lunedì 24 aprile 2017

“Gli americani? Sono fermi agli anni ‘50”


Gli americani sono fermi ai tempi della guerra degli anni ‘50. L’uomo che pronunciò queste parole non aveva in mente i programmi recenti del presidente americano Trump contro la Corea del Nord. Era un agente degli ormai scomparsi servizi segreti cecoslovacchi. Si chiamava Lamac.
Bisogna tornare molto indietro nel tempo. Al ristorante “Da Benito” sulla via Flaminia Nuova, a Roma, non lontano dalle campagne in cui quasi un secolo fa fu ritrovato il corpo dell’onorevole socialista Matteotti, fatto uccidere da Benito Mussolini, si incontrarono più volte le spie dell’est e dell’ovest. Era il 1977. In gioco c’era la pace mondiale in un momento critico della Guerra Fredda. Il partito comunista, grazie alla politica del presidente democristiano Aldo Moro, si stava avviando a conquistare la guida del governo italiano. In un suo libro del 2005 il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, scrisse che gli ambasciatori degli Stati Uniti, nelle loro relazioni che da Roma spedivano all’amministrazione dell’allora presidente Carter, spingevano per una soluzione di compromesso storico. L’obiettivo sarebbe stato quello di favorire le riforme economiche, di cui l’Italia aveva urgente bisogno.
Ma evidentemente non tutti la pensavano allo stesso modo. C’era un uomo misterioso che si aggirava per i salotti della politica italiana e che si dichiarava anticomunista e antisovietico. Si chiamava Martin Arthur Wenick. Secondo le relazioni che i servizi segreti cecoslovacchi prepararono in quel periodo, Wenick era nato nel 1939 nel New Jersey, negli Stati Uniti. Si era laureato nel 1961 in Scienze Umane, quindi aveva iniziato a girare per il mondo per il Foreign Service, grazie alla sua grande padronanza delle lingue. Era stato in Afghanistan, Cecoslovacchia, Urss, e nel luglio del 1974 era arrivato a Roma, in Italia.
Cercando di lui sui giornali italiani si ottengono poche informazioni. Esiste comunque un interessante articolo del Corriere della Sera del 1975 nel quale vennero scritte queste parole: “Almeno una volta alla settimana il signor Martin Wenick, un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, che nessuno si preoccupa di nascondere sia un collaboratore dei servizi segreti americani, si reca a far visita a Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del Partito Comunista Italiano.” Le visite, specificava il Corriere riprendendo un articolo del settimanale “Mondo”, avvenivano a via delle Botteghe Oscure, nel quartier generale del PCI. Niente di segreto insomma. Nemmeno i contenuti dei dialoghi. “Spieghiamo a Wenick come stanno le cose qui da noi”, disse Segre.
Gli americani si stavano intromettendo nella politica italiana. “Per l’America, l’Italia non è un paese dove sia possibile in pochi mesi rastrellare la maggioranza azionaria di tutte le industrie”, interveniva sempre sul Corriere un anonimo funzionario dell’ambasciata americana. In altre parole gli Stati Uniti non potevano essere certi che l’economia italiana restasse nell’area del capitalismo.
Il 25 maggio del 1977 in uno degli incontri al ristorante “Da Benito” sulla Flaminia, Wenick commentò così al suo interlocutore dell’Stb cecoslovacco gli articoli italiani. “La stampa italiana è gravemente inaffidabile, scrive bravate e poi non si vergogna di dimostrare che non era vero.” Sui presunti incontri a Botteghe Oscure con Segre aggiunse. “Si discute con lui solo occasionalmente, quando ci si incontra alla reception.”
Entriamo allora nel vivo della discussione segretissima che avvenne nella periferia di Roma. Le spie cecoslovacche cercarono tra il marzo e l’ottobre 1977, meno di un anno prima del rapimento di Aldo Moro, di contattare questo Wenick. Volevano ottenere da lui delle informazioni. Quali? E perché lo ritenevano così importante? Probabilmente la risposta sta nell’aumento delle armi atomiche in Italia. Se ne parla in alcuni passaggi delle relazioni che i servizi cecoslovacchi archiviarono nell’ormai famoso dossier sul terrorismo italiano. In pratica, secondo l’Stb gli americani stavano violando gli accordi militari incrementando gli armamenti, incolpando poi delle crisi l’Unione Sovietica. “Gli Stati Uniti D'America - scrisse l’agente Lamac - sono così in anticipo nello sviluppo della tecnologia delle armi, che possono avventurarsi ed osare una corsa agli armamenti. Il fatto è che costa un sacco di soldi”. Lamac giudica Wenick a questo punto un “falco” di destra che vuole il ritorno alla Guerra Fredda: “Egli si è dichiarato antisovietico e anticomunista in quanto ha detto che è convinto del nostro regime antidemocratico.”
Ed ecco il punto che mi ha colpito di più. E’ il 15 luglio 1977 e sono le ore 13.30-15.15. Il luogo dell’incontro stavolta è il ristorante Olivetti, in via Flaminia 720. Scrive l’agente cecoslovacco: “Ho detto che in questa situazione è inutile per noi incontrarci, ho pensato che i nostri dibattiti potrebbero essere condotti nello spirito della coesistenza pacifica e della politica di distensione e nello spirito degli accordi di Helsinki. E tuttavia egli parla come negli anni di guerra, negli anni 50.”
Questo Wenick viene descritto come una persona irascibile, che urla sovente per imporre le sue ragioni politiche. E’ ridicolo, ma la Guerra Fredda si decise in un ristorante del quartiere Tor di Quinto, a nord di Roma, nei caldi pomeriggi dell’estate e dell’autunno della Capitale. “Wenick ha un po' ammorbidito la sua voce - racconta la spia cecoslovacca - e ha detto che è già stato fatto un accordo a Belgrado su programmi e modi da tenere per l'udienza principale, ma il dibattimento e gli appuntamenti di Belgrado nel 1977 sono caduti. Wenick ritiene che la rottura non si verificherà e che, naturalmente, alla fine, l'accordo costruttivo in ultima analisi sarà rispettato.” La traduzione che state leggendo è stata redatta da una persona che conosce il cecoslovacco, tuttavia non è affidabile al 100%.
La relazione di Lamac prosegue: “Ma da ovest dice che si deve difendere e promuovere il rispetto dei “diritti umani“ nei paesi socialisti. La libertà di parola, la libertà di espressione politica e lasciare lo show a coloro che sono più sicuri nel regime capitalista, che è più ricco, è più efficiente e anche il più libero. Ha detto che si deve accettare il principio della “concorrenza“ tra le due modalità. Siamo alla prima riconciliazione dopo Helsinki, ma ha proclamato che ciò non lo è tra le ideologie, per continuare la lotta.”
L’agente cecoslovacco ribatte alle accuse di Wenick. Rammenta il colpo di stato di Pinochet in Cile e afferma: fu favorito dalla CIA. Poi commenta la dura guerra ai Vietcong. “Ho attaccato Wenick: come può esso e gli Stati Uniti dare lezioni sui “diritti umani“, come si può pretendere di essere un “Angelo della democrazia“. Si vogliono una democrazia che li soddisfi, un imperialismo Americano, il capitalismo mondiale. Come il Vietnam? Perché hanno bruciato l'intero paese solo perché il Vietnam voleva un modo diverso di capitalismo da quello che volevano loro, perché ai Vietnamiti volevano imporre la loro volontà? No non accetto da lui nessuna predicazione e lezioni. Wenick era capace solo del fatto di uccidere i comunisti.” 
“Ho difeso la nostra democrazia socialista che serve la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori ed è il sistema più equo in cui possono sentirsi repressi solo da coloro che vogliono sfruttare gli altri. Lo ammetto, e continueremo a farlo.”
Nell’ultima parte si parla dell’Italia e delle installazioni militari della Nato. Secondo Lamac, queste ultime erano superiori come numero, nel 1977, alle forze armate dell’URSS in Cecoslovacchia. “Ovunque si voglia evitare che le forze comuniste entrino nei governi democraticamente viene usata un po’ di violenza di destra”.
L’impressione è che Wenick rappresenti quella forza reazionaria all’interno della Nato, chiamata Gladio, Stay Behind. Del resto, la traduzione letterale di queste parole è: “rimanere indietro, rimanere fermi, attardarsi, trattenersi”. Appunto, restare fermi agli anni ‘50 come nelle accuse delle spie cecoslovacche: “Wenick - furono le conclusioni della relazione - è un sostenitore della reazione politica degli Stati Uniti, si tratta di un “falco“ - ripete ancora una volta - è sadicamente anticomunista e antisovietico. Le sue informazioni, comunicati, si mostrano solo per la linea dura”.
Wenick a questo punto sembra chiudere i rapporti con Lamac. “E’ il nostro ultimo incontro”, dice. Ma non fu così. L’incontro decisivo tra Lamac e Wenick avvenne il 30 settembre 1977 al ristorante “Da Benito”, in via Flaminia Nuova, sempre tra le 13.30 e le 15.
In questo appuntamento Wenick sembra inizialmente più accondiscendente, poi però attacca la politica dei paesi socialisti e la spia cecoslovacca perde la pazienza.
“Wenick con mio stupore aveva una espressione più mite di quella precedente. Ha riconosciuto che non ci sia altra alternativa che cercare la possibilità di coesistenza. E comincia più a lungo la litania che non sono loro come Stati Uniti che hanno voluto combattere, ma noi siamo ideologicamente”. “Dice che vivere con la politica di distensione non significa la direzione ideologica, è necessario continuare la lotta ideologica.”
Lamac replica colpo su colpo: “Naturalmente, ho subito fatto notare i loro reati contro l'umanità, il razzismo, la disoccupazione, il sollecitare la loro volontà in altre nazioni, il neo-colonialismo. Wenick ha reagito con rabbia. Visione curiosa che essi hanno di come cambia la situazione, quello che era negli anni ‘50 non è oggi. Per progredire in avanti credo che dobbiamo fare un passo in avanti e non continuare come negli anni ‘50. Ho fatto nuovamente notare a lui di non radere al suolo il progresso.”
Gli Stati Uniti intanto stavano sostituendo le armi tradizionali con la bomba atomica, la cosiddetta “bomba N”. Curioso e grave è il fatto che di questo si parlasse a Roma.
La spia cecoslovacca commenta così le parole di Wenick: “Secondo loro, l'introduzione di bombe N è una attrezzatura modernizzata, la sostituzione di vecchie testate, con testate N presumibilmente non mina i negoziati sul disarmo.” “Ho rifiutato la sua non corretta interpretazione, l'introduzione di bombe N non faciliterà le trattative sul disarmo, ma farà prevalere i diritti di sfiducia e di tensione.”

E il partito comunista italiano? In uno dei primi incontri si era parlato anche di questo. Wenick non auspicava affatto l'ipotesi di un compromesso storico. L'11 marzo 1977, sempre al ristorante "Da Benito", l'agente Lamac aveva annotato queste parole della spia della CIA: "Egli ha sostenuto che per l’America la situazione non è chiara e non può ottenere un quadro attendibile di ciò che gli Italiani vogliono. Inoltre essi non hanno chiaro il ruolo del PCI. Da un lato il PCI a parole è revisionista, vuole il pluralismo e la libertà del singolo, non vuole la dittatura del proletariato e non gli piace la nazionalizzazione del paese. D'altra parte però, sconfiggere il comunismo, e in qualsiasi momento, è possibile". "Gli USA considerano che il PCI continua ad essere comunista e quindi si oppongono al suo ingresso al governo con la DC." C'è a questo punto un passaggio poco chiaro nella traduzione, ma sembra di capire che gli Stati Uniti non avrebbero potuto impedire un atto di violenza dei comunisti, tuttavia reputavano impossibile l'entrata al governo del PCI, perché sarebbe stata rivista la partecipazione italiana alla Nato. E questa è la conclusione: "Essi non credono che il PCI ottenga il governo, credono nel potere e nella capacità della DC e degli altri partiti democratici." I fatti diedero loro torto. La DC aprì le porte ai comunisti e Aldo Moro fu rapito proprio il giorno del giuramento del nuovo governo.
Questi documenti inediti aprono una breccia nella sempre più arida e omertosa politica internazionale di questi ultimi anni. Dimostrano che, se fosse venuta alla luce l’opinione dei paesi oltrecortina, e non fosse esistito solo il punto di vista occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, oggi non conosceremmo solo le criticità dell’economia pianificata dell’URSS, ma anche l’aggressività della Nato verso i propri nemici, della quale la perenne lotta al terrorismo costituisce probabilmente solo ciò che emerge dai soffocanti segreti militari.
Un anno dopo, rispetto agli incontri di via Flaminia, nell’estate del 1978, Wenick venne visto a Praga insieme al futuro regista Lorenzo Minoli e al sindacalista Marco Ricceri. Cosa avevano in comune un sostenitore della linea dura della Nato e il fratello di uno dei più famosi giornalisti italiani qual è Giovanni Minoli? Ho provato a contattare Lorenzo Minoli tramite Twitter, ma non ho ottenuto risposta.

sabato 22 aprile 2017

Non è l’ex giudice Di Pietro il ladro di Torino?

La foto che comparve il 25 novembre 1968 sulla Gazzetta del Popolo.

Penso che molte persone, dopo aver letto i miei articoli, abbiano cercato nell’archivio della Stampa notizie su Antonio Di Pietro. L’ex giudice di Mani Pulite da giovane era un ladro d’automobili che cercava di sfuggire ai controlli della polizia? Tutto lo lasciava supporre: età, fotografia, nome e cognome, la passione per le auto, anche l’intervista di Montanelli su Youtube in cui il giornalista dice di Di Pietro: “Era un mariuolo”. Cioè un furfante. Ma assai probabilmente non si tratta della stessa persona.
Mi trovavo a Torino per la mia passione per il collezionismo di figurine. In questo fine settimana c’è l’interessante appuntamento di Torino Comics (un po’ deludente per le figurine a dire il vero). Non ero mai stato a queste convention per fumettisti, artisti e videogiocatori. Alla fine mi sono detto: proviamo a vedere se alla biblioteca civica sono ancora aperti: lì dovrebbe essere disponibile l’archivio della Gazzetta del Popolo, all’epoca concorrente della Stampa.
Un altro giornale con la cronaca di Torino era L’unità, nel 1968. La Gazzetta del Popolo la si può leggere pure a Novara, ma nei faldoni del 1968 mancano tutti i lunedì. Forse perché la biblioteca Negroni era chiusa e non riceveva i giornali. Insomma, a Torino i lunedì ci sono. Si leggono in microfilm. Arrivo con molta concitazione al 25 novembre 1968 scorrendo il rullo come facevano i montatori che aiutavano Carlo Sassi nella Moviola della Domenica Sportiva. Ed ecco, mi dico, adesso avrò altri dettagli sulla strage del Mappano. E infatti ci sono. E c’è pure una foto.
Questo giornale era inquietante. Si trattava di un quotidiano dell’ala di sinistra della Democrazia Cristiana. Dico inquietante perché in quel novembre 1968 ogni giorno pubblicava dei tragici fatti di sangue nella cronaca di Torino. Omicidi di gelosia, tentati suicidi, incidenti spettacolari. Sentite qua: “Trentadue anni, bella, ricca, si spara perché si sente sola”; e c’è un primo piano, con nome e cognome, della protagonista ferita sul letto d’ospedale. Raccapricciante. Un altro che mi sono salvato: “Due operai di Carmagnola uccisi nello scontro con l’auto di tre soldati appena congedati”; sotto vi sono le foto di morti e feriti imbacuccati nel letto dell’ospedale. “Uscito dal manicomio pugnala la moglie “Mi hai stregato tu”. Sotto ci sono la foto di lei, e di lui mentre, ammanettato, viene portato in carcere da due gendarmi in borghese. “In sette a tavola per la cena di Natale, crolla il pavimento e finiscono in cantina”. Anche qui tutte le foto dei componenti della famigliola e dei soccorsi. Tutti questi articoli, e molti li ho tralasciati perché volevo solo dei piccoli esempi, uscirono tra il 25 novembre e il Natale del 1968.
Torino è una grande città, mentre lo spazio per la cronaca locale all’interno della Gazzetta del Popolo era di una sola grande pagina. Certo, poca cosa. Ma nonostante ciò mi ha colpito che non ci sia praticamente mai un ritorno su questi fatti. Intendo dire che i giornalisti, presi dalla cronaca giornaliera densa di notizie, non continuavano a seguire le vicende più tragiche nei giorni successivi. Niente aggiornamenti sui feriti, se ci sono sono veramente pochi, niente funerali, nessun seguito delle indagini. Questo valse soprattutto per il fatto del Mappano, che vide protagonista Antonio Di Pietro.
No, in realtà bisogna forse correggere il suo nome: la Gazzetta del Popolo e L’Unità parlarono di un Antonino Di Pietro. I fatti li conosciamo. Il diciottenne Di Pietro, domenica 24 novembre 1968 tra le 11 e le 12, temendo di essere stato scoperto dalla polizia, non si fermò all’alt a un posto di blocco e si mise a correre all’impazzata per la periferia di Torino. Mise sotto alcune persone e le lasciò in un lago di sangue. Poi si schiantò e si ferì gravemente. La polstrada lo andò a salvare dal linciaggio della folla e impedì a un giornalista, forse complice, di salvarlo dall’arresto.
In entrambi i quotidiani, Gazzetta del Popolo e L’Unità, compare ora la madre di Antonino o Antonio Di Pietro. Corse all’ospedale e disse ai poliziotti, mentre lo piantonavano per poi trasferirlo in carcere e affidarlo al giudice istruttore, che temeva per il figlio, il quale faceva l’idraulico e rischiava con quella bravata di perdere il posto. L’idraulico, dunque. In un articolo del Giornale è stato scritto qualche anno fa, nel 2011, che Antonio Di Pietro da bambino sognava di fare quel mestiere, proprio quello: l’idraulico. Perché gli piaceva veder scorrere l’acqua. Ma questo Di Pietro del Mappano a 18 anni lo faceva davvero l’idraulico. Anche il nomignolo, Antonino, lo abbiamo sentito tante volte in televisione. In realtà Indro Montanelli nei suoi libri parlava di “Tonino”, ma cambia poco. Sempre di un diminutivo si tratta. Che comparve in questo caso di Torino quando i giornali fecero intervenire la madre, premurosa verso il figlio degenere, che aveva rubato un’auto e rischiato una strage.
Ma Antonio Di Pietro, il giudice, queste cose non può averle fatte. Sulla Gazzetta del Popolo pronuncia altre parole questo giovane torinese residente in via Pertengo 5. Non dice che non ha rubato l’auto come sulla Stampa. Quando gli si avvicinano i poliziotti, chiede se ci sono dei morti. Si preoccupa ed è pentito. Forse non è un vero criminale. Forse è molto più simile al futuro giudice di quanto non sembri. Me lo sono chiesto tante volte. E ora posso trarre qualche conclusione. Quel Di Pietro non è il giudice. Sull’Unità non c’è nessuna foto, ma la Gazzetta del Popolo le aveva. E ne aveva tante, come al solito. In alto si vedono i feriti, sempre rigorosamente nel letto del primo soccorso. In basso colpisce subito il lettore il primo piano di Antonino Di Pietro. E’ ammanettato e tenta di coprirsi il volto con le mani. Riesce invece a stento a coprire la bocca, ma restano gli occhi, il naso, i foltissimi capelli, la testa molto grande e rotondetta. No, quello sguardo spento, triste, gli occhi piccoli, il naso un po’ affilato non sono di Antonio Di Pietro, il castigamatti di Tangentopoli. Sul sito Dagospia sono state pubblicate molte foto dell’ex giudice da giovane. Diciamo che potrebbero essere tranquillamente accostate al ragazzino della Stampa, ma non al Di Pietro della Gazzetta del Popolo: visibilmente più grande di un diciottenne, quasi adulto, eppoi ben vestito. Sembra di intravedere, nello sbiadito microfilm della biblioteca Civica, una giacca, una bella camicia e una cravatta. Dove andava con cotanta eleganza un ladro d’auto che di mestiere faceva l’idraulico? Bisognerebbe vedere meglio quella foto, ma lo sguardo parla chiaro. Quello non è Antonio Di Pietro. Ma allora cosa successe nel 1968? Perché le due foto del ladro d’auto sono così diverse? Furono girati dei cortometraggi per rendere più interessanti i giornali? Furono date delle false notizie? E’ assurdo, lo escludo: con tutte quelle foto degli incidenti, i nomi, i dettagli minuziosi dei fatti! Forse la Gazzetta del Popolo non era riuscita ad ottenere un’immagine del ladro, e per non restare indietro rispetto alla concorrenza cercò di inventarsi qualcosa. All’epoca c’erano molte gelosie tra le testate, ma la notizia veniva comunque garantita ai lettori.
Vedremo. Solo il tempo e un po’ di fortuna ci diranno se questo Antonio Di Pietro torinese e il giudice di Mani Pulite hanno qualcosa in comune.


venerdì 14 aprile 2017

Droga, una legge prevedeva sequestri in fotocopia?


Da diversi anni certi articoli dei giornali locali, specialmente di Ancona, si ripetono in fotocopia. Lo avrete notato pure voi. Ci riferiamo agli innumerevoli sequestri di droga portati a termine dalle cosiddette forze dell'ordine.
Stamattina leggendo un pezzo di Daniele Carotti del Corriere Adriatico, impeccabile come un ex cronista dell'Ansa deve essere, mi ha colpito un dettaglio: la droga sequestrata viene inviata dalla stessa polizia a Teramo per essere bruciata. Mi sono allora chiesto: come andava in passato? Ho cercato nel bellissimo archivio della Stampa, che va ringraziata mille volte per questo servizio, e ho scoperto che negli anni '80 non era così semplice liberarsi del corpo di un reato, com'è ovvio. 
Intanto c'era un unico inceneritore ministeriale, non uno in ogni regione italiana, o quasi, come pare avvenga adesso. Inoltre, quella droga sequestrata doveva rimanere in tribunale a disposizione dei giudici fino alla fine del processo, e i tempi allora non erano velocissimi. Ma comunque non potevano certo essere le questure a occuparsi dello smaltimento, bensì serviva una delibera di una speciale commissione. Era un iter lungo durante il quale potevano verificarsi dei furti. Come si è arrivati allora ai freddi arresti di questi tempi? Nel 1990 uscì una norma specifica sulla procedura da seguire. 
Si chiamava: "Testo unico delle leggi in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope". Sottolineo subito che è una legge piuttosto vaga che mirava soprattutto a togliere di mezzo la droga sequestrata. Evidentemente si prevedeva già l'arrivo in Italia di continui carichi di sostanze stupefacenti.
Nell'articolo 87 veniva scritto: "1. L'autorità che effettua il sequestro deve darne immediata notizia al Servizio centrale antidroga specificando l'entità ed il tipo di sostanze sequestrate. 2. Quando il decreto di sequestro o di convalida del sequestro effettuato dall'autorità giudiziaria non è più assoggettabile al riesame, l'autorità giudiziaria dispone il prelievo di uno o più campioni, determinandone l'entità, con l'osservanza delle formalità di cui all'art. 364 del codice di procedura penale e ordina la distruzione della residua parte di sostanze. 3. Se la conservazione delle sostanze di cui al comma 2 sia assolutamente necessaria per il prosieguo delle indagini, l'autorità giudiziaria dispone in tal senso con provvedimento motivato. 4. In ogni caso l'autorità giudiziaria ordina la distruzione delle sostanze stupefacenti e psicotrope confiscate. 5. Per la distruzione di sostanze stupefacenti e psicotrope l'autorità giudiziaria si avvale di idonea struttura pubblica locale, ove esistente, o statale ed incarica la polizia giudiziaria del regolare svolgimento delle relative operazioni. Il verbale delle operazioni è trasmesso all'autorità giudiziaria procedente e al Ministero della sanità. 6. La distruzione avviene secondo le modalità tecniche determinate con decreto del Ministro della sanità in data 19 luglio 1985, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 184 del 6 agosto 1985."
Ecco ora l'articolo 88. "Destinazione dei campioni delle sostanze sequestrate 1. Il Servizio centrale antidroga, istituito nell'ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza, può chiedere all'autorità giudiziaria la consegna di alcuni campioni delle sostanze sequestrate. Altri campioni possono essere motivatamente richiesti dalle singole forze di polizia o dal Ministero della sanità tramite il Servizio centrale antidroga. L'autorità giudiziaria, se la quantità delle sostanze sequestrate lo consente, e se le richieste sono pervenute prima della esecuzione dell'ordine di distruzione, accoglie le richieste stesse dando la priorità a quelle del Servizio centrale antidroga e determina le modalità della consegna."
La mia personale impressione è che un simile decreto legge prevedesse, come accennato prima, arresti e sequestri scaglionati simili a quelli a cui abbiamo assistito in questi decenni. Lo si evince nel punto in cui genericamente veniva autorizzato lo smaltimento delle droghe nelle strutture locali, come se già fosse chiaro che sarebbero arrivati dei carichi ingenti in tutta la penisola. La stranezza della legge consiste proprio nello snellimento di una procedura che non può essere certo di routine, nel senso che dietro un carico di droga ci sono sono organizzazioni mafiose ramificate e non certo dei piccoli corrieri italiani e stranieri così fessi da farsi beccare tutte le volte, per riprovarci la volta dopo senza cambiare una virgola. 
La scarsa credibilità di questo sistema la si coglie anche scoprendo su Wikipedia che la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, che fu istituita con legge del 1991 al posto del Servizio Centrale Antidroga, dipende direttamente dal Ministero dell'Interno e non dalla magistratura, con evidente violanzione dell'autonomia del potere giudiziario. Perché il Ministero vuole essere informato sulla droga che viene importata in Italia? Questa attività criminale appartiene evidentemente a un settore delle indagini parallelo a quello della giustizia ordinaria. Lo dimostra un altro fatto: sempre dai primi anni '90 gli sfortunati che vengono colti dalle forze dell'ordine con piccoli quantitativi di stupefacenti vengono giudicati per direttissima dal prefetto, cioè da un funzionario del potere centrale cui spetterebbero solo ruoli amministrativi. Questi detentori di pochi grammi di droga non hanno la possibilità di nominare un avvocato, bensì si difendono soltanto attraverso un memoriale scritto di propria iniziativa.
Il sito cannabis.dronet.org scrive: "Le sanzioni vengono comminate dal Prefetto a seguito di una segnalazione da parte degli organi di pubblica sicurezza che hanno accertato l’illecito amministrativo. Entro 30 giorni dalla data di contestazione o di notificazione della violazione, l’interessato può presentare al Prefetto scritti o memorie difensive. Successivamente si viene chiamati a colloquio. Nel caso di minorenni, sono invitati al colloquio anche i genitori.
Contro le sanzioni comminate dal Prefetto è possibile far ricorso entro 10 giorni dalla notifica, presso il giudice di pace (comma 9 art.75 del DPR 309/90)." Un altro passaggio significativo è questo: "In caso non ci si presenti al colloquio in Prefettura, scattano le seguenti sanzioni: sospensione della patente (fino a 3 anni), del passaporto o del porto d’armi (fino a 1 anno). E' utile anche sapere che chi è oggetto di sanzioni amministrative ex art.75 non può conseguire la patente né il patentino; nel caso le sanzioni arrivino dopo il rilascio, il Prefetto dispone la revoca della patente (art. 120 del Codice della Strada), e quindi per riottenere questo documento sarà necessario partire da zero e sostenere nuovamente l’esame di guida. Secondo la legge, dalla seconda volta in poi che si viene colti in possesso di sostanze non c’è possibilità di chiudere la vicenda con un ammonimento, ma devono essere applicate le sanzioni previste dalla legge.
La scelta del tipo di sanzione da applicare (e quindi del documento da sospendere) viene fatta dal Prefetto."

Manca come si vede l'elemento più importante, vale a dire l'indagine sui mandanti, sui pezzi da novanta del narcotraffico. Lo Stato italiano fa il forte coi deboli e il debole coi forti.

sabato 8 aprile 2017

Il "consenso" ci salverà dalla crisi economica?


"Alla fine dell'anno scorso circolavano in Italia titoli di Stato e obbligazioni per un valore che superava l'astronomica cifra di 40 mila miliardi. L'incremento è ormai di diverse migliaia di miliardi ogni dodici mesi e, in rapporto alle dimensioni della nostra economia, è forse il maggiore del mondo. Ciò significa che — asfittico e fuori dalle sue funzioni istituzionali il mercato azionario — è sul reddito fisso che sono incentrati l'interesse e le cure sia delle autorità centrali, sia degli esperti finanziari."
Questa era nel 1972 l'introduzione che l'economista cieco e senza contratto giornalistico della Stampa, Renato Cantoni, faceva nel suo articolo su obbligazioni e debito pubblico. Grazie al suo straordinario talento, posso confermare ancora una volta che la nostra visione della politica economica, nel 2017, è assai limitata.
Lo Stato per pagare i suoi stipendi ormai non ha altra scelta che quella di farsi prestare il denaro dai cittadini. Un'emergenza tira l'altra. E il cane si morde da almeno venticinque anni la coda. In tempi diversi si trattava invece di un'emergenza che si sostituiva ad altre soluzioni.
Bisogna quindi per forza tornare indietro, al 1972, per capire cosa accadeva quando il debito pubblico era nella norma, quasi in una nostra vita precedente. Leggendo l’ articolo di Cantoni intitolato “Obbligazioni e inflazione” riaffiorano altri dettagli interessanti. Nel malaugurato caso in cui le aste delle obbligazioni fossero andate storte, lo Stato avrebbe dovuto intervenire direttamente, in modo tale da porre rimedio ai progetti pubblici messi a bilancio preventivo. Toccava alla Banca d'Italia comprare i titoli invenduti, oppure a un istituto statale di credito: l'Istituto Centrale fra le Casse di Risparmio (ICCRI). Oggi si cerca l'aiuto della Banca Centrale Europea, ed è più difficile spiegarle che per la nostra bella vita abbiamo bisogno di altra liquidità.
Nel 1972 erano le nostre banche pubbliche, inoltre, in situazioni di crisi, a garantire nuove emissioni di obbligazioni molto convenienti con cui finanziare, con i soldi degli italiani, le opere infrastrutturali. E la cosa avveniva alla luce del sole. Il cittadino era direttamente coinvolto nelle spese pubbliche.
Oggi non è più così. Al centro di tutto, cioè a Roma, in questi ultimi decenni c'è un occulto "convalescenziario" statale, tanto per rubare le parole di un altro economista: Ernesto Cianci. Il governo Renzi ha escogitato una nuova IRI, ma il sistema non si allontana dalla politica del fascismo. Può essere la ragione per cui è risuscitata pure l'ottocentesca Cassa Depositi e Prestiti. E' lei, sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, a gestire Fintecna, che è, appunto, una IRI di terza generazione, la quale racchiude al suo interno una serie infinita di scatole cinesi. Qui come sappiamo vengono assorbiti tutti i debiti pubblici, come dopo la grande crisi del 1929. Poi nel pentolone troviamo gli investimenti degli enti locali, il mercato delle armi, il lavoro precario di Almaviva, e anche la progettazione di opere pubbliche. Persino i rimborsi per il terremoto del 2016 nel centro Italia vengono controllati da Fintecna, che è alla ricerca di più di cento ingegneri per studiare la ricostruzione degli edifici di Marche, Lazio e Umbria.
In sostanza, la garanzia dello Stato adesso viene offerta a costo zero, almeno negli annunci dei politici. I rimborsi arrivano con estrema facilità, i controlli sono centralizzati, ma l’impressione è che l’ombrello statale difficilmente potrà contenere tutte le necessità immediate del paese. Chi salderà i conti?
In un recente articolo sul debito pubblico è stato scritto che i titoli di stato permettono al governo di coprire il deficit. Ce lo auguriamo. Almeno vorremmo continuare a sopravvivere. Secondo Radio Radicale, nel 1995 una buona metà di essi veniva assorbita dal mercato italiano, composto di famiglie private, banche, assicurazioni. Garantivamo con il nostro stipendio, e garantiamo ancora perché le oscillazioni sono state minime, i soldi che il nostro datore di lavoro nel settore pubblico avrebbe dovuto corrisponderci il mese successivo. Radio Radicale non lo specificava, ma questo era il succo.
Dunque è implicito il fatto che senza bot, cct e btp lo Stato italiano fallirebbe. Questi prodotti finanziari, che pagano interessi sempre più bassi, vengono spalmati dal governo su scadenze sempre più lunghe, affinché si ritardi il più possibile il momento di una loro restituzione. Una simile prospettiva, nel complesso, li rende sempre meno convenienti, sia per le famiglie, sia per le stesse banche, che continuano ad investire buona parte dei soldi dei cittadini nei titoli pubblici. E infatti la crisi bancaria è sotto gli occhi di tutti.
Per piazzare questi bot, cct e btp, dopo la separazione voluta da Andreatta tra la banca d’italia e la politica del governo, serve per forza di cose il consenso dei cittadini per lo Stato. In altre parole, molto più semplici da capire, per sopravvivere abbiamo bisogno di una dittatura, di un consenso vastissimo. Ogni crisi o scandalo vero potrebbe creare i presupposti per una crisi di liquidità, che manderebbe a gambe all'aria tutti gli impiegati degli uffici pubblici e i politici che si danno alla bella vita.
La gente deve credere nello Stato e investire sul suo debito. Ecco perché le manovrine, con il Berlusca o con Renzi, non possono colpire i cittadini. Devono mancare il colpo e finire sui fumatori, sugli alcolisti, ma non sui loro “clienti”. La gente non può non credere nello Stato italiano, e questo anche riguardo al sistema giudiziario. Lo Stato italiano è il bene assoluto, e il Berlusca o gli altri politici indagati sono i martiri che pagano con la loro reputazione affinché il gioco regga e vada avanti. Un prezzo che si può anche pagare, visto che la galera questi signori non sanno manco cosa sia.
Altre soluzioni non si vedono. Il capitalismo del mercato azionario continua a non piacerci. La politica parlamentare, sia di sinistra che di destra, non favorisce affatto il libero mercato, ma semmai gli appalti, le scalate e le nazionalizzazioni. Continuiamo a non saper immaginare qualcosa di diverso dal finanziamento a pioggia dello Stato, senza tuttavia alcun ritorno di fiamma per il comunismo. E idee nuove dagli economisti non arrivano. Abbiamo un processo al giorno per gli appalti pubblici da venticinque anni, dalla prima Mani Pulite, una corruzione che è devastante come ai tempi di Catilina, ma a nessuno viene in mente di eliminare alla radice il problema. Come è possibile? Forse è proprio questa attività di eterna indagine mediatica che deve far nascere il consenso per lo Stato e il conseguente successo nelle vendite dei titoli pubblici.
Sta di fatto che nel nostro giornalismo è difficile immaginare un'economia che non preveda nel prossimo futuro una nuova grande asta di bot, cct, e btp. E nessuno si è ancora accorto che Renato Cantoni è più importante del suo quasi omonimo del fantozziano ufficio anticorruzione.

mercoledì 15 marzo 2017

La folle corsa di Antonio Di Pietro che devastò un intero paese

L'articolo che comparve il 25 novembre 1968 sul quotidiano La Stampa
Le notevoli somiglianze tra il Di Pietro giovane (a sx, dal sito Dagospia) e il ladro di Torino (a dx sulla Stampa)
Anche il Di Pietro adulto (a sx da internet) e il ladro di Torino (a dx sulla Stampa) mostrano tantissimi punti somatici in comune.

C’è un’auto che corre per una strada della periferia di Torino. Sono le 11 del mattino del 24 novembre del 1968. E’ tempo di contestazioni, di tentate rivoluzioni, in Italia, in Cecoslovacchia, nel mondo. Ma tutto questo a un giovane ladro diciottenne non interessa in quel momento. Ha tra le mani una Fiat 124 di colore verde scuro. Alla polizia spiegherà poco più tardi nell’interrogatorio: “Non l’ho rubata, l’ho trovata ieri sera. Era abbandonata e ho voluto provarla.” Secondo la polizia invece si tratta di un furto. Il signor Giorgio Minuto, il legittimo proprietario della 124 che sta correndo per l’abitato di Torino, non si è ancora accorto che la sua macchina è finita tra le mani di un pazzo.
Corre, il diciottenne, va a più di 100 chilometri orari. Il quartiere che sta attraversando si chiama Mappano. Avrebbe dovuto fermarsi a un posto di blocco della polizia, ma non lo ha fatto. Ha forzato il posto di blocco e ha cercato di superare una Fiat 600, ma si è trovato davanti un altro veicolo. In quella vettura che stava per scontrarsi con lui frontalmente, una Fiat 1300, viaggiava anche un bambino di 3 anni con i suoi genitori. Il giovane forse ha avuto un presentimento, oppure ha pensato solo alla sua pellaccia, e si è scansato per evitare l’impatto, colpendo un’altra Fiat 600 e spedendola in un burrone. La 124 nella sua folle corsa è ormai un cavallo imbizzarrito, non riesce più a fermarsi. Urta un marito e una moglie, Francesco Lupia e Antonina Gualtieri, che camminavano a piedi sul ciglio della strada e li butta a terra. Se la caveranno con qualche settimana di prognosi, come anche il proprietario di una delle due Fiat 600, Renato Bombonati. Il ladro, invece, che ha perso il controllo del mezzo e non ha l’esperienza per poterlo domare, visto che ha preso la patente pochi mesi prima, finisce in un fosso e urta contro un albero con violenza, fratturandosi la gamba. Fuori intanto i poliziotti sono accorsi sul luogo dell’incidente, e stanno cercando di allontanare gli abitanti della zona, che sono furiosi. Saranno circa duecento persone. Vogliono linciare quel ladro senza cervello che ha scaraventato uomini e automobili fuori dalla strada. La polizia estrae il ladro e sta per portarlo via, quando un giornalista scende dalla sua Ford e tenta di farsi consegnare il ladro. I poliziotti pensano a un complice e decidono di portare loro stessi il delinquente all’ospedale, piantonandolo sul letto dove sarà ricoverato.
La notizia ormai si diffonde ed esce il giorno successivo sul quotidiano La Stampa, senza il nome dell’articolista. La ritroviamo lì dov’era stata lasciata quasi 50 anni fa con una ricerca nata con una curiosità: sapere se fosse stato scritto qualcosa sul giudice Antonio Di Pietro negli anni della contestazione giovanile del 1968. In quel periodo l’ex magistrato, poi divenuto un esponente della politica del centro-sinistra, avrebbe avuto 18 anni come il giovane ladro di Torino.
Anche il ladro, però, si chiamava Antonio Di Pietro, la polizia lo aveva identificato nel momento di portarlo in ospedale. Abitava a Torino. C’è una foto molto grande che incornicia l’articolo, nella quale il ladro viene ritratto in primo piano accanto a un fotogramma dello spettacolare incidente. Antonio Di Pietro, il ladro d’auto che fuggiva dalla polizia, è giovanissimo, sembra più giovane di un diciottenne. Ha i capelli folti, scuri, il viso da bambino. Apparentemente non assomiglia all’ormai ultrasessantenne ex magistrato, che porta con orgoglio, dopo aver scatenato la tempesta giudiziaria di Tangentopoli e “decapitato” la politica della prima repubblica, il suo stesso nome e cognome.
Del resto, come poter anche solo farci sfiorare dall’idea che Antonio Di Pietro abbia potuto guidare il pool di Mani Pulite, tenere in scacco un intero paese, “far morire tante persone”, come affermò Silvio Berlusconi in una puntata della trasmissione Porta a Porta, quando sarebbe bastato un controllo tra i precedenti penali per scoprire forse qualcosa di terribile? Va bene riabilitare un diciottenne che ha fatto una scemenza, ma regalargli una nazione è troppo. Non ci vogliamo nemmeno pensare, ma questo è il risultato che ci sbatte davanti agli occhi il motore di ricerca dell’archivio della Stampa. Abbiamo appurato che sarebbe sufficiente cercare “Antonio Di Pietro” più la parola “ladro”, per far emergere come primo risultato quell’articolo.
Ma chi potrebbe pensare a una cosa del genere? Questi due personaggi fanno a pugni tra di loro come in un incontro di pugilato. Sono due vite parallele di due uomini della stessa età, ma con un senso della giustizia totalmente diverso. Il Di Pietro della fuga viene descritto dal giornale La Stampa come un ladro molto scaltro, che si era portato un giornalista, forse finto, come complice. Il Di Pietro più famoso, invece, è uscito indenne dalle accuse che gli furono rivolte negli anni ‘90 da Craxi. Si disse che fosse una ripicca “per fargli le scarpe”, se vogliamo usare il gergo dei gangster. In effetti è così, perché Craxi aveva usato i servizi segreti per farlo pedinare e spiare. Di cose sul conto del giudice ne aveva trovate, e stava per usarle. Ma i magistrati sequestrarono quel materiale e posero fine alle vendette private del leader socialista.
A questo punto possiamo azzardare che qualche punto in comune tra i due omonimi esista. Nella biografia di Antonio Di Pietro c’è un buco che arriva fino al 1971. Quell’anno il giudice decise di emigrare in Germania in cerca di lavoro, per poi rientrare in Italia e iscriversi all’università di Milano per frequentare la facoltà di Giurisprudenza. Ci sarebbe spazio per qualche bravata giovanile, ma certo non della portata della carambola di Torino. Poi c’è l’aspetto fisico, che non è di secondaria importanza. Se a prima vista il Di Pietro ladro non sembra poter essere paragonato al giudice, mettendo una di fianco all’altra le foto le cose cambiano. Naso, bocca, mento, ovale del volto, occhi, sopracciglia coincidono perfettamente. Emerge anche il dettaglio dei denti, che presentano una sporgenza molto evidente nel lato destro. Sembra che il giudice già ai tempi delle prime inchieste fosse diverso da come appare oggi e con molti capelli in più. C’è insomma chi cambia e chi resta identico per tutta la vita. Di Pietro ci sembra possa appartenere alla prima categoria. Ma resta un’ipotesi che come giornalisti non possiamo accettare. Per la storia d’Italia, che diventerebbe una barzelletta, per la seconda repubblica, che vedrebbe cadere un uomo simbolo dell’infinita stagione dei processi, e per i giornalisti, ma non si meriterebbero la nostra commiserazione, che si sono buttati a testa bassa nelle inchieste giudiziarie senza farsi una propria inchiesta alla ricerca delle verità. Lo diciamo da tempo: a prescindere dalla storia personale di Di Pietro, hanno sbagliato tutti. Le inchieste sulle tangenti sono diventate la fonte della verità, in un contesto, però, che ricorda tantissimo l’incidente del Mappano: un gruppo di uomini, da solo, ha preso in mano un paese e lo ha devastato con la forza d’urto di una macchina impazzita.
Noi vogliamo, siamo condannati a credere, che l’incidente del 24 novembre del 1968 fu provocato da un sosia di Antonio Di Pietro. Chissà, forse il ladro d’auto e quell’altro Antonio Di Pietro, pure lui con precedenti per furto, che morì a Muggiò nel 1983 in un regolamento di conti, sono, loro sì, la stessa persona. 

Il bene e il male, angeli e demoni, criminali e magistrati. Forse esiste un alter ego per ognuno di noi, con tutti i difetti e i vizi che noi non vorremmo avere, che muore, si sacrifica, perché il bene possa trionfare.

domenica 12 marzo 2017

Antonio Di Pietro? E’ morto nel 1983


Antonio Di Pietro è morto? Ma no, è una bufala del web! E’ solo la risposta generica che, a una nostra ricerca sul nome di Antonio Di Pietro, ci ha fornito l’archivio del quotidiano La Stampa.
Abbiamo provato cioè a capire se del famoso giudice di Mani Pulite si parlò soltanto a partire da quel noto arresto di Mario Chiesa nel febbraio del 1992, oppure vi sono tracce anche precedenti a quella fatidica data, con altre inchieste, altre storie, altri indagati.
Le tracce ci sono. Selezionando un range di ricerca dall’anno 1970 al 16 febbraio 1992, giorno prima dell’arresto di Mario Chiesa, tre sono gli articoli che ci hanno colpito. Il primo è quello più curioso, che proprio fuori strada non porta: un Antonio Di Pietro risulta morto sempre nel milanese nei primi anni ‘80 del secolo scorso. Una “breve” del 17 maggio 1983 riportava la notizia che un Antonio Di Pietro di 28 anni, pregiudicato per furto e nel giro della prostituzione, era stato ucciso in un agguato a Muggiò, in provincia di Milano. Era stato ferito a una spalla ed era morto dissanguato all’ospedale di Monza. Era stato raccolto - affermava l’articolista -, sanguinante, ai bordi di una strada a Cinisello Balsamo. E da qui portato inutilmente all’ospedale.
Si tratta di un’omonimia? Evidentemente è così. Il giudice di Mani Pulite risulta nato, secondo Wikipedia, nel 1950 e avrebbe avuto quindi, nel 1983, già 33 anni, e non 28. Tuttavia leggendo questa mia ricostruzione storica l’ex pubblico ministero, detto dai suoi amici “tonino”, comprenderà quanto grave è stato quel suo vizio di andare in vacanza con un passaporto falso (ammesso sia vero quanto trovato nei dossier di Craxi). Chi falsifica il nome una volta, non potrebbe infatti averlo fatto altre volte?
Antonio Di Pietro, come giudice, compare sui giornali in tempi non sospetti in un’inchiesta sulle patenti di guida falsificate. Parliamo di un’indagine condotta da Di Pietro, in qualità di sostituto procuratore della procura milanese, insieme alla Polstrada. Erano i primi passi di un giudice che, evidentemente, partiva fin dall’inizio, lancia in resta, a caccia dei truffatori. Eravamo ancora nel 1986, sei anni prima dello scoppio dello scandalo di Tangentopoli. 
Due anni più tardi, nel 1988, il nome di Antonio Di Pietro lo si leggeva in una nuova inchiesta sulla corruzione, condotta, tra gli altri, insieme al giudice Piercamillo Davigo, altrettanto legato alle indagini su Tangentopoli. Inchiesta che si allargava a macchia d’olio dalle patenti alle tangenti assegnate ai politici sulla costruzione delle cosiddette carceri d’oro, famoso scandalo che vide coinvolto anche l’ex ministro, originario del novarese, Franco Nicolazzi.
La carriera di Di Pietro era evidentemente tutta orientata verso quello che sarà l’apice del suo successo: gli arresti per la Maxitangente Enimont. Tutto sembra portare verso una escalation di processi, che poi, come sappiamo, arriverà. Morte del suo omonimo a parte, si intuisce fin dall’inizio, con questa breve analisi, che questo magistrato era uno specialista di un solo settore, e che quindi, a differenza di molti altri che lo precedettero in passato, potrebbe essere entrato in magistratura per applicare le leggi solo ed esclusivamente sulla corruzione. Questo è quanto ci sentiamo di concludere.

sabato 11 marzo 2017

La drammatica attualità delle inchieste farsa


“All’improvviso uno sconosciuto”, ironizzava il titolo di una rubrica della Gialappas band ai tempi di Mai dire gol. Ma è ciò che avviene ogni giorno sulle televisioni italiane quando inizia il telegiornale.
Siamo invasi da notizie di cronaca giudiziaria che pretendono di fare scandalo come ai tempi dell’ormai remota Mani Pulite. Assistiamo passivi a cronache prive delle più elementari norme del buon giornalismo, prive dell’emotività di un testimone qual è il cronista, con nomi di illustri sconosciuti assurti a protagonisti (non si sa se positivi o negativi), che nessuno fino a poche ore prima aveva letto nelle stesse prime pagine e con lo stesso risalto. Mi sono chiesto allora che senso abbia tutto questo, che valore abbiano le notizie per la gente, e soprattutto chi siano questi protagonisti dell’ultima storia, quella della Consip.
Per curiosità come un qualsiasi lettore-telespettatore sono andato a leggermi qualcosa nel passato di questa azienda. Ho preso l’archivio online della Stampa, perché il Corriere della Sera è a pagamento e L’Unità lo ha tolto, forse dopo aver compreso che la rivoluzione comunista non può riuscire fino in fondo lasciando aperti gli archivi, e mi sono messo a leggere. Qualcuno mi accuserà: “con il motore di ricerca digitale sono bravi tutti”. Lo avrei fatto lo stesso con i faldoni cartacei e impolverati!
E dopo aver letto le vecchie notizie arriva la solita inc... arrabbiatura. Siamo al solito discorso: si lancia una notizia, ma per vedere quella vera bisognerebbe allargare l'obiettivo a tutto il sistema. Cos'è la Consip? Un organo di Stato che accentrava in un unico ente tutti gli acquisti della pupblica amministrazione. Tutta una serie di appalti, insomma. Gli articoli nei quali se ne parlava sono del 2003, al tempo del Governo Berlusconi due, ma questa Consip era nata nel 1997 con il governo Prodi. Un sistema molto criticato. Si diceva fosse simile a quello dell'ex URSS.
Un ricercatore del Politecnico di Torino, un certo Paolo Valabrega (se mi legge spero che mi scriva) in una sua lettera spiegava il funzionamento di questo ente in modo perfetto. “Tutti gli enti pubblici - scriveva - potevano rivolgersi alla Consip per comprare o almeno per confrontarne i prezzi con quelli di altri fornitori. Quindi anche gli enti e i fornitori che fanno ricerca scientifica.” A questo punto nella storia della Consip di Valabrega c’è una precisazione che chiama in ballo il Berlusca. Al tempo del suo governo il mercato libero, sacro per l’Unione Europea, fu sacrificato in nome del risparmio di Stato.
“Nella legge finanziaria 2003 - proseguiva il ricercatore - la Consip diventa fornitore obbligatorio di tutti gli enti pubblici: non si può comprare al libero mercato una gomma, un foglio di carta, un servizio di pulizie o un computer se è presente nelle sue offerte. Solo quando si è certi che qualcosa non compare fra i prodotti venduti dalla Consip si ha il diritto di rivolgersi al libero mercato.” Tutto questo portava secondo il dottorando universitario a un eccesso di burocrazia che rallentava ogni acquisto. Un altro docente del Politecnico di Torino, Roberto Merletti, affermava in un’altra lettera più meno questo concetto: i miei progetti aerospaziali sono in ritardo per colpa della Consip. “Signor burocrate - si rivolgeva alla dirigenza dell’ente centralizzato - pagherà lei l’eventuale penale per il lavoro non concluso nei tempi pattuiti? Sarà la sua reputazione ad essere lesa? Sarà lei a perdere il prossimo contratto a favore di un collega tedesco o francese privo delle forche caudine a noi imposte?”
Sembra evidente che in un’economia proiettata verso il mercato libero, c’era nel 2003 uno zoccolo duro che guardava con nostalgia al comunismo di Stalin. Per voler controllare l’economia il sistema sovietico implose, per colpe esclusivamente sue, ben prima che i cittadini abbattessero il muro di Berlino Est. Dal novembre 1989 crollarono, come nel gioco del domino, tutte le dittature comuniste del Patto di Varsavia, nel giro di un anno e mezzo. Non c’era più nulla da salvare. Nel 2003 erano già passati quattordici anni e altri quattordici ci dividono dal nostro 2017.
Il ricercatore torinese a cui ci siamo affezionati, Paolo Valabrega, aggiungeva quell’anno (sempre su La Stampa, che però con il tempo è diventato un giornale di regime e si è uniformato ai licenziamenti come gli altri quotidiani) dei dettagli politici che non possono passare inosservati. “Dalle nostre (non approfondite) ricerche risulta che qualcosa di simile fosse in funzione nell’ex Unione Sovietica.”
Lo stesso quotidiano piemontese pubblicò poco tempo dopo la replica della Consip, attraverso le parole dell’amministratore delegato, Ferruccio Ferranti. Il quale ribatté: “Non siamo l’Urss e non siamo la Corea”. 
Di queste tracce del passato cosa è rimasto nella storia di corruzione che vede attualmente indagato, tra gli altri, anche il padre (ha un padre?) dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi? Niente, non è rimasto nulla. Praticamente tutta la stampa italiana segue la linea che tenne l’amministratore delegato di Consip nel 2003. Cercando notizie su “cos’è Consip”, ci si imbatte in un articolo di Sky News che contiene proprio l'esaltazione di questo ente. Niente più politica, niente più polemiche, niente economia. La magistratura indaga addirittura per risanare quel sistema che il povero ricercatore del Politecnico di Torino (l’avranno ammazzato?) quasi metteva in ridicolo col paragone con l’Urss. In pratica le inchieste servono a questo: ripulita dalla corruzione, Consip dovrebbe funzionare a meraviglia, perché il suo sistema di appalti è impeccabile. Figuriamoci! Se non ci fosse uno scandalo al giorno avremmo un sistema staliniano di pianificazione efficiente e uno Stato più accentrato che mai. Saremmo tutti felici, non trovate? Nessuno, insomma, ti descrive la Consip come l'ha fatta lo Stato-mamma, che accudisce i suoi sudditi privilegiati dai tempi della Democrazia Cristiana.
Prima Prodi, D’Alema, poi Berlusconi. Il nostro, nella seconda repubblica, è uno Stato, via via, sempre più autoritario, e che ovviamente non funziona. Si indaga, si infanga, ma non si uscirà dalla visione particolaristica della realtà, perché si difende un sistema fuori dal tempo e fuorilegge, magistrati inclusi. Sembra di leggere sui nostri quotidiani quell’ossessione per le indagini a tappeto che era tipica di Stalin. Roba di settant’anni fa e condannata dalla storia.
Se i giornalisti avessero proceduto con il mio metodo di ricerca, a ritroso nel tempo, anche per Mani Pulite, avrebbero scoperto che il vero scandalo, nel 1992, non erano i finanziamenti ai consiglieri comunali di Milano in cambio di appalti, bensì i finanziamenti pubblici ai partiti elargiti generosamente con i soldi delle tasse. Finanziamenti, questi ultimi, tutelati dalla legge tanto cara a Di Pietro, al punto da renderlo famoso. E' una situazione grave, che continua a ripetersi e che nessuno vede. Secondo me andava presa in tempo venticinque anni fa, adesso può essere troppo tardi.

La vittoria della Juve va annullata


L'attesa gara di serie A tra la Juventus e il Milan doveva finire con un pareggio? Secondo la nostra analisi si', perché due giocatori della Juventus erano in area di rigore al momento del tiro decisivo dal dischetto. La partita come saprete e' terminata 2-1 con rigore segnato dai bianconeri all'ultimo minuto di recupero.
Rigore che ci poteva stare? O il giocatore del Milan era troppo vicino alla palla per evitare, come poi non ha fatto, di prenderla con la mano? Su questo si potrebbe discutere a lungo, ma c'è qualcosa di più clamoroso ed e' l'irregolarità evidente del calcio di rigore. Il libro degli anni '50 del secolo scorso intitolato "L'arbitro perfetto" era molto chiaro su certi dettagli paradossali del calcio. Paradossi che nella serie A attuale sono diventati la regola. Facciamo un esempio. Durante Barcellona-Paris Saint Germain l'arbitro non eccezionale ma comunque dignitoso ha fischiato diversi fuorigioco ai catalani, in particolare in occasione dei calci piazzati. In un'occasione l'azione e' stata bloccata nonostante i giocatori del Barcellona non fossero in grado di toccare il pallone, ma solo di partecipare all'azione. Sappiamo invece che nel nostro campionato le regole sono molto più cervellotiche, caotiche oserei dire, e non distinguono più tra fuorigioco attivo e passivo. Conta solo il fatto che i calciatori in fuorigioco tocchino o meno la palla. A volte possono stare in area, ostacolare difensori e portieri, ma senza che l'arbitro li punisca. E' la corruzione che ormai si fa sistema. Tutto viene tollerato. E quindi non mi meraviglio se l'arbitro di Juventus-Milan abbia permesso a Dybala di segnare il gol del 2-1 con un marea di altri giocatori entrati dentro l'area. La regola una volta non ammetteva ignoranza: se c'è rigore allo scadere del tempo, la massima punizione va eseguita, anche oltre il tempo di recupero. Tuttavia, se i giocatori della squadra che sta per battere entrano in area, l'eventuale gol va annullato e la gara si conclude. Nel fotogramma preso da Youtube appare chiaro che vi sono due calciatori della Juve dentro l'area già durante l'esecuzione del penalty, e uno entra prima ancora che Dybala calci la palla. Ma non e' finita qui, perché la regola dice che se entrano i giocatori della squadra che il rigore lo subisce il rigore andrebbe ripetuto. Il libro non contempla neppure l'eventualità che entrino i giocatori di entrambe le squadre, perché è totalmente inutile: la gara si conclude con il tiro e non ci sarebbe tempo per eventuali ribattute. L'arbitro di Juventus-Milan non ha fatto un piega, e questo a nostro avviso testimonia il pressappochismo con cui vengono fatte rispettare le regole di questo sport non più bellissimo. La vittoria della Juve va dunque annullata? Sarebbe giusto cosi', ma fare un passo indietro ora significherebbe mettere in discussione tanti altri punti oscuri che avevamo segnalato tempo fa, come ad esempio i recuperi delle gare sospese che non ripartono più dal primo minuto. Probabilmente e' troppo tardi perché il sistema calcio si salvi con tante scuse.

lunedì 27 febbraio 2017

Antonio Di Pietro e quel fascicolo del giudice Palermo




A ben guardare gli articoli che uscirono dal 1994 al 1996, c’è un momento nel quale le vicende del giudice Di Pietro ricalcano quanto accadde a Carlo Palermo. Ed è l’inchiesta sulle attività del partito socialista in Africa. Secondo quanto scrisse Giovanni Bianconi il primo marzo del 1996 su La Stampa, fu proprio Mach di Palmstein a lanciare le prime pesanti accuse contro il giudice più famoso di Mani Pulite.
“Tonino” Di Pietro si stava avvicinando a grandi falcate verso gli affari di Bettino Craxi nel Terzo Mondo. Era l’agosto del 1994. Tramite l’Interpol aveva sbattuto in cella Mach di Palmstein, mentre a Parigi era ospite dell’attrice Domiziana Giordano. Ma quando in Kenya si accingeva ad arrestare anche l’ex agente dell’Ina di Milano, Gianfranco Troielli, che era un altro nome noto dell’inchiesta del giudice Palermo, i servizi segreti fecero sfumare l’operazione con una soffiata. A quel punto partì un’attività di dossieraggio su Di Pietro con l’unico fine, non certo di fare giustizia, bensì di eliminare dalla scena con delle rivelazioni scandalose colui che veniva considerato il principale nemico dei socialisti.
Tutto questo venne appurato dal Copasir, il comitato di controllo del parlamento sui servizi segreti, e reso noto tra la fine del 1995 e il 1996. L'ex giudice Antonio Di Pietro - affermò il presidente del Copasir, Massimo Brutti - fu spiato per diversi anni da uomini corrotti dei Servizi Segreti al servizio di Bettino Craxi. Furono attuate pressioni nei suoi confronti fino a costringerlo a dimettersi dalla magistratura.
Il documento venne scritto il 26 ottobre del 1995. Si trattava di una relazione redatta sulla base di informazioni acquisite durante la perquisizione dei magistrati nella sede della società "Giovine Italia", che avvenne l'8 luglio 1995. Gli inquirenti scoprirono un carteggio riservato dell'onorevole Bettino Craxi, in cui questi annotava tutti i movimenti dei suoi possibili avversari politici, e girarono il materiale al Comitato.
Ci sono elementi che destano sicuramente scalpore e gettano ombre che nessuno in Italia renderebbe pubbliche sui Servizi Segreti. Questo è il concetto terrificante: Bettino Craxi usava alcuni reparti deviati del Sisde a proprio piacimento. Faceva pedinare gli avversari, li ricattava e li minacciava. Tra questi il giudice Di Pietro, che Craxi considerava uno dei principali nemici. Craxi - afferma il Comitato - per fermare i magistrati ricorse alla disinformazione e alle insinuazioni spesso inverificabili. Il carteggio su Di Pietro è diviso in tre parti: la prima riguarda il periodo in cui Di Pietro lavorava in Polizia; la seconda si riferisce alle amicizie milanesi del giudice; la terza parte riguarda il suo modo di indagare sui fatti di corruzione. Ma al di là di questi appunti, Craxi riuscì a spiare le telefonate di Di Pietro corrompendo uomini della Telecom per poi ricattare con delle lettere il giudice.
Scrive il Comitato: "Si è trattato probabilmente di una raccolta di dati relativi al traffico telefonico, che, in assenza di un provvedimento dell'Autorità giudiziaria, può essersi realizzata soltanto attraverso l'attività illegittima di uno o più funzionari della Telecom. Non può escludersi una intercettazione delle telefonate." 
L'elemento che solo il mio libro poteva rivelarvi è che quelle telefonate furono usate dalla magistratura, evidentemente non onesta, per indagare e processare Di Pietro, chiudendo la pagina principale di Tangentopoli. Dice infatti il Comitato: "l'elenco analitico di quelle telefonate fa parte di un dossier che ha costituito la base di avvio dell'attività ispettiva iniziata nell'autunno del 1994 a carico del dottor Di Pietro e chiusa il 7 dicembre, nel giorno successivo alle sue dimissioni." 
Craxi rivelò poi pubblicamente queste informazioni nel momento in cui la Procura di Brescia istruì il processo, ma - spiega la relazione del Comitato - ci sono troppe coincidenze tra il dossier della magistratura e il carteggio riservato di Craxi per non pensare a una macchinazione diffamatoria dell'ex leader socialista. La relazione si conclude così: "E' possibile che settori o singoli uomini degli apparati dello Stato abbiano lavorato per costruire informazioni riservate su Di Pietro e per tenerlo sotto controllo? Il Comitato ritiene che ciò sia verosimile."

Le pressioni inconfessabili di Giuliano Amato

Una seconda relazione del Comitato parlamentare, datata 5 marzo 1996, permette di accendere un’ulteriore luce sulle indagini illegali di cui fu vittima il giudice Di Pietro.
Si comincia a parlare non solo di reparti deviati del Sisde, ma di indagini segrete della Guardia di Finanza, e persino di un interesse dell’ex presidente del consiglio, il socialista Giuliano Amato, affinché l’attività dei giudici di Mani Pulite fosse controllata e resa inefficace. Emerge in poche parole il contenuto del dossier “Achille”, che divenne di dominio pubblico sui giornali. Si trattava di un fascicolo spionistico che i Servizi Segreti del Sisde avevano predisposto sul giudice Di Pietro con l’obiettivo di controllarne ogni mossa, e poi di colpirne l’immagine di fronte a qualche sua eventuale illegalità.
Scrisse nella relazione il Comitato: Il Comandante generale escluse, "con riferimento all'attività istituzionale svolta dal Comando generale", che vi fossero state tali attività. Ma il Comitato ha acquisito documenti, provenienti dall'Autorità giudiziaria di Milano e da quella di Brescia, i quali dimostrano che singoli appartenenti alla Guardia di finanza hanno invece raccolto informazioni su magistrati. Si è trattato evidentemente di un'attività extraistituzionale, che non risulta delegata dai superiori, di cui occorre tuttavia accertare puntualmente l'ampiezza e le motivazioni, anche al di là dei profili penali..”
L’attività di dossieraggio nel momento in cui il pool di Milano lanciava la sua sfida al mondo delle tangenti assunse dimensioni più consone alla guerra fredda tra Usa e Urss che al paese del sole, del mare e dei maccheroni quale è l’Italia politicamente parlando nell’immaginario degli stranieri. “Vi sono state da più parti - accusa la relazione parlamentare - manovre per intromettersi nelle indagini, per conoscere il loro svolgimento, per acquisire in tempo reale informazioni riservate su atti giudiziari che dovevano essere ancora compiuti, per esercitare un controllo illegittimo sui singoli magistrati e sulla loro vita, per costruire dossier che servivano a delegittimarli.”
Una delle “interferenze” principali partì come già detto da Bettino Craxi, leader del Psi. Il carteggio che fu trovato nell’ufficio della “Giovine Italia” andava oltre ogni immaginazione. Craxi aveva tenuto sotto controllo persino quelli che in seguito sarebbero stati gli obiettivi degli attentati delle Brigate Rosse, ma senza che fosse fatto nulla per evitare che gli omicidi si verificassero. In che rapporti era il segretario del partito socialista con i brigatisti? Il Comitato sembra non interessato a rispondere su questo punto, che aveva trattato nella precedente relazione del 26 ottobre 1995. Piuttosto insiste sui pericoli che aleggiavano su Colombo, Borrelli e Di Pietro mentre “decapitavano” il sistema politico italiano nel 1992. E’ chiaro che il punto di vista dell’organo di controllo dei Servizi è lo stesso di “Tonino” Di Pietro, anche quando le spiate di Craxi offrono un panorama poco edificante per il giudice, intento a telefonare ai suoi amici imprenditori e ad avvertirli durante lo svolgimento delle inchieste, nonché a confezionarsi passaporti falsi per recarsi in vacanza all'estero, reato punito con due-cinque anni di carcere. Queste le parole del Comitato: “Tra il febbraio e il maggio 1992, nella fase cruciale delle indagini che hanno fatto esplodere il sistema di Tangentopoli, Di Pietro avrebbe effettuato una serie di telefonate, in particolare con gli avvocati Lucibello e D'Adamo, legati a lui da rapporti di amicizia. Questi a loro volta e negli stessi giorni avrebbero avuto frequenti contatti telefonici con persone coinvolte nei reati su cui vertevano le indagini; il tutto attraverso apparecchi cellulari." "Nell'estate del 1992, mentre procedono le inchieste dopo che sono emersi indizi circa il rischio di un attentato contro Di Pietro, egli parte per una vacanza in Costarica. Ragioni di sicurezza inducono il Vicequestore vicario di Bergamo a procurargli per il viaggio un passaporto di copertura, intestato ad altro nome."
A Di Pietro giunge in quel periodo un dossier anonimo con cui si intende ricattarlo e spingerlo ad abbandonare la toga. Ha favorito degli indagati e infierito su altri: si dimetta! Lui denuncia tutto e ne nascono inchieste su inchieste, come nei grovigli più intricati delle misure, contromisure e contro contromisure della guerra fredda. La consorteria che sviluppa il carteggio craxiano conosce ormai ogni segreto di Antonio Di Pietro. Soprattutto quando quest’ultimo si avvicina ai personaggi della vecchia inchiesta del giudice Carlo Palermo. Il mancato arresto di Troielli in Kenya e le rivelazioni di Mach di Palmstein alla polizia francese al momento del suo arresto sarebbero secondo il Comitato da inserire in questo quadro spionistico. C’è spazio anche per Silvano Larini, l’uomo che con le sue confessioni spiana la strada al pool nella scoperta del conto “Protezione”, un ombrello economico che la P2 di Gelli si era costruita in Svizzera. Su di lui indagò se ben ricordate anche Palermo. Viene a galla una possibile presenza di uomini Mediaset in questi ambienti massonici. Per il Comitato “Quando l'indagine si sposta sui conti all'estero, l'attacco e l'uso di informazioni riservate contro il dottor Di Pietro si fanno molto più intensi, fino alle sue dimissioni.”
“Un capitolo a sé - prosegue testualmente la relazione - nelle complesse vicende relative alla illegittima raccolta di notizie riservate sulle indagini concernenti Tangentopoli e sui magistrati della Procura di Milano è rappresentato dalle attività riconducibili al SISDE e più precisamente dal così detto dossier "Achille".”
I vertici del Sisde dapprima negano, poi, di fronte all’evidanza degli accertamenti del Comitato, ammettono le deviazioni. La procura di Brescia consegna il fascicolo compromettente. Il Comitato scrive: “Il Direttore del SISDE aveva trasmesso, il 9 novembre 1995, documenti riguardanti tra l'altro Di Pietro ed altri magistrati, rinvenuti nei fascicoli di una fonte informativa denominata "Achille" (operante tra il 1991 ed il 1993, in un periodo durante il quale sono stati ministri dell'interno Vincenzo Scotti e Nicola Mancino che hanno dichiarato di non aver avuto notizia della sua attività). L'esistenza della fonte è stata recentemente segnalata dall'ex agente del SISDE Roberto Napoli.” Un altro passaggio che vale la pena sottolineare è questo: “Tra le carte del dossier "Achille" trasmesse alla Procura della Repubblica di Brescia, cinque documenti non sono stati inviati al Comitato, poiché su di essi erano in corso indagini. Essi riguardavano, tra l'altro, le inchieste sulle tangenti, alcune iniziative del giudice Gherardo Colombo, i contatti di Di Pietro con ambienti internazionali, vicende relative alla Lega ed al cardinale Martini, altre notizie di indagini ed indiscrezioni politiche.”
Di Pietro, dunque, fa paura a molti, perché va avanti come un treno. La politica vuole fermarlo. “Le informazioni inviate al Servizio dalla fonte "Achille", di cui il Comitato ha potuto prendere visione, riguardano l'andamento delle indagini in corso a Milano, fin dalla primavera del 1992. Una di esse riporta colloqui privati tra magistrati. E' del 10 giugno; risulta consegnata a mano al Vicedirettore del SISDE (che era allora il prefetto Fausto Gianni). Il tema dell'appunto è politico: esso riferisce l'intenzione di Di Pietro di non fermarsi nelle indagini, pur in presenza di preoccupazioni, che gli sono state espresse anche da alcuni colleghi ed amici, circa i rischi di destabilizzazione derivanti dai procedimenti penali in corso. Le altre informazioni riguardano il merito dell'attività giudiziaria.”
Ma chi vuole che “Tonino” Di Pietro non faccia luce sul mondo delle tangenti? Qualcuno come detto all’interno del Sisde comincia a vuotare il sacco. “Il dottor Francesco Falchi, già capo del Centro SISDE Roma 1 (dal 16 ottobre 1991 al 5 aprile 1994), il quale teneva il collegamento con la fonte "Achille", ha affermato che un input a seguire le vicende di Tangentopoli proveniva dai vertici del SISDE: dal direttore Voci o dal vicedirettore Gianni. Quest'ultimo, sicuramente responsabile, come risulta dalle carte, dell'acquisizione di alcune delle informazioni (egli afferma perfino che alcune ne avrebbe distrutte) ha ammesso qualcosa di più: un input dell'autorità politica: "C'era un interesse a sapere cosa stesse succedendo a Milano ... C'era un interesse a capire cosa succedesse, a comprendere meglio la situazione. Il SISDE era il terminale - di uomini al di fuori del SISDE - e che occupavano posti più importanti di quelli ricoperti dal SISDE, che volevano sapere cosa stesse succedendo a Milano"."
Le conferme si susseguono. Spunta il nome dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. Il Comitato lo ascolta e poi esprime un giudizio molto severo con cui si chiude il capitolo. “L'on. Amato riconosce di avere espresso al Ministro dell'ambiente le sue "preoccupazioni sulla delegittimazione che l'inchiesta in corso a Milano rischiava di provocare sui partiti di maggioranza e su quello del Presidente del Consiglio in particolare". Certo, queste preoccupazioni, come la segnalazione di episodi negativi della vita privata di Di Pietro (episodi che Amato dice di avere riferito allora, dopo aver ascoltato Craxi, e sono i medesimi che torneranno nei dossier degli anni successivi), indicano un preciso orientamento politico: un rigetto ed un'avversione per il lavoro dei magistrati che stavano scoprendo i responsabili della corruzione italiana. Quella espressa dall'on. Amato è stata ed è una posizione diffusa in settori significativi delle classi dirigenti, anche non toccati direttamente dalla corruzione, che consideravano e considerano come un danno il fatto che il controllo di legalità vada avanti, in tutte le direzioni, con rigore e decisione; e perciò hanno di fatto incoraggiato gli attacchi al lavoro dei giudici.”
Analizzato il documento facciamo alcune considerazioni. Il lettore avrà compreso che il periodo di Mani Pulite si trasformò in una guerra senza confini, senza rispetto per le procedure. Bisogna ammettere che i contenuti del dossier Craxi o di “Achille”, sebbene entrambi fossero illegali, lasciano diversi dubbi sull’estraneità di Di Pietro al contesto sul quale indagava, al punto che la storia di D’Adamo e di Lucibello andò a finire sul libro di storia contemporanea di Indro Montanelli.
Ma allora una domanda: perché bloccare Di Pietro impediva di procedere con altri magistrati nelle indagini sui traffici di Craxi e Mach di Palmstein in Africa? Era proprio necessario che la difesa della legalità, la quale costituisce un dovere morale e apolitico, portasse alla spettacolarizzazione delle figure istituzionali dei giudici, se è vero che neanche ai tempi dello Scandalo dei Petroli si era giunti a tanto?
E ancora un’altra, stavolta di carattere archivistico: perché se esisteva un fascicolo su Mach di Palmstein e sulla cooperazione, aperto dal giudice Palermo, Di Pietro non se ne accorse? E poi una sui contenuti: come mai non si parlò mai né di mafia, né di armi nelle nuove indagini del pool di Milano? A questi legittimi interrogativi il Comitato non pensò neanche lontanamente di dover rispondere.