lunedì 31 ottobre 2016

Alpi-Hrovatin uccisi dai fondamentalisti?


Il fallimento recente delle inchieste giudiziarie sulla morte dei due giornalisti della Rai nel 1994 in Somalia ha provocato discussioni sui social. Partecipando a una di queste, e andando a cercare informazioni, abbiamo scoperto una terribile verita': la prima ipotesi parlava di un'esecuzione ad opera dei fondamentalisti islamici, i padri di Al Qaeda. 
Secondo quanto fu scritto dalla Stampa e dall'Unita' il giorno dopo la strage, avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo 1994, gli indizi facevano pensare che erano stati sei uomini a sparare sulla macchina dei due inviati della Rai tv. Il comandante del contingente italiano Carmine Fiore disse che, piu' che della mafia delle scorte, ossia il racket per estorcere denaro ai turisti, poteva trattarsi dei fondamentalisti islamici. A credere in questa tesi era soprattutto L'Unita', un giornale che tuttavia mi e' parso molto duro con i due poveri inviati in Somalia, arrivando a dire alla fine del pezzo: "Ma che cosa ci sono andati a fare?" 
Il dilemma fu subito costituito dalle indagini. Chi avrebbe potuto fare giustizia in un paese, e in una Mogadiscio soprattutto, diviso tra un regime a nord e un altro a sud? Dalla cronaca si evince che la polizia somala fu comunque la prima a giungere sul posto. Vi arrivarono pure dei carabinieri, provenienti dall'ambasciata italiana di Mogadiscio. Si attivo' inoltre l'esercito della coalizione internazionale, ormai prossimo alla smobilitazione; fu scritto che sarebbero rimasti solo pachistani e nigeriani. 
Le notizie che abbiamo trovato dicono che ancora 10 giorni dopo il delitto, il 30 marzo 1994, si parlava di un'inchiesta somala. Quel giorno l'ambasciatore Mario Scialoja smentiva la possibilita' che i killer fossero stati arrestati. Dunque la magistratura italiana come entro' in questa vicenda? Le prime notizie che abbiamo trovato nell'archivio lasciano sbigottiti: sul caso Alpi vi fu un interessamento di Mani Pulite. Risalgono all'11 maggio 1994. Il pm Gemma Gualdi convoco' a Roma i genitori della giornalista. Il colloquio avvenne presso il nucleo operativo dei carabinieri. Il pm voleva visionare i reportage dei due inviati del Tg3. 
L'indagine della Gualdi seguiva il filone sulla cooperazione tra Italia e Somalia, e fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare. Era possibile che la nostra collega si fosse inserita in un traffico illecito condotto dai maggiori partiti della prima repubblica. Una delle polemiche piu' roventi degli anni '80 riguardo' le centinaia di miliardi di lire che Craxi e Andreotti concedevano regolarmente ai dittatori africani. Il film La Piovra dedico' a questo scandalo un'intera serie. Ma molto piu' grave e' cio' che venne scritto il 22 maggio 1994 sull'Unita'. Il sostituto procuratore di Roma Andrea De Gasperis si inseri' non tanto nella vicenda delle tangenti italiane, ma pretese di essere coinvolto nelle ricerche degli assassini di Alpi e Hrovatin. Come mai dalla Somalia nessuno lo aveva contattato? - si chiedeva polemicamente nell'articolo il giudice. 
Ma e' chiaro che nessuno avrebbe potuto farlo, in quanto la legge italiana lo vieta. Sono andato a cercare notizie su una guida legale, non essendo un giurista, e mi risulta che il magistrato potrebbe indagare solo sui reati commessi in Italia. Nel caso in cui questi siano avvenuti in parte all'estero e in parte in Italia al nostro giudice competerebbe solo la parte italiana, mentre se fossero commessi esclusivamente all'estero al giudice spetterebbe l'indagine soltanto qualora l'imputato fosse residente in Italia. Ma non era certo il caso dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per il quale ancora oggi non e' stato fatto il nome degli assassini. 
Nell'articolo del 22 maggio emergono anche dei depistaggi. E' qui che scompaiono i fondamentalisti per far spazio all'ipotesi dell'esecuzione. Il giudice De Gasperis fu colui che ordino' un'ispezione cadaverica sui corpi dei giornalisti una volta che furono rimpatriati. Affermo' che venne sparato un unico proiettile alla nuca della giornalista Alpi, da un'arma non da guerra, in quella che defini' un'esecuzione. Venne scritto che le condizioni politiche della Somalia impedivano una rogatoria internazionale, ma questa e' la stessa situazione dell'odierna Libia. Le cose a nostro parere stanno diversamente. Una polizia in Somalia c'era, ma si evince dagli articoli che l'Italia tratto' questo martoriato paese africano come se fosse ancora una colonia fascista. E guarda caso lo stesso vale per la Libia. Per certi giudici il territorio nazionale coincide ancora con quello dell'Impero fascista di Mussolini, costruito massacrando gli indigeni con il gas velenoso. Purtroppo i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La verita' e' stata stravolta da una serie interminabile di indagini e processi fantasma. Il sospetto, che noi nutriamo da un bel pezzo, e' che tra queste indagini approssimative ci possa essere anche il filone di Mani Pulite. Il pm De Gasperis si occupava proprio di tangenti, che sarebbero servite per coprire un traffico di armi. Ma questo grande scandalo fu affidato probabilmente a magistrati con scarse conoscenze giuridiche, che ne denunciarono solo una piccola parte.

sabato 29 ottobre 2016

L'Isis è più vicino all'Italia



Il sedicente Stato Islamico è più vicino all'Italia. Ma non sono i soldati del Califfo a muoversi, per ora, bensì siamo noi a offrirgli una scorciatoia. Stiamo parlando del gasdotto dell'ENI, che venne ultimato in pochi mesi nel 2004. Si chiama Greenstream. Fu inaugurato, indovinate un po' da chi, dall'ex premier Silvio Berlusconi e dall'ex leader libico Gheddafi. Venne stipulato un accordo tra ENI, titolare del 75% della joint-venture, e la compagnia petrolifera libica NOC, per il trasporto di 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Ciò che viene nascosto, e che noi vi sveliamo, è che questo gasdotto in realtà consiste in un tunnel che teoricamente sarebbe percorribile anche da un uomo. Il sito Cieli Paralleli pubblica online una foto della parte iniziale. Vi si notano degli operai al lavoro vicino a un binario, con luci e spazio a non finire per chiunque volesse farsi un viaggio sotterraneo come avviene nel canale della Manica.
Abbiamo cercato qualche conferma. Online sono presenti alcuni progetti della Saipem, che sta per costruire un altro gasdotto tra la Puglia e l’Albania. La tecnica, a cui anche Cieli Paralleli fa riferimento, consiste nell’inserire i tubi del gas all’interno di un microtunnel, che attraverserebbe l’intera tratta da una costa all’altra. La piccola galleria ha la forma circolare con un diametro molto ridotto. In 520 km vi sarebbe pochissima aria respirabile, ma non si può escludere che qualcuno possa compiere la follia di attraversarlo a piedi. Cieli paralleli ipotizza esattamente questo: che sia servito per una tratta di migranti sotterranea.
Il problema vero è che dal 2004 a oggi le condizioni politiche in cui quell'accordo nacque sono radicalmente cambiate. Berlusconi è a casa, e Gheddafi fu assassinato nel 2012 nel corso della ribellione al regime. La situazione è caotica. La Libia è divisa in due stati, con il governo riconosciuto a livello internazionale a Tobruk, e un altro a Tripoli. L'Isis si sta inserendo dal 2014 a Derna, vicino Tobruk. Il califfato ha affermato che tra i suoi obiettivi bellici c'è proprio il gasdotto dell'ENI, che si trova a Mellitah, a ovest di Tripoli, molto lontano quindi dal suo quartier generale; praticamente dalla parte opposta della nazione. In un video i guerriglieri islamici affermano di voler distruggere Greenstream. I lavoratori del settore petrolifero, intanto, sono divenuti vittime del terrorismo e due di loro sono morti in Libia, Salvatore Failla e Fausto Piano. C'è un'indagine in corso su questa storia, che peraltro ci convince poco, in quanto il giudice italiano potrebbe intervenire solo qualora l'imputato fosse un nostro connazionale. Non ci sembra questo il caso. Quello che in particolare ci ha stupiti nel leggerne degli stralci è che l'ENI lavora in Libia sotto una specie di protezione militare. Questo ci fa ritenere che il gasdotto sia ancora lontano dalle mire dei terroristi. Ma fino a quando ciò potrà essere garantito? e da quali soldati, se il Copasir a marzo 2016 affermava che nessun militare italiano era presente in Libia? Le aziende private, e l'ENI lo è perché è rimasta solo per un 4% nelle mani dello Stato, più il 26% della nuova nazionalizzazione di Cassa Depositi e Prestiti, si stanno creando una loro polizia come nella Russia post-sovietica?
Quel tunnel, come dicevamo, è un percorso che avvicina l’Italia alla Libia. E' il più lungo d'Europa con ben 520 km di percorso sottomarino, che raggiunge anche gli abissi a 1200 metri di profondità. Cosa succederebbe se l'Isis, che a Ramadi ha dimostrato di essere capace di incursioni spericolate e di saper ingannare il nemico viaggiando in macchine della polizia irachena, riuscisse ad introdurre alcuni suoi uomini nell'ENI? Non ci stupiremmo se, tra i progetti di quei guerriglieri, ci fosse l'idea di inserire dei falsi operai nella nostra ditta, e di permettere loro di giungere indisturbati in Italia. Magari portandosi dietro anche i migranti, come ipotizza Cieli Paralleli. Teoricamente uno stato fondamentalista islamico non avrebbe alcun interesse a fare politica nel nostro paese, che non è uno stato arabo. Ma, se è vero che il cuore dell'Isis è costituito da guerriglieri ceceni, l'ipotesi, mantenendo i nostri politici dei buoni rapporti con Putin, diventa concreta. Ci sarà dunque una guerra come avvenne in Russia? Oppure il governo Renzi diventerà complice di una tratta di nuovi schiavi neri? Non lo sappiamo ancora.
Ci domandiamo un'altra cosa: se la realizzazione di Greenstream è stata così semplice e veloce, non poteva avvenire altrettanto per una struttura privata, magari a pedaggio, adatta al passaggio dei civili? Il mar libico è da troppo tempo un'immensa tomba di migranti, per i quali il viaggio verso l'Italia è un'avventura leggendaria. Per chi lo può raccontare, ovviamente. Una siciliana, dopo essere andata a comprare del pesce fresco al mercato, ha scoperto, mentre lo cucinava, che insieme al pesce c'era un dito di un essere umano. E' una storia che è giunta, per sentito dire, fino al nord Italia. Dunque i migranti muoiono per davvero, a volte proprio vicino Mellitah, e nessuno all'ENI fa niente per salvarli, né la magistratura italiana effettua, ci sembra, dei rilievi approfonditi. Perché, se così fosse stato, molte di queste notizie le avrebbe già scoperte e duramente sanzionate. Adesso ci si mette anche lo spettro del microtunnel. Sarà una nuova carneficina?

giovedì 27 ottobre 2016

Troppi terremoti nelle Marche


Che l'Italia fosse una zona in gran parte sismica chi ha studiato lo sa, e non può stupirsi delle disgrazie che ogni tanto capitano. Il problema è che nelle Marche i movimenti tellurici cominciano ad essere un po' troppi, concentrati sempre negli stessi punti, con scosse che si avvicendano nel giro di pochi mesi. Non dovrebbe andare così. Secondo le statistiche nel nostro paese si registrano 300 scosse all'anno, delle quali 3 o 4 ogni 5 anni possono essere distruttive. Nelle Marche questa cifra è stata raggiunta in soli due mesi. Dopo il clima, sta cambiando anche la crosta terrestre? I nostri terremoti li conosciamo dai libri che abbiamo studiato a scuola. Si chiamano terremoti «tettonici» perché sono il risultato del movimento di forze che lavorano da millenni nel sottosuolo. La nostra penisola tende a compattarsi verso la Croazia. Ma ci vorranno altri milioni di anni, se non di più, perché questo avvenga. Inoltre eravamo abituati a subire una sola scossa forte, seguita da uno sciame sismico impercettibile. Come avrete visto non è più così. Da agosto a oggi i marchigiani hanno affrontato scosse sismiche di intensità molto simile con un ritmo frenetico, quasi costante. E' credibile un cambiamento del genere? Riteniamo di no e bisognerebbe affrontare le altre ipotesi che sul web impazzano da anni: i terremoti artificiali, ad esempio. Gli archivi sono pieni di esperimenti scientifici poco ortodossi. Ciò vuol dire che sono proprio gli scettici a commettere degli errori. Infatti l'ipotesi di un terremoto provocato dall'estrazione di gas o petrolio è considerata credibile dal punto di vista scientifico. Un libro di geografia della Zanichelli del 1983 scrisse che una delle cause di terremoti è costituita da «sprofondamenti di rocce rimaste senza sostegno per lo svuotamento di cavità prima riempite di magma, o di acqua, o di gas naturali e petrolio». Specifica infatti che nel caso dei gas e del petrolio «l'estrazione potrebbe causare crolli». Si avrebbero pertanto terremoti «relativamente deboli, percepiti solo in una regione ristretta.» E questo è un problema che nelle Marche dovrebbe preoccupare soprattutto sulla costa. Ma in questi giorni Google News è pieno di notizie che riguardano i test nucleari della Corea del Nord. Queste esplosioni, e in Italia si guardano bene dal dirlo, stanno provocando terremoti artificiali di intensità identica a quella registrata nel centro Italia da agosto ad ottobre. Vi diciamo di più. In un articolo viene spiegato come distinguere i terremoti artificiali da quelli naturali. Questi ultimi, a differenza di quelli artificiali, presenterebbero una doppia ondulazione, orizzontale e verticale. E' possibile che nelle montagne italiane qualche pazzo stia tentando qualcosa di simile? La Nato ci usa come cavie? Noi non ci crediamo, tuttavia una ricercatrice esperta ci ha inviato un video molto interessante. E' tratto da una telecamera di servizio. Vi si nota una luce verdognola precedere la violenta scossa avvenuta nel nord Italia nel 2012. Ognuno si faccia l'idea che vuole.


mercoledì 26 ottobre 2016

Una morte annunciata per colpa di Washington?


L’impressione che ho avuto leggendo per la prima volta gli articoli del 1978 (avevo 5 anni all’epoca) è che il giallo Moro potesse evolvere solo in una lunga agonia del presidente prima dell’esecuzione. Gli spagnoli della Vanguardia mi hanno convinto. Secondo loro, un ritorno di Moro vivo avrebbe creato più problemi di una sua brutale esecuzione.
Una volta che le BR erano riuscite a dividere la Democrazia Cristiana, e a far scrivere al presidente parole di fuoco contro i suoi colleghi - scrissero - Moro era politicamente finito. Come si sarebbe potuto inserire nel parlamento italiano? Hanno ragione, ma non fu solo questo a ucciderlo. La mia domanda è un’altra: perché un sequestro di persona divenne un dilemma politico? Gli spagnoli, pur sottolineando l’incapacità della polizia italiana, non lo scrivono apertamente, ma basterebbe guardare un film poliziesco per capire che il sequestro Moro seguì un macabro copione già scritto. Il governo si preoccupò soltanto di non legittimare dal punto di vista politico quel manipolo di terroristi, e non piuttosto di organizzare un’operazione di polizia per salvare lo statista.
Fu scritto che la DC e il PCI erano per la “fermezza”: non avrebbero mai trattato con le brigate rosse. E non trattarono. Ma c’era solo questa strada? Non era proprio pensabile assecondare quei criminali, liberare i tredici terroristi, far tornare Moro a casa, facendo in modo che la polizia seguisse le tracce dei rapitori e li arrestasse? Certo, dal punto di vista mediatico qualche problema il governo lo avrebbe avuto. Avrebbe dovuto studiare qualche slogan convincente, però c’era pur sempre in ballo la vita del più importante politico italiano del dopoguerra!
Quando il corpo di Moro fu ritrovato, il 9 maggio 1978, La Vanguardia titolò: “Moro è stato sacrificato”. Ma per quale causa? Sicuramente non quella della politica, che perse credibilità fino a venire travolta nel 1992 da tangentopoli. E allora quale? Qualche politico sapeva di confrontarsi con i servizi segreti e non solo con le Brigate Rosse? Forse sì, e uno di questi poteva essere proprio Moro. Ma anche Cossiga, Andreotti, Ruffini. Per i memoriali di Moro, scritti durante la prigionia, in cui il presidente faceva riferimento alla struttura segreta di Gladio, pare che altre persone furono uccise: il colonnello Varisco e il giornalista Pecorelli.
Dunque la posta in gioco non era tanto la credibilità, quanto i piani segreti dello stato parallelo. I servizi segreti negli anni ‘70 erano strettamente connessi con la loggia P2 di Licio Gelli, che propugnava una riforma dello Stato in senso autoritario, militare e anticomunista. Per attuarla era sicuramente necessario avere il controllo delle basi della Nato nel nostro paese, che erano tante: da Livorno, ad Aviano, ad Avellino, a Bari, a Caserta, a Roma, a Verona, a Vicenza, a Venezia, a Padova, a Brescia. Cosa si sarebbe potuto dire al PCI, su questo argomento, una volta che fosse andato al governo?
Dopo la scoperta di Gladio si seppe che l’antiterrorismo dal 1977 aveva esteso il controllo spionistico su tutta la popolazione, proprio per proteggere i segreti militari della Nato. Solo in questi anni qualcosa sta venendo a galla. Nei sotterranei delle nostre colline o delle montagne gli americani combattevano la loro guerra fredda all’interno di gallerie piene di radar, di macchinari elettronici, forse di missili pronti a decollare. Ma non era anche nostra la guerra fredda? E’ pensabile che nello stesso periodo in cui i terroristi rossi e neri insanguinavano le nostre strade con omicidi, rapimenti e gambizzazioni, esistessero dei militari che si disinteressavano di tutto ciò, preoccupandosi solo di un eventuale attacco nucleare dei russi?
Riteniamo di no, che esista una sola realtà, nella quale ognuno aveva il proprio compito. Se i giornali riempivano pagine con le stragi di Stato, come avrebbero potuto di punto in bianco raccontarci di militari americani pronti a un attacco nucleare, se non lo avevano mai fatto prima? Le domande sono ancora tante, ma riguardano ormai soltanto gli appoggi esteri al terrorismo italiano. Di questo argomento è tuttora difficile parlare.
Gli indizi che ho raccolto fino ad oggi portano a pensare che siano stati gli Usa a volere la carneficina degli anni di piombo. Le ragioni mi sfuggono, ma le prove non mancano. Sempre il giornale La Vanguardia, durante il sequestro Moro, riportò le risolute affermazioni dell’ambasciatore americano Richard Gardner rilasciate a Milano in forma privata a dei sindacalisti: “Non aiuteremo in nessuna forma il governo italiano a combattere il terrorismo delle Brigate Rosse - disse -, finché il partito comunista avrà il suo peso specifico nella vita politica del paese”. Precisò anche qualcos’altro: che il PCI non poteva dirsi cambiato se accusava la Cia di sostenere il terrorismo italiano. In sostanza, il governo statunitense abbandonava Aldo Moro alla sua sorte, ed è un fatto molto grave. Per di più, le stesse accuse del PCI contro Washington, le lanciavano nello stesso periodo i servizi segreti ex cecoslovacchi. Il loro dossier sul terrorismo, a questo punto, va analizzato con ulteriore attenzione.

Gli stretti legami tra terroristi e intelligence


Chi erano dunque questi famigerati brigatisti rossi? Il rapporto diretto tra BR e servizi segreti, di cui ha parlato lo storico Roberto Bartali nel suo libro, era noto già prima del sequestro Moro. Non serviva Chichiarelli per affermare che i carcerieri dello statista non agirono da soli. Anzi, chi lo ha tirato fuori ha cercato di creare due percorsi paralleli, che probabilmente non esistono. Più che di false BR, come le definisce il professor Bartali, io parlerei dell’evoluzione di una manovra articolata e occulta progettata dai servizi segreti.
L’elemento che ho valutato è stata la posizione di Aldo Moro durante il sequestro Sossi del 1974. Come si comportò da presidente del consiglio, Aldo Moro, di fronte a un evento che poi lo avrebbe colpito personalmente? Entrano in gioco proprio i servizi segreti. Secondo uno scoop del giugno 1976 del settimanale Tempo, Moro non permise alla magistratura di conoscere i dettagli delle operazioni di intelligence sul sequestro Sossi, apponendo il segreto militare. I servizi deviati del generale Miceli si stavano infiltrando nelle BR e stavano creando delle false “prigioni del popolo”.
Moro in sostanza conosceva dei dettagli che potrebbero essergli costati la vita, come già avevamo anticipato. Perché il comportamento dell’intelligence italiana non era finalizzato all’arresto dei brigatisti, ma semmai a un loro controllo esterno. Per arrivare a cosa? E’ difficile rispondere. Diciamo che tutto iniziò con l’attentato di Milano del 1969, quando il Sid allontanò i sospetti dai filo-cinesi, a mio parere i più probabili esecutori della strage, e accusò gli anarchici. Tra questi ultimi c’erano dei suoi informatori, ad esempio Gianfranco Bertoli, che fu accusato per la bomba della questura di Milano del 1973. C’era probabilmente anche Giangiacomo Feltrinelli, che certamente per i sovietici non lavorava. Nel 1971 lo stesso Sid si infiltrò nei filo-cinesi e risulta dai documenti cecoslovacchi che ancora nel giugno 1978 questi maoisti erano attivi nell’estrema sinistra. Nel frattempo, il Sid si inseriva anche nelle BR. E’ stato scritto che gli arresti di Franceschini e Curcio avvennero per la soffiata di un infiltrato. Nulla avveniva più alla luce del sole come negli anni ‘50 e ‘60.
Poi dal 1976, complici forse le inchieste della magistratura, il piano potrebbe aver subito delle variazioni. Nacquero delle false brigate rosse? Non ne sarei sicuro. Durante il sequestro Moro i contatti tra le vecchie BR sotto processo a Torino e le nuove furono continui. Il giudice Guido Barbaro, che poi si scoprì essere della P2, durante un’udienza concesse la parola a Renato Curcio per ben 80 minuti. Il processo alle BR si trasformò in un’arringa contro Aldo Moro. Curcio giustificò, e non rinnegò certamente, il sequestro del presidente della DC. Sostenne le ragioni dei nuovi brigatisti e la loro lotta contro gli imperialisti. Altro elemento in favore di una linea di continuità tra le varie BR è che nello scambio tra Moro e i tredici brigatisti erano stati inseriti tutti i leader storici dei primi anni ‘70. Lo scambio fu giudicato improponibile, però tenne banco sui giornali per diversi giorni. Cosa sarebbe successo se il Governo avesse trattato?

Il comunicato numero 7 delle BR era autentico


Il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, di cui tanto si parla recentemente nelle ricostruzioni sul rapimento di Aldo Moro, non era falso. Cioè, non era falso che fossero state le Brigate Rosse a scriverlo, ma lo era il suo contenuto, cioè l’annuncio che il presidente Moro era stato ucciso e gettato nel lago della Duchessa.
La scoperta è avvenuta semplicemente leggendo gli articoli di quei 55 giorni del 1978, nei quali Aldo Moro rimase prigioniero dei terroristi. Illuminante ancora una volta è stato il quotidiano spagnolo La Vanguardia, che mantenne una sua linea indipendente dalla politica italiana e allo stesso tempo offrì un riassunto delle posizioni espresse dai nostri giornali. Dunque non ci fu alcun depistaggio dei servizi segreti in quel 19 aprile del 1978, cosa che invece avvenne molti anni più tardi nell’attribuire ad Antonio Chichiarelli, una volta che questi era già morto, la scrittura del comunicato numero 7.
Chichiarelli era un criminale, falsario con contatti nella banda della Magliana e nella mafia, che fungeva da informatore dei servizi segreti. Fu opera sua il depistaggio del lago della Duchessa? Può darsi, ma allora perché farlo scoprire così in ritardo? Evidentemente le notizie sul sequestro Moro escono a puntate secondo una strategia ben definita. Per ora ci limitiamo a recuperare quel pezzo di storia delle Brigate Rosse, che è importante: cancellare il comunicato numero sette equivale ad eliminare ogni contatto tra le BR e la RAF, la banda tedesca Baader-Meinhof. La stessa censura avvenne quando fu scarcerato Claudio Avvisati, dopo essere stato scoperto con a casa un manifesto dei terroristi tedeschi.
Infatti il comunicato, oltre ad indicare il lago della Duchessa quale tomba del presidente Moro, affermava che il “suicidio”, con cui Moro era stato giustiziato, “non doveva riguardare solo la banda Baader-Meinhof”. Pur dubitando del contenuto, i giornalisti italiani e spagnoli riportarono la notizia che sia il Ministro dell’Interno Cossiga, sia gli investigatori, confermavano l’autenticità del messaggio. Quando il 20 aprile giunse il nuovo comunicato delle BR nel quale si dimostrava che Moro era vivo, gli spagnoli giustamente osservarono: “Se il comunicato numero 7 fosse stato falso, perché i giudici, i periti e il ministro avrebbero dovuto darlo per autentico, andando a scavare al lago della Duchessa?” Era la dimostrazione, sostennero, che le Brigate Rosse agivano in grande libertà e si permettevano di ingannare gli inquirenti con false piste, il cui scopo - ipotizzava La Vanguardia - era di ottenere una maggiore propensione psicologica dei politici verso una trattativa.




domenica 23 ottobre 2016

Leggeva Il Giorno il poliziotto di Moro?



Si aprono gli archivi e arrivano nuovi dettagli del delitto Moro. Terrificante è la foto del giornale spagnolo La Vanguardia, la quale ritrae il luogo della strage di via Fani pochi momenti dopo la sparatoria. Vi sono dettagli importanti: parteciparono al sequestro, secondo i cronisti catalani, ben quattro macchine, una moto e 12 persone, tra cui una donna. Un'auto dei banditi recava una targa diplomatica venezuelana (la 128 di Mario Moretti ndr), che non risultava rubata ma era stata ritirata. Tutti i terroristi erano giovani. Le armi - disse La Vanguardia - erano di varia nazionalità, come poi fu confermato. Secondo la cronaca della Stampa si trattava di armi cecoslovacche, e di una sovietica, il cui bossolo fu raccolto dal giudice Infelisi. Le notizie successive della questura di Roma cambiarono versione: si trattava di armi europee, anche finlandesi, destinate all'esercito italiano e alla polizia. Ma ciò che colpisce, e può essere una novità, è la foto della Vanguardia. Questo giornale era specializzato nelle istantanee. Ne scattò diverse. Ma notate il poliziotto della scorta di Moro ucciso, sulla destra: non solo non ha ancora il telo bianco che lo copre, ma sembra avere in mano un giornale, il quotidiano Il Giorno all'epoca dell'ENI. Come se, mentre sparava, tentasse di ripararsi con qualcosa. O magari fu sorpreso mentre stava leggendo e non fece in tempo a lasciare il giornale. Un'altra ipotesi è che potrebbe trattarsi di un segno lasciato dai rapitori, una specie di firma sul delitto. Ricordiamoci che alcuni di questi dodici terroristi, secondo certe recenti ricostruzioni, non furono mai arrestati. La Vanguardia aggiunse una nota polemica il 19 aprile 1978, quando, accanto alla foto del presidente Moro rapito, pubblicò quella del giudice Guido Barbaro, torinese di adozione, mentre processava il nucleo storico delle BR. I catalani scrissero che dietro Barbaro vi era un crocifisso e la scritta: "La legge è uguale per tutti": "Uguale per tutti, tranne che per Aldo Moro, aggiungiamo noi". Il giudice Barbaro, morto nel 2004, era iscritto alla loggia P2.

venerdì 21 ottobre 2016

Non vogliamo tornare tra le braccia di Hitler


L'articolo di Stefano Sylos Labini uscito in questi mesi sul Sole24Ore, intitolato: "L’ipotesi moneta fiscale in Italia? Il miglior precedente è… tedesco", è imbarazzante quanto prevedibile. Offre una soluzione alla crisi imitando il modello autarchico hitleriano. Il progetto prevede la messa in circolo di una specie di buoni del Tesoro utilizzabili al posto dei soldi per sconti sulle tasse. Ma con quale copertura? In pratica, carta straccia. Dopo tanto odio seminato dalla politica di estrema destra e sinistra, ecco che qualcuno si propone di risolvere in modo autoritario la questione economica. Lo fa con una teoria affascinante, ingegnosa, ma diabolica, imitando Schacht, non tenendo conto del contesto storico in cui l'economia tedesca trovò una via d'uscita negli anni'30, e che non staremo a ripetere. Fu un'autostrada verso l'autodistruzione, e in Italia andò anche peggio. Negli ultimi 70 anni il mondo ha cercato con Bretton Woods, con la CEE, diventata UE, e con lo SME, il sistema monetario europeo che precedette eurolandia, di evitare gli egoismi degli anni '30. Chi ha tentato di rompere quegli accordi nel passato non va visto in buona luce, perché avrebbe sacrificato, e in Francia e in Italia ciò avvenne, gli interessi dei singoli, cioè i cittadini più deboli, in nome di un supposto interesse superiore dello Stato. Quindi niente giochi sulla svalutazione, come avvertiva Goria. Bisogna fare invece i conti con le nostre deficienze. Nel 1983, quando il debito pubblico era ancora entro certi limiti, l'ex ministro Giorgio La Malfa dei repubblicani gridava, attraverso le colonne della Stampa, contro la facilità con cui il governo, per pagare i suoi debiti, ricorreva all'emissione di nuova moneta, sforando il limite del 14% sulla liquidità consentita per legge al Tesoro. Cosa direbbe La Malfa, nel 2016, constatando che negli ultimi 15 anni i governi bipolari, non solo non hanno fatto ripartire le imprese italiane, ma hanno aperto una linea di credito dello Stato verso giornali, imprese edili, grandi industrie solamente versando gli oneri sul conto dello Stato, e quindi sulle generazioni future, come fece Mussolini? Vogliamo ancora una volta far pagare le deficienze e le arroganze dei politici tagliando i debiti statali con un'inflazione spaventosa? Perché tornando alla Lira, dopo tre lustri di moneta europea, quantificheremmo la nostra effettiva svalutazione. Oppure qualcuno è disposto a credere che, seguendo questo Schacht, sconosciuto anche nei migliori libri di storia, lo Stato possa trovare una bacchetta magica per azzerare il debito pubblico?

giovedì 20 ottobre 2016

Tornerà la Lira? Ricordiamoci di Goria


Tra le morti celebri prodotte da Mani Pulite si sono dimenticati di Giovanni Goria. Mi è venuto in mente questo ex presidente del consiglio per le voci del possibile ritorno alla Lira. Giuseppe Turani lo ha scritto il 13 ottobre 2016: il “No” alle riforme di Renzi diventerebbe un “No euro”, e una birra costerebbe mezzo stipendio. Manca un dettaglio: che il nostro collasso non sarebbe diverso da quello di Gorbachev. Tutto iniziò, a leggere La Stampa, tra il 1975 e il periodo del delitto Moro. Nel 1980 vi fu un dibattito acceso in cui prevaleva il rifiuto netto di alcuni democristiani di svalutare la nostra moneta. Sarebbe stata una criminale speculazione, affermarono. "Le ingegnerie monetarie" nel breve sono utili, ma se il governo non attuerà investimenti e contenimento delle spese faranno precipitare la situazione, aveva scritto un lettore della Stampa nel 1978, tale Umberto Gardini di Savigno. Cosa c’entra in tutto questo la morte di Goria? Quando questi fu ministro del tesoro, a metà degli anni ‘80, la svalutazione “programmata” era già stata messa in atto. Bettino Craxi ne difendeva le virtù grazie alle vendite all’estero delle aziende. Salvini e Grillo oggi non inventano niente. Ma aveva ragione il lettore sconosciuto: dal 1981 l’Italia era precipitata in una crisi epocale. L’inflazione salì al 20% annuo e Craxi fu solo capace di ricorrere alle scorciatoie. Taglio alla scala mobile, e poi Lira pesante, così, solo per aiutare le “massaie” a non avere troppi zeri nel fare la spesa. Goria, l’economista, fu colui che avrebbe dovuto attuare questo strappo alla regola. Non se ne fece nulla. E “Sandokan”, così lo chiamavano, salì alla presidenza del consiglio, rimanendo in carica pochi mesi nel 1987-88. Una sua affermazione fu: "La svalutazione sarebbe follia pura, conviene a un paese che non riesce a crescere". Era nell’esecutivo di Amato quando gli arrivarono gli avvisi di garanzia dei magistrati. Lo accusavano di un fatto di corruzione ad Asti. Si dimise e morì di cancro in poco tempo, il 21 maggio del 1994, a 51 anni. Lo avevano attaccato, umiliato, distrutto, poi era stato archiviato tutto, come al solito. Per niente, perché Mani Pulite fu la solita sparata superficiale, ma molto più brutale del solito. Fu una guerra feroce tra PM, nella quale i grandi scandali non vennero mai a galla. E Craxi, ma pure Berlusconi, lo sapevano.

Banche e aziende italiane del KGB



In Italia il KGB installò banche e aziende fittizie per dei traffici illeciti. Lo si scopre dal libro di Paul Klebnikov, “Il padrino del Cremlino”, in un paragrafo dedicato al collasso del vecchio regime sovietico. Dal 1980 - denunciò lo scrittore assassinato nel 2004 - il KGB ebbe una nuova missione, esportare capitali all’estero attraverso società off-shore. Si tratta di un argomento che conosciamo, in quanto si è manifestato in tutta la sua gravità nei recenti mesi. Ci riferiamo alle polemiche per i fondi del presidente russo Putin a Panama. Ma non solo. Nel 2013 si parlò di una banca cipriota i cui dirigenti facevano parte del KGB. Il libro di Klebnikov aveva parlato già dal 2000 di questo sistema, che coinvolgeva proprio Cipro, ma poi anche la Grecia, il Portogallo e l’Italia, che guarda caso sono le nazioni più indebitate degli ultimi anni. Il traffico avveniva mediante il trasferimento di miliardi di dollari, attraverso un sistema che coinvolgeva aziende e banche fittizie. L’Urss avrebbe inviato petrolio, legname e metalli a prezzo stracciato a queste aziende, le quali lo avrebbero rivenduto ai costi di mercato trattenendo per sé i profitti. Lo scopo - stando a Klebnikov - divenne chiaro quando il sistema politico sovietico fu abbattuto. Il KGB aveva il compito di creare dei fondi segreti da destinare ai membri del KGB e del PCUS. Ma quali aziende in Italia potevano prestarsi a questo gioco? Abbiamo fatto una ricerca nell’archivio della Stampa. La risposta è che sono molte, perché gli accordi commerciali Italia-URSS furono numerosissimi, fin dai tempi di Mattei all’ENI. Ma c’è un articolo che ci ha colpito in particolare. E’ del 28 ottobre 1979. Venne siglato un accordo con cui l’Italia avrebbe fornito impianti in cambio di petrolio e gas. Tra le aziende pronte a lavorare per l’URSS in campo energetico c’erano la Montedison, la Fiat e la Snia Viscosa.

mercoledì 19 ottobre 2016

L’Italia era una piccola URSS?


La politica monetaria dei sovietici ricorda molto quella della nostra prima repubblica. E’ ciò che emerge dal libro di Klebnikov. Gorbachev per pagare gli stipendi statali e ridurre il deficit svalutò il Rublo, ma contenendo l'inflazione, controllando cioè i prezzi. I beni erano scarsi e la gente accumulava denaro in banca che non poteva spendere, mentre faceva file lunghe al supermercato. Da noi con la Lira ci furono manovre sindacali più consistenti, che portarono a un'ascesa costante degli stipendi, a mano a mano che i prezzi venivano alzati e adeguati alla svalutazione. C'era in quel periodo una grave crisi delle aziende pubbliche che producevano per il nostro fabbisogno. Si creò in Italia un equilibrio pericoloso. Gorbachev sapeva che una volta aperta la strada verso l'economia di mercato i prezzi degli scarsi beni dei russi sarebbero schizzati alle stelle e quei risparmi sarebbero svaniti. E così fu, in effetti, perché il suo programma dei 500 giorni non venne attuato, avendogli preferito un piano Marshall dagli Stati Uniti, che prevedeva l'acquisto agevolato di beni dall'ovest da parte del governo sovietico. Gorbachev, con la sua forma statale accentrata, li avrebbe rivenduti a 10 volte il suo prezzo nell'URSS per stabilizzare il costo del Rublo. Questo piano fu però un fallimento. Il problema della moneta lo abbiamo vissuto anche noi, con la differenza che Craxi e compagni cercarono di barare sul costo del denaro, ipotizzando dapprima, negli anni '80, una Lira pesante, poi nel 1992 bruciando le banconote stesse alla Banca d'Italia al momento di entrare nell'Europa Unita. Credo che da allora nulla sia cambiato. Anzi. Abbiamo perso l'abitudine di stabilizzare la nostra moneta, e ancora di più di cercare un rilancio industriale. Il governo bipolare prova a coprire le falle con svendite di beni di Stato e contraendo nuovi debiti con la vendita sistematica di titoli di Stato. Oppure sottoscrivendo nuovi compromessi con i paesi esteri creditori. Se i nostri beni non sono scarsi come quelli sovietici è merito di questi equilibri precari. L'Italia non produce più nulla, le aziende falliscono, il lavoro diminuisce, ma i nostri frigoriferi sono pieni zeppi di beni tedeschi, francesi, coreani. E da quando la moneta e' diretta da Berlino ci salva la Banca Centrale Europea con la sua stabilità, mentre noi spendiamo, programmiamo investimenti in inutili opere pubbliche mettendo praticamente tutto sul conto dello Stato.


La mafia russa è in Piemonte


La mafia russa aveva legami con il Piemonte e sono certo che li ha ancora. Nel libro del povero Paul Klebnikov «Godfather of the Kremlin» ce ne sono parecchie di cose che in Italia non si possono dire. E' forse per questo che non è stato tradotto nella nostra lingua. Un grosso scoop è che un partner della ditta Avtovaz del mafioso Boris Berezovskij era a Torino. Si chiamava Logo System. Fu il frutto di un vecchio accordo di joint-venture del 1989 tra la vecchia ditta di Togliatti (città russa col nome dell'ex leader del PCI), costruita dalla Fiat negli anni '60 e poi passata all'oligarca russo, e una delle sue aziende satelliti di out-sourcing, che gli sarebbero servite per l'informatizzazione degli obsoleti sistemi industriali sovietici.

martedì 18 ottobre 2016

Scandalo: lavorano gratis per l’ateneo!


L’ultima trovata dei nostri politici arriva dall’università del Molise. Ci dicono che, da un po’ di tempo, alcuni docenti universitari, quelli appena arrivati come al solito, sono costretti a lavorare gratis. E, se non si farà qualcosa subito, il malaffare si potrà allargare anche ad altre università. Tutto sembra nascere da una norma, la Gelmini del 2010, la quale iniziava a parlare di docenze gratuite. Da quanto ci dicono alcuni cittadini che hanno intrapreso su questo tema una battaglia politica, nel 2011 è arrivato un secondo decreto, nel quale si è confermato che il 5% delle docenze universitarie conferito a persone “di chiara fama” poteva essere anche gratuito, mentre per le altre veniva introdotto un tariffario, peraltro tutt’altro che dignitoso. Ma in Molise si va anche oltre quel 5%. Vengono colpiti i soggetti più deboli, ossia i precari, che pur di rimanere al lavoro devono accettare di lavorare gratis. L’università si è difesa spiegando che ciò servirebbe per tagliare le spese. L'Avvocatura distrettuale molisana e il Garante di Ateneo hanno avallato questa scelta basandosi sul concetto che “tutto ciò che non vietato dalle norme deve ritenersi lecito”. Non solo. Viene affermato che la docenza garantisce comunque un vantaggio in termini di “prestigio sociale” e quindi il corrispettivo ci sarebbe. Parole, queste ultime, che non sono nuove alle nostre orecchie giornalistiche. Anche nei giornali e nelle tv il prestigio può portare al ricatto del datore di lavoro. Se sei tu a voler lavorare? Perché allora ti dovrei pagare? La battaglia politica in Molise andrà avanti. Si potrà vincere, o perdere. Ma noi non lo accettiamo comunque lo sfruttamento del lavoro. Ci battiamo ogni giorno per smascherare il marcio che c’è in Italia, che non si nasconde solo nelle docenze gratuite, ma pure nelle ben remunerate, ma poco pubblicizzate, docenze per il sostegno scolastico ai disabili, per i quali la lezione si svolge in uno sgabuzzino. Vorremmo smettere di fare titoloni e commentare lo svolgimento di un maxi-processo equo, ma duro, contro i politici degli ultimi vent’anni. Vorremmo che finisse il processo mediatico su quanto si spende o quanto si guadagna, e iniziasse quello sul come si lavora.

domenica 16 ottobre 2016

Moro rapito dal controspionaggio militare



Calogero Cinisi, il politico della Piovra 9 che stringe un patto con la mafia siciliana è con molta probabilità Attilio Ruffini, della Democrazia Cristiana. Ci sono tanti episodi raccontati nella sua biografia scritta su Wikipedia che collimano con il film. Ruffini fu Ministro della Difesa durante il sequestro Moro. Stando a un altro film, Piazza delle cinque lune, il misterioso impiegato dell'Eni presente nel dossier dell'Stb, il cui nome è Claudio Avvisati, era un uomo del controspionaggio militare di quel Ministero della Difesa. E c'è di peggio: i comunicati delle Brigate Rosse sarebbero stati scritti con una macchina dei servizi segreti portata da Avvisati in via Foà ad Enrico Triaca. Dunque l'impiegato dell'Eni era una specie di poliziotto? Ciò significa che il manifesto della Raf con al centro una foto di donna, trovato dalla polizia italiana a casa sua al momento dell'arresto, poteva servire per un'indagine che i servizi segreti stavano compiendo sulla banda Baader Meinhof. Ce lo lascia supporre la tessera trovata nel dossier dell'Stb con il nome di Avvisati e con i timbri della polizia di Praga. Moro sarebbe stato rapito e ucciso non da un gruppo di terroristi, ma in un'operazione di polizia militare. Diventerebbe chiaro anche il motivo del black out della stampa italiana, e soprattutto di quella schierata per la P2, sui comunicati delle Brigate Rosse, di cui ha parlato Gilberto Mastromatteo nel suo noto libro. Pubblicare e analizzare quegli scritti avrebbe consentito di svelare la vera natura del terrorismo. Questa versione dei fatti trova dei solidi fondamenti nel libro di un professore universitario, Roberto Bartali, il quale rivelò all'esame di dottorato all'Università di Siena (guarda caso il luogo in cui è ambientato il film Piazza delle cinque lune) che le Brigate Rosse, dopo l'arresto dei suoi capi storici avvenuto grazie all'infiltrazione del Sid all'interno del gruppo, furono riorganizzate e gestite direttamente dai servizi segreti. Bartali lo afferma nel capitolo dedicato al «dossier cecoslovacco», che in parte dimostra di aver letto, magari indirettamente tramite i dossier del Sismi. Dal 1977 in poi nacquero delle false BR. E' possibile? Anche un servizio di Tempo firmato da Lino Jannuzzi affermò nel dicembre del 1976 che il terrorismo di sinistra in quel momento risultava sconfitto. Un terrorismo che, secondo il giurista americano Vittorfranco Pisano, era nato per protesta contro l'innalzamento del costo del lavoro e per la conseguente disoccupazione. Ora possiamo aggiungere che col tempo quelle proteste avevano assunto un volto diverso. Ma se è così, le nuove BR furono manovrate dallo stesso ministro Ruffini, dalla mafia e dalla P2? Forse è la terribile verità che portò alla morte nel 1979 di Pecorelli e del colonnello Varisco. A questo punto resta da capire chi tra cecoslovacchi e americani aveva più interesse a condizionare la politica italiana.

sabato 15 ottobre 2016

Abbiamo il mandante del delitto Moro?



Facciamo un gioco. Immaginiamo che l’URSS abbia vinto la guerra fredda, e che il popolo della Germania Est non abbia mai abbattuto il muro di Berlino. In questo mondo al contrario, i russi avrebbero scritto la storia attraverso i loro giornali, e noi, probabilmente, avremmo avuto altre rivelazioni simili a quelle degli anni ‘70. Ci riferiamo agli scoop che uscirono nel 1976 su L’Espresso, un settimanale che secondo l’Archivio Mitrokhin era di proprietà del KGB, o su Tempo. Ma immaginiamo che anche Andrew abbia voluto esagerare nel condannare lo spionaggio russo. Ebbene, il dossier del servizio segreto cecoslovacco sul terrorismo italiano potrebbe portarci al vero mandante del delitto Moro. Avremmo in mano proprio quegli uomini della Cia che gli esperti italiani continuano a cercare. Le spie dell’Stb erano convinte che la mente delle Brigate Rosse si nascondesse tra gli americani, e indagarono sui nomi che uscirono sui giornali. Nel 1976 scoppiò lo scandalo dei finanziamenti della Cia ad alcuni partiti italiani. Su L’Espresso del 25 gennaio 1976 fu pubblicato l’elenco delle spie americane in Italia. L’Stb non si fece sfuggire la preda e fotocopiò l’intero servizio firmato da Mario Scialoia. I cecoslovacchi sottolinearono tutti i nominativi, poi li confrontarono con un loro elenco dattiloscritto, in cui figuravano Douglas e Jane Wilson e Michael Kostiw, che fu segnato con una crocetta perché era l’unico presente sull’Espresso. In una nota del 28 gennaio 1976 venne redatto quindi un rapporto su Kostiw, che fu descritto come persona dal comportamento piacevole, dall’aspetto elegante, abile nel parlare il russo. Viveva a Roma. Pare che fu seguito dall’Stb, ma non fece movimenti sospetti. E’ l’ultimo documento del fascicolo. Il 6 ottobre 1986 l’Stb archiviò tutto, perché i dati erano “obsoleti e inutilizzabili”. Chi era però questo Kostiw, che nel 1976 - disse Scialoia - era al suo primo incarico alla Cia? Il 13 maggio 2006 il New York Times scrisse che fu un pezzo grosso della Cia nel settore dell’antiterrorismo, passato dal 2004 alle dipendenze di un certo Goss. In quel periodo il Washington Post scoprì uno scandalo: Kostiw nel 1981 era stato sorpreso mentre rubava in un supermercato un barattolo di pancetta da 2,13 dollari. E divenne così il “Bacon guy”. Ma basta per accusarlo di essere anche il mandante del delitto Moro?

Irregolarità nella scuola novarese


Posti del sostegno scolastico regalati, alunni stranieri discriminati, alunni disabili isolati, caos nelle nomine dei docenti, programmi scolastici stravolti. Sono solo alcuni dei problemi visti da un giornalista, obbligato dalla censura dittatoriale sulla stampa a dividersi tra attualità e insegnamento. Non ci si può nascondere per 1200 euro al mese, la dignità professionale non ha proprio prezzo. Non c’è scuola novarese nella quale non abbia visto illegalità. La più grave è il ricatto che ricevono i docenti più giovani, a cui non viene garantito da almeno 20 anni un esame di abilitazione annuale e regolare. Ho visto questi docenti costretti ad accettare posti di sostegno ai disabili, senza averne titolo, né averne fatto richiesta. Ci sono a volte più insegnanti di sostegno che disabili. Questi ultimi vengono quasi sempre allontanati dalla classe e condotti in aule di ricreazione. Di fatto vivono la scuola media in isolamento, e alle superiori vengono bocciati. Le nomine ministeriali da due anni non arrivano in tempo per l’inizio dell’anno scolastico. Molti docenti accettano contratti umilianti, che durano “fino all’avente diritto”, cioè fino alla nomina del docente di ruolo. La scuola diventa così un parcheggio in cui bivaccare in attesa di un altro incarico. I programmi scolastici restano l’ultima preoccupazione. E chi vorrebbe costruirsi una carriera lavorativa si trova di fronte a classi turbolente. Ho visto bambine di prima media accusare con cattiveria una compagna straniera, o bambini fare lo stesso con un ragazzo musulmano. Si susseguono reazioni che a volte possono portare alla rissa verbale e fisica. C’è il bullismo, che i dirigenti cercano di nascondere. E’ emerso da temi di seconda media. La dislessia è un ulteriore elemento di discriminazione. I consigli di alcune classi sono irregolari, perché avvengono in contemporanea e senza che i docenti firmino la presenza. E come se non bastasse certi dirigenti entrano con prepotenza nella gestione della classe, imponendo regole di comportamento. Mi è stato impedito ad esempio di farmi dare del tu dagli alunni. Sono stato rimproverato con durezza da tre dirigenti scolastiche, due delle quali mi hanno rovinato la reputazione davanti agli alunni.

giovedì 13 ottobre 2016

Viglione, cronista o perseguitato?


Chi è Ernesto Viglione, il giornalista che compare nel dossier cecoslovacco sul terrorismo? E’ scomparso nel 2013. Fu un cronista politico per un trentennio. Democristiano, amico dell’ideatore della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, Flaminio Piccoli, durante gli anni di piombo lavorò per Il Settimanale, un giornale di destra che, come sappiamo, nell’estate del 1976 accusò Praga e il Kgb di sostenere il terrorismo. Fu proprio per replicare a queste accuse che l’Stb aprì un’inchiesta sulle brigate rosse italiane, con la quale era convinto di poter svelare agli italiani i nomi dei veri mandanti: servizi segreti italiani, tedeschi e americani. Chi aveva ragione? Probabilmente tutti e due. Sia le accuse di Viglione, sia il dossier cecoslovacco contengono notizie preziose, confermate dai documenti. Vi sono però anche delle stranezze. Vediamole. Un articolo della Stampa sottolineava nel 1979 che alcuni cronisti del Settimanale parteciparono alla riunione del 1965 all’Hotel Parco dei Principi. Vi erano anche Pino Rauti, Giorgio Pisanò e un noto dirigente della Montedison. Fu lì, dissero con certezza le inchieste, che venne decisa la strategia delle bombe, forse con i fondi neri di Foro Bonaparte. Viglione, secondo quanto scrisse all’epoca Lotta Continua, fu indagato alla fine degli anni ‘70 per il delitto Moro, perché considerato vicino a quei servizi segreti coinvolti nelle stragi di Stato. Ne uscì con un’assoluzione in appello nel 1983, dopo una condanna a tre anni e sei mesi in primo grado. Un’altra stranezza la si ritrova nel dossier dell’Stb. L’articolo in cui Viglione parlò di Feltrinelli non venne fotocopiato dai servizi cecoslovacchi, come fu fatto in molti altri casi, ma tradotto in ceco e trascritto manualmente. E’ l’unica volta in cui una relazione dell’Stb non compare con la firma di una spia, bensì di un estraneo. A leggere meglio certi passaggi, sembra che Viglione si stupisca un po’ troppo del permissivismo cecoslovacco sui passaporti falsi di Feltrinelli, per poi arrivare all’ipotesi di una complicità. Può apparire come una polemica interna, piuttosto che un attacco a un paese oltrecortina. Inoltre la lettera di accompagnamento dell’articolo risulta scritta a Roma il 4 giugno 1976, con un’ulteriore data sulla sinistra che indica l’8 giugno. Come poteva quell’articolo, segnalato dallo stesso Stb in uscita per il 9 giugno ‘76, essere già disponibile nelle mani dei cecoslovacchi? 

Per chi spiava l’editore Feltrinelli?


Che Giangiacomo Feltrinelli, editore e militante dell’estrema sinistra, fosse una spia era noto, sia ai parlamentari della commissione stragi del 2001, sia ad alcuni storici. Ma che non spiasse per i servizi cecoslovacchi è secondo noi una grossa novità, che emerge dal dossier che ci è stato inviato dall’archivio di Praga. I fatti sono questi. Tutto nacque da un articolo scritto da Ernesto Viglione su Il Settimanale, il 9 giugno 1976. Il giornalista sosteneva che Feltrinelli, prima di morire nel 1972, fulminato da un suo ordigno mentre preparava un attentato, avesse viaggiato verso Praga con passaporti falsi, intestati tra gli altri a un certo Giancarlo Scotti. Il governo comunista dunque non poteva non sapere, secondo Viglione, che dei terroristi, tra cui i responsabili delle stragi in Alto Adige, si recassero a casa sua per cercare protezione. L’Stb invece non ne sapeva nulla e cercò di aprire una sua inchiesta, dalla quale emerse che i viaggi dell’editore c’erano stati. Il 15 giugno del 1977 l’ufficiale Kubin scrisse queste parole: Feltrinelli ha “visitato la Cecoslovacchia per un totale di 5 volte, di cui 3 con il vero nome e 2 con il nome di Giancarlo Scotti”. Seguivano date, luoghi, orari e le fotocopie dei permessi, con tanto di foto, di Feltrinelli e del suo alter ego Scotti. Quindi dobbiamo correggere la commissione stragi: l’Stb non gestiva i movimenti di Feltrinelli, ma aveva i mezzi per rilevarne ogni movimento. Questo era il comunismo. Si è occupato di questa vicenda anche l’ex dottorando Roberto Bartali, che nel suo bel lavoro intitolato “L’ombra di Yalta sugli anni di piombo” ha estrapolato dati molto simili dai dossier del Sismi e del Sisde e dai fascicoli giudiziari. Secondo questi ultimi Feltrinelli nel 1971 si recò a Praga perché “a Radio Praga c’era una parte di quei partigiani che avevano avuto guai giudiziari.” Come è possibile allora che l’Stb non ne sapesse nulla? Non sarà mica che Feltrinelli era una spia dei nostri Servizi?

Una richiesta di visto di Giancarlo Feltrinelli al governo comunista di Praga.

Un'altra richiesta di visto di Feltrinelli con l'identità falsa di Giancarlo Scotti. Notiamo una certa somiglianza tra questa foto e l'identikit del mafioso Matteo Messina Denaro che la polizia italiana sta trasmettendo nei mass media.
 

martedì 11 ottobre 2016

I furbetti del cartellino sono un'invenzione?


Quante invenzioni ci sono nei nostri giornali? Cominciamo a ritenere che siano tantissime, a partire dai famigerati «furbetti» del cartellino, ossia i lavoratori statali assenteisti. Nelle pagine d'archivio appaiono chiare due differenze enormi con l'attualità: la certezza del diritto, attualmente latitante, e i riflessi sulla collettività, altrettanto inesistenti. Le immagini delle forze dell'ordine create ad hoc sono troppo appetitose in questi anni per non mandarle in onda. E così, nei giorni lavorativi, i quotidiani si riempiono di video con impiegati in mutande che timbrano il cartellino e poi tornano a dormire o a divertirsi. Lo scoop è assicurato, ma la cronaca dal punto di vista giornalistico lascia a desiderare. Tutto si regge sui video. E se le immagini non raccontassero la verità? I giornalisti dovrebbero verificarlo, ma non lo fanno. Abbiamo provato noi. Cercando «assenteisti» nell'archivio della Stampa e dell'Unità si scopre con facilità che le stesse cose accadevano nel 1982, ma con scenari ben più drammatici. All'epoca c'era una legge che non ammetteva scuse: l'abuso d'ufficio, che si chiamava interesse privato in atti d'ufficio. Che fine ha fatto? Renzi quest'anno ha firmato una legge per evitare il reintegro sul lavoro dei «furbetti». In questo modo ha inventato qualcosa che già esisteva. Inoltre nelle cronache attuali mancano le lamentele dei cittadini, i quali di fronte a svariati uffici comunali in cui non si lavora dovrebbero riscontrare notevoli disagi. Ebbene, dove stanno questi disagi?

domenica 9 ottobre 2016

Spunta un legame tra la RAF e le Brigate Rosse?


Certi scrittori hanno evidenziato le similitudini tra gli atti terroristici delle Brigate Rosse e quelli coevi della banda tedesca Baader Meinhof, detta anche RAF: Red Army faction. Ora c’è un documento che svela un legame concreto tra le due fazioni. Riguarda Claudio Avvisati, l’ex impiegato dell’ENI che nell’estate del 1978 fu arrestato dalla polizia con l’accusa di essere uno dei membri del commando che massacrò il 16 marzo 1978 la scorta di Aldo Moro. Su quest’uomo, allora venticinquenne oggi vicino probabilmente alla pensione, indagava l’Stb di Praga, e proprio cercando ulteriori notizie sul web sono spuntati i verbali originali della questura italiana, tra gli allegati del fascicolo datato 1991 della Commissione Stragi del Parlamento. Nei verbali della Digos compare, nell’elenco degli oggetti rinvenuti il 18 luglio 1978 durante la perquisizione di casa Avvisati, un “manifesto in tedesco della RAF.” Avvisati, romano, ex membro di “Potere operaio”, fu indagato perché, dopo i precedenti per associazione sovversiva dei primi anni ‘70, fu colto mentre acquistava una macchina tipografica per il brigatista Enrico Triaca. Ma alla polizia forse sfuggì di essere di fronte a un fanatico della banda tedesca Baader Meinhof. Infatti, in un ulteriore verbale più dettagliato sembra che manchi una riga proprio quando si parlava del manifesto tedesco. Il poliziotto scrisse che aveva trovato anche: “un manifesto su fondo nero con al centro una fotografia di donna” (Ulrike Meinhof? ndr) Nell’andare a capo venne lasciata a metà la parola “fir-” per poi riprendere con “-to i prigionieri della RAF”. Fu un errore di battitura o si cercò di nascondere questo inquietante indizio? La polizia era comunque convinta che Avvisati fosse “l’elemento più qualificato per avviare la tipografia delle Brigate Rosse di via Fucini e di via Pio Foà”. Fece anche un’indagine scrupolosa sul viaggio a Praga del 17 marzo ‘78, da cui emerse che Avvisati, con un certo Patrizi, si era unito solo all’ultimo alla comitiva organizzata dall’ente per i lavoratori “ETLI”. Il misterioso uomo dell’ENI fu scarcerato quasi subito e di lui non si seppe più nulla. 







sabato 8 ottobre 2016

Praga non si fidava di Giuseppe Setti


I servizi segreti dell’ex Cecoslovacchia non si fidavano di Giuseppe Setti. Quest’ultimo secondo alcuni studiosi fu un industriale di Reggiolo che fece il doppio gioco, raccontando fatti italiani all’intelligence dell’Stb. I documenti che mi sono giunti da Praga in un cd rom, invece, non sembrano confermare totalmente questa ipotesi. Stiamo analizzando in maniera approssimativa, con una scadente traduzione automatica di Google, un dossier che gli ex cecoslovacchi prepararono tra il 1971 e il 1986 sul terrorismo italiano. In realtà, l’indagine si svolse in gran parte tra il 1977 e il 1978. Una delle prime relazioni in ordine di archiviazione riguarda questo Giuseppe Setti. Il solito ufficiale Kubin raccontò il 27 ottobre del 1975 come furono organizzati i contatti con l’imprenditore nativo di Reggiolo, classe 1923. Secondo la relazione, Setti apparteneva al partito comunista italiano e dopo il 1947 venne mandato in Cecoslovacchia per un indottrinamento politico. A quanto pare l’Stb non ne era al corrente. Al suo ritorno in Italia, nel 1955, il Sifar italiano lo accusò di essere una spia. Pare che Setti fu anche maltrattato dalla polizia. E quando nel 1965 chiese un nuovo passaporto, per recarsi in Cecoslovacchia per affari, gli fu negato. Fu a quel punto che Setti si rivolse all’Stb, il quale attivò tra il 1967 e il 1968 dei contatti con lui per negoziare una collaborazione. Sembra di capire che il manager di Reggiolo cercasse dei documenti per espatriare, tuttavia Kubin in più passaggi della sua narrazione scrisse che l’Stb non riteneva l’industriale una persona affidabile. I motivi stavano certamente nelle attenzioni che il servizio segreto italiano aveva per i suoi spostamenti, ma forse anche nel fatto che Setti si mostrava più interessato agli affari che alla politica.

mercoledì 5 ottobre 2016

Un misterioso impiegato dell’ENI


Un impiegato dell’Eni fu indagato dal servizio segreto di Praga il 26 luglio del 1978. Si tratta di Claudio Avvisati, classe 1953 quindi all’epoca venticinquenne, romano, ex militante di “Potere operaio”, che era stato arrestato pochi giorni prima dalla polizia italiana. L’accusa era di aver partecipato al rapimento dell’onorevole Moro, dunque di essere uno di quei professionisti che, secondo gli articoli della Stampa di allora, con armi sovietiche e cecoslovacche avevano sterminato la scorta. Mi sono chiesto subito chi fosse questo personaggio, sul quale i servizi cechi avevano trovato nel loro archivio delle segnalazioni, e non sono così convinto che fossero più indiscriminate e frequenti delle nostre. Leggendo qua e là gli articoli italiani d’archivio si potrebbe considerare Avvisati una meteora delle indagini sul rapimento Moro. Accusato di essere addirittura uno dei leader delle Brigate Rosse, fu subito scarcerato. Dovrei a questo punto garantirgli il diritto all’oblio, tuttavia ho notato che sul sito dello scrittore Erri De Luca sono state pubblicate alcune vecchie pagine del giornale di Lotta Continua, proprio dei giorni in cui Avvisati si trovava in carcere. Ma non ne ho capito la ragione. Si tratta forse di una protesta, come quella dell’organo di Lotta Continua, contro la repressione dura attuata dallo Stato nel 1978? Devo a questo punto aggiungere i dettagli che ho reperito nei documenti dell’STB. Claudio Avvisati era stato a Praga tra il 17 e il 20 marzo del 1978 e sembra di capire che alloggiò in un albergo. Aveva chiesto un visto turistico, e presentato alla dogana il suo passaporto. L’STB riuscì misteriosamente a fotografare e inserire nel fascicolo un altro documento con scritte in lingua ceca e timbri della polizia. Il fatto che un indagato delle BR fosse partito per Praga il giorno dopo il rapimento di via Fani poteva giustificare dei sospetti. Tuttavia, a una sommaria analisi del dossier ceco sulle BR, queste indagini non ebbero un seguito.

L’estrema sinistra cercò appoggio a Praga


Pochi giorni dopo la morte di Aldo Moro avvennero dei contatti tra l’estremismo italiano di sinistra e l’STB. E’ questa, a grandi linee, l’evoluzione dell’indagine dei servizi segreti cecoslovacchi sul terrorismo italiano che emerge da una traduzione approssimativa di alcune relazioni. C’è un uomo chiave in questi giorni, siamo a giugno del 1978: si tratta di Guido Campanelli. La situazione è questa. Campanelli, un ex partigiano del PCI che si allontanò dalla sinistra parlamentare per dissidi sui patti lateranensi, decide di contattare i membri dell’STB, i quali in un rapporto dell’11 giugno 1978 raccontano in prima persona le loro impressioni. Campanelli chiede sostegno ai cecoslovacchi, perché non crede nella politica del PCI. Vorrebbe chiarezza sulla situazione nel mondo sovietico, su cui i quotidiani comunisti sembra che non siano attendibili. Non vuole discussioni accademiche e ideologiche, ma un confronto sui servizi assistenziali per la gente: le pensioni, la sanità. L’agente dell’STB risponde che i loro interlocutori sono nel PCI. Un dialogo con i partiti estremisti, come il suo "La resistenza continua", potrebbe influenzare negativamente le relazioni diplomatiche. Inoltre teme che nella sinistra extra-parlamentare vi sia il maoismo. Il dialogo prosegue. Campanelli ribatte che il maoismo è una diretta conseguenza della politica del PCI, lontana dalle esigenze concrete dei giovani, che “non dà speranze di costruzione del socialismo”. L’agente ceco consiglia di proseguire nel contatto. Campanelli potrebbe risultare utile nella diffusione di materiale “promozionale”, anche se l’esempio da dare agli italiani non andrebbe limitato alla sola Cecoslovacchia, ma allargato al mondo sovietico. Per valutare l’attendibilità dell’italiano viene riportata la sua biografia completa, ma pochi giorni dopo avviene un fatto inatteso. La polizia italiana il 14 luglio 1978 arresta Guido Campanelli perché sospetta che faccia parte delle Brigate Rosse che uccisero Moro. L’STB deve quindi aggiornare la relazione dell’11 giugno con una postilla. Alla fine del processo italiano, nel 1980, Campanelli verrà assolto.

martedì 4 ottobre 2016

Fratello di Minoli fu spiato a Praga


Il fratello del noto giornalista Giovanni Minoli fu spiato mentre visitava Praga, nel 1978, per un documentario. E’ quanto si apprende traducendo, in modo un po’ approssimativo con Google, due relazioni del servizio segreto dell’ex Cecoslovacchia, l’STB. Tra il 29 maggio ed il 3 giugno del 1978 un Lorenzo Minoli della De Agostini, torinese, classe 1951, partì per un viaggio in compagnia di Marco Ricceri, fiorentino, nato nel 1946, dirigente della CISL. I due accompagnavano l’ambasciatore americano a Roma: Martin Artur Wenick. Il servizio segreto cecoslovacco seguì gli spostamenti del gruppo monitorando i veicoli. Minoli, Ricceri e Wenick si mossero, secondo la relazione firmata da un certo Senfeld, nell’area operativa della CIA. Pare che visitarono i monumenti di Praga. “Il loro scopo - scrisse testualmente l’STB - era quello di scattare fotografie di diversi luoghi di Praga in occasione dell’anniversario dell’invasione delle truppe russe in Cecoslovacchia nell’agosto del 1968”. Il materiale sarebbe servito per un documentario in uscita ad agosto del 1978. Non è ancora chiaro cosa c’entrasse questo viaggio degli italiani con le indagini dell’STB sul terrorismo italiano, che è l’argomento principale del fascicolo in cui sono contenute le relazioni di Senfeld. Né si comprende come queste informazioni fossero state ottenute. L’ipotesi più probabile è che l’STB si insospettì perché il gruppo si recò a Praga con un semplice visto turistico. Si intuisce inoltre che le spie di Praga intendevano continuare ad indagare sulle residenze di Minoli e Ricceri in Italia, dato che dei due avevano ottenuto gli indirizzi esatti. Furono redatte delle schede informative sia su Minoli, sia su Ricceri e Wenick.

domenica 2 ottobre 2016

"Combattere le destre con la distensione"


Nella relazione del 2 giugno 1978 il governo sovietico chiese ai cechi di "lavorare sulla distensione" con l'occidente. Solo in questo modo - scrisse il Politburo - si possono "sopprimere le estreme forze di destra". Anche il presidente Usa, Jimmy Carter, stava aprendo al dialogo con l'est, mentre la Democrazia Cristiana di Aldo Moro si avvicinava alle dittature oltrecortina per attivare rapporti commerciali. E' una sottigliezza politica, ce ne rendiamo conto, tuttavia la frase del nostro documento, se la traduzione di Google è corretta, smentisce nettamente le dichiarazioni dell'ammiraglio Fulvio Martini, dei servizi segreti italiani, o quanto meno le limita al periodo di Kruscev. Martini rivelò infatti alla commissione stragi che l'Urss avrebbe preferito rispettare gli accordi di Jalta, e avrebbe ostacolato l'ascesa del comunismo in Italia. Kruscev gli avrebbe detto testualmente: "Il Partito comunista in Italia non arriverà mai al potere, perché noi cominceremmo a preoccuparci veramente, visto che è stato assegnato a Jalta agli americani, non è un paese grigio come la Jugoslavia, è un paese bianco; noi arriveremmo persino a prendere misure attive. Misure attive nel gergo dei servizi significa fare la disinformation: introdurre documenti falsi ed altre cose del genere." Nel 1978 a capo dell'Unione Sovietica c'era Breznev, e non più Kruscev, tuttavia la distinzione andava fatta. Ancora più in contraddizione con il documento dell'STB sono le parole riportate nei libri pubblicati sul KGB e sulla Stasi, all'interno dei quali vi è un'ampia analisi della posizione dell'Urss sul terrorismo italiano. Se infatti Andrew afferma che i sovietici osteggiavano l'Eurocomunismo di Berlinguer, Falanga riporta una conversazione tra le spie di Berlino est e il responsabile delle relazioni internazionali del Pcus, Boris Ponomarev. Questi accusò i comunisti italiani di non essere disposti alla rivoluzione violenta. Disse: "I compagni italiani non vogliono capire che non si può restare sempre sulla difensiva. Anche se v'è l'opportunità di una via pacifica, ogni partito comunista deve essere sempre pronto alla lotta armata". Era l'ottobre del 1976.

"Attenzione ai fascisti infiltrati in polizia"


A pochi giorni dalla morte di Aldo Moro, il 2 giugno 1978, il governo russo inviò al servizio segreto di Praga un'analisi del fascismo in occidente. Vi sono alcuni punti chiave abbastanza chiari. I russi chiesero ai cechi di prestare attenzione, in particolare, a due fenomeni: le infiltrazioni di neofascisti nei sindacati dei lavoratori, così come nelle forze di polizia e nelle forze militari, e poi l'unione tra estremisti neofascisti e maoisti cinesi. Più in generale il fascismo era segnalato in fase di regresso. Le dittature spagnola, portoghese e greca erano cadute. In Italia c'era stata una spaccatura nel "Social movimento nazionale forze di destra italiane", pertanto l'estremismo perdeva consensi, rendendo difficile l'uso massiccio della forza. Elementi chiave erano i governi di centro andati al potere in Europa. Il fascismo - sottolineava il Politburo - si esprime attraverso "l'insoddisfazione verso la debolezza del governo dei democratici cristiani". Quindi utilizza la sua stampa per portare il paese verso l'anticomunismo. Non potendo contare su una maggioranza in Parlamento, in Italia il fascismo penetra nelle forze armate, in quelle della polizia e dei servizi speciali. La borghesia italiana, sicura nel 1978 di contare sul Parlamento, non intende instaurare un regime fascista "duro". Tuttavia - aggiungevano i russi - il pericolo nero esiste, poiché vi è una parte, chiamata "terzo Stato", costituita da soldati, impiegati conservatori, leader politici, che è pronta ad appoggiare il neofascismo se dovesse allinearsi sulle loro posizioni. Anche i "complessi militari-industriali" hanno connessioni con il neofascismo, il quale può arrivare al potere in quei paesi in cui più forte è il pericolo comunista." Ecco perché "alcuni governi socialdemocratici o conservatori tendono ad agire con pazienza e tolleranza con le organizzazioni neofasciste e benevoli verso le loro attività." Se la guerra fredda fosse finita diversamente, questa analisi sarebbe già storia, oggi, e avremmo una spiegazione politica alla strategia della tensione in Italia. Il fenomeno delle infiltrazioni del Movimento Sociale Italiano nel PCI fu analizzato, in ogni caso, anche dalla Cia alla fine degli anni '40 del secolo scorso, mentre l'unione tra filo-cinesi e neofascisti trova riscontri negli articoli di Lino Jannuzzi e nelle indagini sulla bomba di piazza Fontana a Milano del 1969.

sabato 1 ottobre 2016

"Il ministro Cossiga è un bugiardo"


Il servizio segreto dell'ex Cecoslovacchia aprì un'indagine sul terrorismo italiano. Avvenne nel maggio 1977 come reazione alle accuse dell'allora ministro dell'interno italiano, Francesco Cossiga, contro le nazioni dell'est, colpevoli, secondo lui, di sostenere il terrorismo delle Brigate Rosse. E' la sconvolgente novità che apprendiamo dai documenti dell'STB, l'ex servizio segreto cecoslovacco, che sono ormai consultabili all'archivio di Praga. L'STB era convinto che le Brigate Rosse non fossero una realtà di sinistra, bensì che venissero sostenute segretamente dalla borghesia di destra, dai servizi segreti italiani, dalla Cia e dai servizi dell'ex Germania Ovest. Nel documento datato 18 maggio 1977 l'ufficiale ceco Kubin proponeva perciò al suo governo dei provvedimenti per smentire le falsità uscite sulla stampa. Cossiga aveva rivolto le sue accuse dalle colonne del giornale Il Settimanale, in un numero del 9 giugno 1976. Tra le contromisure c'era un'indagine sui nomi dei terroristi che comparivano negli articoli diffamatori della stampa italiana. Qui inizia il mistero, che potrà essere in gran parte svelato solo quando sarà possibile conoscere la traduzione di tutti i circa 200 documenti del dossier dell'archivio di Praga. Queste carte sono scritte in lingua ceca e sono state divise in tre cartelle digitali. Dentro vi sono le fotografie di quasi tutti i documenti: relazioni dell'STB sul terrorismo, visti personali per il soggiorno, schede di spie, lettere, articoli di giornale in italiano. L'STB indagò sulle Brigate Rosse poco prima del rapimento del presidente Moro e soprattutto durante i drammatici 55 giorni di prigionia. Ma lo fece soffermandosi su nomi a noi meno noti, come il militante di "Potere Operaio", Claudio Avvisati, che venne arrestato dalla polizia italiana il 19 luglio 1978. Esiste dunque una storia parallela delle Brigate Rosse, una storia che nessuno in Italia ha voluto raccontare?