lunedì 27 febbraio 2017

Antonio Di Pietro e quel fascicolo del giudice Palermo




A ben guardare gli articoli che uscirono dal 1994 al 1996, c’è un momento nel quale le vicende del giudice Di Pietro ricalcano quanto accadde a Carlo Palermo. Ed è l’inchiesta sulle attività del partito socialista in Africa. Secondo quanto scrisse Giovanni Bianconi il primo marzo del 1996 su La Stampa, fu proprio Mach di Palmstein a lanciare le prime pesanti accuse contro il giudice più famoso di Mani Pulite.
“Tonino” Di Pietro si stava avvicinando a grandi falcate verso gli affari di Bettino Craxi nel Terzo Mondo. Era l’agosto del 1994. Tramite l’Interpol aveva sbattuto in cella Mach di Palmstein, mentre a Parigi era ospite dell’attrice Domiziana Giordano. Ma quando in Kenya si accingeva ad arrestare anche l’ex agente dell’Ina di Milano, Gianfranco Troielli, che era un altro nome noto dell’inchiesta del giudice Palermo, i servizi segreti fecero sfumare l’operazione con una soffiata. A quel punto partì un’attività di dossieraggio su Di Pietro con l’unico fine, non certo di fare giustizia, bensì di eliminare dalla scena con delle rivelazioni scandalose colui che veniva considerato il principale nemico dei socialisti.
Tutto questo venne appurato dal Copasir, il comitato di controllo del parlamento sui servizi segreti, e reso noto tra la fine del 1995 e il 1996. L'ex giudice Antonio Di Pietro - affermò il presidente del Copasir, Massimo Brutti - fu spiato per diversi anni da uomini corrotti dei Servizi Segreti al servizio di Bettino Craxi. Furono attuate pressioni nei suoi confronti fino a costringerlo a dimettersi dalla magistratura.
Il documento venne scritto il 26 ottobre del 1995. Si trattava di una relazione redatta sulla base di informazioni acquisite durante la perquisizione dei magistrati nella sede della società "Giovine Italia", che avvenne l'8 luglio 1995. Gli inquirenti scoprirono un carteggio riservato dell'onorevole Bettino Craxi, in cui questi annotava tutti i movimenti dei suoi possibili avversari politici, e girarono il materiale al Comitato.
Ci sono elementi che destano sicuramente scalpore e gettano ombre che nessuno in Italia renderebbe pubbliche sui Servizi Segreti. Questo è il concetto terrificante: Bettino Craxi usava alcuni reparti deviati del Sisde a proprio piacimento. Faceva pedinare gli avversari, li ricattava e li minacciava. Tra questi il giudice Di Pietro, che Craxi considerava uno dei principali nemici. Craxi - afferma il Comitato - per fermare i magistrati ricorse alla disinformazione e alle insinuazioni spesso inverificabili. Il carteggio su Di Pietro è diviso in tre parti: la prima riguarda il periodo in cui Di Pietro lavorava in Polizia; la seconda si riferisce alle amicizie milanesi del giudice; la terza parte riguarda il suo modo di indagare sui fatti di corruzione. Ma al di là di questi appunti, Craxi riuscì a spiare le telefonate di Di Pietro corrompendo uomini della Telecom per poi ricattare con delle lettere il giudice.
Scrive il Comitato: "Si è trattato probabilmente di una raccolta di dati relativi al traffico telefonico, che, in assenza di un provvedimento dell'Autorità giudiziaria, può essersi realizzata soltanto attraverso l'attività illegittima di uno o più funzionari della Telecom. Non può escludersi una intercettazione delle telefonate." 
L'elemento che solo il mio libro poteva rivelarvi è che quelle telefonate furono usate dalla magistratura, evidentemente non onesta, per indagare e processare Di Pietro, chiudendo la pagina principale di Tangentopoli. Dice infatti il Comitato: "l'elenco analitico di quelle telefonate fa parte di un dossier che ha costituito la base di avvio dell'attività ispettiva iniziata nell'autunno del 1994 a carico del dottor Di Pietro e chiusa il 7 dicembre, nel giorno successivo alle sue dimissioni." 
Craxi rivelò poi pubblicamente queste informazioni nel momento in cui la Procura di Brescia istruì il processo, ma - spiega la relazione del Comitato - ci sono troppe coincidenze tra il dossier della magistratura e il carteggio riservato di Craxi per non pensare a una macchinazione diffamatoria dell'ex leader socialista. La relazione si conclude così: "E' possibile che settori o singoli uomini degli apparati dello Stato abbiano lavorato per costruire informazioni riservate su Di Pietro e per tenerlo sotto controllo? Il Comitato ritiene che ciò sia verosimile."

Le pressioni inconfessabili di Giuliano Amato

Una seconda relazione del Comitato parlamentare, datata 5 marzo 1996, permette di accendere un’ulteriore luce sulle indagini illegali di cui fu vittima il giudice Di Pietro.
Si comincia a parlare non solo di reparti deviati del Sisde, ma di indagini segrete della Guardia di Finanza, e persino di un interesse dell’ex presidente del consiglio, il socialista Giuliano Amato, affinché l’attività dei giudici di Mani Pulite fosse controllata e resa inefficace. Emerge in poche parole il contenuto del dossier “Achille”, che divenne di dominio pubblico sui giornali. Si trattava di un fascicolo spionistico che i Servizi Segreti del Sisde avevano predisposto sul giudice Di Pietro con l’obiettivo di controllarne ogni mossa, e poi di colpirne l’immagine di fronte a qualche sua eventuale illegalità.
Scrisse nella relazione il Comitato: Il Comandante generale escluse, "con riferimento all'attività istituzionale svolta dal Comando generale", che vi fossero state tali attività. Ma il Comitato ha acquisito documenti, provenienti dall'Autorità giudiziaria di Milano e da quella di Brescia, i quali dimostrano che singoli appartenenti alla Guardia di finanza hanno invece raccolto informazioni su magistrati. Si è trattato evidentemente di un'attività extraistituzionale, che non risulta delegata dai superiori, di cui occorre tuttavia accertare puntualmente l'ampiezza e le motivazioni, anche al di là dei profili penali..”
L’attività di dossieraggio nel momento in cui il pool di Milano lanciava la sua sfida al mondo delle tangenti assunse dimensioni più consone alla guerra fredda tra Usa e Urss che al paese del sole, del mare e dei maccheroni quale è l’Italia politicamente parlando nell’immaginario degli stranieri. “Vi sono state da più parti - accusa la relazione parlamentare - manovre per intromettersi nelle indagini, per conoscere il loro svolgimento, per acquisire in tempo reale informazioni riservate su atti giudiziari che dovevano essere ancora compiuti, per esercitare un controllo illegittimo sui singoli magistrati e sulla loro vita, per costruire dossier che servivano a delegittimarli.”
Una delle “interferenze” principali partì come già detto da Bettino Craxi, leader del Psi. Il carteggio che fu trovato nell’ufficio della “Giovine Italia” andava oltre ogni immaginazione. Craxi aveva tenuto sotto controllo persino quelli che in seguito sarebbero stati gli obiettivi degli attentati delle Brigate Rosse, ma senza che fosse fatto nulla per evitare che gli omicidi si verificassero. In che rapporti era il segretario del partito socialista con i brigatisti? Il Comitato sembra non interessato a rispondere su questo punto, che aveva trattato nella precedente relazione del 26 ottobre 1995. Piuttosto insiste sui pericoli che aleggiavano su Colombo, Borrelli e Di Pietro mentre “decapitavano” il sistema politico italiano nel 1992. E’ chiaro che il punto di vista dell’organo di controllo dei Servizi è lo stesso di “Tonino” Di Pietro, anche quando le spiate di Craxi offrono un panorama poco edificante per il giudice, intento a telefonare ai suoi amici imprenditori e ad avvertirli durante lo svolgimento delle inchieste, nonché a confezionarsi passaporti falsi per recarsi in vacanza all'estero, reato punito con due-cinque anni di carcere. Queste le parole del Comitato: “Tra il febbraio e il maggio 1992, nella fase cruciale delle indagini che hanno fatto esplodere il sistema di Tangentopoli, Di Pietro avrebbe effettuato una serie di telefonate, in particolare con gli avvocati Lucibello e D'Adamo, legati a lui da rapporti di amicizia. Questi a loro volta e negli stessi giorni avrebbero avuto frequenti contatti telefonici con persone coinvolte nei reati su cui vertevano le indagini; il tutto attraverso apparecchi cellulari." "Nell'estate del 1992, mentre procedono le inchieste dopo che sono emersi indizi circa il rischio di un attentato contro Di Pietro, egli parte per una vacanza in Costarica. Ragioni di sicurezza inducono il Vicequestore vicario di Bergamo a procurargli per il viaggio un passaporto di copertura, intestato ad altro nome."
A Di Pietro giunge in quel periodo un dossier anonimo con cui si intende ricattarlo e spingerlo ad abbandonare la toga. Ha favorito degli indagati e infierito su altri: si dimetta! Lui denuncia tutto e ne nascono inchieste su inchieste, come nei grovigli più intricati delle misure, contromisure e contro contromisure della guerra fredda. La consorteria che sviluppa il carteggio craxiano conosce ormai ogni segreto di Antonio Di Pietro. Soprattutto quando quest’ultimo si avvicina ai personaggi della vecchia inchiesta del giudice Carlo Palermo. Il mancato arresto di Troielli in Kenya e le rivelazioni di Mach di Palmstein alla polizia francese al momento del suo arresto sarebbero secondo il Comitato da inserire in questo quadro spionistico. C’è spazio anche per Silvano Larini, l’uomo che con le sue confessioni spiana la strada al pool nella scoperta del conto “Protezione”, un ombrello economico che la P2 di Gelli si era costruita in Svizzera. Su di lui indagò se ben ricordate anche Palermo. Viene a galla una possibile presenza di uomini Mediaset in questi ambienti massonici. Per il Comitato “Quando l'indagine si sposta sui conti all'estero, l'attacco e l'uso di informazioni riservate contro il dottor Di Pietro si fanno molto più intensi, fino alle sue dimissioni.”
“Un capitolo a sé - prosegue testualmente la relazione - nelle complesse vicende relative alla illegittima raccolta di notizie riservate sulle indagini concernenti Tangentopoli e sui magistrati della Procura di Milano è rappresentato dalle attività riconducibili al SISDE e più precisamente dal così detto dossier "Achille".”
I vertici del Sisde dapprima negano, poi, di fronte all’evidanza degli accertamenti del Comitato, ammettono le deviazioni. La procura di Brescia consegna il fascicolo compromettente. Il Comitato scrive: “Il Direttore del SISDE aveva trasmesso, il 9 novembre 1995, documenti riguardanti tra l'altro Di Pietro ed altri magistrati, rinvenuti nei fascicoli di una fonte informativa denominata "Achille" (operante tra il 1991 ed il 1993, in un periodo durante il quale sono stati ministri dell'interno Vincenzo Scotti e Nicola Mancino che hanno dichiarato di non aver avuto notizia della sua attività). L'esistenza della fonte è stata recentemente segnalata dall'ex agente del SISDE Roberto Napoli.” Un altro passaggio che vale la pena sottolineare è questo: “Tra le carte del dossier "Achille" trasmesse alla Procura della Repubblica di Brescia, cinque documenti non sono stati inviati al Comitato, poiché su di essi erano in corso indagini. Essi riguardavano, tra l'altro, le inchieste sulle tangenti, alcune iniziative del giudice Gherardo Colombo, i contatti di Di Pietro con ambienti internazionali, vicende relative alla Lega ed al cardinale Martini, altre notizie di indagini ed indiscrezioni politiche.”
Di Pietro, dunque, fa paura a molti, perché va avanti come un treno. La politica vuole fermarlo. “Le informazioni inviate al Servizio dalla fonte "Achille", di cui il Comitato ha potuto prendere visione, riguardano l'andamento delle indagini in corso a Milano, fin dalla primavera del 1992. Una di esse riporta colloqui privati tra magistrati. E' del 10 giugno; risulta consegnata a mano al Vicedirettore del SISDE (che era allora il prefetto Fausto Gianni). Il tema dell'appunto è politico: esso riferisce l'intenzione di Di Pietro di non fermarsi nelle indagini, pur in presenza di preoccupazioni, che gli sono state espresse anche da alcuni colleghi ed amici, circa i rischi di destabilizzazione derivanti dai procedimenti penali in corso. Le altre informazioni riguardano il merito dell'attività giudiziaria.”
Ma chi vuole che “Tonino” Di Pietro non faccia luce sul mondo delle tangenti? Qualcuno come detto all’interno del Sisde comincia a vuotare il sacco. “Il dottor Francesco Falchi, già capo del Centro SISDE Roma 1 (dal 16 ottobre 1991 al 5 aprile 1994), il quale teneva il collegamento con la fonte "Achille", ha affermato che un input a seguire le vicende di Tangentopoli proveniva dai vertici del SISDE: dal direttore Voci o dal vicedirettore Gianni. Quest'ultimo, sicuramente responsabile, come risulta dalle carte, dell'acquisizione di alcune delle informazioni (egli afferma perfino che alcune ne avrebbe distrutte) ha ammesso qualcosa di più: un input dell'autorità politica: "C'era un interesse a sapere cosa stesse succedendo a Milano ... C'era un interesse a capire cosa succedesse, a comprendere meglio la situazione. Il SISDE era il terminale - di uomini al di fuori del SISDE - e che occupavano posti più importanti di quelli ricoperti dal SISDE, che volevano sapere cosa stesse succedendo a Milano"."
Le conferme si susseguono. Spunta il nome dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Il Comitato lo ascolta e poi esprime un giudizio molto severo con cui si chiude il capitolo. “L'on. Amato riconosce di avere espresso al Ministro dell'ambiente le sue "preoccupazioni sulla delegittimazione che l'inchiesta in corso a Milano rischiava di provocare sui partiti di maggioranza e su quello del Presidente del Consiglio in particolare". Certo, queste preoccupazioni, come la segnalazione di episodi negativi della vita privata di Di Pietro (episodi che Amato dice di avere riferito allora, dopo aver ascoltato Craxi, e sono i medesimi che torneranno nei dossier degli anni successivi), indicano un preciso orientamento politico: un rigetto ed un'avversione per il lavoro dei magistrati che stavano scoprendo i responsabili della corruzione italiana. Quella espressa dall'on. Amato è stata ed è una posizione diffusa in settori significativi delle classi dirigenti, anche non toccati direttamente dalla corruzione, che consideravano e considerano come un danno il fatto che il controllo di legalità vada avanti, in tutte le direzioni, con rigore e decisione; e perciò hanno di fatto incoraggiato gli attacchi al lavoro dei giudici.”
Analizzato il documento facciamo alcune considerazioni. Il lettore avrà compreso che il periodo di Mani Pulite si trasformò in una guerra senza confini, senza rispetto per le procedure. Bisogna ammettere che i contenuti del dossier Craxi o di “Achille”, sebbene entrambi fossero illegali, lasciano diversi dubbi sull’estraneità di Di Pietro al contesto sul quale indagava, al punto che la storia di D’Adamo e di Lucibello andò a finire sul libro di storia contemporanea di Indro Montanelli.
Ma allora una domanda: perché bloccare Di Pietro impediva di procedere con altri magistrati nelle indagini sui traffici di Craxi e Mach di Palmstein in Africa? Era proprio necessario che la difesa della legalità, la quale costituisce un dovere morale e apolitico, portasse alla spettacolarizzazione delle figure istituzionali dei giudici, se è vero che neanche ai tempi dello Scandalo dei Petroli si era giunti a tanto?
E ancora un’altra, stavolta di carattere archivistico: perché se esisteva un fascicolo su Mach di Palmstein e sulla cooperazione, aperto dal giudice Palermo, Di Pietro non se ne accorse? E poi una sui contenuti: come mai non si parlò mai né di mafia, né di armi nelle nuove indagini del pool di Milano? A questi legittimi interrogativi il Comitato non pensò neanche lontanamente di dover rispondere.

sabato 25 febbraio 2017

Fassino: “Sofri fu il mediatore dei ceceni”




Vi furono contatti tra l’ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, e i terroristi ceceni nel periodo dei rapimenti? Secondo un esponente del governo italiano del 1997, sì. Lo si legge in un documento parlamentare disponibile sul web. Il sottosegretario agli Affari Esteri Fassino, rispondendo a un’interrogazione di Alleanza Nazionale, scrisse che Adriano Sofri, in maniera del tutto indipendente dalle attività del governo, si era attivato per far liberare sia i tre volontari rapiti nell’autunno del 1996, sia il fotografo Mauro Galligani,
E’ una notizia che non può passare inosservata. Aver mantenuto contatti così stretti con quei personaggi, al punto da permettere la liberazione degli ostaggi, oggi significa averli avuti anche con Osama Bin Laden, al cui fianco, secondo il giornalista americano Klebnikov, vi era uno dei principali protagonisti della seconda guerra della Cecenia contro i russi: il fondamentalista Khattab.
Dunque Sofri. Che c’entrerebbe l’eminenza grigia della sinistra extraparlamentare con il terrorismo islamico? Pochi giorni dopo la liberazione di Mauro Galligani, il fotoreporter di Mondadori rapito tra febbraio e aprile 1997, il giornale russo Izvestia pubblicò delle rivelazioni secondo le quali Sofri, non solo era stato in grado di liberare l’ostaggio, ma pur di uscire dal carcere avrebbe persino favorito, se non organizzato, il sequestro stesso di Galligani. Ciò sarebbe avvenuto dopo che la liberazione dei tre cooperanti di Intersos aveva sortito una buona dose di pubblicità per l’attivista. Piovvero immediate le smentite e le minacce di querela. Tuttavia in parlamento l’onorevole Armaroli di Alleanza Nazionale aveva voluto vederci chiaro. Aveva inviato al Ministro degli Affari Esteri un’interrogazione nella quale lo informava dei sospetti lanciati dal giornale russo. Sofri in sintesi avrebbe liberato Galligani servendosi di un criminale ceceno chiamato Salaudi Abdurzakov, e l’ambasciata italiana lo avrebbe lasciato agire invece di attivare canali ufficiali. Un articolo del quotidiano La Stampa firmato da Giulietto Chiesa aggiugeva dell’altro. Secondo il giornalista di Izvestia, Alexander Kolpakov, a organizzare il rapimento di Galligani, sarebbero stati i ceceni amici di Sofri. Quest’ultimo avrebbe “assecondato l’operazione” con lo scopo di ottenere la liberazione dal carcere di Pisa, dove scontava l’ergastolo per il delitto Calabresi. Poi avrebbe inviato Mirella Fanti, definita “la sua plenipotenziaria”, che si sarebbe messa in contatto con Salaudi.
Cosa c’era di vero in questa storia? Se lo chiedeva anche il parlamentare di AN. Rispose il sottosegretario per gli Affari Esteri Fassino, il quale disse che non erano stati pagati riscatti, né per i tre cooperanti rapiti nell’autunno del 1996, né per Galligani. Veniva inoltre smentito il fatto che il governo Prodi avesse richiesto, nel caso specifico di Galligani, l’intervento dell’ex leader di Lotta Continua. Questi, tuttavia, su richiesta dei familiari del fotografo, aveva inviato una videocassetta ai rapitori. Ma quando questa giunse a Mosca all’ambasciata italiana, Galligani era stato già liberato e riportato in Italia. Fine della vicenda? Assolutamente no, poiché sappiamo dal libro pubblicato da Klebnkkov che il governo italiano pagò 300mila dollari. La confusione che lo scrittore americano commise tra il rapimento dell’autunno 1996 e quello di Gallligani potrebbe essere spiegata proprio dal fatto che i due episodi sarebbero strettamente collegati. Sicuramente, infatti, al di là delle smentite di Sofri sul suo ruolo nel rapimento, l’ex leader di Lotta Continua fu protagonista entrambe le volte con la sua intermediazione. Le parole di Fassino perciò conducono a una gravissima verità: se per Klebnikov i rapimenti servivano ai ceceni per autofinanziarsi attraverso la mediazione di mafiosi come Berezovskij, Adriano Sofri fu il loro complice. Innanzitutto, lo fu perché li conosceva, e non si trattava di guerriglieri in cerca di libertà ma di terroristi islamici, che poi furono tra i protagonisti dell’attentato al World Trade Center e della nascita del Califfato in Siria; inoltre, fu complice perché furono pagati dei riscatti favolosi ai terroristi. Chi tirò fuori i soldi, se Fassino negò un esborso anche per il caso dei tre cooperanti di Intersos? Galligani mi ha detto un possibile nome, ma deve essere lui a dire la verità. Io mi chiedo soprattutto un’altra cosa: come è possibile che Adriano Sofri, che in tanti, me compreso, vorrebbero innocente nel caso-Calabresi per il quale venne condannato nel 1988, sia coinvolto nella sporca vicenda della guerra cecena?

mercoledì 22 febbraio 2017

Il governo Prodi pagò i terroristi ceceni?


Il riscatto di 300mila dollari, di cui parla nel suo libro Paul Klebnikov, fu pagato per tre cooperanti di Intersos? E’ l’ipotesi più probabile che ci è stata suggerita per telefono dal fotografo Mauro Galligani, che venne rapito a sua volta nel febbraio 1997.
C’era il dubbio sulle date. Un’ipotesi suggestiva era che il rapimento di Galligani potesse essere stato attuato nell’autunno del 1996, data fornita dallo scrittore americano, e poi raccontato sui giornali solo nella primavera dell’anno successivo. Perché questo? Perché in ballo c’erano dei soldi pagati ai rapitori ceceni dal governo italiano, su cui nessuno aveva intenzione di fare ammissioni. Klebnikov invece era sicuro del pagamento e citava come fonte il Dipartimento di Stato americano.
Ma Galligani ha confermato più o meno la storia che abbiamo letto sulla Stampa. Con dei dettagli in più sulle trattative per liberarlo. Se ne occupò un giornalista italiano, Fausto Biloslavo. E un riscatto, ci riferiamo a Galligani, ci fu. Molto alto. "Lo pagarono davanti a me", ha specificato. Ma non fu il governo italiano. Si parlò come sappiamo anche di Adriano Sofri nel ruolo di mediatore. Su questo tuttavia il fotografo non ha voluto dirci di più.
Sofri in realtà partecipò alla liberazione degli altri italiani rapiti, i tre coopoeranti che i ceceni tennero segregati per due mesi nell’autunno del 1996. Li liberarono a fine novembre del 1996. Si chiamavano Sandro Pocaterra, all’epoca 41enne di Ferrara, Giuseppe Valenti, 61 anni di Catania, e Augusto Lombardi, romano di 36 anni.
In un articolo di Enrico Franceschini, pubblicato su Repubblica il 30 novembre 1996, si parlò anche dell’intervento del governo italiano, dell’ambasciatore Scammacca, del console italiano a Mosca Fabrizio Romano, e di un interessamento per i tre italiani del ministro degli esteri di allora, Lamberto Dini. Sarebbe un particolare insignificante, è normale che un governo cerchi di salvare dei connazionali, se non fosse che per Klebnikov quei contatti del governo Prodi con i ceceni portarono al pagamento di un riscatto di 300mila dollari.
Abbiamo chiesto a questo punto a Galligani di parlarci un po’ di questi suoi rapitori. “Si trattava di criminali esperti - ha detto - che con i soldi del riscatto erano pronti a comprarsi automobili di lusso.” Sull’ipotesi che quei terroristi possano avere qualcosa in comune con i tagliagole dell’Isis, Galligani ha risposto: “Gli ideatori delle decapitazioni sono stati i ceceni. Uccidevano la vittima poco alla volta. Quella gente è capace di portare la guerra ovunque, anche in Siria.” Il ruolo della mafia russa? di Berezovskij? “Quando mi liberarono, viaggiai da Nazran, in Inguscezia, alla Russia con l'aereo di Umar Dzhabrailov, che era un oligarca russo, un mafioso. Solo a Mosca trovai l’aereo di Berlusconi ad attendermi.”

La madre delle tangenti conduceva alle armi


Armi in cambio di droga, grazie alle tangenti pagate al partito socialista di Bettino Craxi. Era probabilmente questa la madre di tutte le tangenti, di tutte le trame sporche della prima repubblica. Venne scoperta nei primi anni ‘80 dal giudice Carlo Palermo, ma fu subito insabbiata.
E’ la Tangentopoli che nessuno ha voluto smascherare fino in fondo, che rientra perfettamente nello scenario da guerra fredda che ho ricostruito in questi anni parlando dei fondi neri della Montedison. Probabilmente c’entrava anche quest’ultima nei traffici con l’estero. Infatti l’anello di congiunzione tra l’azienda leader della chimica, con sede a Foro Bonaparte, e il partito socialista era un faccendiere di cui si parlò anche nell’era di Mani Pulite. Si chiamava Ferdinando Mach di Palmstein. Fu il mediatore di un affare che fece pervenire nelle casse del partito socialista iberico e italiano circa 50 miliardi di lire. Scopo di quell’operazione era far acquistare alla Montedison di Schimberni un’azienda farmaceutica spagnola per un prezzo di molto superiore alle cifre di mercato, la cui parte eccedente doveva finire al PSI.
Ma, prima che il giudice Francesco Greco, nel 1994, scoprisse questo filone di indagine di Mani Pulite, era successo molto di peggio, e vale la pena tornarci un attimo.
Il giudice avellinese Carlo Palermo, fin dal 1980, indagava su uno smercio di armi e droga che facevano la spola tra l’Italia e alcuni paesi dell’Africa. Nel 1984 si cominciò a parlare anche di politica e tangenti. Pare che fosse proprio Ferdinando Mach di Palmstein, uomo fidato di Craxi a Milano, a rivestire un ruolo centrale nel giro illecito di denaro. Un articolo di Repubblica del febbraio 1987 lo descriveva quale giovane faccendiere del partito socialista, abile nel maneggiare il denaro e ben inserito in certi giri d’affari. Frequentava il cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, l’architetto Silvano Larini e l’agente generale dell’Ina di Milano, Gianfranco Troielli.
Su incarico di Craxi - sempre secondo Repubblica -, Mach di Palmstein si trasferì a Roma e fondò un’azienda, la Coprofin, che diventò “l’eminenza grigia” del partito socialista e la prima indiziata nell’inchiesta del giudice Palermo. Indagando a Trento sul traffico armi-droga, e perquisendo l’abitazione di Mach di Palmstein, Palermo scoprì nel 1983 che la Coprofin e la Promit erano due aziende nelle mani della Sofin Immobiliare, una società controllata dal Partito Socialista. Spiegava molto bene queste trame un articolo della Stampa del 30 giugno 1984. Coprofin e Promit avevano però favorito un vasto giro di scambi tra l’Italia e i paesi africani, tra cui Mozambico, Somalia e paesi arabi. Le armi giungevano nel Terzo Mondo in cambio di droga, e il partito socialista intascava delle tangenti. Una vicenda gravissima, con possibili legami anche con i fatti di sangue del terrorismo.
Mach di Palmstein non era solo in questa attività di mediazione. Si parlò anche di Vanni Nisticò, capo ufficio stampa del PSI e uomo nelle liste della P2 di Licio Gelli. Furono travolti dai sospetti i vertici dei nostri servizi segreti. Il parastato italiano trafficava in armi? Per quei tempi non era un reato, ma destava molte preoccupazioni la possibile violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.
E’ questo il punto cruciale. Non solo il giudice Palermo aveva scoperto gli affari sporchi della P2 e forse della mafia siciliana, ma aveva messo le mani sui finanziamenti che violavano la famosa legge Piccoli, la 195 poi modificata nel 1981 dalla successiva legge 659.
Ma cosa significava veramente violare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Leggendo il testo integrale di quelle norme la verità comincia a venire a galla integralmente. La prima cosa di cui si preoccupava il legislatore era la pioggia di miliardi che i partiti avrebbero ricevuto direttamente dallo Stato. Soldi puliti, evidentemente, e centellinati. Ma si trattava pur sempre di soldi dei contribuenti, che per di più non finivano in parti uguali nelle tasche dei politici. Dipendeva dai voti di ciascun partito nei vari seggi. Ci furono gelosie, liti tra gli uni e gli altri? I giornali non ce lo dicono apertamente, ma è chiaro che deve essere andata così. Se i politici locali si pagavano da soli i comizi elettorali, le campagne elettorali dei politici di livello nazionale venivano rimborsate, di fatto, a partire da quella legge 195 in poi, da un'organizzazione burocratica di Stato. Fu scritto già nel 1983 che la legge non riusciva ad arginare le irregolarità. Erano state scoperte da alcuni magistrati rimasti sconosciuti vicende locali di tangenti soprattutto a Torino e a Venezia. Ma una cosa mi pare certa: applicare quella legge equivaleva a mettersi dalla parte di chi, comunque, non avrebbe mai estirpato il male alla radice. In pratica, si trattava di combattere i finanziamenti sporchi, non verificabili, per continuare ad erogare legalmente una valanga di miliardi ai potenti della politica nazionale. Al partito Radicale questo dettaglio non passò mai inosservato, e riuscì come sappiamo a far abrogare la legge nel 1993.
Ma chi doveva controllare la regolarità dei bilanci prima di quella data e prima che Di Pietro desse il via ai processi di piazza? Il testo originale ci dice anche questo: il presidente della camera d'intesa con il presidente del senato. La corretta applicazione di quelle leggi 195 e 659, richiamate più volte nei processi da Di Pietro, prevedevano una loro denuncia di eventuali irregolarità. Quale ruolo ebbero nelle inchieste di Mani Pulite?
La risposta sta tutta in quell’indagine di Carlo Palermo su Mach di Palmstein. Il giudice avellinese infatti non partì in quarta alla ricerca dei fondi neri dei partiti. La legge gli imponeva di interpellare i presidenti di Camera e Senato, e lui lo fece. All’epoca le procedure prevedevano che i processi sui parlamentari fossero istruiti da una speciale Commissione Inquirente, mentre i giudici di Mani Pulite dovettero, in seguito alla riforma, chiedere l’autorizzazione a procedere. Ma a mio giudizio la sostanza non cambia.
Nel 1984 i giornali cominciarono a pubblicare indiscrezioni su un possibile dossier della procura di Trento, dove indagava Palermo, sui finanziamenti illeciti verso il partito socialista. In un articolo della Stampa del 3 luglio 1984 firmato da Giovanni Cerruti, si leggeva chiaramente che, per essere certi che vi fossero irregolarità rispetto alla legge Piccoli, era necessario che i presidenti delle due camere effettuassero delle verifiche. L’articolo 4 non permetteva che fossero scavalcati. Questo era il testo: “Il Presidente della Camera dei deputati, d'intesa con il Presidente del Senato della Repubblica, controlla la regolarità della redazione del bilancio e delle relazioni, avvalendosi di un comitato tecnico
composto da revisori ufficiali dei conti, iscritti nell'albo da almeno cinque anni e nominati, all'inizio di ogni legislatura, in riunione congiunta, dalle conferenze dei presidenti dei gruppi delle due Camere. Il comitato, per il controllo di regolarità, può richiedere ai responsabili amministrativi dei partiti chiarimenti nonché l'esibizione dai libri, delle scritture e dei documenti di cui al decimo comma, con l'obbligo del segreto, e redige, al termine,
un rapporto.” Quindi aggiungeva: “In caso di inottemperanza agli obblighi o di irregolare redazione del bilancio, è sospeso fino alla regolarizzazione il versamento di ogni contributo statale e si applica l'articolo 4 della legge 2 maggio 1974, n. 195.”
Dunque il giudice Palermo pare che inviò questo dossier agli onorevoli Jotti e Cossiga, ma nei giorni successivi si accavallarono le smentite: da Trento non è giunto alcun dossier, dissero i politici. Dall’articolo di Cerruti si evince che non era per niente facile procedere con gli accertamenti, perché - spiegavano a Montecitorio - il presidente della Camera è un notaio e non un giudice. Come poter stabilire che fosse stato commesso un reato ministeriale? La comunista Nilde Jotti, all’epoca presidente della Camera, girò la patata bollente alla Commissione Inquirente. Era l’11 luglio del 1984. Il dossier di 20mila pagine su Mach di Palmstein e le sue aziende legate al PSI, era giunto finalmente a destinazione. Ma nel giro di pochi mesi fu tutto archiviato. Anzi, l’onesto giudice subì un procedimento disciplinare dal Consiglio Superiore della Magistratura, gli fu tolta l’inchiesta e, come se non bastasse, nel 1985 subì un attentato di matrice mafiosa nel quale morirono la moglie e i figli. Lui si salvò per miracolo.
E’ fin troppo evidente che quella legge sul finanziamento pubblico ai partiti non poteva fare giustizia, né poteva essere applicata con quella determinazione che rese famoso il pm Antonio Di Pietro. Come mai al giudice Palermo fu impedito di procedere, mentre le toghe degli anni ‘90 applicarono persino il carcere preventivo? Si trattò di processi politici, come sostennero Craxi e in seguito Berlusconi? E’ possibile, nel senso che l’iniziale indagine si trasformò in una bagarre politica che condusse a un rinnovamento dei partiti e della classe dirigente. Ma a mio parere non stava cambiando niente. Tutti si erano dimenticati, non si sa perché, dei fondi neri Montedison e dei guai del giudice Palermo. I traffici della P2 e della mafia con i paesi africani restavano sepolti nelle sabbie di Somalia e Mozambico.