scrivendo su un taccuino le testimonianze degli alunni su ciò che avevo detto nella consegna dei compiti. Una specie di processo all'untore di manzoniana memoria. Ha quindi sostenuto, inventando accuse senza senso, che avevo umiliato gli alunni avvertendoli che, con quegli errori in italiano, avrebbero fatto fatica alle scuole superiori. Beh, cosa pretendeva che raccontassi, qualche favola? Ho cercato di spiegare al dirigente che a me non farebbe piacere sentir chiedere dai professori delle superiori: "Chi è quel cane che ci ha mandato questo alunno?" Al che ho avuto la seguente risposta: "Tanto lo dicono lo stesso". E' proprio una "buona scuola" questa novarese.

giovedì 1 dicembre 2016

Renzi inventa il senato nazimaoista


Casualmente facendo zapping sono finito il 30 novembre 2016 sull'intervista di Vespa a Renzi andata in onda sulla Rai. La dialettica del premier è sempre accattivante, mi piace. Poteva colpirmi e spingermi verso il fronte del sì di questo referendum sulla riforma del Senato.
Tuttavia viene come al solito inquadrato solo il problema della riduzione delle spese. Stessi giornalisti, stessa solfa, evidentemente. Vespa non se lo ricorda, ma la Costituzione che il presidente vuole cambiare puntava verso un progressivo allargamento delle rappresentanze, tant'è che nel 1970 nacquero le regioni, e anni dopo furono aumentate le province. Dal 1998 è in vigore la legge Bassanini per un ulteriore decentramento amministrativo.
Nasce dunque con Renzi una Costituzione totalmente nuova? Sicuramente sì, perché, in caso di vittoria del sì al referendum di domenica 4 dicembre, gli amministratori locali raddoppierebbero le loro competenze e punterebbero verso Roma, dove andrebbero a sostituirsi ai senatori. Diventerebbero dei diretti funzionari di Roma, come ai tempi di Diocleziano nell’antica Roma imperiale. Crollerebbero tanti passaggi intermedi tra il Parlamento e i cittadini, come sta avvenendo già per i tavoli di concertazione che una volta erano presieduti dai prefetti nelle province, e che ormai sono stati aboliti. Quelli per intenderci che risolvevano i contenziosi sulle tasse, sui ricorsi dei cittadini, sulla sanità, sull’assistenza, sulle ispezioni, e via dicendo.
L’evoluzione della politica segue l’andazzo cui assistiamo dal 1994, con l’abbandono della gestione dei vari settori della vita pubblica e il tentativo spasmodico di rivoluzionare la vecchia forma di governo. La posta in gioco è evidentemente il potere decisionale, la capacità di controllare l’Italia dall’alto. Con Berlusconi avremmo avuto probabilmente un presidenzialismo alla francese, con Renzi, e la vittoria eventuale del fronte del sì, otterremo il trionfo dei potentati locali. Secondo l’attuale riforma proposta al referendum, i consiglieri, i sindaci stessi, non accetteranno più, come di fatto si comportava Ballarè a Novara, di eseguire i mandati del Parlamento ma riceveranno il potere decisionale direttamente nelle loro mani, e faranno la spola tra la Capitale e la periferia dell’Impero. Sarebbe tutta un’altra cosa. Ci avvicineremmo al modello delle cosiddette democrazie popolari dell’ex URSS e della Cina.
E allora non basta certo una maggioranza messa assieme solo grazie alla caduta di Enrico Letta. Da adolescente sentivo parlare in questi casi di "governicchi" o "governi balneari", perché duravano un'estate fino alle nuove elezioni. Ma poi perché il cittadino dovrebbe rinunciare ad avere i suoi rappresentanti, e cioè assistere a una svolta accentratrice fascista che per Renzi è la grande invenzione del fronte del sì? Solo per risparmiare quattro miliardi di euro in croce? Ma per il pareggio del bilancio che era previsto nel 2014 ne sarebbero serviti più di duemila! E dove li troviamo?
Nel calcio si dice che non basta cercare di non subire gol, bisogna anche segnarli, altrimenti la partita al massimo finirà zero a zero. Ripeto: dove li troviamo questi soldi? Ho scritto un libro su questo tema, ma hanno preferito non vederlo.
Sono ventanni che i moderati di destra come me aspettano un "messia", un partito, che non arriva mai. Tutti, sia a destra che sinistra, fanno promesse in campagna elettorale con i soldi pubblici: strade, ponti, abitazioni, ristrutturazioni. Berlusconi nel 1994 era un imprenditore privato che voleva cambiare il mondo, ma come si suol dire il mondo ha cambiato lui: Forza Italia è un camaleonte che ha finito per uniformarsi al suo peggior nemico, l'ex Partito Comunista. L'economia italiana intanto per colpa loro è sempre più un disastro.
La riforma di Renzi è proprio l'ultimo dei problemi a mio parere.

domenica 20 novembre 2016

L’anima nazista dei servizi segreti di Bonn


Fu il servizio segreto dell’ex Germania Ovest, il BND, a creare Gladio. Questa struttura militare parallela, che nacque dopo il 1956 in funzione anticomunista, non faceva parte della Nato e, soprattutto, non dipendeva dai servizi segreti delle nazioni occidentali. E’ una notizia troppo a lungo sottovalutata, che oggi dobbiamo ripubblicare e analizzare sotto una luce nuova. Uscì per la prima volta il 31 maggio del 1991 sul Corriere della Sera, nei mesi in cui le rivelazioni sulla struttura segreta divenivano di dominio pubblico nel nostro paese.
Cosa significa che la Gladio tedesca non faceva parte della Nato? Vuol dire che Rauti, Giannettini, Nardi, Freda, Ventura, uomini dell’estrema destra italiana, recandosi nell’ex Germania Ovest per addestrarsi come affermavano fonti di stampa nel 1974, erano entrati a far parte di una struttura segreta filo-nazista.
Perché certamente non si può parlare del BND fingendo di non vedere la sua storia controversa. Il leader storico di questo servizio segreto del Patto Atlantico fu un generale nazista, Reinhard Gehlen. Per gente come lui gli americani interruppero i processi di Norimberga. I mostri della Shoah diventavano per nuove esigenze belliche gli amici della democrazia. Scrisse di Gehlen Vinicio Araldi, un giornalista cresciuto sotto Mussolini, ma nonostante questo estremamente equilibrato e onesto: “Questo generale senza volto” fu “fino al 1968, il personaggio centrale dell’organizzazione spionistica tedesco-occidentale, l’avversario più irriducibile del comunismo, tanto odiato e tanto temuto da avere indotto il governo di Ulbricht a porre sul suo capo una taglia piuttosto consistente.”
I mezzi di questo servizio segreto erano a dir poco machiavellici. Secondo quanto riportò il Corriere della Sera, nel 1974 l’ex ministro socialdemocratico del governo Brandt, Ernst Ehmke, accusò Gehlen di aver spiato parecchi uomini politici tedeschi, raccogliendo ogni genere di materiale sulla loro vita pubblica e privata. In questo modo sarebbe stato anche coperto un traffico illecito di armi che dall’ex Germania Ovest partivano per i paesi arabi, tra i quali il Pakistan. Nello stesso periodo in Italia scoppiavano, se ben si ricorderà, il caso Sifar, sulle 157 mila schedature del servizio segreto, e il “piano Solo”, la pianificazione di un colpo di Stato che “solo” i carabinieri del generale De Lorenzo avrebbero dovuto attuare. Guarda caso, negli stessi anni pure negli Stati Uniti nasceva un’operazione dell’FBI nota come “Operation Solo”, volta a conoscere ogni dettaglio sugli organismi dei partiti comunisti mondiali.
E’ molto probabile, stante il materiale rinvenuto in archivio, che Willy Brandt, presidente dell’allora Germania Ovest, fu vittima di un complotto di Pankow, e non tanto come scrisse Giannettini al Sid l’autore di trame eversive italiane. Pare, anzi, che il cancelliere tedesco venne costretto a dimettersi nel 1974 dopo essere stato sottoposto a uno dei soliti ricatti sessuali dell’ex sistema spionistico sovietico. Gunter Guillaume, un consigliere di Brandt che lavorava per la Stasi, venne arrestato in quei mesi con l’accusa di spionaggio. Si scoprì a quel punto che il cancelliere era sorvegliato anche nella sua vita privata e che erano state filmate alcune sue avventure amorose con delle spie dell’ex Germania Est. Gehlen aveva lasciato il BND dal 1968, sostituito da Wessel. Ma le cose a quanto pare non erano cambiate.
In Italia erano iniziate le stragi senza colpevoli. Sia per la bomba di piazza Fontana del 1969, sia sul delitto Calabresi furono lanciati sospetti che coinvolgevano il terrorismo tedesco della Raf. Per la morte di Calabresi si parlò di Holger Meins e di un altro leader della “Frazione Armata Rossa”: Jan Carl Raspe. Nel 1969 erano in Italia, ad Alessandria, e avevano avuto contatti con Giangiacomo Feltrinelli. Le rivelazioni divennero di pubblico dominio sul Corriere della Sera grazie a Giorgio Zicari. Si scoprì in seguito che questo giornalista era iscritto alla loggia P2. Nel 1970, stando a quanto scrisse il settimanale L’Espresso, era stato coinvolto dai carabinieri del Sid in un’operazione di controspionaggio sui terroristi neri. “Prima di pubblicare aiutaci a evitare una strage” - gli chiesero, ma poi non ci furono arresti. E Zicari rimase fregato. Venne sospeso dal suo giornale e dall’ordine, quindi riabilitato. Fu qui che probabilmente avvenne il passaggio di consegne al Sid tra carabinieri ed estremismo di destra. Zicari nella vicenda Calabresi si comportò da giornalista vero. La sua colpa è a nostro avviso, non tanto di aver indagato per conto suo sulla banda Baader-Meinhof, quanto di aver taciuto nel 1988, a 16 anni dall’evento, allorché i giudici accusarono del delitto Calabresi i tre leader di Lotta Continua. Forse Sofri, Bompressi e Pietrostefani erano innocenti.
Cosa si cercò di coprire? Probabilmente Gladio, la connessione tra la parte tedesca e quella italiana. La fonte di tante stragi di Stato italiane. I depistaggi furono continui. L’informativa del servizio segreto italiano del 17 dicembre 1969, secondo cui gli autori degli attentati del 12 dicembre precedente, a Milano alla banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, erano stati i “neri” di Mario Merlino su mandato dell’Aginter Press portoghese di Guerin Serac, era falsa e fu più volte manipolata prima di giungere nelle mani dei magistrati. Merlino se la cavò con l’assoluzione. Eppure la verità non era molto lontana da quelle ipotesi di complotto tra neri e filocinesi.
Quando nel marzo 1978 venne rapito il presidente DC Aldo Moro si parlò di nuovo di una pista tedesca occidentale. Ancora una volta si scoprì uno scandalo: la polizia ex tedesca occidentale di Wiesbaden, presso cui si recavano i magistrati italiani per unire le forze, ma tornandone a mani vuote, aveva messo sotto controllo 3 milioni di tedeschi occidentali. Sarà un’altra coincidenza, ma la polizia italiana, supportata dal nuovo servizio segreto italiano chiamato Sisde, in quel periodo agì in modo altrettanto indiscriminato e antidemocratico.

venerdì 18 novembre 2016

Ombre tedesche sugli anni di piombo


C’è un filo conduttore nella storia dei nostri anni di piombo, che conduce in quella che una volta si chiamava Germania Ovest, o Repubblica Federale Tedesca. E’ lì che alla fine degli anni ‘60 si svilupparono movimenti di guerriglia capeggiati da alcuni giovani di estrema sinistra, in particolare da due donne: Gudrun Ensslin e la giornalista Ulrike Meinhof; e due uomini: Andrea Baader e Horst Mahler.
Il nome che venne dato al gruppo nel maggio 1970 fu Frazione Armata Rossa, o più semplicemente RAF. Questi giovani sciagurati, in nome del comunismo e la guerra a quello che consideravano lo “Stato fascista”, organizzarono rapimenti, barbare uccisioni e rapine per tutti gli anni ‘70 del Novecento e poi anche per buona parte degli ‘80.
Il primo punto di contatto con l’Italia, che si è cercato di dimenticare come tutti gli altri che si susseguirono fino alla fine degli anni ‘80, fu Giangiacomo Feltrinelli. Praticamente vi furono dei legami certi tra il terrorismo tedesco e quello italiano delle Brigate Rosse fin dall’inizio, dagli anni della contestazione studentesca. Sono tanti gli articoli del Corriere della Sera nel quale si parlava a quell’epoca di finanziamenti sospetti. Si disse che l’editore Feltrinelli sostenesse la battaglia armata dei tedeschi. Già dal 1968 Feltrinelli fu molto attivo nei comizi di sinistra che venivano organizzati a Berlino Ovest. Ma questo, anche se Wikipedia non lo scrive, non ci stupisce. Feltrinelli era in contatto con il terrorismo altoatesino e con Vienna. Il problema vero è un altro: quale fu il ruolo del ministro degli esteri dell’ex Germania Ovest, Willy Brandt, il quale, nello stesso giorno in cui Feltrinelli arringava la folla della sinistra extraparlamentare di Berlino Ovest, protestava davanti all’ex Reichstad contro il riarmo della Germania Est del presidente Ulbricht?
E’ una questione molto spinosa, perché sia sulla politica dello Stato ex tedesco occidentale, sia nel gruppo Baader-Meinhof, sussistono delle notevoli ambiguità. Il terrorismo tedesco fu veramente manovrato dalla Stasi, ossia dai servizi segreti della Germania Est? E Brandt, che divenne cancelliere dal 1969 al 1974, era sinceramente intenzionato a contrastare il terrorismo?
I dubbi furono sollevati da un noto rapporto del Sid scritto nel 1974 dal discusso giornalista Guido Giannettini, sospettato di aver partecipato all’attentato di piazza Fontana nel 1969 e poi assolto. Giannettini affermò che Brandt, leader del partito Socialdemocratico di Germania, era filocinese e antisovietico. Sarebbe stato pertanto lui il “grande vecchio” della sinistra extraparlamentare e addirittura il mandante della strage di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre del 1969, per la quale Brandt si sarebbe servito proprio di Giangiacomo Feltrinelli quale esecutore materiale. Secondo questa ricostruzione, che il Corriere non esitò un attimo a definire fantasiosa, le bombe di piazza Fontana sarebbero servite per rafforzare il vacillante governo italiano di Mariano Rumor. Ma le rivelazioni di Giannettini non si fermavano qui.
All’indagine su piazza Fontana, come ben sappiamo, partecipò il commissario Luigi Calabresi, considerato responsabile del suicidio dell’anarchico Pinelli, e a sua volta assassinato sotto casa da due terroristi il 17 maggio del 1972. Pochi mesi prima era morto a Segrate, mentre sistemava un ordigno su un traliccio, Giangiacomo Feltrinelli. Nella sua informativa Giannettini scrisse che il commissario Calabresi si stava avvicinando troppo alla verità su piazza Fontana, cioè alla colpevolezza di Feltrinelli, e sarebbe stato ucciso dai servizi segreti dell'ex Germania Ovest, dopo che gli stessi avevano liquidato Feltrinelli facendo passare la cosa come un suicidio. Il motivo di questi omicidi sarebbe stato un allontanamento di Brandt, a partire dal 1971, dalla politica filocinese e antisovietica. Per evitare che i servizi segreti israeliani scoprissero tutto, le spie dell'ex Germania Ovest, note con la sigla di BND, avrebbero cercato di far sparire le prove con degli omicidi.
A questo punto per Giannettini la “pista nera” su cui indagarono i magistrati italiani sarebbe stata creata dai servizi segreti israeliani del Mossad, per evitare che Nixon attuasse un accordo internazionale filo-arabo sull’asse Italia-Spagna-Grecia-Turchia. Per fare tutto questo, scriveva il Corriere della Sera riportando l’informativa del Sid, gli israeliani avrebbero manovrato i magistrati Gerardo D’Ambrosio, Luigi Bianchi D’Espinosa e Giancarlo Stitz, gli uomini del PSI, della sinistra extraparlamentare, il ministero dell’interno italiano, il giornale Il Mondo e avrebbero pure utilizzato degli infiltrati della Cia. Ma non è finita: il Mossad avrebbe cercato di attuare il golpe Borghese nel 1970, sempre in chiave antiaraba con l’aiuto dei servizi inglesi, e avrebbe inviato l’anarchico Gianfranco Bertoli, in realtà “agente provocatore”, a far saltare la questura di Milano nel maggio 1973.
Bisogna ammettere che proprio fantasiosa questa ricostruzione non era. Vediamo quali rivelazioni con il tempo si sono rivelate esatte. La Cia aveva scritto nei suoi rapporti su Junio Valerio Borghese che il pianificatore del golpe del 1970 era “influenzato” dai servizi segreti britannici. Dunque era vero che non si trattava di un golpe da operetta. Fu inoltre accertato dalle commissioni parlamentari che Bertoli non era un povero anarchico in guerra con la polizia, bensì un informatore dei servizi segreti. Pure Feltrinelli non era uno stinco di santo: girava per mezza Europa con false carte d’identità. Il Mossad è un altro che aveva i suoi buoni motivi per essere adirato con il barcollante governo italiano. Il giudice americano Vittorfranco Pisano scrisse, nel suo rapporto sul terrorismo italiano del 1979, che esisteva un patto con i palestinesi perché nel nostro territorio non avvenissero incidenti: il famoso “Lodo-Moro”. Si disse, senza mai dimostrarlo, che l’aereo di Gladio noto come Argo 16 fu abbattuto dagli israeliani nel 1973 sui cieli di Marghera per farci un dispetto: i morti furono quattro, ma fu sfiorata la strage.
Restiamo nel patto Atlantico ed ecco delle ombre anche sul BND, il servizio segreto di Bonn. Venne più volte citato nel dossier cecoslovacco quale sostenitore del terrorismo italiano. Lo stesso Willy Brandt si era dimesso pochi mesi prima della pubblicazione dell’informativa di Giannettini perché era stato scoperto che un suo consigliere era una spia di Pankow, cioè della Germania Est. Nel 1969, l’anno di piazza Fontana, ben quattordici personaggi dell’ex Germania Ovest che lavoravano nella difesa nazionale si erano suicidati misteriosamente nel giro di sei mesi. Ne riferì i dettagli il bel libro di Vinicio Araldi sullo spionaggio. Ciò vuol dire che nella guerra fredda era difficile districarsi tra doppi e tripli giochi. Non si può quindi escludere che Giannettini avesse ragione e che, come Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati per l’omicidio Calabresi dall’accusa di un pentito, fosse stato tirato in ballo per depistare le indagini su piazza Fontana.
Di una cosa siamo certi: se la Strategia della tensione fu l’insieme di tutti gli attentati terroristici degli anni Settanta del secolo scorso, di destra e di sinistra, incluso il delitto di Aldo Moro, in ognuno di questi può aver avuto un ruolo la banda Baader Meinhof. Ed è altrettanto certo e documentato che ogni volta che ciò emerse nei giornali la polizia tedesca bloccò le indagini italiane. Sembra che per il governo di Bonn la RAF dovesse rimanere un problema esclusivamente tedesco. Abbiamo già citato in precedenza il delitto Moro. La storia si ripeteva ciclicamente. Già sei anni prima, il delitto Calabresi aveva i suoi colpevoli belli e pronti con tanto di prove, a pochi giorni dal fatto. Il primo era, così, per cambiare, della banda Baader-Meinhof: Holger Meins, detto “il diavolo biondo”. Sembrava coincidere con l’uomo che aveva acquistato un ombrello lasciato dall’assassino sul luogo del delitto e con l’identikit dei testimoni. Quando la polizia tedesca arrestò Meins questa pista fu improvvisamente abbandonata. Il "diavolo biondo" morì in carcere nel novembre del 1974. La mattina del 9 maggio 1976 la stessa sorte toccò a Ulriche Meinhof.
Se lo stato tedesco ex occidentale conduceva una guerra spietata contro la RAF, perché la stessa non poteva essere collegata ai nostri attentati? Il giudice Emilio Alessandrini nel gennaio 1979 era tornato da pochi giorni da un vertice nell’ex Germania Ovest, nel quale aveva incontrato magistrati tedeschi, uomini del BND, e persino il direttore del carcere in cui era morta la Meinhof, quando fu assassinato da estremisti di sinistra di Prima Linea. Un giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo, che aveva colto questa strana coincidenza, ossia Walter Tobagi, fu ucciso appena un anno più tardi dalle Brigate Rosse, con una dinamica simile a quella del delitto Calabresi. Sempre nel 1979 un criminale pentito in carcere a Vienna, tale Alfredo Bianchi, chiese di parlare con i magistrati affermando di sapere chi aveva assassinato il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, collaboratore del giudice Antonio Alibrandi. Ma anche questa strada verso la verità che sconfinava oltrefrontiera venne mandata in archivio. Alcuni killer di Varisco, stando a Wikipedia, non furono mai identificati.
Bisogna a questo punto capire cosa impedì ai nostri magistrati di proseguire nel loro lavoro. Risolvere la questione del terrorismo come una strategia eversiva dei paesi comunisti contro l’occidente non è sufficiente. C’è qualcosa di più, che sembra mettersi di traverso e inquinare le indagini. Dobbiamo tornare a parlare di Guido Giannettini. La sua confessione è ancora più interessante se si considera che la spia del Sid si recava spesso in Germania, dal BND, per addestrarsi alla scuola di guerra psicologica di Coblenza. In sua compagnia c’era Pino Rauti, il missino nazimaoista accusato di essere l’organizzazione della Strategia della tensione. Il Corriere della Sera scrisse che Giannettini era praticamente di casa al servizio segreto di Bonn. Ma lo era, secondo i giornali italiani degli anni ‘70, anche Gianni Nardi, il terrorista nero che fu indagato, dopo Holger Meins, per la morte del commissario Calabresi insieme alla sua donna. Eh sì, quando con la sua Mercedes venne fermato alla frontiera svizzera di Brogeda, il neofascista Nardi fu trovato, non solo bello carico di armi, ma anche in compagnia di una tedesca, Gudrun Kiess Mardeve. Con loro c’erano anche l’italiano Bruno Stefano e un ritratto di Hitler. Nardi morì in circostanze misteriose nel 1976 in Spagna, a Maiorca. Molte delle sue armi furono rinvenute in un bosco vicino Ascoli Piceno, a pochi metri dal luogo in cui è stata uccisa recentemente una donna, Melania Rea, moglie di un militare, Salvatore Parolisi, che è considerato dai giudici il suo assassino.
Dai giornali d’archivio emergono con evidenza i depistaggi del servizio segreto italiano nella ricerca della verità sulle stragi. Su questo può aver inciso a nostro parere un cambio della guardia nella gestione del controspionaggio. Se fino al 1970 era una sezione dei carabinieri a occuparsene, da allora in poi è probabile che sia stato proprio il gruppo "nero" di Giannettini, Freda, Ventura, Rauti e Nardi a lavorare nel controllo delle basi Nato. Le loro infiltrazioni divennero un infinito segreto di Stato, senza colpevoli.
Italia e Germania ebbero anche un altro punto in comune, e questa volta nella politica estera: Gheddafi. Le due nazioni divennero dagli anni ‘70 del Novecento le principali importatrici del petrolio libico. E’ certo che il colonnello Gheddafi collaborò con la polizia di Bonn, almeno dal 1978, per far arrestare i terroristi della RAF. Non sappiamo con quali risultati ciò potesse concretizzarsi, se è vero che in Italia, pochi anni più tardi, veniva accertato che Gheddafi quegli stessi terroristi tedeschi, italiani e palestinesi li sosteneva e riempiva di armi. In più c’era il torbido piano politico. Verso la metà degli anni ‘80 i giornali tedeschi fecero scoppiare lo scandalo dei missili di Rabta. Venivano costruiti nel deserto libico dei micidiali ordigni bellici con l’aiuto degli esperti statali di Bonn. Ma se tra ex Germania Ovest e Libia c’era un’intesa politico-militare sospetta, l’Italia non fu meno spregiudicata. Da noi era attivo negli anni ‘70 uno Stato nello Stato, la Loggia P2 di Licio Gelli, che acquistava il petrolio libico a basso costo, lo rivendeva ai prezzi di mercato, e guadagnava sulla differenza. In cambio i nostri militari corrotti avevano ceduto al leader libico i segreti delle basi Nato in Italia. Chi tentò di denunciare questo traffico, come fece sul suo OP Mino Pecorelli nel 1979, venne ucciso e accusato anche dopo la sua morte di essere dalla parte dei congiurati. Il dossier, malgrado le inchieste giudiziarie o forse proprio a causa di esse, scomparve nel segreto di Stato. Se riaffiorasse oggi non creerebbe minore scandalo rispetto agli anni di piombo.

sabato 12 novembre 2016

Tanti italiani spiati per il delitto Moro


La nostra polizia tra il 1978 e il 1979 effettuò decine e decine di accertamenti sugli italiani per scoprire i responsabili dell'uccisione del presidente democristiano Aldo Moro. Questo la costrinse a violare continuamente la vita privata di famiglie il più delle volte innocenti. E' quanto si può desumere sfogliando le mille pagine di documenti originali di cui si compone uno dei volumi digitali preparati dalla Commissione parlamentare sulla strage di via Fani.
Come molti avranno letto nei libri o sui giornali, il Governo in quei drammatici giorni approvò una specie di stato d'assedio. Furono disposti numerosi posti di blocco intorno Roma, mentre la polizia bussava a tutti gli appartamenti in cerca dei terroristi. Il giornale spagnolo La Vanguardia durante il sequestro Moro titolò: "Non è Beirut, ma Roma". Questa invadenza della polizia la ritroviamo nei documenti della Commissione parlamentare. Ad esempio nei controlli che venivano disposti a seguito di messaggi telefonici, telegrafati, o di lettere che in continuazione giungevano ai giornali e alle forze dell'ordine. Spesso questi contatti si rivelavano dei depistaggi. Il Corriere della Sera scrisse che poteva trattarsi di una tattica dei brigatisti: prendersi gioco della polizia facendola brancolare nel buio.
L'8 maggio 1978 alle 10 del mattino giunse alla questura di Milano un telex in lingua tedesca con il testo: "Moro è stato giustiziato; dite ciò al governo e date notizia ai giornali". Scattarono i controlli sui macchinari che inviavano telex, che furono estesi a tutto il personale di ogni ufficio telex italiano. Potete immaginare: venne rivoltata come un calzino la vita privata di decine di onesti cittadini, dei quali la questura volle sapere i dati anagrafici e non solo. Annotò la situazione familiare, se tizio o caio erano celibi, nubili o sposati, e in quest'ultimo caso trascrisse le generalità del o della consorte. Poi volle sapere per ciascuna persona il livello di conoscenza del tedesco e per finire andò a frugare nei terminali per conoscere gli eventuali precedenti penali. Tutto questo poteva starci, in quel frangente. Ma il mio senso civico mi suggerisce che, una volta concluse le indagini, quei dati avrebbero dovuto essere distrutti. Così non avvenne. Decine di pagine con i dati personali dei cittadini vennero conservate e oggi sono state pubblicate su internet sul sito del Senato. Basterebbe cercare un nome o un cognome per essere condotti verso questo pdf.
Si tratta a nostro parere di un enorme scandalo che colpisce la credibilità delle forze di polizia. Che provocherà interrogativi a catena: se allora fu permessa una violazione simile, cosa avvenne dopo l'11 settembre 2001, allorché eravamo già dotati di computer con internet? Come vengono gestiti i nostri dati durante e dopo le emergenze? E come si potrebbe non collegare, inoltre, questa schedatura dei cittadini con quanto è avvenuto di recente con il redditometro dell'Agenzia delle Entrate, e poi con quanto stiamo leggendo sui giornali in seguito all'invio da parte del presidente del consiglio di lettere agli italiani all'estero? Chi fornisce i dati personali? E cosa può conoscere la polizia senza esserne autorizzata?

Un posto di blocco a Roma, nella copertina del quotidiano di Barcellona, La Vanguardia, del 15 aprile 1978.

Imposimato era certo del legame BR-Gheddafi


Con una semplice ricerca spuntano dall’archivio altri dettagli agghiaccianti di un collegamento tra Raf e delitto Moro. Secondo il Corriere della Sera, il corpo di Moro venne fatto ritrovare nello stesso giorno e alla stessa ora in cui Ulriche Meinhof, la terrorista della Raf, si impiccò nel carcere tedesco. Ciò dimostra che il comunicato numero 7 non era nemmeno un depistaggio, ma un avvertimento, che giunse proprio nelle ore in cui la polizia italiana scopriva il covo di Moretti in via Gradoli e sequestrava le prove di contatti con la Germania.
E’ evidente che la pista della Raf avrebbe portato ai servizi segreti della Stasi, ai palestinesi e al colonnello Gheddafi, quindi a nemici acerrimi degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna. Anche in questo caso i collegamenti diretti con le Brigate Rosse sono tantissimi. Sul colonnello Gheddafi siamo noi italiani a cercare di dimenticare. Fu lui a far arrivare le armi dei palestinesi alle brigate rosse. Un giornalista che si sta battendo per dimostrare qualcosa di simile è Giorgio Guidelli, del Resto del Carlino, autore di libri sulle Brigate Rosse marchigiane e sui contatti tra BR e palestinesi. Entrando in questo argomento la mia indagine partita dalle basi Nato e dalla base del monte Conero si incrocia con il suo lavoro.
Mi limiterò quindi a tratteggiare un ritratto dell’uomo che funse da tramite per lo smercio di armi alle BR. Un personaggio dimenticato che mi ha molto colpito: “Corto Maltese”. Lo chiamarono così per quei suoi viaggi spericolati in barca a vela dal Libano a Cipro e poi all’Italia, che organizzò per portare alle Brigate Rosse le potenti armi dei palestinesi. Ma il suo vero nome era Maurizio Folini, ed era considerato un uomo del KGB sovietico. Fu proprio il giudice Ferdinando Imposimato, l’attuale grande accusatore della Cia, a scrivere, nel 1987, nella sua sentenza di rinvio a giudizio riportata dal Corriere della Sera, che “Corto Maltese” era un “agente del KGB collegato a Gheddafi e inoltre massimo esponente di quel traffico d’armi che dal Medio Oriente alimentava il terrorismo italiano.”
Si trattava dell’inchiesta Moro-ter o Moro-bis, con la quale Imposimato e Priore apparivano certi di avere svelato lo scenario di guerra internazionale nel quale era inserito il rapimento Moro. Nel 1986 parlarono di: “un quadro allarmante delle complicità e interferenze da parte di servizi segreti e Stati stranieri.” Secondo quanto scrisse il Corriere, un pentito, un certo Pasini-Gatti, aveva rivelato ai due magistrati che “Corto Maltese” gli confidò una volta di “incontrare periodicamente il colonnello Gheddafi il quale era interessato a sovvenzionare l’installazione di una radio privata nel sud Italia (a Napoli ndr) per propagandare la linea politica dell’autonomia...”. Un altro brigatista, Oreste Scalzone, affermò che “l’Unione Sovietica contava molto sulle BR e credeva che in Italia ci fosse una situazione matura rispetto a un’ipotesi rivoluzionaria. Roberto Sandalo, ex esponente di Prima Linea, aggiungeva, nell’articolo del Corriere firmato da Marco Nese, che “l’organizzazione palestinese che forniva le armi agiva come intermediaria tra il KGB e Prima Linea.”
Questa storia come vedete è molto complessa e meriterebbe una trattazione approfondita. C’è di mezzo anche un agente della Cia, Ronald Stark, il quale forse conduceva un doppio gioco fornendo ai terroristi il numero di telefono di un funzionario dell’ambasciata libica a Roma. Quello che ci interessa dire è che Imposimato e Priore avevano in mano un quadro, a metà degli anni ‘80, che appariva completo. Perché, allora, di un legame tra Gheddafi e le Brigate Rosse non si è più parlato?

La polizia di Bonn nascose i contatti tra RAF e BR


Fu la polizia tedesca occidentale ad allontanare i sospetti di un collegamento tra terrorismo tedesco e brigate rosse. E’ quanto si legge nei documenti della commissione parlamentare sulla morte di Aldo Moro, i quali consentono di leggere ogni dettaglio delle indagini condotte tra il 1978 e il 1979.
La polizia di Wiesbaden scrisse il 30 luglio 1979 che dai reperti sequestrati non si potevano desumere dei nessi tra la Von Dyck, Heiszler e il delitto Moro. Lo stesso concetto lo ha ribadito nel gennaio 2016 l’ex questore Ansoino Andreassi alla commissione parlamentare: “Noi credevamo e crediamo ancora in quella pista, ma i tedeschi ci bloccarono”.
Perché i tedeschi non vollero andare avanti? A leggere quei reperti risulta evidente che la Von Dyck nella sua agendina conservasse dei contatti italiani. Annotò ad esempio il numero di telefono di una certa “Radio Rim” ("Roma" in lingua ceca si traduce "Rim"). Il 24 maggio 1979 il questore Andreassi aveva scritto nel suo rapporto: “Non sembra nemmeno da escludere che la Von Dyck abbia direttamente partecipato all’agguato di via Fani, in quanto le sue fattezze sembrano corrispondere a quelle della ragazza bruna che imbracciava un mitra, descritta da alcuni testimoni”.
Molto interessanti sono pure le indagini sulla falsa carta d’identità di Heiszler. Apparteneva a un avvocato civilista di origine tedesca, ma nato e residente a Roma. Si chiamava Katte Klinsche ed era nato nel 1949. Fu interrogato dalla nostra polizia e affermò di aver smarrito la carta d’identità dieci anni prima. Il fatto strano è che non ne aveva chiesto un duplicato. Andreassi chiuse così il suo rapporto: “Il rinvenimento, indosso a un terrorista tedesco, di altra carta d’identità italiana proveniente dal suddetto furto, sembra non consentire ormai dubbi sulla effettiva consistenza di collegamenti ben precisi tra le Brigate Rosse e gruppi terroristici tedeschi, anche per quanto riguarda l’agguato di via Fani.” In effetti le notizie di questi contatti si susseguirono nei giornali per tutta la fine degli anni ‘70 del secolo scorso.
Un altro nome importante che venne fatto è quello di Brigitte Monhaupt, classe 1949, che fu arrestata a Zagabria, quindi da uno stato comunista, nel maggio 1979. Paolo Graldi del Corriere della Sera scrisse che la terrorista aveva confessato alla polizia Jugoslava di aver partecipato a una riunione delle Brigate Rosse a Milano sulla sorte di Aldo Moro: “Come chiudere il caso Moro, ucciderlo o rilasciarlo?” Pare che la Monhaupt si oppose all’uccisione del presidente DC, considerandolo un ‘errore politico’ da evitare. La Jugoslavia, secondo quanto scritto da Graldi, chiese alla Germania Ovest uno scambio di prigionieri, come avveniva per le spie della guerra fredda. I cinque terroristi della Raf arrestati con la Monhaupt vennero trattati come spie dell’ovest. Furono offerti in cambio di otto ustascia arrestati per reati fascisti. Ma non se ne fece niente. Il governo di Tito a quel punto li lasciò liberi di andare dove volevano. Nel 1981 la Monhaupt partecipò all’assassinio di un generale americano: Frederick Kroesen. Venne arrestata in Germania nel novembre 1982.
Un’altra tedesca venne arrestata in Svizzera con documenti riguardanti la strage di via Fani. Lo affermava il settimanale americano Newsweek a proposito della tedesca allora 26enne Gabriele Kroecker-Tiedemann, uno dei sei terroristi della Raf liberati e inviati nello Yemen del Sud in cambio del politico tedesco Peter Lorenz. Fu detto che aveva con sé “un piano cifrato concernente un eventuale rapimento di Aldo Moro”. Lo riportava Mario Barino del Corriere della Sera il 25 aprile del 1978. Ancora una volta il governo di Bonn smentì ogni indiscrezione.

venerdì 11 novembre 2016

Due tedeschi tra i cecchini di via Fani


I miei lettori devono ricordare bene questo nome: Rolf Heiszler. Tedesco della Baviera, classe 1948, terrorista del “Movimento 2 giugno”. Attualmente, secondo Wikipedia, si trova in carcere a scontare due ergastoli per l’omicidio di due funzionari doganali olandesi, avvenuto il primo novembre 1978. Fu sospettato di aver partecipato anche al rapimento Schleyer nell’autunno del 1977. Parliamo del terrorismo della Raf, la banda Baader Meinhof. Gli inquirenti italiani questo nome lo hanno voluto dimenticare, e non capiamo perché.
Heiszler o Heissler è innanzitutto uno dei probabili partecipanti alla strage di via Fani, il 16 marzo 1978. Si parlò di lui nel gennaio del 1980, quando in carcere ricevette la visita del giudice istruttore Claudio D’Angelo. Sono le conferme che abbiamo trovato riguardo alla pista tedesca della valigia “made in Germany”, che si vede nel video di Youtube, di fianco al cappello da aviatore. In realtà anche gli inquirenti italiani si erano mossi con decisione in questa direzione. I servizi segreti cecoslovacchi invece non proseguirono su questa strada, cui erano giunti leggendo delle vicende di Hans Joachim Klein. Anzi, dal punto di vista cronologico chiusero la loro inchiesta il primo agosto del 1978, con le informazioni raccolte su Lorenzo Minoli e Marco Ricceri. Ricorderete che questi due italiani avevano soggiornato a Praga insieme alla spia della Cia Martin Wenick. Poco prima, le spie cecoslovacche avevano saputo dell’arresto di Claudio Avvisati, impiegato dell’ENI con una strana tessera cecoslovacca. Nel luglio 1978 la polizia italiana aveva trovato a casa di Avvisati un manifesto della banda Baader Meinhof, eppure il giudice Achille Gallucci l’aveva scarcerato per un cavillo burocratico: aveva procurato al brigatista Triaca una macchina da scrivere nel 1975, e non poco prima del sequestro Moro.
Torniamo a via Fani, il luogo dei miei incubi, non lontano da dove sono nato e ho abitato fino a 4 anni di età. Casa mia era a pochi metri da via Montalcini, “la prigione del popolo” in cui fu segregato Aldo Moro. Il momento chiave di questa triste vicenda è a mio parere la scoperta del covo di via Gradoli, nell’aprile del 1978. E’ qui che secondo il Corriere della Sera vennero trovate tracce che portavano con decisione in Germania.
Fu scritto nel 1978 che era stata trovata un’agenda con le spese delle BR. Tra queste vi erano dei viaggi da Roma a Francoforte di un certo Fritz. Ma non era l’unico elemento. In via Gradoli erano state rinvenute delle targhe tedesche. Quattro giorni dopo il sequestro di Moro fu avvistata, inoltre, verso Viterbo, un’auto della Germania occidentale con a bordo quattro uomini e dei mitra. Il proprietario venne arrestato. Fu ribadito in più di un articolo che sul luogo della strage di via Fani c’era una borsa “made in Germany”, che non poteva essere stata venduta in Italia.
C’era sicuramente stato un patto tra BR e terroristi tedeschi. Lo aveva affermato, secondo il Corriere, un’indagine del Sisde. Fu siglato nel 1975. In tempi più recenti si è dibattuto se il covo di via Gradoli fosse stato fatto trovare dagli stessi servizi segreti, che avevano acquistato o affittato diversi appartamenti in quello stesso stabile. Ma non è mai stato smentito che quello fosse il covo di Mario Moretti. E allora come si può parlare di depistaggio, se la pista tedesca aveva portato a dei riscontri così concreti? Negli articoli del 1978 e poi del gennaio 1980 del Corriere della Sera e della Stampa non si parla di sospetti, ma di forti indizi che in via Fani, il 16 marzo 1978, vi fossero almeno due tedeschi: Rolf Heiszler ed Elizabeth Von Dyck, legati alle BR italiane. La Von Dyck venne uccisa in Germania in un’azione di polizia nel 1979. Le furono trovati addosso documenti falsi, rubati nel 1972 a Sala Comacina, uguali a quelli di Heiszler, dello stesso stock presente in via Gradoli, e nascosto anche in via Giulio Cesare da Valerio Morucci e Adriana Faranda. Insomma prove importanti. In un’altra base delle BR venne raccolta anche una chiave di fabbricazione cecoslovacca.
I pm che indagavano, dopo le prime indagini di Infelisi e Gallucci, erano Ferdinando Imposimato e Rosario Priore, i quali poco dopo dopo l’uccisione del presidente Moro volarono in Germania Ovest, a Wiesbaden, per farsi aiutare dai poliziotti tedeschi. Sandro Acciari affermò: “La pista internazionale non è più un’ipotesi, ma ha già tutta una serie di riscontri obiettivi.” Ma le indagini non decollarono, senza una valida ragione. Nel 1980 il giudice istruttore D’Angelo riprese il fascicolo e volò a Monaco ad interrogare in carcere Rolf Heiszler. Sandro Acciari scrisse di nuovo sul Corriere: “I giudici romani non hanno dubbi in proposito: esisterebbe una 'prova documentale' della presenza a Roma di Heiszler nel periodo cruciale alla vigilia dell’attentato.” D’Angelo tornò a mani vuote: Heiszler non aveva aperto bocca. “Non sono pazzo, perché dovrei parlare?”, aveva esclamato al giudice italiano.
Da quel momento calò il silenzio, e allora dobbiamo cercare di capire perché oggi gli stessi giudici Imposimato e Priore annaspino nei dubbi. Imposimato rilascia interviste e scrive libri accusando la Cia, Priore, dopo aver seguito l’infinita inchiesta sul Dc-9 caduto a Uscita nel 1980, sembra non ricordare più queste indagini tedesche. Che però una risposta potevano darla, come l’hanno data a noi.
Aldo Moro in una delle sue prime lettere inviate a Cossiga dalla prigionia fece riferimento al rapimento Lorenz, un fatto che era avvenuto nel 1975 in Germania. Peter Lorenz era un politico della Democrazia cristiana tedesca. Venne rapito a Berlino Ovest dai terroristi del “Movimento 2 giugno”, legati alla banda Baader-Meinhof, e rilasciato in cambio di cinque prigionieri. Tra questi terroristi c’era anche Rolf Heiszler. I terroristi liberati furono spediti nello Yemen del Sud, dove il governo aveva deciso di concedere loro il permesso di soggiorno. Narrò la vicenda La Stampa durante il rapimento Moro. 
E’ possibile che il presidente della DC fece questo accostamento con un’idea ben precisa? Lo si potrebbe dedurre da un noto episodio emerso nel 1980. La Digos accertò attraverso informative del Sismi che il figlio di Aldo Moro, Giovanni Moro, aveva cercato di partire nei giorni del sequestro di suo padre per lo Yemen, insieme alla fidanzata Emma Amiconi. Ma poi desistette. E’ chiaro che laggiù avrebbe potuto incontrare gli uomini del “Movimento 2 giugno”, ma a quale scopo? Giovanni Moro non lo disse. Di fronte al giudice Gallucci negò ogni ipotesi di tal genere. Questa storia è tornata di attualità recentemente. Possibile che nessuno si sia ricordato di Rolf Heiszler? Siamo diventati un popolo di smemorati?


Il terrorista del "Movimento 2 giugno", in una foto del quotidiano La Stampa pubblicata al momento del suo arresto nel giugno 1979.

mercoledì 9 novembre 2016

Quei terroristi rossi con la valigia tedesca


Ci siamo voluti dimenticare completamente di una parte del terrorismo italiano, e ci siamo riusciti: quello dell'Alto Adige. Era di sinistra e voleva la secessione dall'Italia. Provocò attentati e morti per oltre un decennio, tra il 1956 e il 1969. Decine di morti dimenticati, che sembrano appartenere a un'altra nazione. Ma l'Alto Adige, regione di lingua tedesca che fu annessa all'Italia dopo la Grande Guerra, fa parte del nostro territorio. Fu sconfitto a suon di condanne della magistratura nel 1969, poi rinacque negli anni '80, ma a quel punto secondo Wikipedia era guidato da Gladio e dai nostri servizi segreti. Forse è per questo che in tutto il web ho trovato un solo filmato che lo riguardi: è un cinegiornale Luce del 1960! 
Gli obiettivi di quelle bombe erano sovente i tralicci e gli agenti delle forze dell'ordine. Ma è proprio ciò che accadde durante gli anni di piombo! Feltrinelli morì mentre cercava di innescare una bomba su un traliccio, mentre molti agenti di polizia e carabinieri furono uccisi dai brigatisti. 
E' il dossier cecoslovacco a collegare per la prima volta queste due facce che potrebbero appartenere alla stessa medaglia. L'Alto Adige non era distante dalle basi Nato - aveva scritto Ernesto Viglione nel 1976 sul Settimanale -. Inoltre i terroristi per salvarsi dalla galera si rifugiavano nell'est Europa. Vuoi vedere che le bombe altoatesine degli anni '60, come le trame eversive di Feltrinelli e delle BR, erano finanziate dai sovietici del Kgb? - si chiedeva il giornalista democristiano. 
I servizi segreti cecoslovacchi si misero a indagare. A essere i mandanti delle nostre stragi non ci stavano. Per loro i colpevoli venivano dall'ovest. Magari da Bonn. In un'altra informativa i servizi di Praga si soffermarono su un fondo di Mario Pendinelli. Prima pagina del Corriere della Sera, 19 luglio 1977. Il titolo era: "I terroristi con la valigia". Il ministro della giustizia della Germania ovest, Hans Jochen Vogel, aveva rilasciato alla Bild di Amburgo un'intervista choc. Affermava che i terroristi tedeschi si nascondevano in Italia e si addestravano a Karlovy Vary, in Cecoslovacchia. Era vero? Per Pendinelli era un mistero, ma il bello è che lo era pure per le spie di Praga. E allora probabilmente la verità va cercata nell'aristotelico mezzo. 
C'è una strage che ci riporta in Germania. E' quella del 21 dicembre 1975. Vienna, sede dell'Opec. I ministri degli stati produttori di petrolio vengono presi in ostaggio da sei terroristi. Tra di loro c'è anche Hans Joachim Klein, l'unico a restare ferito. Due anni dopo spedisce una lettera con la sua pistola al giornale Der Spiegel, affermando: "col terrorismo ho chiuso". La confessione è stata imbucata a Milano. I terroristi a Vienna affermano di lottare per la rivoluzione araba. Vogliono impedire che Israele e Palestina raggiungano un accordo, perché la guerra deve continuare. Le brigate rosse affermeranno qualcosa di simile al momento del compromesso storico. Ma sull'attacco all'Opec c'è la mano di Gheddafi. E' questo il guaio. Il colonnello ha pagato un guerrigliero venezuelano, Carlos, detto lo sciacallo, perché uccida il ministro iraniano e quello saudita. Ma Carlos fallisce. Uccide tre ministri, altri 70 li sequestra. Ottiene un Dc-9 e fugge verso il nord Africa, dove poi, secondo il blog "ogginellastoria", accetterà 20 milioni dal re saudita e dallo scia' di Persia e rilascerà tutti i prigionieri. 
Anche il Dc-9 è un particolare che mi ha colpito. L'ombra di Gheddafi incombe su una strage che ci riguarda. Ustica, 27 giugno 1980, la morte degli 81 passeggeri del Dc-9 dell'Itavia per un missile o una bomba. Quel giorno, nonostante il ritardo di due ore, 20 passeggeri che avevano prenotato non si presentano. Un caso o sapevano quello che sarebbe successo? A bordo del Dc-9 sale invece, altra casualità incredibile, un operaio dell'ENI, che proprio pochi giorni prima aveva lavorato in Libia assieme a Giorgio Pietrostefani, uno dei mandanti dell'omicidio Calabresi. Si chiamava Alberto Bonfietti e scriveva articoli per il giornale Lotta Continua. 
Altoatesini, tedeschi, palestinesi, Gheddafi e poi l'ENI. A dare origine alle brigate rosse di Curcio potrebbe essere stato un inconfessabile patto tra certi nostri politici, il supersid di Miceli e Gheddafi. L'estrema sinistra come strumento di ricatto, filo-cinesi in testa. L'obiettivo? Indebolire la nazione e rendere inoffensive le basi Nato. Se non fosse frutto della mia fantasia questa teoria avrebbe un senso.

domenica 6 novembre 2016

Gheddafi conosceva i nostri segreti militari


Scorte di petrolio libico di contrabbando in cambio di segreti militari. Questo accordo, stretto tra Gheddafi e membri della loggia P2 intorno al 1975, potrebbe essere alla base di molte stragi di Stato che videro i servizi segreti protagonisti di depistaggi o complicita'. 
Nulla sarebbe probabilmente venuto a galla se il giornalista Mino Pecorelli non avesse deciso di pubblicare a puntate questa storia sul suo OP. Poco tempo dopo, il 20 marzo 1979, Pecorelli fu assassinato. Gli inquirenti cosi' scoprirono nel suo appartamento il dossier che aveva dato origine allo scandalo. Secondo la ricostruzione che ne offrono Mario Guarino e Fedora Raugei nel loro libro su Licio Gelli, fu Giulio Andreotti, allora ministro dell'industria, a chiedere al direttore del Sid, l'ammiraglio Casardi, un'indagine su Mario Foligni, un esponente DC che stava fondando un nuovo partito e per il quale si scopri' che aveva chiesto aiuti finanziari proprio ai libici di Gheddafi. Le microspie di Casardi registrarono i colloqui di una struttura parallela che stava vendendo al colonnello Gheddafi i nostri segreti militari e i carri armati Leopard della Oto Melara in cambio di petrolio a prezzi scontati e fuori dagli accordi dell'Opec. 
Nei guai ci finirono anche esponenti della Guardia di Finanza come il generale Raffaele Giudice, il petroliere Attilio Monti, editore del Resto del Carlino, massone, gia' coinvolto secondo la Cia nel golpe Borghese, e poi anche il direttore generale della BNL, Alberto Ferrari. Rimasero travolti dalle rivelazioni persino frati ed esponenti del Vaticano. Solo pochi mesi piu' tardi si comprese che molti di questi politici e militari appartenevano alla Loggia P2 di Licio Gelli. Cio' che con il tempo si e' perso per strada e' il nome di Gheddafi, forse il vero grande manovratore del Supersid di Miceli. Un'intervista della Stampa rivelo' nel 1986 che gia' nel 1970 i nostri servizi avevano protetto il colonnello libico da un attentato. Cosa sapeva Gheddafi delle basi degli americani in Italia? Fu questo il motivo della guerra aerea che nel giugno del 1980 fece precipitare il DC9 dell'Alitalia a Ustica? Ruggero Conteduca della Stampa scrisse il 13 novembre del 1980 che un mig libico si trovava indisturbato sui cieli della Calabria nel momento della tragedia di Ustica, quindi, nonostante Foligni affermasse che l'accordo per il petrolio era saltato, non si poteva non collegare tra loro questi due fatti.
Ma Gheddafi potrebbe essere addirittura il mandante del rapimento Moro. Il nome che porterebbe a questa ipotesi e' quello del terrorista tedesco Hans Joachim Klein, vicino alla Raf, il quale partecipo' alla strage di Vienna contro i ministri dell'Opec, nel 1975, e fu quindi al servizio di un terrorista finanziato dal colonnello Gheddafi, il bandito venezuelano Carlos. Di Klein si occuparono i servizi cecoslovacchi al momento in cui nel 1977 decise di pentirsi e di fare delle dichiarazioni pubbliche. Cercandolo nell'archivio della Stampa si giunge cosi' alla pista tedesca della strage di via Fani. La polizia italiana aveva scoperto che la borsa abbandonata dai terroristi era stata fabbricata in Germania. Ma non solo. Dei testimoni parlavano di terroristi con accento tedesco, di una voce che chiamava uno di loro "Franz" e di aver riconosciuto dei volti nordici. Il magistrato Achille Gallucci, lo stesso che si occupera' in seguito del dossier sul petrolio, si spinse oltre. Eravamo ad agosto del 1978. Scopri' che Klein aveva inviato la sua confessione e la pistola al giornale Der Spiegel da Milano, dove si riteneva che il terrorista tedesco intrattenesse rapporti con le Brigate Rosse. Klein apparteneva a un'organizzazione che si serviva proprio di valigie diplomatiche per far passare armi da una nazione all'altra. 
Questa pista venne colpevolnente abbandonata. Il brigatista Valerio Morucci alcuni anni piu' tardi smenti', parlando con i giornalisti tedeschi di Der Spiegel, che le BR avessero avuto rapporti con la Raf prima del delitto Moro, ma nego' anche che il gruppo di Carlos avesse attaccato la riunione dell'Opec a Vienna, insieme a Klein, dietro il mandato di Gheddafi. E queste ultime sono bugie, perche' gli articoli che testimoniano la collaborazione tra il leader libico e il bandito venezuelano costituiscono prove schiaccianti.

lunedì 31 ottobre 2016

Alpi-Hrovatin uccisi dai fondamentalisti?


Il fallimento recente delle inchieste giudiziarie sulla morte dei due giornalisti della Rai nel 1994 in Somalia ha provocato discussioni sui social. Partecipando a una di queste, e andando a cercare informazioni, abbiamo scoperto una terribile verita': la prima ipotesi parlava di un'esecuzione ad opera dei fondamentalisti islamici, i padri di Al Qaeda. 
Secondo quanto fu scritto dalla Stampa e dall'Unita' il giorno dopo la strage, avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo 1994, gli indizi facevano pensare che erano stati sei uomini a sparare sulla macchina dei due inviati della Rai tv. Il comandante del contingente italiano Carmine Fiore disse che, piu' che della mafia delle scorte, ossia il racket per estorcere denaro ai turisti, poteva trattarsi dei fondamentalisti islamici. A credere in questa tesi era soprattutto L'Unita', un giornale che tuttavia mi e' parso molto duro con i due poveri inviati in Somalia, arrivando a dire alla fine del pezzo: "Ma che cosa ci sono andati a fare?" 
Il dilemma fu subito costituito dalle indagini. Chi avrebbe potuto fare giustizia in un paese, e in una Mogadiscio soprattutto, diviso tra un regime a nord e un altro a sud? Dalla cronaca si evince che la polizia somala fu comunque la prima a giungere sul posto. Vi arrivarono pure dei carabinieri, provenienti dall'ambasciata italiana di Mogadiscio. Si attivo' inoltre l'esercito della coalizione internazionale, ormai prossimo alla smobilitazione; fu scritto che sarebbero rimasti solo pachistani e nigeriani. 
Le notizie che abbiamo trovato dicono che ancora 10 giorni dopo il delitto, il 30 marzo 1994, si parlava di un'inchiesta somala. Quel giorno l'ambasciatore Mario Scialoja smentiva la possibilita' che i killer fossero stati arrestati. Dunque la magistratura italiana come entro' in questa vicenda? Le prime notizie che abbiamo trovato nell'archivio lasciano sbigottiti: sul caso Alpi vi fu un interessamento di Mani Pulite. Risalgono all'11 maggio 1994. Il pm Gemma Gualdi convoco' a Roma i genitori della giornalista. Il colloquio avvenne presso il nucleo operativo dei carabinieri. Il pm voleva visionare i reportage dei due inviati del Tg3. 
L'indagine della Gualdi seguiva il filone sulla cooperazione tra Italia e Somalia, e fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare. Era possibile che la nostra collega si fosse inserita in un traffico illecito condotto dai maggiori partiti della prima repubblica. Una delle polemiche piu' roventi degli anni '80 riguardo' le centinaia di miliardi di lire che Craxi e Andreotti concedevano regolarmente ai dittatori africani. Il film La Piovra dedico' a questo scandalo un'intera serie. Ma molto piu' grave e' cio' che venne scritto il 22 maggio 1994 sull'Unita'. Il sostituto procuratore di Roma Andrea De Gasperis si inseri' non tanto nella vicenda delle tangenti italiane, ma pretese di essere coinvolto nelle ricerche degli assassini di Alpi e Hrovatin. Come mai dalla Somalia nessuno lo aveva contattato? - si chiedeva polemicamente nell'articolo il giudice. 
Ma e' chiaro che nessuno avrebbe potuto farlo, in quanto la legge italiana lo vieta. Sono andato a cercare notizie su una guida legale, non essendo un giurista, e mi risulta che il magistrato potrebbe indagare solo sui reati commessi in Italia. Nel caso in cui questi siano avvenuti in parte all'estero e in parte in Italia al nostro giudice competerebbe solo la parte italiana, mentre se fossero commessi esclusivamente all'estero al giudice spetterebbe l'indagine soltanto qualora l'imputato fosse residente in Italia. Ma non era certo il caso dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per il quale ancora oggi non e' stato fatto il nome degli assassini. 
Nell'articolo del 22 maggio emergono anche dei depistaggi. E' qui che scompaiono i fondamentalisti per far spazio all'ipotesi dell'esecuzione. Il giudice De Gasperis fu colui che ordino' un'ispezione cadaverica sui corpi dei giornalisti una volta che furono rimpatriati. Affermo' che venne sparato un unico proiettile alla nuca della giornalista Alpi, da un'arma non da guerra, in quella che defini' un'esecuzione. Venne scritto che le condizioni politiche della Somalia impedivano una rogatoria internazionale, ma questa e' la stessa situazione dell'odierna Libia. Le cose a nostro parere stanno diversamente. Una polizia in Somalia c'era, ma si evince dagli articoli che l'Italia tratto' questo martoriato paese africano come se fosse ancora una colonia fascista. E guarda caso lo stesso vale per la Libia. Per certi giudici il territorio nazionale coincide ancora con quello dell'Impero fascista di Mussolini, costruito massacrando gli indigeni con il gas velenoso. Purtroppo i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La verita' e' stata stravolta da una serie interminabile di indagini e processi fantasma. Il sospetto, che noi nutriamo da un bel pezzo, e' che tra queste indagini approssimative ci possa essere anche il filone di Mani Pulite. Il pm De Gasperis si occupava proprio di tangenti, che sarebbero servite per coprire un traffico di armi. Ma questo grande scandalo fu affidato probabilmente a magistrati con scarse conoscenze giuridiche, che ne denunciarono solo una piccola parte.