domenica 29 gennaio 2017

“Campi di addestramento neofascisti a Todi? Pura fantasia”



Signor Luigi Ceccobelli, in uno degli ultimi documenti su di lei si legge che il servizio segreto cecoslovacco era a conoscenza di un suo viaggio in Ungheria nel 1973. E che la considerava una persona sgradita. Non è che per caso passava informazioni ai servizi italiani di Forte Braschi?
<Nel 1973 io e un mio amico facemmo il primo viaggio in Cecoslovacchia, circa una settimana a Praga in camping, e poi proseguimmo il viaggio fermandoci alcuni giorni a Budapest, sempre soggiornando in camping. Ed è completamente falso, credo sia solo fantasia, il fatto che ero considerato persona non gradita, dato che successivamente sono tornato in Ungheria senza avere alcun problema. Sono certo che soltanto dopo l'espulsione dalla Cecoslovacchia l'ingresso in Ungheria mi fu negato. Non sono mai stato a conoscenza di cosa possano essere i servizi segreti di forte Braschi. Non ho mai avuto, ripeto mai, informazioni di qualsiasi genere da trasmettere a qualsiasi individuo dell'intera Europa o del mondo. Nel 1974 Il Giornale la Nazione di Firenze pubblicò un concorso: "Come reclamizzereste la città di Firenze all'estero con uno slogan" (non più di quindici parole). Io inviai un solo slogan "Firenze; un sorriso da ricambiare". Vinsi il primo premio, che consisteva in tre settimane negli Stati Uniti. Dall'Ambasciata ebbi un visto multiplo, il che significava che potevo entrare negli Stati Uniti sempre, e ciò credo che sia dovuto al fatto che alla richiesta del visto avevo fornito la mia appartenenza politica alla DC e la carica di consigliere comunale. Ti informo di tale fatto con la speranza di ritrovare una minima logica su tali fantasie dei servizi segreti cecoslovacchi.>
La Berardi parlò di un campo di addestramento neofascista a Todi, sotto la copertura del tiro a volo. A me fa venire in mente un campo di addestramento di Gladio, ma che io sappia era in Sardegna. Che ne pensa?
< Ti posso assicurare che la Berardi ha agito dicendo il falso, dalla traduzione appare chiaro che non dorme, sente rumori e visioni che sono frutto della sua fantasia, di una mente malata per l'età. Nel nostro territorio vi erano alcuni campi di tiro al piattello, non sono mai esistiti campi di tiro per addestrare dei fascisti. Il nostro territorio è densamente popolato ed è impossibile fare esercitazioni segrete. Di vero c’è senz’altro il fatto che i servizi segreti cecoslovacchi hanno preso per vero ciò che lei aveva segnalato.>
Però, signor Ceccobelli, non credo che una persona di 70 anni possa essere definita anziana. Potrebbe benissimo sporgere una denuncia senza essere presa per pazza. Da quello che ho letto io, nei documenti non si evince affatto che la Berardi fosse pazza, né che fosse rimbambita. Semmai che dopo la morte del marito era un po' ansiosa.
<Giusto, forse la Berardi era animata da cattiveria politica. E' una possibile ipotesi per quei tempi>.
Ma come mai in un periodo di guerra fredda le venne in mente di andare a Mosca in campeggio? A me non verrebbe voglia nemmeno adesso con Putin al governo, e sono uno che viaggia molto in macchina.
<Nel 1972 avevo 22 anni e fui assunto alle Poste con destinazione Firenze, lo stipendio era di 60 mila lire mensili, ed annualmente mi organizzavo un viaggio o due nei paesi dell'est: Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia. Il motivo di scegliere tali Paesi era molto semplice: in quei paesi il tuo denaro aveva molto valore e ti potevi permettere una vacanza di svago e particolarmente adagiata, venivi a conoscenza di un diverso sistema politico e amministrativo ed eri a contatto con una diversa cultura. Per gli stranieri un costo elevato erano gli alberghi. Il camping era economico, non era troppo comodo ma avevi anche una certa libertà, e come prima tappa il camping aveva una certa sicurezza che poi ti permetteva di trasferirti ad un costo modesto in qualche appartamento o stanza che riuscivi a trovare nella città che visitavi. Per ciò che riguarda il viaggio in Russia, era obbligatorio programmare l'intero viaggio di permanenza in Russia con l'Agenzia Italturist di Roma, che dietro pagamento forniva i visti, l'itinerario e le tassative tappe con le relative fermate prima di giungere a Mosca. A suo tempo, un mio errore fu quello di non effettuare tale viaggio di vacanza con segretezza.>
Ma questa Berardi, poi, morì davvero l'anno dopo come mi ha raccontato? Oppure la fecero fuori le spie di Praga? Cosa si sa sulla fine di questa donna? Pensa che conoscesse troppi segreti?
<No, sicuramente non morì in maniera violenta. Non molto tempo dopo quei fatti, comunque. In un piccolo paese come è il comune di Fratta Todina, non supera i duemila abitanti, tutti si conoscono e tutti sapevano che il 70% votava a sinistra come nei restanti comuni vicini, e che gli elettori di destra si potevano contare con le dita. Non esistevano e non sono mai esistiti nell'intero territorio umbro campi di addestramento per neofascisti e tutto ciò non poteva che essere pura fantasia. Per quanto riguarda la mia persona non vi era soggetto (e non vi è tuttora) che non fosse a conoscenza di ogni storia personale mia e della mia famiglia, e non credo che la Berardi fosse cosi ignorante e sprovveduta da non sapere che i pericolosi fascisti che vedeva in ogni luogo non erano mai esistiti. La sola ed unica spiegazione che si possa dare è che tale fantasia fosse dovuta a una forma di malattia o cattiveria che non è spiegabile. Anche se straniera e di nazionalità cecoslovacca, questa donna era residente da molti anni nella nostra comunità e sapeva certamente che ero figlio di un grande invalido di guerra, un carabiniere investito da una camionetta americana nella città di Firenze nel 1945/46 dove prestava servizio, e che a causa di tale incidente dopo vari mesi in ospedali del centro Italia non fu più in grado di camminare senza l'aiuto di stampelle. E non poteva non sapere che l'intera mia famiglia era di manifesta opinione politica socialista e che, durante il periodo fascista, mio nonno non fu costretto a bere olio di ricino per il semplice fatto che con il proprio fucile da caccia dissuase due fascisti incaricati di eseguire tale punizione. Dei suoi due fratelli, uno fu disperso in guerra in Russia, e l'altro fu missionario di Don Bosco e morì a Cuba nel 1948. Sono certo che la vita di ogni persona è una storia, un libro che, sebbene non sia scritto, ha ugualmente numerose pagine, e la ricchezza che trovo nelle mie pagine sono le mie esperienze. Tra le positive vi ritrovo anche il fatto negativo di Praga, che comunque è stato ugualmente un mio arricchimento.>

sabato 28 gennaio 2017

Scilipoti: “In Italia piogge provocate da militari”


Domenico Scilipoti continua a far parlare di sé, questa volta denunciando il governo degli Stati Uniti di modificare artificialmente il clima.
E’ sostanzialmente questo il contenuto di un’interrogazione parlamentare del 27 marzo 2014, che si scopre solo oggi grazie a un documento pubblicato il 22 gennaio 2017 sul sito del Senato.
Il politico di Forza Italia, noto per i suoi interventi anticonformisti, più volte indagato nel recente passato, nel suo intervento dimostra di possedere conoscenze molto approfondite su alcuni esperimenti militari sul clima. Nell’interrogazione denuncia che Haarp, la stazione statunitense con sede in Alaska, che secondo la tesi ufficiale effettuerebbe esperimenti sulla Ionosfera, starebbe in realtà portando avanti ricerche sul clima insieme all’Italia. Ricerche che sarebbero pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone, al punto da provocare un incremento delle malattie degenerative come l’Alzheimer tra la popolazione.
Nonostante una condanna del suo operato emessa dal Parlamento Europeo nel 1999, l’ente di ricerca statunitense, secondo Scilipoti, sta approfittando di un accordo bilaterale stretto tra Italia e Usa nel 2002, e del permesso che il ministro Martino accordò l’anno dopo agli Stati Uniti di sorvolare gli spazi aerei dell’Italia.
Dal 2003 al 2014 sarebbero quindi state diffuse nell’aria, attraverso le ormai note scie chimiche degli aerei, svariate sostanze tossiche, tra cui Scilipoti cita i metalli, i polimeri, i silicati, i virus e i batteri.
Il parlamentare ha chiesto ai Ministri del Governo, tra le altre cose, se intendano “promuovere campagne di misurazione del livello di bario e di alluminio nelle acque piovane su tutto il territorio nazionale, attraverso verifiche dopo le piogge provocate dalle operazioni militari, e del tasso d'inquinamento dell'aria specificamente in relazione ai prodotti utilizzati nelle operazioni di aerosol”.
Dunque c’è qualcosa di vero nelle storie che si leggono sul web? Haarp sarebbe in grado di provocare le piogge o le nevicate che hanno sommerso a gennaio 2017 il centro Italia? E’ possibile, ma è ancora più documentata l’ipotesi che una tecnologia poco conosciuta abbia potuto provocare addirittura un terremoto catastrofico. La prova è rintracciabile in un libro del 1981, edito da Mursia e scritto da Mario De Arcangelis, intitolato: “La guerra elettronica”. Con qualche variante: i colpevoli in questo caso sarebbero i nemici storici degli Stati Uniti. “Secondo alcuni esperti americani - scriveva l’autore - i sovietici sarebbero riusciti a provocare alcuni fenomeni sismici tra cui addirittura il terremoto a Pechino agli inizi del 1977.” Alla base di questa convinzione c’erano le scoperte dello scienziato jugoslavo Tesla, il quale dimostrò a fine Ottocento che era possibile trasferire energia elettrica senza utilizzare dei conduttori, semplicemente trasformando la terra in un enorme “diapason”, ossia in uno strumento capace di emettere delle vibrazioni d’onda. Ciò era possibile solo sfruttando delle frequenze molto basse.
L’autore del libro riteneva poco probabile l’ipotesi che gli scienziati russi, i quali ripresero questi studi scartati in un primo momento dagli statunitensi, potessero aver provocato dei terremoti artificiali. Ma soltanto per le enormi energie che erano necessarie per creare un sisma. “I russi - rimarcava De Arcangelis - avrebbero dovuto mettere in opera un’antenna costituita da una piastra di rame avente una superficie di 20 chilometri quadrati circa.”
Nel 1981 un mega strumento simile era inimmaginabile, ma oggi c’è Haarp! Le notizie disponibili sul web ci dicono che avrebbe proprio queste caratteristiche. Anzi, c’era fino a ieri, perché secondo Wikipedia la stazione dell'Alaska sarebbe stata chiusa nel 2013.
L’autore del libro “La guerra elettronica” attribuiva invece ai russi un’altra applicazione della scoperta di Tesla, di cui spesso si legge a proposito della teoria del complotto di Haarp. Cioè sarebbe possibile, utilizzando le onde a bassa frequenza, condizionare l’attività del cervello umano. “Sembra - scriveva De Arcangelis - che le emissioni ad impulsi su tale frequenza possano produrre nell’uomo effetti che vanno dalla sonnolenza all’aggressività e che due speciali trasmettitori su tale frequenza sarebbero già stati costruiti nell’Unione Sovietica presso Riga e Gomel.”
In questo modo i sovietici avrebbero provocato i disordini in Canada e la rivoluzione in Iran del 1979. Ma sono solo voci. Non ci sono prove per affermarlo, precisava l’autore del libro. E gli americani? Erano molto indietro su questa tecnologia all’inizio degli anni Ottanta. Pare che si stessero dando da fare per aggiornarsi, anche se il campo nel quale intendevano applicare gli studi di Tesla si limitava all’epoca alla comunicazione “con i sommergibili in immersione”. Potrebbero aver fatto ulteriori progressi con Haarp? Bella domanda. E’ possibile, ma perché gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendere il posto dei russi nella creazione di un’arma di distruzione di massa? Si può davvero pensare che la Nato abbia usato i cittadini come cavie con più ferocia dei sovietici?
L’interrogazione parlamentare di Scilipoti, con la sua perentorietà, ci fornisce a questo punto una risposta affermativa e sconcertante su cui sarà bene fare degli approfondimenti.

mercoledì 18 gennaio 2017

Terremoti artificiali? Ecco dove avvennero


Nel centro Italia si susseguono i terremoti, probabilmente naturali. Di certo nel passato ve ne furono, però, altri provocati artificialmente. Come ad esempio quello che avvenne nel 1960 nella zona di Intra. Scienziati italiani ed esteri fecero esplodere, in occasione dell'anno geofisico, considerevoli quantitativi di tritolo nel monte Bavarione, a quota 1100 metri sul livello del mare.
Se si va a prendere la cartina, non si può non constatare che con il monte Bavarione siamo esattamente nella zona dell'Alpe Archia di Trarego Viggiona, la stessa di cui si parlò nel 1996 per la denuncia del consigliere provinciale Diego Caretti. 
La data esatta dell'esperimento fu il 26 settembre 1960. La prova ce la fornisce un articolo del 27 settembre 1960 del quotidiano La Stampa. Secondo quanto riportava la cronaca, quella che fu testimoniata dagli articoli che abbiamo trovato potrebbe non essere nemmeno l'unica esplosione avvenuta nel ventre di quel monte. Il 23 settembre del 1960, alle ore 11, "di fronte ad una piccola folla di curiosi tenuti a debita distanza" altre due tonnellate di tritolo erano esplose in località Levone, nei pressi di Cirié, nel torinese. Gli scienziati cercavano di provocare onde che fossero dirette verso Oropa-Intra, dove erano piazzati dei sistemi di rilevamento. A coordinare i lavori c'era il professor Vecchia, del Politecnico di Milano, come già avevamo anticipato. "E' un esperimento importante, forse decisivo per la conclusione degli studi sulla formazione geologica di questa zona", aveva dichiarato. Due giorni dopo gli scienziati avevano programmato di effettuare l'esperimento nella direzione opposta. 
Furono convocati i giornalisti, ma sembra che rimasero a bocca asciutta. La Rai-tv a Cirié era pronta a riprendere l'esperimento, che tuttavia fu rinviato al giorno dopo, il 23 appunto, per problemi tecnici. Sta di fatto che i giornali uscirono senza alcuna foto.
L'esplosione di Intra provocò scosse telluriche del primo grado della scala Mercalli. Ma quali conseguenze può aver avuto un simile terremoto negli anni successivi? Può essere quella la causa delle numerose frane che si sono verificate in anni più recenti per le forti piogge? Gli scienziati per ora non si pronunciano. La materia è delicata. I monti sopra Intra fanno parte dal 1992 del parco nazionale della Val Grande. Toccare zone simili sarebbe un reato.
Un altro interrogativo che ci assilla è ancora peggiore: se è vero che l'esplosione dell'Alpe Archia ci fu, e avvenne proprio in alcuni pozzi creati nella montagna, come sostenuto durante il processo istruito contro Caretti per procurato allarme, come è possibile che a distanza di quasi quarant'anni questi residui dell'esperimento, gestito da equipe scientifiche internazionali, erano ancora nello stesso posto, e in stato di totale abbandono, tanto da far pensare che la zona fosse a rischio ambientale?

mercoledì 11 gennaio 2017

Ceccobelli: “Il mio incubo per colpa di una spia”


“Tutto si è verificato per colpa della spia cecoslovacca Berardi, la quale era a conoscenza che io avrei intrapreso un viaggio turistico in Russia. La mia attività politica di allora consisteva nella carica di Consigliere Comunale nel mio piccolo Comune e segretario della locale sezione della D.C.
Conoscevo la signora Berardi, (persona molto anziana, deceduta a distanza di circa un anno dalla vicenda) particolarmente gentile nei miei confronti ogni volta che si recava presso l'ufficio Postale del nostro Comune, dove io ero impiegato. La segnalazione arrivò alle autorità di Praga quando ero già in territorio Polacco e alla frontiera di Brest dopo controlli “eccezionali” ci fu negato l'ingresso in Russia.
In Polonia mi recai alla nostra Ambasciata a nome del mio amico On. Luciano Radi che ricopriva la carica di Sottosegretario agli Esteri e mi consigliarono di non insistere dal proseguire il viaggio in Russia, dato che i rapporti politici erano critici tra i due Stati, sopratutto con la politica dell'allora Segretario del P.C.I.
In Polonia, un polacco a me sconosciuto mi avvisò che eravamo seguiti dalla Polizia, ma non avendo nulla da nascondere non vi diedi alcuna importanza.
Alla frontiera Polacca-Cecoslovacca fummo presi dalla polizia Ceca e portati direttamente, a tarda sera, nel carcere di Praga.
Fui costretto a firmare il verbale di arresto senza traduzione, mi permisero di usare il mio vocabolario con il quale riuscii a tradurre le parole che sarei stato espulso (pensavo il giorno dopo).
Fui accompagnato in una cella che era due metri sotto terra. Il primo pasto fu pane nero e lardo, ed inizialmente mi veniva da ridere, poi il sollievo fu l'essere interrogato.
Al primo interrogatorio,” falsamente”, mi comunicarono di aver avvisato del fermo l'Ambasciata. Ad un interrogatorio mi fecero leggere una lettera segnalazione e (riassumo) vi era scritto: “ fate attenzione sarà nel vostro paese un certo Luigi Ceccobelli, verrà con uno o più amici pericoloso neofascista per mettere bombe a Mosca e a Praga, voi capirete che non posso mettere la mia firma in quanto ne va di mezzo la mia stessa vita.”
Fortunatamente non identificai chi potrebbe essere stato l'autore della segnalazione, altrimenti mi è stato successivamente detto che ci avrebbero potuto anche eliminare.
In cella, per alcuni giorni dal soffitto sentivo un "tan tan" continuo, che credevo essere dovuto ad una perdita di acqua da una cannella. E invece, a distanza di due anni, nel leggere il libro “Il vento va e poi ritorna” (di Bukovskij, scrittore Russo), scoprii che era volutamente fatto per annientare l'individuo. Era un tormento il cui solo pensiero era terrificante. 
In Italia, dopo circa dieci giorni di “silenzio” vi fu allarme ed il mio amico On. Radi dal Ministero degli Esteri chiamò le Ambasciate, le quali contattarono le frontiere dei rispettivi territori. La Cecoslovacchia fu costretta ad ammettere il fermo ed il giorno seguente ci accompagnarono alla frontiera con L'Austria, con provvedimento di espulsione per “documenti poco chiari”.
Al rientro in Italia un mio amico mi confidò che Eva Berardi era una spia dell'est e che aveva una ricetrasmittente. Così indirizzai i nostri servizi segreti su di lei.  Non riuscirono ad avere la segnalazione della Berardi: la individuarono come spia ma mi dissero che non esercitava più alcuna attività ed era molto anziana.
L'espulsione fu estesa anche ad altri paesi dell'est, che mi preclusero ogni ingresso. Tre anni fa sono ritornato a Praga, mi sono recato al carcere, ma non mi è stato possibile visitare l'interno, del quale fui “ospite”.
Siamo riusciti soltanto in parte a tradurre alcuni dei documenti del dossier cecoslovacco. Per me fu un’esperienza sconcertante allora, e lo è in parte anche ora per la grande ignoranza culturale, l'immoralità e la non onestà di importanti esponenti politici di quegli stati, e di alcuni loro funzionari proposti alle indagini su problemi di particolare importanza come il terrorismo.
Il mio caro amico Radi mi disse che, quando convocò l'Ambasciatore della (ex n.d.r.) Cecoslovacchia per esigere giustificazioni sull'operato svolto nei nostri confronti, gli fu confidato che si erano sbagliati. Ma pubblicamente mai lo ammisero. Certamente l’aver preso per vera una segnalazione pervenuta da una loro "confidente" di età molto avanzata, e con la memoria particolarmente danneggiata come da resoconto trascritto dal funzionario "agente" inviato dal consolato ad incontrare la "Berardi" nel mio piccolo Comune, non può che suscitare il mio sconcerto.” 
Luigi Ceccobelli

I sovietici: “In Umbria c’è un paese neofascista”


Vi piacciono le favole? Ve ne racconto una. C’era una volta in Umbria, nel 1977, un paesino interamente neofascista, dal quale un gruppo di giovani, un bel giorno, decise di partire per i paesi del Patto di Varsavia per compiere un attentato.
Questa storia la raccontò sul serio una donna, di origine ceca, che all’epoca aveva 70 anni e viveva a Fratta Todina. Il paese neofascista sarebbe questo, nella provincia di Perugia. La donna si chiamava Barbara Slagorska Berardi. La sua storia occupa una buona parte del dossier messo insieme dai servizi segreti cecoslovacchi sul terrorismo italiano. E’ qui che si deciderà l’attendibilità delle accuse dei comunisti contro la Cia. Furono davvero gli americani i mandanti del sequestro Moro? Se così fosse, anche Fratta Todina avrebbe la sua parte in questa brutta storia.
Tutto nacque da una lettera che questa Berardi inviò ad un politico del partito comunista di Praga, un certo Indri, per avvertirlo di un imminente attentato che stava per essere progettato contro i paesi socialisti. A spiegarlo è una relazione inviata il 31 maggio 1977 dalla spia dell’STB, Fukan, della residentura di Roma. Sembra che le cose siano andate così: le spie cecoslovacche si erano messe alla ricerca della persona che aveva inviato la lettera al parlamentare Indri. Una lettera scritta a mano il 9 aprile del 1977, firmata dalla Berardi, risulta in effetti allegata al dossier. Recava persino il luogo da cui era stata spedita: Fratta Todina. Per l’STB non fu difficile scovare l’abitazione della donna. Nella sua relazione la spia raccontò di aver trovato molta diffidenza nella Berardi, e che, per farsi aprire e riuscire a scambiare due parole con lei, dovette assicurarle di essere un membro del consolato.
Come era nata quella segnalazione di un possibile attentato nei paesi socialisti? Da ciò che si può evincere dal testo (perché ci appoggiamo, lo ricordo, a una traduzione di Google) la Berardi avrebbe parlato alla spia dell’STB di un dialogo sospetto avvenuto tra alcuni giovani negli uffici postali di Fratta Todina. Ascoltando con più attenzione, avrebbe udito di un viaggio che questi giovani erano in procinto di compiere in vari paesi dell’est europeo, nel corso del quale avrebbero trasportato a bordo della loro auto, in un doppio fondo del bagagliaio, armi ed esplosivi per un attentato. Dal dialogo di quel giorno nella casa della Berardi sarebbe emerso il nome di uno dei principali protagonisti di quel viaggio: un certo Ceccobelli.
Ma le rivelazioni dell’anziana donna non si sarebbero fermate qui. Tutto il paese di Fratta Todina, a suo dire, sarebbe stato neofascista. Persino i locali carabinieri si sarebbero rivelati inaffidabili. Durante alcune notti avrebbe sentito strani colloqui notturni e avrebbe annotato il numero di targa di alcune autovetture su cui sarebbero state caricate delle armi. Ma per paura di ritorsioni non avrebbe denunciato il fatto alla giustizia italiana.
A questo punto la spia dell’STB nella sua relazione tentò un’analisi della delatrice, questa Slagorska Berardi. Era o non era affidabile? Quanto era credibile il suo racconto? Il punto è questo. Barbara Slagorska Berardi, stando alle informazioni che l’STB di Roma aveva raccolto, era una settantenne discreta, colta e intelligente, molto attiva e determinata. Leggeva senza occhiali, quindi aveva anche una buona vista. Pare di capire (ma non siamo ovviamente sicuri della traduzione) che dopo la morte del marito fosse cambiata, fosse divenuta più nervosa e non riuscisse a dormire. “Anche se il fatto può essere stato sopravvalutato, data l’età della donna, - fu la conclusione dell’STB - la zona di Todi è davvero neofascista, perché è apparso sulla stampa che ci sono i cosiddetti centri di addestramento fascista sotto la copertura del ‘tiro a volo’”. E l’inchiesta sui giovani scattò puntualmente. Fu un errore grossolano? Noi propendiamo per questa ipotesi.
Il resto della storia ce lo raccontano le nostre cronache. Nel dossier furono accuratamente allegati alcuni giornali italiani, in cui venivano denunciati i maltrattamenti subiti dai due ragazzi nelle carceri di Praga. Online è disponibile comunque un’interrogazione che fu presentata all’epoca dal parlamentare De Poi.
Luigi Ceccobelli e Ferdinando Scargetta partirono alla volta di Mosca come semplici campeggiatori il 31 maggio 1977, lo stesso giorno della relazione dell’STB. Ceccobelli aveva 27 anni, lavorava alle poste ed era consigliere comunale della Democrazia Cristiana. Scargetta era appena 19enne. Entrambi erano residenti nella provincia di Perugia. Dopo essere stati fermati e perquisiti alla frontiera russa e poi a quella polacca, mentre erano già sulla via del ritorno, furono arrestati a Praga il 16 giugno 1977, con la scusa che i loro documenti risultavano poco chiari. Dopo giorni da incubo a pane e acqua, in un regime carcerario disumano, vennero rilasciati il 28 giugno 1977, con tante ma inutili scuse.
Restano dei punti interrogativi: si era trattato davvero di una gita in campeggio finita male? Ci si poteva davvero illudere che il Compromesso Storico, la distensione tra Usa e Urss e gli accordi di Helsinki fossero sufficienti per abbattere la cortina di ferro e consentire qualche spericolata gita all’aria aperta?

sabato 7 gennaio 2017

Lo Stato fascista in eterno dissesto


Raffaele Marra, il dirigente del comune di Roma indagato dalla magistratura, del quale si leggono sui giornali fiumi di parole, fu uno dei tanti dirigenti dell’Unione Nazionale Incremento Razze Equine (Unire). Anche questa non è una notizia. E’ stato detto ed è stato scritto. Noi vi sveliamo il motivo per cui Marra fu chiamato ai vertici di quell’istituzione. Lo si intuisce spulciando le carte della Corte dei Conti. Nel 2006 venne redatta una relazione allarmante sullo stato dell’Unire, il quale risultava in perenne dissesto economico, eternamente commissariato e recalcitrante a una normalizzazione. Marra probabilmente fu uno dei tanti dirigenti che non riuscirono a sistemare i conti dell’ente.
Ma che cos’è questo Unire? Secondo la ricostruzione della Corte dei Conti si tratta di un ente nato per Regio Decreto nel lontanissimo 24 maggio 1932, in pieno regime fascista, “con il compito di coordinare e disciplinare l’attività degli enti ippici”. Una successiva legge del 1942, in periodo bellico, mentre i soldati italiani morivano al fronte, affidò esclusivamente all’Unire l’esercizio delle scommesse sui cavalli. Nel dopo-guerra, durante il periodo centrista della Democrazia Cristiana, l’Unire fu obbligato a versare i proventi di queste scommesse “per l’allevamento, secondo programmi da sottoporre all’approvazione del Ministero dell’Agricoltura”.
Quindi con la nascita della Repubblica Italiana qualche passo in avanti fu fatto, pur proseguendo i governi di centro-sinistra sulla strada dell’economia di Stato di stampo fascista. E’ in questo ultimo ventennio che la situazione sta precipitando. Gli enti pubblici hanno continuato a esistere all’ombra delle polemiche giornalistiche sulla corruzione, e hanno continuato a perdere soldi a rotta di collo. L’Unire secondo i dati del 2005 presentava un disavanzo di 9 milioni e mezzo di euro. Ma l’elemento più grave che i magistrati della Corte dei Conti sottolineavano al Parlamento era il fatto che l’ente non rusciva a dotarsi di un’organizzazione efficiente. Era stata stabilita una separazione tra le funzioni di indirizzo politico-amministrativo e quelle gestionali, ma al momento di scrivere la relazione, nel 2006, la Corte rilevava che “l’ente, allo stato, risulta privo di un sistema di programmazione e pianificazione delle attività nonché di controllo interno”. Venivano nominati a ripetizione dei commissari straordinari che duravano lo spazio di pochi mesi, tanto che - scrisse la Corte - “alcune volte il magistrato delegato al controllo ha dovuto riscontrare la irregolare costituzione del collegio, formato soltanto da due componenti, in assenza del terzo.”
Dunque si sapeva già tutto, oseremmo affermare. Tra i nomi che si erano avvicendati nella conduzione commissariale dell’Unire nel 2005 c’erano personaggi che, a una ricerca nelle notizie di Google, compaiono come indagati, condannati o assolti nelle recenti inchieste degli anni 2010. Uno su tutti è Franco Panzironi, allora segretario generale dell’Unire e adesso noto per il caso Mafia Capitale, ma anche Francesco Saverio Abate, commissario dell’Unire, poi arrestato e assolto per una storia di corruzione al Ministero delle Politiche Agricole. Ce ne sarebbero altri, ma preferiamo glissare. Manca Marra, che dovrebbe essere arrivato qualche tempo dopo. Ma in queste inchieste giudiziarie dei giorni nostri sembra che manchi proprio una visione d’insieme del fenomeno, visione che a nostro avviso la Corte dei Conti ha sempre avuto, a partire dalla storia del Consorzio Sir.
Allora è della Corte dei Conti che dobbiamo parlare un attimo. Chi vi scrive ha tentato di denunciare direttamente a quei magistrati, visto che sul loro sito invitano la gente a farlo, quanto scoperto sul Consorzio Sir, sugli sprechi nelle assunzioni nella scuola pubblica, e soprattutto il fatto di aver lavorato in una ditta, Almaviva, che con una mano vendeva contratti di energia privata, e lo faceva in modo scarsamente professionale, con l’altra fabbricava, e fabbrica tuttora, e commercializzava radar militari. Ciò è ancora più grave se si pensa che Almaviva viene gestita da diverso tempo dallo Stato attraverso la procedura di Liquidazione Coatta Amministrativa. Il che spiegherebbe anche tutti i licenziamenti di cui si sente dire in televisione, ma anche qui senza una visione d’insieme del fenomeno, che è quello degli eterni fallimenti, dell’eterno commissariamento, valido per il Consorzio Sir, come per l’Unire delle razze equine.
Ebbene la risposta della Corte è stata questa. In una lettera inviata per posta ordinaria mi è stato scritto: “Secondo la legge, l’azione (per il risarcimento del danno erariale) è esercitata esclusivamente dal Procuratore Regionale territorialmente competente, sulla base di notizia di danno specifica, concreta e circostanziata.” Quindi denuncia bocciata, archiviata? Eppure ci sembrava che un libro di 400 pagine potesse rappresentare una denuncia “concreta e circostanziata”. Anche l’andazzo della scuola pubblica era molto chiaro. Non ci sembrava di parlare una lingua incomprensibile. Sembra inaccettabile invece questa giustizia all’italiana, che guarda solo ciò che vuole e cerca di sciacquare i panni in casa propria, senza fare troppo chiasso.