martedì 15 agosto 2017

Dissidenti sovietici e migranti traditi dall’Italia


E’ il 26 dicembre del 1969. Una DAF, una piccola auto olandese, sta procedendo a 70 chilometri orari lungo l’autostrada Roma Firenze, che è deserta, quando all’improvviso viene affiancata da un furgoncino della Volkswagen, con due persone a bordo, e spinta fuori dalla carreggiata. La DAF sbatte su un muro. L’uomo e la donna che la occupano volano sull’asfalto. Solo per un miracolo si salvano dalla morte.
Questa fu la dinamica dell’inconsueto incidente secondo il racconto che il 9 gennaio del 1970 venne rilasciato alla stampa da Arkady Belinkov, uno scrittore dissidente russo che nel 1968 era “evaso dall’inferno” dei paesi socialisti ed emigrato negli Stati Uniti. Dopo il Natale del 1969 si trovava in Italia con la moglie per un ciclo di conferenze. Sarebbe stato inseguito e tamponato dai servizi segreti russi del KGB, che lo cercavano per ucciderlo.
Vi ho raccontato questo episodio dopo averlo letto su uno degli ultimi libri di Vinicio Araldi, che ho comprato nel mercatino dell’usato e letto in poche settimane. Si intitola, appunto, “Evasioni dall’inferno”, dove inferno sta per paesi dell’est, dove il partito comunista era l’unico possibile. Mi sono portato questo libro in spiaggia, ma pochi avranno notato il mio stupore nell’apprendere la storia di Belinkov, da un lato, e dall’altro per l’improvvisa scelta di campo che Araldi fece nella sua vita di intellettuale. Persa la sua imparzialità e precisione svizzera nell’esporre la guerra fredda, nonché i mali dello Stato italiano, con questo volumetto del 1976 decise di condannare senza possibilità di appello gli Stati comunisti.
In “Evasioni dall’inferno” Araldi espone con il consueto stile asciutto, sintetico, ma non più obiettivo, una serie interminabile di quelle che lui chiama “defezioni”, ossia fughe improvvise dalla prigionia delle dittature socialiste verso l’occidente libero. Per superare la cortina di ferro i cittadini dell’est se le inventarono proprio tutte, dal sommergibile artigianale, al pullman trasformato in carro armato per forzare i checkpoint, al dirottamento di aerei, treni, o alla costruzione di tunnel per passare da Berlino est a Berlino ovest. Parliamo di centinaia se non migliaia di persone che, durante una trasferta all’estero per lavoro o per le gare sportive, abbandonavano la comitiva per chiedere asilo politico nelle ambasciate o nei posti di polizia dei paesi del Patto Atlantico, tra cui l’Italia.
Perché questi uomini e queste donne, con uno stipendio e un avvenire nel loro paese, decisero di passare la frontiera illegalmente? Se lo chiedeva Araldi, figuriamoci se non lo farò io, anche se per lo scrittore ex fascista una risposta implicita c’era: fuggivano per ritrovare la libertà. Ma che vita si aspettavano di costruire, una volta rotti i ponti con il proprio passato, mi domando io a distanza di tempo, mentre ho davanti agli occhi il dramma dei migranti neri cacciati via dall’Italia. E l’avrebbero trovata una vita migliore, ammesso che quella dei paesi sovietici fosse impossibile, nell’Europa occidentale e in Italia?
Sicuramente Arkady Belinkov non migliorò la propria esistenza, anzi la concluse molto prima del tempo, pochi giorni dopo aver denunciato quell’incidente sull’Autosole. Quella storia fu un giallo già all’epoca. Il Corriere della Sera nella stessa pagina nella quale dava spazio, come fece Araldi nel suo libro, alle parole del dissidente, dimostrò il 10 gennaio del 1970 che la ricostruzione non reggeva affatto. Il quotidiano milanese, diretto all’epoca da Giovanni Spadolini, fece delle verifiche dirette con i testimoni, scoprendo la verità. Un incidente c’era stato, intorno alle 17 del 26 dicembre 1969, ma la moglie di Belinkov, Natalia, ai poliziotti della stradale aveva raccontato che la loro DAF era andata a sbattere da sola contro il muretto. “Non so perché mio marito abbia frenato improvvisamente - raccontò la donna al Corriere -. Ero seduta al suo fianco e non mi sono accorta di nulla.” Né aveva denunciato il furto dei documenti ad opera dei servizi segreti russi, i quali, mentre i due coniugi giacevano nella DAF privi dei sensi, avrebbero trafugato dei manoscritti del dissidente.
Ho provato a cercare nell’archivio dei quotidiani, ormai velocissimo, ma non ho trovato la notizia di un incidente sull’Autosole tra Roma e Firenze. Belinkov per l’impatto violento che ebbe contro il muretto rimase paralizzato alle gambe. In quel periodo circolava nell’URSS una voce che lo dava già per morto. Morì poco dopo: il 14 maggio del 1970 a seguito di un intervento al cuore subito a New Haven nel Connecticut.
Non certo più semplice fu la vita di altri profughi che, come in questi anni avviene con le navi cariche di disperati del Terzo Mondo, si recavano alla questura italiana per chiedere asilo politico. La procedura non era tanto diversa dai tempi attuali: dopo le formalità di rito, l’accertamento dei dati anagrafici, questi dissidenti, ricchi o poveri, famosi, sportivi, attori, o semplici operai, venivano spediti nel campo profughi di Padriciano, vicino Trieste, ad attendere che le pratiche burocratiche venissero condotte a termine. Ma a Padriciano mancava veramente poco perché fosse definita una prigione. Del resto di quel complesso facevano parte anche il carcere locale e la tristemente nota Risiera di San Sabba, un lager nazista della seconda guerra mondiale. Cercando notizie di questo centro di raccolta profughi si legge, nella sua storia, un dettaglio sconfortante: “L’accesso al campo era strettamente regolamentato sia in ingresso che in uscita e la circolazione non era libera. Nelle ore notturne i varchi venivano chiusi senza eccezioni di sorta persino per i profughi residenti.”
Che fine avranno fatto queste centinaia e centinaia di profughi dei paesi oltrecortina di cui parla Araldi e che ritroviamo alla spicciolata nell’archivio della Stampa e del Corriere della Sera? Nessuno ce lo dice, ma noi speriamo in una conclusione positiva. Tuttavia il nome di Belinkov, inserito nell’archivio della CIA, sul sito del governo statunitense, mi ha consentito di scaricare un documento molto importante su questo fenomeno del grande esodo dall’ex URSS. I leader del Politburo protestavano in quel periodo che la fuga era dovuta alla propaganda americana. Ebbene, il documento, intitolato “United States Government support of covert action directed at the Soviet Union”, “Supporto del governo degli Stati Uniti all’azione segreta diretta all’Unione Sovietica”, conferma che le accuse russe avevano un minimo di fondamento, sebbene la vita nei paesi oltrecortina non si potesse certo definire libera.
In questa relazione, che venne scritta alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, il servizio segreto americano esponeva ad un certo comitato governativo definito “Committee 303” le finalità e i costi del progetto per “supportare” le attività dei dissidenti in Unione Sovietica. Apprendiamo che negli anni Sessanta erano attive diverse forme di propaganda politica nell’est Europa: c’era Radio Liberty, che era succeduta all’ “American Committee for Liberation from the Bolshevism”, la quale trasmetteva in onde corte in 18 lingue diverse, 24 ore su 24, era organizzato un servizio di distribuzione ai cittadini russi di libri vietati dal Politburo, era attivo un Istituto per lo studio dell’URSS che pubblicava giornali e pubblicazioni destinati allo sviluppo dell’Africa e del Medio Oriente e del lontano oriente, e c’era un “Committee”, un comitato per sostenere l’emigrazione dai paesi baltici dell’URSS: Estonia, Lituania, Lettonia.
Nei programmi futuri si parlava ora di distribuire nell’URSS i libri di letteratura e sui problemi socio-politici dei dissidenti russi, vietati dal governo comunista, di sostenere il nazionalismo ucraino, di pubblicare un giornale in lingua russa per “stimolare” e “supportare” i dissidenti dell’URSS, e infine di coinvolgere nella lettura di giornali americani anche l’intelligentsia del mondo sovietico, cioè le personalità di rilievo della cultura di Mosca.
L’obiettivo di queste idee era di stimolare una voglia di cambiamento e di apertura politica che scaturisse dall’interno dell’URSS, appoggiando quel desiderio di libertà culturale, di miglioramento della qualità della vita e di rinascita nazionalistica che erano già evidenti secondo la CIA nell’ambiente sovietico.
Un obiettivo secondario era quello di “illuminare” l’opinione pubblica mondiale e dei leader politici sulla “natura repressiva e aggressiva del sistema imperialistico sovietico”.
Ma cosa accadeva realmente in Russia? Secondo la CIA: “Il movimento di intellettuali dissidenti ha dimostrato una vitalità al suo interno. E’ ragionevole pensare - sosteneva l’intelligence americana nella relazione - che i dissidenti continueranno a cercare sbocchi per la loro letteratura e i commenti socio-politici che sono stati soppressi.” E proseguiva con una constatazione eloquente: “Ogni volta che il regime ha messo a tacere un gruppo di dissidenti, un nuovo gruppo è emerso per formare una nuova generazione di letterati dissidenti.” La dissidenza era insomma molto diffusa, ma la presenza americana era evidente: nel 1969 erano stati fatti pubblicare più di 100 titoli di letteratura e politica, mentre venivano stampati dagli USA 30mila libri in lingua russa e 2mila erano stati distribuiti clandestinamente, porta a porta, ai cittadini russi e dei paesi limitrofi. Tra questi titoli venivano ricordate le opere di Solzhenitsyn e di Sakharov. Altrettanto impegno veniva profuso per evitare la “russificazione” dell’Ucraina, sempre attraverso il supporto alla nascita di opere letterarie.
Secondo la CIA l’impatto di questa attività del 1969 era stata evidente nei fatti: a un incremento nella circolazione dei libri dei dissidenti era corrisposto un incremento dei viaggiatori russi in occidente, ma anche un aumento degli “sforzi implacabili” dei russi per sopprimere la letteratura dissidente. E’ a questo punto che veniva citato Arkady Belinkov, il russo ferito nell’incidente sull’Autosole. Il libro “identified to him”, “attribuito a lui”, e pubblicato sotto questo programma era stato considerato dal dissidente “uno sfogo verso un mondo diverso, documenti di grande importanza ideologica”.
“Interrompere il programma per evitare che l’URSS ci accusi di propaganda? Sarebbe inutile e dannoso”, concludeva la CIA, che sicuramente continuò a pubblicare i testi dei dissidenti per molti anni ancora.   

sabato 12 agosto 2017

“Togliatti provocò la morte di Gramsci”


Palmiro Togliatti cercò di isolare Gramsci, il suo grande rivale nel Partito Comunista, e ci riuscì a tal punto che anche in carcere Gramsci morì solo e malato.
Questa storia che vi ho appena accennato ci riporta indietro di parecchi decenni, ed è il frutto di un duro lavoro di copiatura e traduzione di un nuovo dossier tedesco della Stasi. In questo caso parliamo del fascicolo Mfs HA XXII 18613. I nomi sono sempre questi, cambia soltanto il numero romano e quello che segue, in cifre.
I documenti della Stasi sono reperibili, per chi li vuole leggere, all’archivio di Berlino, che è stato creato apposta per studiare l’attività della polizia politica dell’ex Germania Est. Si chiama BStU, scritto proprio così. Li ho contattati via e-mail, come sempre, con un’idea molto precisa: trovare documenti del controspionaggio per verificare le accuse dei magistrati italiani contro Gladio, per la strage di piazza Fontana a Milano. Chi meglio dell’ex Germania Est poteva aver spiato i militari del Patto-Atlantico?
I risultati sono in linea con le aspettative, cioè i tedeschi di Pankow negli anni ‘70 stavano studiando la Strategia della Tensione, procedendo nella direzione opposta a quella che abbiamo seguito noi, impelagati come eravamo, all’epoca, tra un depistaggio e l’altro dei nostri corrotti servizi segreti.
Ma ci sono anche delle sorprese, come quella che affronto in questo articolo. I paesi socialisti erano molto critici con il Partito Comunista Italiano. In un documento su Wenick lo spionaggio cecoslovacco dell’Stb aveva usato questa espressione: “I rapporti con il PCI? Non sono dei migliori”. Ne possiamo immaginare il motivo: Enrico Berlinguer, segretario del PCI, aveva ammesso pubblicamente il 15 giugno del 1976 che i comunisti italiani pensavano "di stare più tranquilli sotto l'ombrello atlantico".
Nel fascicolo 18613 gli uomini di Pankow, in una data purtroppo imprecisata, ma forse alla fine degli anni Settanta, provarono a ricostruire la storia delle Brigate Rosse. E’ una relazione che si discosta leggermente dalle altre, perché manca l’idea del “travestimento” del terrorismo nero neofascista con una falsa veste rossa. Si arriva così al Partito Comunista e a Togliatti.
“Quando si parla di brigate rosse in Italia, si deve iniziare con il PCI e dare una foto su di loro. Soltanto allora può uno andare alle brigate rosse”, inizia Pankow nel testo originale. E si parte dal lontano 1920, dalla fondazione del PCI da un’idea di Antonio Gramsci (nel testo i nomi sono spesso storpiati, e Gramsci diventa Garatschi). Gramsci, stando a questa ricostruzione, era contrario alla linea tracciata dal PCUS, il partito comunista di Mosca. Chiedeva “più indipendenza per i partiti comunisti dalla politica del partito comunista della Russia.”
“Durante la 2^ guerra mondiale, Garatschi (Gramsci ndr.) fu imprigionato con un gran numero di membri del partito. I membri restanti dell’esecutivo andarono in Francia. Si formò una leadership in esilio. G. fu esonerato da tutti i suoi poteri, e iniziò una vasta campagna di adulterazione contro G., in modo che si riuscisse ad isolarlo completamente. Questo isolamento è riuscito persino in prigione, di modo che G. è morto malato. Il capo di questa campagna è stato Palmiro Togliatti. Egli è estremista comunista nel suo punto di vista. Egli è il primo a falsificare il comunismo, superando anche Hartschow.”
Accuse come si vede molto pesanti, che arrivavano da uomini che a Berlino Est avrebbero dovuto condividere l’ideologia comunista dei nostri rappresentanti parlamentari. Questo episodio della spaccatura tra Gramsci e Togliatti serve a Pankow per introdurre la nascita delle Brigate Rosse. Entra in scena un altro personaggio che in Italia abbiamo dimenticato, ma che mi era capitato di leggere negli articoli di Giorgio Zicari, sul Corriere della Sera dei giorni successivi alla morte del commissario Calabresi: Giambattista Lazagna. Qui nei documenti viene chiamato: Giovanni Banista Latsania.
Negli anni Settanta questo avvocato ligure venne più volte accostato a Feltrinelli e alle Brigate Rosse. Il giudice Caselli era convinto che Lazagna avesse a che fare con le BR, soprattutto quando mediò per l’inserimento di Fratemitra, una spia infiltrata dai carabinieri che poi avrebbe tradito Curcio e Franceschini e li avrebbe fatti arrestare. Lazagna venne processato perché accusato di essere il capo dell’organizzazione sovversiva, ma alla fine ne uscì innocente, anche se solo per un’amnistia emanata nel 1977.
Pankow scrive: “Giovanni Banista Latsania, che era il leader dei partigiani che hanno combattuto con mezzi militari nelle città, conosciuti sotto il nome di Gap, si opponeva alla nuova politica del PCI. A causa di questa posizione è stato imprigionato.” “Negli anni del dopoguerra, il numero di quelli che erano contro la politica ufficiale del partito è diventato più ampio. Molti di sinistra che non erano a favore della lotta parlamentare sono stati esclusi.”
“Nell'anno 1968, Giovanni Banista Latsania fondò un'organizzazione militare chiamata gap. Membri: Mario Rossi, Augusto Viel. Entrambi sono stati imprigionati per una rapina in banca.” C’era poi Feltrinelli, molto amico di Lazagna, il quale fu uno degli ultimi a vederlo prima che morisse in strane circostanze a Segrate. Un particolare interessante riguarda Fratemitra. Secondo la Stasi Feltrinelli voleva “liquidare” questo monaco cattolico che aveva combattuto in Bolivia, ma in realtà era un uomo della CIA e del SID (il testo tedesco riporta proprio “liquidieren”, ossia in senso traslato eliminare, uccidere).
“Lui e un'altra persona hanno combattuto con l'obiettivo di liquidare Fratemitra, un Monaco della Chiesa cattolica, che è venuto a combattere in Bolivia. Più successivamente è risultato che era un agente del CIA e del servizio di intelligence militare italiano.” Nel testo viene scritto “lui”, ma risulta evidente che si sta parlando dell’editore milanese. L’ipotesi di Giannettini che Feltrinelli fosse stato ucciso dai tedeschi di Bonn come si vede non era poi così folle.
Feltrinelli fu anche colui che nel 1968 lavorò alla nascita delle Brigate Rosse insieme a Renato Curcio (nella relazione viene chiamato Renato Kortschu). Ci sarebbe poi stata una riunione nel 1973, a Firenze, che avrebbe coinvolto anche gli uomini di “Lotta Continua”. Viene nominato un certo Pio Paolo Bellis, editore del giornale su cui scrisse Adriano Sofri, l’uomo accusato di aver ucciso il commissario Calabresi. Secondo le spie di Pankow, “Lotta continua” sarebbe stata “la più grande organizzazione estremista comunista”. A questo tipo di politica extraparlamentare avrebbero partecipato anche Toni Negri, Dario Fo e Franca Rame, impegnati nel gruppo: “Soccorso rosso”. Scrive testualmente Pankow: “Uno degli attori più famosi d’Italia, Dario FO, ha partecipato ed è conosciuto per approvare l'estremismo, e lavora con la moglie Franca Rame al teatro. Lei è anche famosa e condivide la posizione del marito. Lei è il capo dell'aiuto rosso.”
Le linee guida di questo gruppo erano l’allontanamento dal marxismo-leninismo e la scissione dal PCI e dagli altri gruppi giovanili. “Sono sulla linea cinese di rifiuto del marxismo/Leninismo.”
Poi la relazione torna a parlare delle Brigate Rosse. La morte di Feltrinelli, che viene visto come uomo vicino ai sovietici di Mosca, avrebbe costretto i leader del gruppo terroristico a cercare nuovi contatti con l’URSS: “hanno provato a riprendere i rapporti con i Soviet - scrive Pankow - per rendere i loro propri punti di vista chiari. Non vi è alcun risultato in questa direzione, cioè, nelle relazioni.”
C’erano - aggiunge lo scrivente tedesco orientale - delle divisioni all’interno delle colonne, sulla vita pubblica delle Brigate Rosse, sulla vita privata, e nell’ipotesi di un successo della rivoluzione. Ma erano sicuramente da escludersi rapporti con i palestinesi: “Le organizzazioni palestinesi non hanno legami con le brigate rosse. Quando Augusto Villi (Viel ndr) propose di instaurare relazioni con Fatah, Korscho (Curcio) lo rifiutò. Accusò Fatah di essere un'organizzazione meschina.”

venerdì 11 agosto 2017

“Due cardinali guidano le BR”, ma era una truffa


Bisogna tornare a parlare di Ernesto Viglione. Vi ricordate quel giornalista che accusava i cecoslovacchi di essere i mandanti del terrorismo e di aver aperto le porte di Praga a Feltrinelli? C’è sicuramente lui dietro le accuse che la Stasi lanciò contro il Vaticano. Questo personaggio riaffiora dalla polvere dell’oblio grazie all’informativa Mfs HA IX 2600 della polizia politica dell’ex Germania Est.
Non ne avevo fatto alcun cenno riservandomi di controllare meglio, tuttavia tra le prove che venivano portate dalla Stasi alla tesi della matrice di destra delle Brigate Rosse c’era il caso di un brigatista pentito, che negli anni Settanta avrebbe fatto confessioni di grande rilevanza, coinvolgendo nel terrorismo la DC e il Vaticano.
In realtà, si trattava di una volgare truffa e molto probabilmente avevano ragione i giudici, che, almeno in primo grado (poi il giornalista fu assolto, mentre venne confermata la condanna del mitomane) condannarono Viglione e i suoi complici ad alcuni anni di galera.
Era successo semplicemente questo: Pasquale Frezza, un pregiudicato che già alla fine degli anni Sessanta aveva provato a depistare un altro delitto molto famoso, il caso Fenaroli, si era spacciato per brigatista rosso, mentre Aldo Moro era ancora vivo nel covo BR di via Montalcini e, grazie agli spazi che l’allora giornalista di Radio Montecarlo, Ernesto Viglione, gli concesse, riuscì a imbastire una truffa con tanto di estorsione. Il Frezza, che di professione aveva fatto il piastrellista ma era finito anche in manicomio, sosteneva di essere un ex brigatista pentito, e disse che in cambio di parecchi milioni avrebbe permesso alla giustizia di far arrestare i colpevoli. Moro nel frattempo venne trovato morto, ma l’impianto accusatorio di Frezza e Viglione continuò a tenere banco sui giornali.
Per ricostruire questa vicenda prendo spunto dagli articoli d’archivio del quotidiano La Stampa. Giuseppe Zaccaria il 9 maggio 1981 sottolineava l’assurdità di quelle accuse del duo Frezza-Viglione. Secondo loro il cardinale Poletti e Adolfo Beria d’Argentine, membri del Vaticano, facevano parte della direzione strategica delle Brigate Rosse, mentre tre carabinieri erano nel commando che trucidò la scorta di Moro in via Fani. C’era anche un piano pazzesco per sgominare l’intera banda delle Brigate Rosse, che prevedeva un finto rapimento di Flaminio Piccoli. La ricostruzione di Frezza era finita intanto sull’Espresso: a sparare a via Fani - fu scritto sul settimanale - erano stati dei carabinieri in borghese, di cui venivano forniti i nominativi, e a progettare l’agguato erano stati degli “alti prelati” del Vaticano. 
Oggi ci siamo abituati ad ascoltare di preti e cardinali (e anche carabinieri) accusati dalla magistratura, ma effettivamente per l’epoca era un po’ troppo. Eppure - proseguiva - Zaccaria su La Stampa - i politici credettero a quelle ipotesi fantascientifiche. Il ricatto andò in porto. Vi parteciparono almeno altri due uomini, un giornalista di Radio Montecarlo, Luigi Salvadori, e un certo Bruno Pelliccioni. L’onorevole Egidio Carenini versò ai ricattatori 13 milioni di vecchie lire, poco meno rispetto a quanto era stato richiesto. Fu poi la volta dell’onorevole democristiano Vittorio Cervone, che venne coinvolto nella faccenda. Quindi i mitomani furono mandati dal generale Dalla Chiesa, comandante all’epoca dell’antiterrorismo, e cercarono di ottenere denaro pure da lui.
Se ho deciso di riportare i nomi di queste persone, che oggi hanno pagato il loro debito con la giustizia, è per due motivi: intanto il caso Moro resta di attualità, dunque è legittimo fornire ai colleghi tutte le informazioni possibili, in secondo luogo è probabile che questa storia corrisponda al rapporto Impedian 235, quello dell’archivio Mitrokhin nel quale si parla di una “misura attiva” del KGB per screditare la CIA, che vide coinvolto anche l’allora Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. I tempi coincidono: il 1978-1979. Il Ministro Rognoni effettivamente relazionò al parlamento sulle accuse di Viglione e Frezza, che sembravano aprire uno squarcio su un evento che aveva commosso tutti gli italiani.
Ma non era così, mi sembra evidente. Le spie della Stasi in questo caso cascarono nel tranello, condizionate dalle voci che uscivano dal Vaticano: alcuni circoli ecclesiastici sostenevano che la DC fosse coinvolta nel sequestro Moro. L’informativa Mfs HA IX 2600 fu redatta probabilmente alla fine degli anni Settanta, quando forse il caso dei mitomani non era ancora stato smascherato. Tra le prove di una complicità della Democrazia Cristiana nel terrorismo veniva citato, nel rapporto della Stasi numero 2600, proprio l’incontro che l’onorevole Cervone ebbe con un brigatista. Pankow sembrava credere a queste accuse. Scrisse testuali parole: "Un membro del gruppo che era stato sciolto dopo l'assassinio di Moro affermò che due parlamentari e una persona collegata al Vaticano appartenevano al personale delle "brigate rosse" e avrebbero messo in scena l'operazione Moro. Secondo i suoi ulteriori ritratti, politici, parlamentari e poliziotti appartenevano alle "brigate rosse". In questo contesto è stato anche conosciuto un incontro tra il senatore democratico cristiano Cervane (che sarebbe Cervone ndr.) e un terrorista. Il pubblicista di queste informazioni è stato messo a tacere per mezzo di procedimenti investigativi." 

L'episodio sembra lo stesso di cui stiamo parlando. Ma Pasquale Frezza non era un brigatista. Non c’è traccia di questo suo legame con il mondo dell’eversione rossa, né sul web, né negli archivi dei quotidiani, né nei dossier di Cia, Stb, Stasi, Kgb.
La notizia del primo arresto di Pasquale Frezza, “il piastrellista marsigliese”, era uscita su La Stampa il 28 ottobre 1969. In quel caso l’uomo aveva cercato di inserirsi in un delitto passionale che avevano seguito tutti gli italiani: il caso Fenaroli. Con i due assassini già in carcere da tempo (il delitto si consumò nel 1958), Frezza cercò di far accusare dai giudici Gaetano Martirano, fratello della vittima, che si chiamava Maria Martirano. La donna fu uccisa, secondo la sentenza passata in giudicato, dal marito Giovanni Fenaroli con la complicità dell’amico Raul Ghiani. Si scoprì subito che il piastrellista in mano non aveva alcuna prova per far riaprire il caso, né i fantomatici gioielli che non si trovavano e che Frezza avrebbe ricevuto, con tanto di lettera di accompagnamento, dal fratello della Martirano.
Da quanto leggo nei giornali d’archivio, anche in questo precedente degli anni Sessanta il Frezza poté esibirsi in molti articoli nazionali, millantando segreti a cui nessuno credette, fin dal primo momento. L’unico che diede credito a questo signore fu Ernesto Viglione, appena nove anni dopo, in un momento estremamente tragico per la nazione. Cosa concludere? Io credo che Viglione non fosse pazzo, ma che, come sospettavo tempo fa, potesse essere in contatto con i paesi dell’est, pur lavorando per un giornale della DC come Il Settimanale. E ritengo possibile che abbia partecipato alle “misure attive” dei paesi socialisti, i quali, come ho dimostrato con il dossier cecoslovacco, tentarono in tutti i modi di far accusare la CIA per il terrorismo italiano. 

martedì 8 agosto 2017

Voci in Vaticano: “Aldo Moro era malato di cancro”


Aldo Moro prima di essere sequestrato dalle Brigate Rosse in via Fani, il 16 marzo del 1978, sapeva di essere malato di cancro alla gola. I medici gli avevano diagnosticato poche settimane di vita.
Sono le voci che la Stasi raccolse in quel periodo in Vaticano tramite un proprio infiltrato, che probabilmente si chiamava generale Otto. Il rapporto spionistico è sempre quello nel quale vennero ipotizzate le cause della morte di Giovanni Paolo Primo, datato 18 ottobre 1978. Il suo nome, nel codice che gli è stato assegnato dall’archivio di Berlino della Stasi, è il seguente: Mfs HA XX 13332.
A pagina nove c’è un breve paragrafo intitolato: “Le opinioni in Vaticano per la morte di Aldo Moro”. Il presidente DC, già gravemente malato, sarebbe stato ucciso in un rapimento organizzato dalla Democrazia Cristiana. Parecchi circoli del Vaticano avrebbero parlato di accordi tra le alte autorità del Vaticano e la Democrazia Cristiana, che sarebbero state a conoscenza di un progetto per rapire Moro. Il movente del delitto starebbe, secondo queste indiscrezioni, nella politica senza via d’uscita in cui la Democrazia Cristiana si era avviata: non poteva far altro che collaborare con il Partito Comunista. Il sacrificio di Moro avrebbe invece offerto un evento sensazionale grazie al quale “guadagnare prestigio nella popolazione” e interrompere il Compromesso Storico.
Sulla malattia di Moro, che certamente non viola la privacy della famiglia, sia perché si tratta di un personaggio pubblico, sia perché una tale circostanza potrebbe spiegare certe scelte dei politici durante il rapimento, non ho trovato, in ogni caso, alcuna traccia nel web. Una conferma che Moro stesse male può arrivare dalla storia della borsa con i medicinali, che il magistrato Infelisi prelevò dalla macchina presidenziale dopo la strage di via Fani, e che restituì alla moglie dello statista poco dopo. Di certo della necessità di prendere farmaci Moro parlò alla moglie, la signora Eleonora Chiavarelli, nelle sue lettere dalla prigionia. 

Il testo originale dell'informativa tedesca è leggibile solo parzialmente. Molte parti sono sbiadite. Ho quindi cercato di incrementare il contrasto, con i programmi di editing del computer, per far riaffiorare anche i segni delle parole mancanti. La parola “kehlkopfkrebs”, ossia “cancro alla gola”, era una di quelle meno visibili con la luminosità originale, tuttavia dopo aver letto e riletto più volte il testo ritoccato mi sono convinto di non aver sbagliato.
“Le opinioni in Vaticano per la morte di Aldo Moro
Nei circoli del Vaticano e sotto l'alta autorità spirituale, si ritiene che il rapimento e la morte di Moro siano stati organizzati dalla DC. La politica della DC era caduta in un vicolo cieco, poteva esercitare solo il potere di governare in collaborazione con il Partito comunista italiano. Moro è stato attivo nel lavoro con i comunisti. Le forze di destra della DC erano in disaccordo con la politica di Moro ed è venuto agli scontri duri nella DC. Al fine di rivalutare l'intera politica della DC, la destra aveva bisogno di un evento spettacolare per isolare Moro all'interno e per sollevare la cooperazione con i comunisti. Prima del rapimento, Moro sapeva che aveva il cancro alla gola e tutti i medici gli avevano dato solo poche settimane da vivere. Con il rapimento e la morte di Moro, la DC ha trovato un martirio e guadagnato grande prestigio tra la popolazione. Ora la DC è stata in grado di riconquistare la sua completa indipendenza e di promuovere la lotta contro il partito comunista italiano. Parecchi circoli in Vaticano presumono che vi fossero accordi tra la DC e l'alta autorità del Vaticano e che fossero accuratamente informati sul rapimento. Forze di destra nel Vaticano esercitano da quel momento un’influenza ancora più forte sul governo d’Italia. Il politico DC Fanfani è di nuovo sotto la guida dell'ala destra della DC, dopo la morte di Moro. Ha una percentuale vicino alla forze di destra del Vaticano ed è un avversario della cooperazione con i comunisti.”

sabato 5 agosto 2017

Papa Luciani, una morte "causata dai cardinali"


La caduta il 9 novembre del 1989 del muro che divideva Berlino e le due germanie decretò la fine delle dittature socialiste. Ma, se quella parte del mondo avesse potuto parlare, forse tanti misteri della nostra storia occidentale sarebbero stati svelati, e tra questi la morte misteriosa di un Papa.
Papa Giovanni Paolo primo non appoggiava la democrazia cristiana e per questo sarebbe stato sovraccaricato di lavoro dai cardinali a tal punto da provocarne la morte. E' il contenuto di un'informativa della Stasi che fu redatta il 18 ottobre 1978 grazie alla presenza di agenti segreti infiltrati in Vaticano. 
Albino Luciani fu proclamato Papa il 26 agosto del 1978. Morì di infarto il 28 settembre dello stesso anno. Fu uno dei pontificati più brevi della storia. In quegli anni non erano i soldi della banca dello Ior, stando a questo breve dossier dell'ex Germania Est, a preoccupare i prelati, bensì i rapporti con i paesi socialisti, i quali premevano per ottenere un riconoscimento politico. Papa Luciani aveva intrapreso questa strada: "proseguire i negoziati con gli Stati Socialisti al fine di arrivare rapidamente a dichiarazioni vincolanti", scrivevano le spie dell'est. Che proseguivano: "Ha anche espresso un particolare interesse per i negoziati con la RDT. Con la morte improvvisa di Papa Giovanni Paolo I tutte le attività del Vaticano a negoziare con i paesi socialisti si sono interrotte."
I comunisti ne erano sicuri: Papa Luciani non voleva sostenere la DC. "Voleva essere il pastore di anime della Chiesa universale, in contrasto con la maggioranza dei Vescovi e Cardinali italiani, che erano strettamente legati alla DC." 
A questo punto, stando a queste accuse, che leggiamo in una traduzione buona ma non perfetta dal tedesco, alcuni esponenti della Curia si sarebbero comportati in modo scorretto. Solo il segretario di Stato Jean Villot avrebbe cercato di rafforzare il potere di Giovanni Paolo Primo. "I capi delle congregazioni vaticane (ministeri) non hanno dato alcun sostegno al Papa. Lo hanno inondato con i problemi e lo hanno esortato a prendere decisioni su questioni su cui non poteva avere alcuna competenza." "La voce, in Vaticano, è che la morte del Papa Giovanni Paolo I sia stata dal sopraccarico deliberatamente causato dai Cardinali della Curia. Questo è anche il parere del Monsignor PANGRAZIO. La famiglia del defunto, nonché alcuni Cardinali, hanno chiesto l'autopsia del cadavere che è stata respinta dalla Curia." Di qui i tanti dubbi sulle reali cause della morte.

mercoledì 2 agosto 2017

Spunta un patto tra l'Italia e i terroristi armeni


Nel 2017 in Russia sono stati celebrati i 40 anni dagli attentati di Mosca. L’8 gennaio del 1977 una serie di bombe lasciate nella metropolitana aveva provocato sette morti e decine di feriti. La notizia uscì sui giornali solo nel mese di febbraio. Altri ordigni furono trovati a Mosca nel mese di novembre, sempre del 1977. Si può dire che fu un periodo denso di attacchi terroristici. Il Kgb condusse un’indagine, che si concluse con tre colpevoli. Erano nazionalisti armeni, armati di ideologie separatiste come i ceceni degli anni ‘90. Il tribunale condannò questi terroristi alla pena capitale, ma la loro morte fu letta dai dissidenti come un depistaggio. Secondo questi ultimi il Kgb avrebbe architettato da solo gli attacchi alla metro come provocazione. Eppure non si può escludere che vi fosse lo zampino dei servizi segreti occidentali. Nel gennaio del 1984 l’americana Cia redasse un rapporto sul terrorismo armeno nel quale denunciava dei legami tra il governo italiano e i terroristi armeni.  E non solo, si parlava anche di complicità francesi. Si intitolava: “The Armenia Secret Army for the Liberation of Armenia: a continuing international threat”, ossia “L’esercito segreto per la liberazione dell’Armenia, una continua minaccia internazionale”. Gli anni in cui questo avvenne sono la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. Sembra che per evitare che i nazionalisti armeni colpissero obiettivi in Italia il governo democristiano dell’epoca cercò di accontentare questi criminali, i quali chiedevano che venissero interrotti i flussi di emigrazione degli armeni verso l’URSS. L'Italia tuttavia mutò solo il nome delle agenzie che si occupavano degli emigranti armeni, ma ciò fu sufficiente per non subire più attacchi come quello del 22 dicembre 1979. Quelngiorno, scrive il dossier della Cia, a Roma una pensione che ospitava dei migranti armeni venne attaccata da un gruppo terroristico. L'accordo fu concluso nel febbraio del 1982, quando venne annunciato che i terroristi armeni non avrebbero più compiuto attacchi in Italia se non su obiettivi turchi. In cambio entro sei mesi il nostro governo avrebbe dovuto chiudere tutti gli uffici per l'emigrazione. Ma come abbiamo visto i democristiani escogitarono una via d'uscita meno umiliante. Questo dossier della Cia è stato desegretato il 30 aprile del 2013.

mercoledì 26 luglio 2017

Principali gruppi terroristici italiani (fonte STASI)


"Brigate Rosse”
Le “Brigate Rosse” furono fondate nel Novembre 1969 da parte degli studenti presso l'Università di Trento. Il fondatore, CURCIO Renato, fu in precedenza membro della organizzazione terroristica fascista “Ordine Nuovo”. Dopo il suo arresto Alunni Corrado ha assunto la gestione dell'organizzazione. Le BR avevano l'obiettivo finale di “costruire il socialismo sulla base del marxismo rivoluzionario”. 

“Movimento Sociale Italiano” (MSI) 
Per la Stasi questo partito si propose come successore del movimento fascista di MUSSOLINI. Era guidato da Giorgio ALMIRANTE. Fu istituito nel 1946 come raduno di ex funzionari della dittatura di MUSSOLINI. Lo scopo era una “strategia della tensione” e una “soluzione cilena”. Aveva stretti legami con la destra francese. Il centro era a Padova e il campo di addestramento in Abruzzo.

“Ordine Nuovo” e “Ordine Nero”
Il primo venne fondato nel 1956 da Clemente Graziani, militante dell'organizzazione terroristica fascista, nella cui struttura, un certo Salvatore FRANCIA giocò un ruolo chiave, in seguito il leader fu Pino RAUTI. Dopo il divieto, nel 1973 fu ribattezzato "Ordine Nero". Il loro scopo era di rovesciare il governo per l'istituzione di una dittatura fascista. Adottavano il metodo di terrorizzare la popolazione e realizzare azioni sovversive e attacchi armati contro gli organi dello Stato e dei suoi funzionari. Avevano strette relazioni con le associazioni criminali e di MAFIA.

“Nuclei Armati Proletari” (NAP) – gruppi di operai armati (alias Azione Gruppo Mussolini o, gruppi di azione Mussolini)
Fu principalmente composto da detenuti ed ex detenuti. Membri dei “NAP” contribuirono in particolare agli attacchi contro gli industriali. Le loro incursioni erano espressione della lotta del proletariato contro lo Stato borghese. Il suo capo Muscio Antonio nel Giugno 1977 mantenne stretti legami con le “Brigate Rosse”. Un seguace dei “NAP”, il cittadino della Germania  Ovest  SCHMITT Gabriele, fu arrestato per tentato omicidio in Italia.

“Cellule Armate Rivoluzionarie” (NAR)
Fu chiamato anche il “gemello delle Brigate Rosse” e considerato l'organizzatore del “Terrore Nero”. A fondare i “NAR” fu Franco Anselmi. Secondo alcuni esperti dell'anti-terrorismo italiano vi confluirono “membri delusi dal “MSI” che voltarono le spalle alla politica legale, dedicandosi alla lotta contro il sistema. Si sapeva anche di una collaborazione che il capo dei “NAR” aveva con le “Brigate Rosse”.

"Lotta contro il comunismo"
I membri di queste organizzazini terroristiche pro-fasciste vennero addestrati in una base segreta della NATO in Sardegna e in un campo in Baviera (Germania). Ne sono prove le loro armi che presubilmente provenivano dalla Germania.

"Rosa dei Venti"
Società segreta  neofascista con collegamenti con il “MSI”. Vi fu il sospetto di un sostegno attivo nel 1974 per questo raggruppamento dell'ex capo dei servizi segreti italiani, che venne condannato. Già nel 1973 vi erano in questo contesto arresti dei principali ufficiali dell'esercito e della polizia.

 “Lega Nera”
Società segreta che si prese cura dei prigionieri neofascisti. Ci furono stretti collegamenti presumibilmente con la “destra” NAP (fu il “braccio destro” dei “NAP”).

“Avanguardia Operaia”  
Associazione trotskista che tra l'altro inviò i suoi seguaci nel 1977, con mezzi violenti, contro il “Partito dei Lavoratori Europei d'Italia” (POE).

"Autonomia Operaia” (Indipendenza dei Lavoratori)
Compì azioni violente promosse come “lotta di massa sovversiva”. Dopo l'arresto del suo presunto leader, il Prof. TONI NEGRI, nel mese di Aprile 1979, sono stati scoperti stretti legami con le “Brigate Rosse” e altre organizzazioni terroristiche. Uno dei loro principali centri era a Padova. Il quotidiano “Il Giorno” dimostrò che questo gruppo era stato istituito in collaborazione con il BND e la CIA. Il nucleo era controllato da sinistra ma formato da numerosi neofascisti, come ad esempio da “Ordine Nero” e il “Boia chi molla”.

 “Soccorso Rosso” (Aiuto Rosso) 
Il fondatore di questa organizzazione, FO, Daniel, fu il relatore principale in una conferenza nel 1977 a Parigi. Effettuò il cosiddetto “Comitato contro l'imperialismo tedesco-americano”. Altri relatori al convegno furono il difensore CROISSANT della Baader-Meinhof e il presidente del “Partito Socialista Indipendente” Francese (PSU) . “Soccorso Rosso” fu considerato un importante sostenitore dell'organizzazione di gruppi terroristici.

“22 Marzo”
Questa organizzazione venne fondata dopo il 1967 dall'ex membro di “Ordine Nero”, Mario MERLINO, nel cosiddetto “Circolo Anarchico”. MERLINO, che era un agente della polizia italiana ed è stato addestrato come terrorista in Grecia, informò costantemente sulle attività di questi gruppi di “sinistra”. 

“Organizzazione lotta del popolo” (OLP)
La “OLP” venne creato nel 1969, all'inizio dell'esecuzione della politica della “strategia della tensione”. “OLP fu dotato di basi a Roma, Torino, Genova, Napoli, Salerno e Bari. Essi infiltravano i loro membri in gruppi estremisti di sinistra. Organizzarono numerosi atti di terrorismo e contribuirono con la polizia a dirigere le indagini verso la “sinistra”.

"Avanguardia Nazionale" 
Questo gruppo terroristico venne fondato nel 1959 da Stefano DELLE CHIAIE . I suoi membri furono addestrati nel maneggiare armi ed espolosivi.

“Gruppo di Azione Rivoluzionaria” (MAR)
Il “MAR” fu fondato negli anni '70 da Carlo FUMAGALLI. Il loro campo d'azione si estendeva al contrabbando di armi e di droga e per rapine. In una causa contro i membri del raggruppamento di estrema destra nei “MAR”, nel 1978 vennero rilevati stretti contatti con alti gradi militari e di intelligence del “SID”.

"Gruppo per le attività di guerriglia" (GAP)
 Il “GAP” fu fondato dalla casa editrice di Giangiacomo FELTRINELLI, appoggiandosi sulla guerriglia tattica di Che Guevara. FELTRINELLI fu ucciso il 14/3/1972 in una esplosione a Segrate/Italia. Subito dopo il “GAP” si sciolse. Alcuni dei suoi membri si allearono con le “Brigate Rosse”.

"Fronte Nazionale"
Il “Fronte Nazionale” fu anche conosciuto come l' “organizzazione d'elite del neofascismo”. Ebbe circa 5.000 seguaci, per lo più ex membri dell'esercito. Il suo leader, l'ex ammiraglio di MUSSOLINI Valerio BORGHESE, chiamato il “Principe nero”, fuggì nel Dicembre 1970 in Spagna, dopo aver ricevuto i piani per un colpo di stato.

"Terza Posizione"
 Una figura di spicco della “Terza Posizione” è presumibilmente il professore universitario Aldo SEMERARI. Questa organizzazione estremista di destra emerse dal 1973 dal proibito “Ordine Nuovo”. Lo scopo dell'organizzazione era quello di rovesciare il governo democratico con una “rivoluzione nazionale”. In conseguenza della chiusura di questa organizzazione, sarebbero dovute nascere altre numerose organizzazioni.

“Prima Linea”  
“Prima Linea” fu una travestita organizzazione terroristica neofascista pseudo-rivoluzionaria. Mantenne stretti legami con le “Brigate Rosse” e con le “Cellule Rivoluzionarie Armate”. L'ex membro di “Prima Linea”, Sergio ZEDDA, testimoniò nei primi mesi degli anni '80 che questa organizzazione a differenza di altri gruppi di estrema destra non aveva un proprio arsenale. Tuttavia, lo avrebbe dovuto “prendere in prestito” per atti terroristici da altri gruppi.

Gruppi terroristici italiani minori (fonte STASI)

Combattere Formazione Comunista”
“Organizzazione Comunista dei Lavoratori”
“Organizzazione dei lavoratori per il Comunismo”
“FUAN” (Fronte Nazionale di azione nel settore dell'industria superiore)
“Revoluzionaria Giustizia Nazionale”
“Brigata Adolf Hitler”
“Fronte Rivoluzionario Nazionale” - presunto leader: Mario TUTI
“Armata Movimento Rivoluzionario”
“ Fenice”
“Combattere le unità Comuniste”
“Azione Rivoluzionaria”
“I Gruppi armati del Partito Comunista Marxista-Leninista”
“Ronde Rosse”
“Partito Armato”
“Volante Rossa”
“Gruppi terroristici armati per il comunismo”
“Squadra d'assalto Mussolini” (SAM)

  












lunedì 24 luglio 2017

Renato Curcio, quel terrorista del 'fascismo rosso'


Tempo fa avevo letto sul sito umanitanova.org un bellissimo e lunghissimo articolo sul fascismo che negli anni '60 'si tingeva di rosso'. Vi si analizzava una tendenza socialisteggiante e populista di una parte della destra europea che si identificava nell'ideologo belga Jean Francois Thiriart. 
Mai avrei pensato che questa potesse essere la matrice politica del nostro terrorismo degli anni di piombo. Eppure può essere la chiave che apre una serie di porte verso la vera storia d'Italia. Nelle informative dell'intelligence della Stasi, il servizio segreto della DDR, la ex Germania Est comunista, si parla con insistenza di un doppio volto del fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, che sarebbe cresciuto come membro di 'Ordine Nuovo' per poi essere inviato dai servizi segreti del Patto Atlantico a Trento, a fondare un nucleo terroristico "travestito" da forza politica di estrema sinistra.  
Non ci credevo e ho verificato con un pizzico di superficialità su internet queste notizie. Stiamo comunque analizzando un'indagine sul terrorismo italiano scritta da un paese socialista che i giornali e i documentari condannano in modo unanime. Però qualcosa di interessante nella loro analisi c'è, e lo si scopre attraverso un sito che si chiama: bellaciao.org. Pare che gli studiosi di Wikipedia abbiano scavato così a fondo da far riaffiorare dalle riviste di estrema destra dei primi anni Sessanta del secolo scorso il nome di un Renato Curcio. Tutto combacia con la biografia del famoso fondatore delle BR: ad Albenga, dove si era trasferito per raggiungere la madre, frequentò i gruppi del belga Thiriart. Wikipedia afferma: "Ad Albenga milita dapprima nel gruppo "Giovane nazione", quindi in "Giovane Europa", due piccole organizzazioni che riprendono le tesi nazional-socialiste di Jean Thiriart. Curcio viene anche citato come capo della sezione di Albenga e celebrato il suo zelo militante nella Rivista "Giovane Nazione". 
Nello stesso periodo intanto si era iscritto alla nuova università di Trento. Secondo Wikipedia e stando agli stessi racconti autobiografici, Curcio non avrebbe mai ammesso questi primi approcci in un contesto di destra, sebbene si trattasse del 'fascismo rosso'. 
La scoperta ha perciò dell'incredibile, e rende tutt'altro che fantasiosa la teoria dei servizi segreti dell'ex Germania Est. E' possibile che il Renato Curcio che comparve nei giornali di destra fosse lo stesso che negli stessi mesi si era trasferito a Trento per frequentare l'università, o si tratta di una omonimia? Noi crediamo che si tratti della stessa persona. Perché allora scegliere proprio Trento? A posteriori possiamo aggiungere a quanto scritto nelle informative della Stasi che nel triangolo Trentino-Veneto-Friuli vi era un impressionante numero di basi missilistiche della Nato, tra le quali una sul Monte Grappa e un'altra superdotata di testate nucleari posizionata proprio nel trentino, nota come 'base Tuono'. Era solo per un caso che Curcio si trovava lì? Probabilmente no. Siamo convinti che Curcio potesse conoscere questi segreti militari, che del resto erano stati resi noti sul quotidiano La Stampa. La nostra ipotesi è che con il suo gruppo mirasse a provocare i militari americani in una sorta di guerra civile tra servizi segreti di cui già avevamo parlato. Prova ne è la tendenza delle Brigate Rosse in una fase successiva del loro disegno terroristico a colpire obiettivi Nato, come accadde con il rapimento Dozier.
Tutto combacia, tutto perfetto, ma il problema è che le spie della Germania Est non si fermano a Curcio. Nelle due informative che abbiamo letto e che furono scritte verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, viene messo sotto accusa il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Un primo documento scritto nel 1978 ricalca la relazione della Cia: molto freddo, con concetti noti e una disamina del contesto brigatista e delle biografie dei singoli terroristi di tipo poliziesco, con la conferma che le BR erano una centrale di spionaggio che emulava lo stile del Kgb. Vi è poi una parte finale più politicizzata che insiste sul doppio gioco di Renato Curcio. Il secondo documento invece scritto intorno al 1980 fornì lo spunto per gli articoli di Mierecker. Presenta un elenco dettagliato di tutti i gruppi terroristici di destra e di sinistra.
Ma dicevamo di Almirante. Nel dossier dell'Stb era stato seguito nel suo viaggio negli Stati Uniti a metà degli anni Settanta. La Stasi ne ripercorre la storia fin dall'immediato dopoguerra. E lo fa citando un autore di sicura fama nazionale, Roberto Faenza, scrittore torinese che nel periodo del rapimento Moro aveva appena pubblicato il suo film scandalo sulla Democrazia Cristiana, intitolato "Forza Italia!". Rispetto al partito di Berlusconi cambia solo l'interiezione, che nel film di Faenza sta a sottolineare il tono ironico e irriverente della carrellata storica sulla DC. Molto simili al partito dell'attuale centro destra sono invece la sigla iniziale e la critica della prima repubblica. Come coautori compaiono Carlo Rossella, poi direttore del contestatissimo TG4 berlusconiano, e il grande accusatore del cavaliere Antonio Padellaro, oggi con Travaglio al Fatto Quotidiano. Wikipedia scrive che fu lo stesso Moro nel suo memoriale a invitare gli inquirenti a guardare il film di Faenza per comprendere la politica dei suoi anni. Nella parte finale di 'Forza Italia!' l'autore si sofferma sulle immagini (il film è un collage di servizi televisivi senza commento) di un burrascoso congresso della DC del 1976, durante il quale la base del partito invocò con una dura contestazione un cambio della classe dirigente. Si nascondevano in quella platea i rapitori del presidente? 
Faenza fu inoltre autore di un libro sulla storia degli affari sporchi tra Italia e Stati Uniti intitolato: "Il malaffare", che fu censurato dagli editori dietro le insistenti pressioni politiche. Scrisse anche con Marco Fini "Gli americani in Italia", una storia dell'intromissione degli americani nella politica italiana del secondo dopoguerra e dei rapporti scandalosi tra Cia e mafia siciliana. 
Ma guardiamo le cose italiane da tutte le angolature. Proprio l'8 dicembre del 1948 partì un'informativa della Cia che avvertiva il governo americano che il Movimento Sociale Italiano si era infiltrato nel Parito Comunista Italiano per controllarne ogni mossa. Vi fu un contatto tra il MSI e Alcide De Gasperi della DC. Il Movimento Sociale ringraziava lo statista per la linea morbida tenuta dallo Stato nei processi post bellici, quelli per intenderci dell'armadio della vergogna, una vicenda scandalosa riemersa solo negli anni '90 con il ritrovamento dei faldoni di quei processi militari dimenticati in un armadio. In cambio l'MSI offrì il suo aiuto contro il comunismo, ma De Gasperi stando alle parole della Cia fece "orecchie da mercante". Finse insomma di non sentire. 
Ebbene, queste stesse accuse contro il Movimento Sociale sono riscontrabili anche nelle informative della Stasi. Tutti temevano i fascisti. Sia da est che da ovest venivano tenute sotto controllo le mosse di Junio Valerio Borghese e dei suoi irriducibili della Decima Mas. 
La Stasi nei documenti che abbiamo esaminato insiste sul concetto dell'infiltrazione nelle organizzazioni di sinistra per creare un terrorismo 'travestito' e colorato in superficie di rosso. Scrivono testualmente che la "Strategia della tensione" fu un'idea di Almirante, e poi aggiungono: "In una corrispondente guida dei neo-fascisti italiani è stato sottolineato che la propaganda e la violenza avrebbero dovuto apparire come se provenissero da organizzazioni di  gruppi “sinistra” o (comunisti)." 
La traduzione che mi ha fatto avere il signor Luigi Ceccobelli, che sta cercando insieme a me la verità sul terrorismo italiano, è come si vede molto affidabile. Le accuse sono gravi. La legittimità dell'esistenza di un centro-destra nella nostra seconda repubblica viene messa a dura prova. Viene seguita la nascita tra il 1950 e il 1978 di una nuova Euro-destra internazionale, finanziata inizialmente dall’industriale svedese Carl Carlberg, portata avanti da alcuni esponenti italiani come Giovanni De Marco, Gino Ragno, Guido Giannettini, Bruno Zoratto, Mario Tedeschi, Vito Miceli, Pino Rauti, Giorgio Almirante, Stefano Delle Chiaie, Clemente Graziani, Franco Freda, Giovanni Ventura, ma anche da tedeschi del partito Unione Cristiano Sociale come Franz Josef Strauss, dal capo dell'Associazione 13 agosto Rainer Hildebrandt, dal capo della Fondazione Frank Ludwig Hans Weber Gunther, e da francesi come l'ispettore di polizia divenuto membro del gruppo terroristico francese 'Fane', Paul Luis Durand, coinvolto nelle indagini per la strage di Bologna del 1980.
Per i comunisti della Stasi tutti gli attentati italiani avrebbero avuto la medesima matrice politica di destra. Le caratteristiche delle azioni sarebbero state la perdurante azione di infiltrazione del Sid deviato di Miceli, della Cia e del servizio segreto tedesco occidentale BND, nelle organizzazioni di sinistra, con lo scopo di controllarle e poi accusarle delle azioni più efferate, eppoi il tentativo di creare i presupposti per un colpo di Stato militare. Le accuse ai paesi socialisti sarebbero state prive di alcun fondamento. 
Non tutti comunque sono d'accordo su questa linea di indagine. Prima di noi le informative della Stasi erano state analizzate dal laureando Marco Bruni dell'università La Sapienza di Roma. Nel suo lavoro "Il caso Moro negli atti del Ministero per la sicurezza di Stato della Repubblica democratica tedesca", disponibile sul sito academia.edu, il neodottore sembra voler dimostrare soprattutto una grande padronanza della materia. Guida costantemente il lettore, grazie a un'eccellente tecnica narrativa seppure dal linguaggio eccessivamente accademico, verso delle conclusioni che non emergono tanto dai documenti, i quali vengono proprio snobbati, nonostante costituiscano l'oggetto della ricerca, quanto da una sua interpretazione complessiva della politica della DDR. Il concetto è che la Stasi negli anni del sequestro Moro non aveva conoscenze dirette del fenomeno terroristico, bensì collazionava articoli provenienti dalla stampa italiana di sinistra, interessata ad allontanare i sospetti dalla politica della sinistra. L'intelligence della DDR avrebbe cercato di capire quanto pericoloso potesse essere il terrorismo italiano per i paesi socialisti, per poi infiltrarsi nelle Brigate Rosse solo negli anni '80.
Ma come poter escludere, di fronte a quelle informative, che, oltre a non essere coinvolti nel caso Moro, i servizi della DDR potevano aver scoperto la vera storia del nostro terrorismo?

giovedì 29 giugno 2017

La polizia giudiziaria non esiste


Ho scritto un titolo provocatorio per far capire ai miei lettori che c’è qualcosa che non va nell’attività giudiziaria italiana. La polizia giudiziaria esiste, ma nei libri non viene affatto identificata come una categoria autonoma. Chi si nasconde dunque dietro questo nome che sentiamo spesso nei grandi processi nazionali? Secondo la legge, la polizia giudiziaria è formata dalle stesse persone che possono fermare i cittadini per strada per una multa: poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani, agenti di custodia e guardie della Provincia. Tutti i corpi di polizia che esistono nella nostra nazione sono complessivamente classificati come polizia giudiziaria.
E’ bene sottolinearlo perché molte persone che vogliono denunciare qualcosa devono pretendere che ciò avvenga in tutte le stazioni di polizia o dei carabinieri o delle finanza. Poi vi sarà chiaro perché faccio questa precisazione.
Il libro un po’ datato ma sempre utile “La legge è con noi” afferma che la Polizia Giudiziaria è formata da due categorie di persone: gli ufficiali con funzioni direttive e gli agenti con funzioni esecutive. Gli ufficiali di polizia giudiziaria sono i graduati delle varie “forze pubbliche” (si chiamano anche così), gli agenti sono tutti gli altri. Anche i sindaci dei comuni in cui non vi siano ufficiali di polizia giudiziaria possono assolvere questa funzione.
Ma allora perché in Italia i notiziari parlano di polizia giudiziaria come di un corpo estraneo? Sul sito Ilvelino.it c’è ad esempio un articolo molto ben scritto nel quale, oltre ai nomi degli indagati della camorra, viene riportata la seguente frase: “Apporto importante alle indagini, svolte dal Commissariato di Scampia, emerge soprattutto dalle indagini tecniche e dagli accertamenti operati dalla Polizia Giudiziaria”. Cosa vuol dire tutto ciò? Una volta mi è capitato mentre mi trovavo nella redazione di un giornale per scrivere un articolo di dover aprire la porta, perché ero lì davanti mentre bussarono. Mi si presentò una donna con i capelli lunghissimi neri legati a forma di coda di cavallo. Vestiva un completo blue jeans, eppure si qualificò come agente di polizia giudiziaria. Doveva perquisire l’ufficio di un giornalista. Un fatto grave. Ma a quale corpo di polizia apparteneva?
Per capirlo occorre leggere il sito della procura di Torino. Vi è scritto che “Presso ogni Procura della Repubblica è costituita una Sezione di Polizia Giudiziaria composta da personale appartenente alle varie Forze di Polizia.” Quindi ciò significa che le indagini che vedete in televisione, quelle importanti, avvengono partendo non da una qualsiasi caserma di polizia, bensì da un ufficio di poliziotti scelti dalla procura, ed esclusi da altri compiti. Specificano infatti i signori del tribunale: “Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che appartengono alla sezione sono alla dipendenza permanente, diretta e funzionale del Procuratore della Repubblica - che dirige la sezione e ne coordina l'attività - e svolgono per lui e per i magistrati della Procura tutte le attività di volta in volta loro delegate.” E ancora: “Gli appartenenti alla sezione non possono essere distolti dall'attività di polizia giudiziaria se non in casi eccezionali e per disposizione o con il consenso del Procuratore della Repubblica.” Molto chiaro, mi sembra. Si tratta proprio di un corpo scelto, nel quale secondo l’enciclopedia Wikipedia vengono inseriti anche altri cittadini, probabilmente per carenza di personale, ovvero “alcuni soggetti in servizio presso la pubblica amministrazione italiana, e in taluni casi anche privati cittadini, nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge”. Qual è il problema che sorge a questo punto? Che tutte le caserme d’Italia non comunicano direttamente con il magistrato, e dunque verrebbe meno l’obbligo di legge di denunciare i reati all'autorità giudiziaria. Infatti il libro “La legge è con noi” spiega bene la polivalenza del lavoro in polizia: si è da una parte forza pubblica, e dall’altra polizia giudiziaria. Ovunque. Cito testualmente: "Il carabiniere o l'agente che staziona dinanzi a una banca con l'incarico generico di sorvegliare, svolge attività di polizia di sicurezza; quello stesso carabiniere o agente di P.S. se poi arresta o insegue la persona che si è introdotta nella banca per commettere una rapina, svolge un'attività di polizia giudiziaria". Quindi dubbi non ce ne possono essere. La legge mi pare che sia rimasta identica.
Cosa fanno allora tutti gli altri? Qualcuno su Facebook mi ha scritto: “proteggono i politici”. Io mi auguro che facciano anche qualcos’altro. Sicuramente suona molto strano che sul sito dei carabinieri e su quello della polizia compaiano le solite notizie senza nomi dei protagonisti, dunque inutili a livello giornalistico, di piccole operazioni contro la malavita. Intanto perché diventa superfluo leggere i giornali se questi sono fatti con il copia e incolla di avvenimenti presenti sui siti della “forza pubblica”. Ma ancora più grave è il fatto che queste notizie siano contrassegnate dal nome del Ministero della Difesa, per i Carabinieri, e del Ministero dell’Interno per la Polizia. E’ chiaro a tutti che il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno hanno altro a cui pensare che inviare notizie ai giornali o alle agenzie di stampa. Giusto? E allora cosa fanno se non rispondono al Ministero della Giustizia? Nulla? E’ una domanda che mi piacerebbe porre a una prossima conferenza stampa. Ma temo proprio che non sarò un inviato gradito.
A me non piace parlare della mia vita personale, però quando sono vittima di qualche reato (non considero nemmeno l'ipotesi di esserne colpevole) sono pur sempre un cronista che deve raccontare i fatti. E allora forse oggi ho una risposta alla domanda che mi ponevo da tempo: perché quando entro in una caserma per denunciare le illegalità che subisco, e me ne succedono tante e gravi di cose, non si attiva mai nessuna procedura? Mi dispiace che questa risposta sia stato costretto a trovarmela da solo.

martedì 27 giugno 2017

Novara, continuano le intimidazioni


Si è ripetuta la scena del messo del tribunale. Dell'ufficiale giudiziario in borghese che, allegramente, mi consegna un foglio (l'altra volta nel 2010 era un gruppo di fogli), nel quale ci sono sempre sgradite sorprese. Nel 2010 un amministratore di condominio mi aveva inviato un'ingiunzione di pagamento senza permettermi di andare in causa. Si trattava di spese che gravavano sul precedente proprietario del mio immobile, ma che lui pretendeva da me, con telefonate, raccomandate, minacce. E senza spiegazioni. Mi fecero avere una condanna civile lampo, con annesse spese legali per 2000 euro, senza che avessi visto il tribunale e senza una riunione condominiale per la mia messa in mora. E per ottenere qualcosa, visto che stentavo a credere in questa giustizia sommaria, arrivarono dei vigili urbani armati. E adesso? L'altro giorno una signora mi ha consegnato un foglio in cui c'è scritto che sono imputato, già imputato, senza preavviso, senza essere stato convocato, senza informazioni sull'avvio delle indagini. Dovrei essere processato per diffamazione. Perché un dirigente scolastico non ha gradito alcuni passaggi di due miei post in cui raccontavo dei gravissimi fatti accaduti in una scuola pubblica. E quindi aveva il diritto di rovinarmi la reputazione così? Ancora una volta una persona decide di farsi giustizia da sola, sbagliando di grosso anche sulle sue accuse. Perché mi sono informato e, non solo non ho mai citato l'uomo e non l'ho umiliato con epiteti (cosa che invece verso di me si ripete da anni), ma non sussisterebbe comunque l'accusa di diffamazione nel caso in cui si risponda a un'offesa, a una provocazione (e ne subisco parecchie), oppure se si è un cronista e si svolge il proprio mestiere di raccontare dei fatti. 
Direi che i fatti erano sotto gli occhi di tutti già con il primo post. Inutile commentare ancora. In certe scuole ci sono pressioni inaccettabili di genitori e di dirigenti. A me questo del processo di Kafka (perché è quello) è sembrato subito uno stupido scherzo, poiché conosco perfettamente la prassi giuridica del processo penale per essermene occupato su questo blog negli anni scorsi. Il vero problema sono le reazioni delle forze dell'ordine, le quali mi danno l'impressione, se non di partecipare alle intimidazioni che ricevo, comunque di preferire che il ricatto prosegua. Perché le cose non si sistemeranno di sicuro da sole. A uno dei numeri di emergenza delle forze dell'ordine mi hanno detto una cosa di una gravità estrema: che questa persona avrebbe, uso il condizionale, pagato un avvocato per farmi diventare imputato in un processo penale. E in questo modo. Giustizia a pagamento? A quanto si vende al chilo una denuncia per diffamazione? E una per truffa? E una per stalking? Non ho proprio parole. Sono andato in una caserma e mi sono proprio trovato a disagio. Alcuni militari cercavano visibilmente la rissa verbale. Volevano aggiungere, già che c'erano, qualche altra accusa? Eppoi erano militari anche strani, con una camminata tutt'altro che cadenzata. Molto poco militari e per niente conoscitori e tutori della legge. Non so, a me sembra un muro di gomma simile al caso Ustica. Solo che io sono un cittadino qualunque, in questo caso, anche se scrivo, la gente mi legge e compra qualche volta i miei libri di attualità. Ho inviato e-mail di protesta a tutte le autorità. Non ha risposto nessuno. Solo silenzio. Mi domando con quale spirito questi signori vadano a casa, sapendo che una persona vive nell'ansia anche per colpa loro. Se succede qualcosa dovrò cavarmela da solo. Perché sono solo, purtroppo. Posso soltanto parlare con questo blog. E forse si accaniscono per questo.

La CIA temeva una soluzione autoritaria


“Le Brigate Rosse possono generare pressioni per una soluzione autoritaria”. Finiva con queste parole un rapporto confidenziale della CIA, il servizio segreto statunitense, sulle Brigate Rosse italiane redatto nei primi mesi del 1982 e intitolato "The Red Brigades". Su questo punto convergevano tutte le analisi di intelligence, dei paesi dell’Est, come di quelli occidentali atlantici: le Brigate Rosse creavano instabilità ai governi e potevano portare a una soluzione autoritaria.
Ma, conclusioni a parte, l’analisi americana del terrorismo italiano differisce in molti aspetti da quella dei paesi oltrecortina. Si tratta di un rapporto di 15 pagine, censurato in qualche passaggio, corredato da una cinica appendice con le stragi mese per mese, anno per anno. Ciò che colpisce subito è che l’indagine è molto precisa e fredda, più poliziesca, ma debole sotto il profilo politico. La CIA passa in rassegna ogni dettaglio dell’organizzazione dei terroristi italiani, dei quali conosce la vita personale, le opinioni politiche, ne scruta le tattiche militari e studia gli obiettivi che i brigatisti si prefiggono con le azioni criminali.
Non c’è dietrologia come nel caso della Stasi e non ci sono sospetti di cospirazioni. Quello che appare non nasconde nulla di diverso, di inconfessabile. Il terrorismo è un male necessario, punto e basta. C’è e la polizia lo contrasta ogni giorno. Tutto nacque - è scritto nell’introduzione dell’analisi - quando il Partito Comunista voltò le spalle ai manifestanti dell’estrema sinistra, che nel 1969 avevano alzato le barricate nelle strade ma avevano fallito. I comunisti preferirono un “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana. Il leader dei neofascisti dichiarò che stava per iniziare una guerra civile. Così i militanti di sinistra lasciarono le loro case e si nascosero per evitare gli arresti di massa che sarebbero scattati qualora i fascisti fossero tornati al governo.
Questa spiegazione semplicistica con la quale la CIA vorrebbe giustificare la genesi del fenomeno terroristico in Italia non ci ha convinto. Anche in questo caso i neofascisti sembrano inserirsi come un ulteriore elemento di disgregazione della politica parlamentare, per portare i comunisti, non se ne capisce il perché, sul terreno dello scontro armato. Il giurista americano Vittorfranco Pisano in una sua precedente relazione del 1979 attribuiva in realtà il fenomeno terroristico all’innalzamento del costo del lavoro per le lotte sindacali, e al permissivismo dei giudici davanti alle prime violenze, che favoriva i disordini di piazza. E' la stessa posizione dello scrittore di destra Vinicio Araldi in "Lo Stato malato". Ma Pisano sottolineava proprio l'inadeguatezza delle riforme sociali di fronte all'incedere del progresso industriale, incolpandone il Partito Socialista. Di “compromesso storico”, inoltre, si iniziò a parlare non prima del 1973, quando già le Brigate Rosse avevano messo a segno i primi atti gravi di intimidazione. Renato Curcio, Margherita Cagol, Mario Moretti ed Alberto Franceschini si erano infatti accordati nel 1970 per costruire un nucleo di terroristi “che combattesse il governo italiano.”
Le idee di queste Brigate Rosse si fondano sugli scritti di vari teorici dell’estrema sinistra, ma viene confermata anche qui come nei documenti dei paesi dell’Est l’influenza di Mao Zedong, e così anche di Lin Biao, Che Guevara, Carlo Marighella e Abraham Guillen.
Le Brigate Rosse studiano la loro strategia, secondo l’analista della CIA, nei minimi dettagli, con molta pazienza. Vogliono apparire legali e si sforzano di usare un linguaggio che imiti il politichese del governo. Gli ostaggi non sono uccisi, ma giustiziati, e solo dopo un processo e una condanna. Cercano di seminare il terrore in tutta la nazione con attentati e ricatti. Lottano contro l’imperialismo internazionale e non contro la borghesia nazionale. L’Italia secondo il programma brigatista va isolata dal resto d’Europa, perché il capitalismo delle multinazionali ha perso ed è in una crisi irreversibile. Ma il nostro paese non deve nemmeno entrare nella sfera dei paesi socialisti.
E’ qui il punto chiave del discorso. E’ o non è sostenuta dai paesi sovietici quest’organizzazione di terroristi così ben strutturata? Secondo la CIA non è mai stato documentato alcun sostegno finanziario importante verso le BR, ma soltanto un rifornimento di armi dalla Palestina. Altrimenti non si spiegherebbe la necessità di effettuare numerose e sanguinose rapine, nonché svariati rapimenti a scopo estorsivo.
Sarebbe dovuto nascere un nuovo partito comunista combattente, che sostituisse quello contemporaneo troppo remissivo, tuttavia, a detta di Renato Curcio, ciò sarebbe stato possibile solo “dopo 40 anni di lotta”. Le BR si erano strutturate in cellule di tre o cinque terroristi per ciascuna. Più cellule formavano una brigata, che poteva contenere 15 membri. C’erano colonne molto note a Roma, Milano, Venezia, Napoli, Genova, Torino e nelle prigioni. Ogni colonna poteva generare una sottocolonna. A supporto vi erano due Fronti: il Fronte delle Masse che operava come un centro di intelligence per procurare informazioni, e il Fronte Logistico, il quale procurava munizioni, armi, documenti, strumenti di comunicazione. Anche in questo caso non era errata l’analisi della Stasi che paragonava la struttura delle BR a quella di un centro di spionaggio internazionale. I fronti relazionavano al Comitato Esecutivo. Al vertice dell’organizzazione vi era il Direttorato Strategico, contenente non più di dieci membri, ai quali spettavano le direttive politiche e militari del gruppo.
Secondo la CIA, la gerarchia delle Brigate Rosse era puramente formale, perché spesso le cariche intermedie erano ricoperte da membri del Comitato Esecutivo e quindi a comandare erano sempre le stesse persone. Del resto, se da un lato era molto importante attirare sostenitori e nuovi combattenti tra la popolazione attraverso un uso studiato della comunicazione massmediatica, dall’altro bisognava evitare le infiltrazioni di uomini dello Stato con il rischio di essere arrestati. Per questo vi era uno stratagemma: le nuove reclute venivano subito provate sul campo e inviate in missioni complesse che prevedevano qualche crimine. O diventavano subito delinquenti, oppure non c’era da fidarsi. E’ per questo, aggiungiamo noi, che lo Stato preferì combattere le Brigate Rosse con la legge sul pentitismo piuttosto che con le infiltrazioni, una delle quali, come ben sappiamo, ad Ancona finì con l’arresto da parte della Digos di un carabiniere del generale Dalla Chiesa.
Tutta questa organizzazione e tutte queste attenzioni comunque riguardavano un gruppo di non più di 100-150 terroristi militanti a tempo pieno. Ma c’erano almeno 500 terroristi part-time, con una seconda attività legale. La CIA aveva un’idea chiara anche degli stipendi, i quali andavano dai 1000-1250 dollari al mese. In totale 100-150 terroristi costavano 1,1-1,2 milioni di dollari l’anno, che andavano coperti con rapine in banca e sequestri.
C’era grande solidarietà tra i vari gruppi estremisti d’Europa, come la RAF nell’ex Germania Ovest, Action Directe in Francia, l’ETA in Spagna, l’IRA in Irlanda. La CIA non temeva in ogni caso che le Brigate Rosse fossero in grado di costruire una rete di terrorismo a livello internazionale. L’obiettivo del gruppo di creare una Terza Internazionale tardava ad essere realizzato. Al suo interno vi erano - sempre secondo gli analisti statunitensi - due correnti di pensiero all’inizio degli anni Ottanta: una che puntava ad una politica sociale interna all’Italia detta “movimentista”, e un’altra più internazionalista e militarista, che stava portando a sequestri di personaggi stranieri, come il generale
della NATO, James Lee Dozier. La vittoria dell’una o dell’altra corrente avrebbe determinato l’evoluzione futura del terrorismo italiano, sempre meno politicizzato e minacciato ogni giorno che passava dagli arresti della polizia e dal pentimento di molti di loro.
La guerra civile lanciata dai neofascisti era stata dunque scongiurata, ma le Brigate Rosse erano destinate, come sappiamo, a rimanere una spina nel fianco dei governi, in grado di eclissarsi e poi colpire uomini illustri con attentati mirati, l’ultimo dei quali risale al 19 marzo 2002: l’omicidio del giuslavorista ministeriale Marco Biagi.