giovedì 29 giugno 2017

La polizia giudiziaria non esiste


Ho scritto un titolo provocatorio per far capire ai miei lettori che c’è qualcosa che non va nell’attività giudiziaria italiana. La polizia giudiziaria esiste, ma nei libri non viene affatto identificata come una categoria autonoma. Chi si nasconde dunque dietro questo nome che sentiamo spesso nei grandi processi nazionali? Secondo la legge, la polizia giudiziaria è formata dalle stesse persone che possono fermare i cittadini per strada per una multa: poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani, agenti di custodia e guardie della Provincia. Tutti i corpi di polizia che esistono nella nostra nazione sono complessivamente classificati come polizia giudiziaria.
E’ bene sottolinearlo perché molte persone che vogliono denunciare qualcosa devono pretendere che ciò avvenga in tutte le stazioni di polizia o dei carabinieri o delle finanza. Poi vi sarà chiaro perché faccio questa precisazione.
Il libro un po’ datato ma sempre utile “La legge è con noi” afferma che la Polizia Giudiziaria è formata da due categorie di persone: gli ufficiali con funzioni direttive e gli agenti con funzioni esecutive. Gli ufficiali di polizia giudiziaria sono i graduati delle varie “forze pubbliche” (si chiamano anche così), gli agenti sono tutti gli altri. Anche i sindaci dei comuni in cui non vi siano ufficiali di polizia giudiziaria possono assolvere questa funzione.
Ma allora perché in Italia i notiziari parlano di polizia giudiziaria come di un corpo estraneo? Sul sito Ilvelino.it c’è ad esempio un articolo molto ben scritto nel quale, oltre ai nomi degli indagati della camorra, viene riportata la seguente frase: “Apporto importante alle indagini, svolte dal Commissariato di Scampia, emerge soprattutto dalle indagini tecniche e dagli accertamenti operati dalla Polizia Giudiziaria”. Cosa vuol dire tutto ciò? Una volta mi è capitato mentre mi trovavo nella redazione di un giornale per scrivere un articolo di dover aprire la porta, perché ero lì davanti mentre bussarono. Mi si presentò una donna con i capelli lunghissimi neri legati a forma di coda di cavallo. Vestiva un completo blue jeans, eppure si qualificò come agente di polizia giudiziaria. Doveva perquisire l’ufficio di un giornalista. Un fatto grave. Ma a quale corpo di polizia apparteneva?
Per capirlo occorre leggere il sito della procura di Torino. Vi è scritto che “Presso ogni Procura della Repubblica è costituita una Sezione di Polizia Giudiziaria composta da personale appartenente alle varie Forze di Polizia.” Quindi ciò significa che le indagini che vedete in televisione, quelle importanti, avvengono partendo non da una qualsiasi caserma di polizia, bensì da un ufficio di poliziotti scelti dalla procura, ed esclusi da altri compiti. Specificano infatti i signori del tribunale: “Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che appartengono alla sezione sono alla dipendenza permanente, diretta e funzionale del Procuratore della Repubblica - che dirige la sezione e ne coordina l'attività - e svolgono per lui e per i magistrati della Procura tutte le attività di volta in volta loro delegate.” E ancora: “Gli appartenenti alla sezione non possono essere distolti dall'attività di polizia giudiziaria se non in casi eccezionali e per disposizione o con il consenso del Procuratore della Repubblica.” Molto chiaro, mi sembra. Si tratta proprio di un corpo scelto, nel quale secondo l’enciclopedia Wikipedia vengono inseriti anche altri cittadini, probabilmente per carenza di personale, ovvero “alcuni soggetti in servizio presso la pubblica amministrazione italiana, e in taluni casi anche privati cittadini, nelle ipotesi tassativamente previste dalla legge”. Qual è il problema che sorge a questo punto? Che tutte le caserme d’Italia non comunicano direttamente con il magistrato, e dunque verrebbe meno l’obbligo di legge di denunciare i reati all'autorità giudiziaria. Infatti il libro “La legge è con noi” spiega bene la polivalenza del lavoro in polizia: si è da una parte forza pubblica, e dall’altra polizia giudiziaria. Ovunque. Cito testualmente: "Il carabiniere o l'agente che staziona dinanzi a una banca con l'incarico generico di sorvegliare, svolge attività di polizia di sicurezza; quello stesso carabiniere o agente di P.S. se poi arresta o insegue la persona che si è introdotta nella banca per commettere una rapina, svolge un'attività di polizia giudiziaria". Quindi dubbi non ce ne possono essere. La legge mi pare che sia rimasta identica.
Cosa fanno allora tutti gli altri? Qualcuno su Facebook mi ha scritto: “proteggono i politici”. Io mi auguro che facciano anche qualcos’altro. Sicuramente suona molto strano che sul sito dei carabinieri e su quello della polizia compaiano le solite notizie senza nomi dei protagonisti, dunque inutili a livello giornalistico, di piccole operazioni contro la malavita. Intanto perché diventa superfluo leggere i giornali se questi sono fatti con il copia e incolla di avvenimenti presenti sui siti della “forza pubblica”. Ma ancora più grave è il fatto che queste notizie siano contrassegnate dal nome del Ministero della Difesa, per i Carabinieri, e del Ministero dell’Interno per la Polizia. E’ chiaro a tutti che il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno hanno altro a cui pensare che inviare notizie ai giornali o alle agenzie di stampa. Giusto? E allora cosa fanno se non rispondono al Ministero della Giustizia? Nulla? E’ una domanda che mi piacerebbe porre a una prossima conferenza stampa. Ma temo proprio che non sarò un inviato gradito.
A me non piace parlare della mia vita personale, però quando sono vittima di qualche reato (non considero nemmeno l'ipotesi di esserne colpevole) sono pur sempre un cronista che deve raccontare i fatti. E allora forse oggi ho una risposta alla domanda che mi ponevo da tempo: perché quando entro in una caserma per denunciare le illegalità che subisco, e me ne succedono tante e gravi di cose, non si attiva mai nessuna procedura? Mi dispiace che questa risposta sia stato costretto a trovarmela da solo.

martedì 27 giugno 2017

Novara, continuano le intimidazioni


Si è ripetuta la scena del messo del tribunale. Dell'ufficiale giudiziario in borghese che, allegramente, mi consegna un foglio (l'altra volta nel 2010 era un gruppo di fogli), nel quale ci sono sempre sgradite sorprese. Nel 2010 un amministratore di condominio mi aveva inviato un'ingiunzione di pagamento senza permettermi di andare in causa. Si trattava di spese che gravavano sul precedente proprietario del mio immobile, ma che lui pretendeva da me, con telefonate, raccomandate, minacce. E senza spiegazioni. Mi fecero avere una condanna civile lampo, con annesse spese legali per 2000 euro, senza che avessi visto il tribunale e senza una riunione condominiale per la mia messa in mora. E per ottenere qualcosa, visto che stentavo a credere in questa giustizia sommaria, arrivarono dei vigili urbani armati. E adesso? L'altro giorno una signora mi ha consegnato un foglio in cui c'è scritto che sono imputato, già imputato, senza preavviso, senza essere stato convocato, senza informazioni sull'avvio delle indagini. Dovrei essere processato per diffamazione. Perché un dirigente scolastico non ha gradito alcuni passaggi di due miei post in cui raccontavo dei gravissimi fatti accaduti in una scuola pubblica. E quindi aveva il diritto di rovinarmi la reputazione così? Ancora una volta una persona decide di farsi giustizia da sola, sbagliando di grosso anche sulle sue accuse. Perché mi sono informato e, non solo non ho mai citato l'uomo e non l'ho umiliato con epiteti (cosa che invece verso di me si ripete da anni), ma non sussisterebbe comunque l'accusa di diffamazione nel caso in cui si risponda a un'offesa, a una provocazione (e ne subisco parecchie), oppure se si è un cronista e si svolge il proprio mestiere di raccontare dei fatti. 
Direi che i fatti erano sotto gli occhi di tutti già con il primo post. Inutile commentare ancora. In certe scuole ci sono pressioni inaccettabili di genitori e di dirigenti. A me questo del processo di Kafka (perché è quello) è sembrato subito uno stupido scherzo, poiché conosco perfettamente la prassi giuridica del processo penale per essermene occupato su questo blog negli anni scorsi. Il vero problema sono le reazioni delle forze dell'ordine, le quali mi danno l'impressione, se non di partecipare alle intimidazioni che ricevo, comunque di preferire che il ricatto prosegua. Perché le cose non si sistemeranno di sicuro da sole. A uno dei numeri di emergenza delle forze dell'ordine mi hanno detto una cosa di una gravità estrema: che questa persona avrebbe, uso il condizionale, pagato un avvocato per farmi diventare imputato in un processo penale. E in questo modo. Giustizia a pagamento? A quanto si vende al chilo una denuncia per diffamazione? E una per truffa? E una per stalking? Non ho proprio parole. Sono andato in una caserma e mi sono proprio trovato a disagio. Alcuni militari cercavano visibilmente la rissa verbale. Volevano aggiungere, già che c'erano, qualche altra accusa? Eppoi erano militari anche strani, con una camminata tutt'altro che cadenzata. Molto poco militari e per niente conoscitori e tutori della legge. Non so, a me sembra un muro di gomma simile al caso Ustica. Solo che io sono un cittadino qualunque, in questo caso, anche se scrivo, la gente mi legge e compra qualche volta i miei libri di attualità. Ho inviato e-mail di protesta a tutte le autorità. Non ha risposto nessuno. Solo silenzio. Mi domando con quale spirito questi signori vadano a casa, sapendo che una persona vive nell'ansia anche per colpa loro. Se succede qualcosa dovrò cavarmela da solo. Perché sono solo, purtroppo. Posso soltanto parlare con questo blog. E forse si accaniscono per questo.

La CIA temeva una soluzione autoritaria


“Le Brigate Rosse possono generare pressioni per una soluzione autoritaria”. Finiva con queste parole un rapporto confidenziale della CIA, il servizio segreto statunitense, sulle Brigate Rosse italiane redatto nei primi mesi del 1982. Su questo punto convergevano tutte le analisi di intelligence, dei paesi dell’Est, come di quelli occidentali atlantici: le Brigate Rosse creavano instabilità ai governi e potevano portare a una soluzione autoritaria.
Ma, conclusioni a parte, l’analisi americana del terrorismo italiano differisce in molti aspetti da quella dei paesi oltrecortina. Si tratta di un rapporto di 15 pagine, censurato in qualche passaggio, corredato da una cinica appendice con le stragi mese per mese, anno per anno. Ciò che colpisce subito è che l’indagine è molto precisa e fredda, più poliziesca, ma debole sotto il profilo politico. La CIA passa in rassegna ogni dettaglio dell’organizzazione dei terroristi italiani, dei quali conosce la vita personale, le opinioni politiche, ne scruta le tattiche militari e studia gli obiettivi che i brigatisti si prefiggono con le azioni criminali.
Non c’è dietrologia come nel caso della Stasi e non ci sono sospetti di cospirazioni. Quello che appare non nasconde nulla di diverso, di inconfessabile. Il terrorismo è un male necessario, punto e basta. C’è e la polizia lo contrasta ogni giorno. Tutto nacque - è scritto nell’introduzione dell’analisi - quando il Partito Comunista voltò le spalle ai manifestanti dell’estrema sinistra, che nel 1969 avevano alzato le barricate nelle strade ma avevano fallito. I comunisti preferirono un “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana. Il leader dei neofascisti dichiarò che stava per iniziare una guerra civile. Così i militanti di sinistra lasciarono le loro case e si nascosero per evitare gli arresti di massa che sarebbero scattati qualora i fascisti fossero tornati al governo.
Questa spiegazione semplicistica con la quale la CIA vorrebbe giustificare la genesi del fenomeno terroristico in Italia non ci ha convinto. Anche in questo caso i neofascisti sembrano inserirsi come un ulteriore elemento di disgregazione della politica parlamentare, per portare i comunisti, non se ne capisce il perché, sul terreno dello scontro armato. Il giurista americano Vittorfranco Pisano in una sua precedente relazione del 1979 attribuiva in realtà il fenomeno terroristico all’innalzamento del costo del lavoro per le lotte sindacali, e al permissivismo dei giudici davanti alle prime violenze, che favoriva i disordini di piazza. E' la stessa posizione dello scrittore di destra Vinicio Araldi in "Lo Stato malato". Ma Pisano sottolineava proprio l'inadeguatezza delle riforme sociali di fronte all'incedere del progresso industriale, incolpandone il Partito Socialista. Di “compromesso storico”, inoltre, si iniziò a parlare non prima del 1973, quando già le Brigate Rosse avevano messo a segno i primi atti gravi di intimidazione. Renato Curcio, Margherita Cagol, Mario Moretti ed Alberto Franceschini si erano infatti accordati nel 1970 per costruire un nucleo di terroristi “che combattesse il governo italiano.”
Le idee di queste Brigate Rosse si fondano sugli scritti di vari teorici dell’estrema sinistra, ma viene confermata anche qui come nei documenti dei paesi dell’Est l’influenza di Mao Zedong, e così anche di Lin Biao, Che Guevara, Carlo Marighella e Abraham Guillen.
Le Brigate Rosse studiano la loro strategia, secondo l’analista della CIA, nei minimi dettagli, con molta pazienza. Vogliono apparire legali e si sforzano di usare un linguaggio che imiti il politichese del governo. Gli ostaggi non sono uccisi, ma giustiziati, e solo dopo un processo e una condanna. Cercano di seminare il terrore in tutta la nazione con attentati e ricatti. Lottano contro l’imperialismo internazionale e non contro la borghesia nazionale. L’Italia secondo il programma brigatista va isolata dal resto d’Europa, perché il capitalismo delle multinazionali ha perso ed è in una crisi irreversibile. Ma il nostro paese non deve nemmeno entrare nella sfera dei paesi socialisti.
E’ qui il punto chiave del discorso. E’ o non è sostenuta dai paesi sovietici quest’organizzazione di terroristi così ben strutturata? Secondo la CIA non è mai stato documentato alcun sostegno finanziario importante verso le BR, ma soltanto un rifornimento di armi dalla Palestina. Altrimenti non si spiegherebbe la necessità di effettuare numerose e sanguinose rapine, nonché svariati rapimenti a scopo estorsivo.
Sarebbe dovuto nascere un nuovo partito comunista combattente, che sostituisse quello contemporaneo troppo remissivo, tuttavia, a detta di Renato Curcio, ciò sarebbe stato possibile solo “dopo 40 anni di lotta”. Le BR si erano strutturate in cellule di tre o cinque terroristi per ciascuna. Più cellule formavano una brigata, che poteva contenere 15 membri. C’erano colonne molto note a Roma, Milano, Venezia, Napoli, Genova, Torino e nelle prigioni. Ogni colonna poteva generare una sottocolonna. A supporto vi erano due Fronti: il Fronte delle Masse che operava come un centro di intelligence per procurare informazioni, e il Fronte Logistico, il quale procurava munizioni, armi, documenti, strumenti di comunicazione. Anche in questo caso non era errata l’analisi della Stasi che paragonava la struttura delle BR a quella di un centro di spionaggio internazionale. I fronti relazionavano al Comitato Esecutivo. Al vertice dell’organizzazione vi era il Direttorato Strategico, contenente non più di dieci membri, ai quali spettavano le direttive politiche e militari del gruppo.
Secondo la CIA, la gerarchia delle Brigate Rosse era puramente formale, perché spesso le cariche intermedie erano ricoperte da membri del Comitato Esecutivo e quindi a comandare erano sempre le stesse persone. Del resto, se da un lato era molto importante attirare sostenitori e nuovi combattenti tra la popolazione attraverso un uso studiato della comunicazione massmediatica, dall’altro bisognava evitare le infiltrazioni di uomini dello Stato con il rischio di essere arrestati. Per questo vi era uno stratagemma: le nuove reclute venivano subito provate sul campo e inviate in missioni complesse che prevedevano qualche crimine. O diventavano subito delinquenti, oppure non c’era da fidarsi. E’ per questo, aggiungiamo noi, che lo Stato preferì combattere le Brigate Rosse con la legge sul pentitismo piuttosto che con le infiltrazioni, una delle quali, come ben sappiamo, ad Ancona finì con l’arresto da parte della Digos di un carabiniere del generale Dalla Chiesa.
Tutta questa organizzazione e tutte queste attenzioni comunque riguardavano un gruppo di non più di 100-150 terroristi militanti a tempo pieno. Ma c’erano almeno 500 terroristi part-time, con una seconda attività legale. La CIA aveva un’idea chiara anche degli stipendi, i quali andavano dai 1000-1250 dollari al mese. In totale 100-150 terroristi costavano 1,1-1,2 milioni di dollari l’anno, che andavano coperti con rapine in banca e sequestri.
C’era grande solidarietà tra i vari gruppi estremisti d’Europa, come la RAF nell’ex Germania Ovest, Action Directe in Francia, l’ETA in Spagna, l’IRA in Irlanda. La CIA non temeva in ogni caso che le Brigate Rosse fossero in grado di costruire una rete di terrorismo a livello internazionale. L’obiettivo del gruppo di creare una Terza Internazionale tardava ad essere realizzato. Al suo interno vi erano - sempre secondo gli analisti statunitensi - due correnti di pensiero all’inizio degli anni Ottanta: una che puntava ad una politica sociale interna all’Italia detta “movimentista”, e un’altra più internazionalista e militarista, che stava portando a sequestri di personaggi stranieri, come il generale
della NATO, James Lee Dozier. La vittoria dell’una o dell’altra corrente avrebbe determinato l’evoluzione futura del terrorismo italiano, sempre meno politicizzato e minacciato ogni giorno che passava dagli arresti della polizia e dal pentimento di molti di loro.
La guerra civile lanciata dai neofascisti era stata dunque scongiurata, ma le Brigate Rosse erano destinate, come sappiamo, a rimanere una spina nel fianco dei governi, in grado di eclissarsi e poi colpire uomini illustri con attentati mirati, l’ultimo dei quali risale al 19 marzo 2002: l’omicidio del giuslavorista ministeriale Marco Biagi.

domenica 25 giugno 2017

Ecco le prove che il terrorismo era nazimaoista


Alcuni gruppi terroristici di sinistra venivano sicuramente manovrati dai neofascisti. Lo affermavano gli analisti dell’intelligence dell’ex Germania Est nel 1980, ed è ampiamente e facilmente dimostrabile con una ricerca d’archivio con internet.
Nella seconda parte dell’articolo scritto da Hermann Mierecker sul terrorismo italiano, che appare di stampo più politico propagandistico, vi sono due nomi che colpiscono la nostra attenzione. Innanzitutto quello dei NAP, i Nuclei Armati Proletari, dei quali Wikipedia scrive che furono un gruppo di estrema sinistra, e in gran parte confluirono dal 1977 nelle Brigate Rosse. Secondo l’analista della DDR, al contrario, i NAP rappresentavano un tipico esempio di “camuffamento” del terrorismo neofascista. I NAP sarebbero in realtà “un’organizzazione puramente fascista, nemica della democrazia, dei lavoratori e di tutta la sinistra”. Sarebbero state le “Squadre d’azione di Mussolini” a nascondere dei neofascisti dentro ai NAP e questo perché, secondo Mierecker, le “Squadre d’azione di Mussolini” sarebbero identiche alle Brigate Rosse. Nelle loro azioni avrebbero cercato di confondere gli investigatori lasciando reperti di prova con le insegne dell’estrema sinistra, come volantini e slogan “rossi”. Lo stesso Almirante avrebbe detto nel 1973: “L’importante è che si dica che sono azioni dei rossi”.
Abbiamo cercato qualche conferma scoprendo dal prezioso archivio del quotidiano La Stampa che alcune azioni dei NAP effettivamente venivano attuate dai fascisti. Accadde nel maggio del 1975 all’Aquila, allorché un certo Paolo Palmeri, diciottenne, fuoriuscito dall’MSI, venne arrestato insieme a un altro complice rimasto anonimo. Il ragazzo aveva rubato dieci pistole al poligono di tiro del capoluogo abruzzese, e venne scoperto perché si era fortuitamente ferito all’inguine con un’arma rubata. Tramite lui gli inquirenti risalirono all’intero “commando”. Ma il vero colpo venne messo a segno dai carabinieri del colonnello Vitali nel luglio dello stesso anno. Fu scoperta la centrale dei NAP in una tenuta agricola di Roma. L’affittuario era un noto esponente del mondo dell’estrema destra: Antonio Miani, allora quarantaquattrenne. Riteniamo opportuno citare i nomi di questi indagati di tanti anni fa, poiché sono indispensabili per valutare le accuse dei tedeschi dell’Est contro il mondo politico italiano di destra. Miani negli anni ‘60 dirigeva il giornale fascista “Rivolta del popolo - di raggruppamento italico”. Si definiva secondo l’articolo di Liliana Madeo della Stampa un critico della linea morbida di Giorgio Almirante. Il colonnello Vitali affermò: “Sapevamo d’essere sulle piste d’un nucleo dei NAP, ma non credevamo fosse così importante.”
Ma i neofascisti non agivano da soli, altrimenti questa storia l’avrebbero già raccontata altri. Come nel film “Così per gioco”, per risolvere il giallo bisogna unire le due parti della stessa banconota: in una metà vi sono i neofascisti, nell’altra i maoisti, gli estremisti di sinistra filocinesi che i tedeschi dell’Est amavano pochissimo. D’altronde la Cina fin dal 1971 avviò contatti politici con gli Stati Uniti. Negli anni ‘80 finanziò insieme alla CIA il terrorismo islamico anti-russo. Era un comunismo che stranamente piaceva e piace ancora agli americani. Gli affari del resto sono affari: il mercato cinese offre una clientela di svariati milioni di persone, che tuttavia guadagnano poco. Più proficui furono evidentemente i rapporti tra maoisti e neofascisti per creare il terrorismo della “Strategia della tensione”. Secondo Mierecker lo scopo era quello di coalizzare sulla linea del rigore e della fermezza anche i moderati di sinistra del PCI, imborghesendo un partito che tendeva ad allontanarsi in quegl’anni dal Patto di Varsavia per sottomettersi, con la linea eurocomunista di Berlinguer, all’ombrello americano della NATO. Quando Aldo Moro fu ucciso, la stampa italiana fu unita nel ritenere quel sacrificio inevitabile. Ma gli spagnoli non furono d’accordo e lo scrissero. Ora scopriamo che anche i tedeschi di Pankow condannarono quella scelta. “L'opinione viene spinta verso destra, le forze democratiche e popolari divise”, afferma Mierecker nel documento del 1980. Viene fatto credere alla gente che la violenza sia di sinistra per “diffamare il marxismo-leninismo come ideologia del terrorismo”.
E’ assai probabile che il PCI sapesse di queste indagini dell’intelligence dei paesi socialisti. Ma non fece nulla per opporsi alla linea dura attuata dal governo italiano. Lo abbiamo già sottolineato in altre pagine e lo dobbiamo rifare citando ora le parole della DDR. Lo Stato italiano durante il sequestro Moro attuò misure fortemente restrittive delle libertà personali dei cittadini. Scrive Mierecker: “L'attacco contro il leader DC Moro è stato il motivo per l'adozione di numerose leggi di emergenza in Italia, leggi che limitano i diritti dei cittadini considerevolmente e, in generale, danno ampi poteri alle agenzie armate e alla magistratura, che possono essere applicate contro le forze progressiste in qualsiasi momento. Sulla base di questi speciali decreti 1500 perquisizioni domiciliari furono attuate solo a Roma in una giornata, furono eseguiti 245 arresti contro persone innocenti, tra cui i membri del PCI e del partito socialista.” Quell’eurocomunismo di Berlinguer rappresenta ancora oggi la linea del partito più votato d’Italia, il PD, che è rimasto filo-atlantico e si sta spostando progressivamente verso destra. E’ per questo che nessuno si è mai preoccupato di indagare a fondo sul terrorismo italiano?
Per Pankow non è mai esistita una guerra fra opposti estremismi: “Strategia della tensione” e attentati contro i politici erano progettati dallo stesso gruppo di estremisti. Scrive Mierecker: “Un tipico esempio di questa interazione nel contesto della “strategia della tensione” neo-fascista è “l'Organizzazione lotta di Popolo” “OLP”.” Si trattava di un nucleo formato da maoisti e neofascisti di “Avanguardia Nazionale”. Avrebbe fondato basi operative a Roma, Torino, Genova, Napoli, Salerno, Bari e in altre città “che erano centri della “Strategia della tensione”. L'OLP” - prosegue Mierecker - infiltrava la sua gente nei gruppi estremisti di sinistra, organizzava numerosi atti di terrorismo e ha contribuito nel dirigere le indagini della polizia sulla “sinistra”. Queste provocazioni sono per lo più sotto la protezione degli organi dello Stato.”
Ma è mai esistito un gruppo terroristico omonimo dell’OLP palestinese di Arafat? Per Pankow i palestinesi proprio non c’entravano in questa storia. “Il portavoce di tale propaganda pro-imperialista - scrisse Hermann Mierecker nell’articolo che stiamo analizzando - è anche il segretario generale del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi, che ha sostenuto il fatto che le “Brigate Rosse” hanno collegamenti con “terroristi palestinesi sotto la guida dell'OLP”.
Sì, l’OLP fascista di Pankow è esistito. Una ricerca online nell’archivio della Stampa ci permette di scoprire un inconfessabile legame tra la destra extraparlamentare italiana e il terrorismo arabo. Il giudice Occorsio, che fu poi ucciso dal killer di estrema destra Pierluigi Concutelli, nel 1974 stava scoprendo questo legame indagando su gruppi che tentavano di ricostituire il partito fascista, reato previsto dalla nostra Costituzione Repubblicana. Tra questi gruppi vi era “Lotta di Popolo”, nato attraverso l’attività propagandistica svolta nell’Università di Roma. La redazione romana della Stampa scrisse: “Il movimento prese contatto con alcuni gruppi politici arabi per coinvolgerli in attività sovversive di destra. Fu ritenuto non casuale il fatto che il gruppo di estrema destra ampliò la sua denominazione in “Organizzazione lotta di popolo”, potendo così assumere la sigla “OLP” che è identica a quella della “Organizzazione per la liberazione della Palestina”.”
Ma l’elemento più interessante di questo strano OLP, di cui ha parlato anche Il Giornale negli ultimi anni, è Lamberto Roch. Nel 1969 andò in Giordania “per prendere contatti con organizzazioni estremiste arabe”. In un altro articolo della Stampa del 1968 era stato descritto così: “Da un punto di vista ideologico non sembra che Lamberto Roch abbia degli orientamenti politici molto chiari. Cominciò la sua attività di piccolo rivoluzionario nelle file dei fascisti, poi aderì a “Nuova Repubblica”, ma contemporaneamente divenne membro del “movimento studentesco” composto principalmente da “cinesi”. Sembra che il suo scopo principale fosse quello di esibirsi in azioni violente.”
Quale terrorismo arabo poteva porsi in antitesi con quello di Arafat? Una piccola ricerca ci ha dimostrato che lo si potrebbe rintracciare in quell’articolo di Mario Pendinelli che fu analizzato anche dall’Stb cecoslovacco. Quel terrorismo internazionale che nel 1977 si era riunito a Tokyo e nel quale figurava anche un esponente italiano. “I collegamenti fra l’Armata Rossa giapponese, la Baader-Meinhof tedesca ed alcuni gruppi palestinesi sono noti da tempo - scrisse il quotidiano La Stampa nel 1977 -. Risalgono addirittura agli anni ‘69-’70, quando vari commandos trascorsero periodi di addestramento nei campi profughi in Giordania.” I palestinesi di cui si parlava a proposito di Lamberto Roch, dunque, non erano che i tupamaros dell’attacco alla sede Opec di Vienna guidati da Carlos. “Da questa matrice originaria deriva la tattica dei dirottamenti “inventata” proprio dai palestinesi di George Habbasc (che dovrebbe chiamarsi in realtà George Habash n.d.r.).”
Ma quante responsabilità ebbe il Movimento Sociale di Almirante nella progettazione di attentati della “Strategia della tensione”? E’ una domanda che rimane senza una risposta certa. Probabilmente avevano ragione le spie di Pankow: Almirante sapeva e cercava di instaurare una linea dura nel governo. Abbiamo trovato una prova sempre nel prezioso archivio della Stampa. Nel 1974, quando il governo democristiano temeva soprattutto gli attentati di destra e non ancora l’eversione rossa, fu pubblicata sui giornali la storia di Francesco Sgrò, allora trentenne, un dipendente dell’Università di Roma il quale testimoniò che un’esplosione avvenuta nei sotterranei della facoltà di Fisica era stata provocata da terroristi “rossi”. Almirante utilizzò queste dichiarazioni in Parlamento per attaccare il mondo di sinistra, in realtà fu scoperto dalle forze di polizia che Sgrò aveva mentito sotto ricatto: l’ordigno era stato installato da esponenti di destra. 
Dunque la teoria di Hermann Mierecker, ma diremmo di tutti gli ex paesi socialisti, che il terrorismo italiano fosse opera della CIA e del servizio segreto dell’ex Germania Ovest, il BND, ha dei solidi contatti con la realtà. In un altro punto del lungo articolo propagandistico dell’opinionista della DDR si parla di Philip Agee, una spia della CIA la quale avrebbe dichiarato nel 1977: gli Stati Uniti hanno infiltrato agenti nelle organizzazioni estremiste per operazioni segrete e atti di terrorismo. Philip Agee è realmente esistito, ha scritto dei libri sulla sua attività spionistica e fu accusato dagli Stati Uniti di essere del KGB. Risulta che proprio nel 1977 fu cacciato dalla Francia e nel 1979 la stessa cosa avvenne in Italia, allorché tentò di sbarcare dalla Svizzera all’aeroporto di Fiumicino.
Nel documento della DDR si parla anche di “Autonomia Operaia” e delle lotte studentesche della P-38. “La polizia conosce i capi e i membri “dell'Avanguardia Operaia”, gli indirizzi dei loro nascondigli ed i luoghi dei loro incontri segreti, perché sono intraprese azioni contro di loro?” Secondo Mierecker era anche questa “Strategia della tensione” per creare un terrore “rosso”. Per dirlo utilizza le informazioni che uscivano sulla rivista “Giorni”, che ad un controllo sul catalogo dei periodici ci è risultata realmente esistente. Fa riflettere anche su quella pagina del Giorno che aveva sul petto la guardia di Moro ammazzata in via Fani.
Scrive Mierecker: “Secondo “Giorni” erano a Bologna tre agenti BND “nell'Autonomia Operaia” sul posto di lavoro.” Tra i seguaci di questo gruppo vi sarebbero stati pure i maoisti dell’OLP. Sarebbe quindi documentato, sembra di capire dalla traduzione in questo punto un po’ incerta, un controllo dei servizi segreti sulle proteste del 1977, con la partecipazione di elementi neofascisti di “Ordine Nero” e “Boia chi molla”. Nello stesso anno durante le proteste a Bologna molti manifestanti avrebbero parlato tedesco. Nel numero 13 del 1977 della rivista Giorni vi sarebbe scritto: “Una risposta potrebbe essere lo stretto contatto con la nostra intelligence ogni giorno ed in ogni ora. L'agente del Servizio federale di intelligence, ‘ha seguito da Bologna’ i giorni caldi.” In un’intervista di Clemente Granata del 13 settembre 1977 pubblicata dalla Stampa, Gian Giacomo Migone, rappresentante del coordinamento di “Avanguardia Operaia, Pdup, Lega dei Comunisti”, afferma: “Si è avuta la presa di coscienza che la violenza minoritaria non serviva alla sinistra e agli studenti, ma presentava il preciso alimento di una linea repressiva dello Stato, che ha trovato un contributo di supporto subordinato da parte del PCI.”
Quindi la versione della DDR sul terrorismo italiano sarebbe più che credibile. Eppure è cosa nota che per il mondo occidentale le teorie che vorrebbero la CIA quale colpevole del rapimento di Aldo Moro facevano parte delle cosiddette “misure attive” del KGB per confondere le idee all’opinione pubblica. Si parla di un tentativo di intromissione dei russi sul caso Moro nei rapporti Impedian 234 e 235, in cui venne dato risalto alle dichiarazioni politiche che chiamavano in causa appunto gli americani. Il rapporto 235 in particolare riferisce della misura denominata “Platan”, che prevedeva nel giugno del 1978 la creazione di una fittizia organizzazione tedesca: l'Unione dei Movimenti Nazionali contro il Pericolo Americano in Europa. Attraverso di essa - scrive Mitrokhin nei suoi appunti - “venne preparato un memorandum con esempi di attività segrete dell'Intelligence americano in Italia, infarcito di disinformazione.” Sembra che il materiale finì al Ministro dell’Interno Rognoni e portò alla rivelazione dei nomi degli agenti dell’intelligence americana operanti in Italia. Bisogna tuttavia segnalare che, inserendo nell’archivio dei giornali o su Google il nome dell’associazione tedesca di cui parla Mitrokhin, non compare alcun risultato. I nomi degli agenti della CIA, del resto, erano noti già dal 1972 e poi furono nuovamente pubblicati, in piccola parte come ben sappiamo, sull’Espresso nel 1976. A dire il vero qualcosa però il ministro Rognoni fece sul caso Moro. Cercando Rognoni e la CIA nell’archivio della Stampa, che è ottimo tra l’altro in fatto di attendibilità dei risultati di una ricerca per parole chiave, si scopre che nel febbraio del 1979 il ministro riferì al Senato sulle rivelazioni ottenute da un presunto pentito delle Brigate Rosse, che in realtà sarebbe stato un mitomane. Aveva promesso di far arrestare a Salice Terme l’intero stato maggiore delle Brigate Rosse, compresi due uomini politici ed un personaggio legato al Vaticano. Invece era tutto falso. Fu arrestato e identificato, ma non risulta che il suo nome venne mai fornito. Si trattava davvero di una “misura attiva” del KGB smascherata dalla polizia italiana? Ma se fosse stato così perché inventarsi la storia del brigatista pentito e non fare luce sulla vera provenienza di quel depistaggio?

lunedì 19 giugno 2017

“Un neofascista a capo delle Brigate Rosse”


Lo disse anche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, poco dopo il sequestro di Aldo Moro: “questi terroristi sono fascisti”. Poi con il tempo corresse il tiro e si attirò l’odio di Mosca.
L’ipotesi, sostenuta da Mierecker, che le Brigate Rosse siano state organizzate da neofascisti travestiti da comunisti può far sorridere. Gli analisti potrebbero definirla il punto più alto della dietrologia anticonformista. Tuttavia va analizzata punto per punto, perché ha dei solidi appoggi nella realtà.
Mierecker afferma che:
1)Il sequestro di Moro doveva servire per un colpo di Stato militare simile a quello dei colonnelli della Grecia del 1967. L’opinionista della DDR fa riferimento a un fatto testimoniato da alcune interviste rilasciate da Giorgio Almirante dell’MSI poco dopo il rapimento del presidente della DC. Il Movimento Sociale Italiano chiese l’adozione di uno Stato di emergenza, l’adozione di leggi marziali molto severe e l’ingresso dei militari nel governo. 

2)Le Brigate Rosse avevano una struttura gerarchica simile a quella di un servizio segreto. La struttura rigida segreta, con la divisione in cinque gruppi di cui l’uno non conosceva l’altro, l’impossibilità per i membri di conoscere i vertici dell’organizzazione, i luoghi, gli orari e le armi delle varie operazioni erano tutti elementi riconducibili a una struttura spionistica, e non a un gruppo rivoluzionario di sinistra. Anche perché, precisa Mierecker, vi erano delle analogie tra la struttura segreta delle BR con quella della neofascista Avanguardia Nazionale. L'accostamento BR-spionaggio è affascinante.
3)La CIA alla fine degli anni Sessanta aveva avvicinato gli studenti dell’Università di Trento, frequentata da Renato Curcio, futuro leader delle Brigate Rosse, per introdurre nella sinistra gruppi di estremisti. Nella vita giovanile di Curcio vi sarebbero stati legami con esponenti neofascisti. Ciò spiegherebbe secondo l’opinionista della DDR la facilità che ebbe Curcio nel fuggire dalla prigione, e la libertà concessa subito dopo la morte di Moro ad alcuni brigatisti. E’ una teoria che, almeno per ora, non ha grandi fondamenti nella realtà, soprattutto perché nell’elenco redatto nel 1972 delle spie della CIA presenti in Italia non ne risulta nemmeno una che fosse residente in Trentino Alto Adige.
4)Nella lista delle Brigate Rosse figuravano neofascisti come Silvano Girotto, un istruttore delle Brigate Rosse abile nel produrre documenti falsi. Per Mierecker, Girotto proveniva dal servizio segreto dell'ex Germania Ovest, il BND, e fu inserito nelle BR per volontà del SID, il servizio segreto italiano. Questo particolare è stato successivamente confermato da molte illustri fonti. Almeno, si parlò di Girotto come di uomo della CIA. Meno chiare ci appaiono le sorti del brigatista Mario Rossi, il quale negli anni ‘60, secondo Mierecker, sarebbe stato smascherato come spia, avendo lavorato per imprenditori e neofascisti.
5)Il giornalista di Tempo Lino Jannuzzi, in una conferenza stampa a Roma avrebbe riferito, come sostenuto anche dall’Stb cecoslovacco, che le Brigate Rosse altro non erano che poliziotti che agivano per conto della CIA e del BND tedesco. Le prigioni delle BR sarebbero state organizzate dai servizi segreti italiani e i terroristi si sarebbero addestrati in una base segreta della Nato in Sardegna. Questi ultimi particolari sono agghiaccianti. Il primo rappresenta una delle più recenti scoperte degli storici: intorno ai covi dei brigatisti vi erano appartamenti affittati dal SID. Quindi qualcosa di vero c’è nelle affermazioni di Mierecker. La seconda accusa è quasi incredibile. Solo nel 1990 si venne a sapere che esisteva un’organizzazione della Nato, chiamata Gladio, la quale utilizzava una base segreta in Sardegna per l’addestramento dei militari anticomunisti. Erano dunque brigatisti i gladiatori della DC? O si trattava di un’informazione di intelligence interpretata male?
6)L’esperto di antiterrorismo e vicecommissario di Milano Plantone avrebbe dichiarato che nelle Brigate Rosse erano attivi dei neofascisti sotto falso nome, guidati dal BND e dalla CIA, e che nulla sarebbe stato possibile fare finché i brigatisti fossero stati controllati dall’estero. Dalle verifiche che abbiamo svolto risulta che effettivamente un certo Vito Nicola Plantone era nel 1991 un questore di Brescia che fu trasferito a Palermo. Ma non siamo in grado di confermare la veridicità di quelle dichiarazioni.
Dunque, estremismo di sinistra filocinese unito ad elementi del neofascismo avrebbe creato, secondo l’opinionista della DDR, in Italia un clima di guerriglia che avrebbe fatto l’interesse della classe borghese. E’ quanto sostenevano due esponenti sovietici, Ponomarjov e Sobolev.
“Organizzazioni terroristiche come le “Brigate Rosse“ possono quindi essere definiti come più gruppi di pseudo-sinistra, ma offrono nuove manifestazioni di fascismo e la reazione sotto l'etichetta pseudo-rivoluzionaria.” Questa la definizione del fenomeno nelle parole di Hermann Mierecker. Un matrimonio terribile si sarebbe compiuto tra il maoismo di Pechino e il nazismo dei nostalgici di Hitler. L’uomo che avrebbe rappresentato questa unione sarebbe Mario Merlino, dell’Ordine Nero.
“Dopo il suo ritorno dalla Grecia - afferma Mierecker -, ha iniziato a dedicarsi all'anarchismo in gruppi di sinistra marxista-orientati. In seguito ha fondato con il nome “22 Marzo” il proprio “circolo anarchico.” Merlino, che era anche un agente di polizia, con frequenza ha riferito a “sinistra” sulle sue attività. La biografia di questa spia neo-fascista e provocatore si completa con la sua partecipazione ad un corso di sei mesi della neonazista “Unione Europea“ 1965/1966 in Germania.” Il coordinamento di queste attività terroristiche di Merlino era nelle mani di Guerin Serac, capo dell’”Internazionale nera” Aginter Press di Lisbona, in Portogallo.
Il senatore italiano A. Banfi, presidente di una certa FIR avrebbe dichiarato nel 1978 che questa neofascista Aginter Press aveva elaborato nel 1968 un piano strategico per l’attuazione di operazioni con l’etichetta di “rosse”. Questo senatore potrebbe essere Arialdo Banfi, partigiano, esponente socialista e presidente della Società Umanitaria dal 1973 al 1978. Secondo Mierecker, Banfi avrebbe detto: “Crediamo che il primo atto deve essere quello di distruggere la struttura dello Stato e questo con il pretesto di attività di estremisti di sinistra e del filone cinese.“ In un’intervista rilasciata nel 2008 ad Andrea Garibaldi del Corriere della Sera, Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie hanno parlato proprio di questi legami tra neri e rossi. In particolare Delle Chiaie ha detto: “Anni 66-67, c’erano molti contatti tra Avanguardia Nazionale e i filocinesi, contro il sistema. Fummo separati: il potere aveva bisogno degli opposti estremismi.” Rivelazioni davvero inquietanti.
Dietro questi atti di terrorismo, e torniamo ancora all’articolo di Mierecker, vi sarebbe stata la mano della CIA. “E' la CIA, che ha organizzato finanziato e manovrato gruppi terroristici, che ha rilanciato negli ultimi mesi in Italia la guerriglia urbana della P38, ha introdotto la strategia totale armata nel nostro paese, e la sanguinosa lotta contro lo Stato”, avrebbe scritto la rivista “Giorni” nell’aprile del 1977. Un altro documento citato, l’ultimo, dall’opinionista della DDR è il libro di Fini e Faenza: “Gli americani in Italia”, pubblicato nel 1976. Un volume che ho letto di recente. Vi si sostiene a suon di documenti che il pericolo comunista dell’immediato dopoguerra era un’invenzione americana. Secondo Mierecker ciò proverebbe le responsabilità della CIA nel terrorismo italiano.

“La CIA ha inventato le Brigate Rosse”


“Le Brigate Rosse sono un tipico esempio di utilizzo dell’estremismo di sinistra e del controllo e dell’infiltrazione di organizzazioni di sinistra da parte delle agenzie di intelligence imperialiste, con la CIA in testa, e da parte dei neo-fascisti.”
Dunque la CIA avrebbe creato le Brigate Rosse? Queste affermazioni choc arrivano da un opinionista dimenticato, di cui non si sa praticamente nulla. Possiamo solo dire che si chiamava Hermann Mierecker e che un suo articolo del 1980 è conservato nell’archivio della Stasi a Berlino, catalogato con la sigla: MfS-HA XXII 1841.
Le ipotesi che formulò vengono etichettate dall’attuale storiografia come “propagandistiche”. Ma se propaganda vuol dire parole vuote senza riferimenti a fatti precisi il giudizio ci appare quantomeno affrettato.
“In base alle loro frasi pseudo-rivoluzionarie - affermava lo studioso della DDR iniziando l’analisi delle Brigate Rosse - e all'uso degli slogan maoisti riuscirono queste bande criminali a crearsi un numero di fan di gruppi di estrema sinistra che le appoggiavano. Sono caratteristici di queste bande terroristiche anche gli stretti legami con la malavita, specialmente con la mafia.”
Le Brigate Rosse durante gli anni Settanta-Ottanta cercarono di esasperare il clima politico, portando i termini dello scontro tra lavoratori e aziende sul piano della lotta armata. Tutto questo è molto chiaro se si legge la “risoluzione” numero 12 del marzo 1981. Se da un lato i lavoratori avevano conquistato, a giudizio degli analisti americani, troppi diritti e un salario eccessivamente alto per uno sviluppo del capitalismo italiano, dall’altro lato per i terroristi questo non bastava affatto. Nuove forme di sfruttamento venivano a loro parere attuate negli ospedali e si profilava già all’epoca la precarizzazione del lavoro impiegatizio. “La sola cosa che la borghesia può offrire ai proletari - scrissero - è solo la miseria dello sfruttamento, una condizione sempre più estesa di precarietà del reddito, di emarginazione e la violenza dei suoi apparati militari.”
Le conseguenze della crisi petrolifera nel 1981 si facevano ancora sentire in diversi settori. Fioccavano cassa integrazione e mobilità. Le Brigate Rosse dimostrano nei loro comunicati una conoscenza approfondita dello scenario economico mondiale, ma la utilizzano per fomentare tensioni. Tracciano un’analisi dai toni vibranti, dalla terminologia colta, eppure a volte volgare e violenta, e fingono di non conoscere gli ammortizzatori sociali esistenti in Italia. Ogni provvedimento del datore di lavoro nasconde oscuri disegni dittatoriali per ingannare e maltrattare il dipendente.
Volendo sposare le teorie di Mierecker potremmo azzardare una considerazione: la sinistra non aveva alcun interesse a sviluppare una guerra disperata con il potere industriale, cui aveva strappato con gli scioperi del 1968-69 degli accordi storici. Difatti le Brigate Rosse non si schierarono mai con il sindacalismo della loro epoca, che fu anzi tra i loro obiettivi militari principali. Chi poteva dunque avere interesse, in un quadro socio-assistenziale che lasciava pochi margini al liberismo economico americano, nel creare una rottura ideologica con la classe dirigente, se non proprio la parte violenta di quel capitalismo sconfitto con lo Statuto dei Lavoratori del 1970?
Sotto questa nuova luce, purtroppo, diverrebbe realistica anche un’altra ipotesi catastrofica: lo Stato avrebbe vinto la sua lotta contro l’eversione politica, arrestando e processando i brigatisti, ma l’avrebbe allo stesso tempo persa, perché non ne avrebbe colto i germi presenti nel suo apparato.

giovedì 15 giugno 2017

L’internazionale del terrore di Gladio


E’ mai esistita prima dell’attacco al World Trade Center un’internazionale del terrore? Ed è mai stata finanziata dagli arabi? Sembra incredibile ma la risposta arriva dal lontano 1976, dai tempi della banda Baader-Meinhof: sì, negli anni di Piombo si stava creando qualcosa di simile ad Al Qaeda.
In un bellissimo articolo della Stampa, intitolato: “I terroristi tedeschi” e pubblicato il 3 agosto del 1976, il giornalista Tito Sansa affermò che vi erano contatti frequenti tra le Brigate Rosse, la RAF e i terroristi palestinesi, ma soprattutto che questi “criminali politici” ricevevano “ingenti sovvenzioni” dai paesi del Medio Oriente. Le rivelazioni erano contenute in un’intervista che il capo della divisione “Te” della polizia dell’ex Germania Ovest, Gerhard Boeden, aveva rilasciato al corrispondente della Stampa.
Secondo la polizia federale tedesca, se in varie parti del mondo stavano avvenendo degli attentati era per colpa dei terroristi della RAF, la banda Baader-Meinhof. Non esisteva una vera centrale del terrore in Germania. Semplicemente, i terroristi della Frazione Armata Rossa si stavano spostando all’estero perché braccati dagli uomini di Boeden.
“Non c’è più azione di pirateria aerea, occupazione armata di ambasciata, attentato politico internazionale al quale, insieme con i palestinesi e con il ricercatissimo Carlos, non abbiano partecipato anche tedeschi”, scriveva Sansa nel suo articolo. “A Parigi, all’Aja, a Ostia, a Stoccolma, a Vienna, a Entebbe (per ricordare le azioni più spettacolari) erano sempre presenti terroristi tedeschi, o sono stati impiegati mezzi e armi forniti dai tedeschi.”
Ma dove avvenivano i contatti tra le BR e la RAF? Boeden ne era certo: in tutta Europa, e non solo. “Avvengono in Francia, in Svizzera, in Austria, in Italia, e soprattutto nel Medio Oriente, da dove (non sappiamo da parte di chi, abbiamo soltanto sospetti) i criminali politici ottengono ingenti sovvenzioni. Non possiamo accusare la Libia - proseguiva Boeden nell’articolo di Sansa - del resto Gheddafi ha smentito seccamente. Possiamo solo dire che lo Yemen meridionale offre ospitalità ai terroristi tedeschi.”
C’è una stranezza in questa intervista al capo della polizia dell’ex Germania Ovest. Boeden non sospettava affatto che la RAF potesse essere il braccio armato di Pankow, ossia della DDR, come invece dopo la caduta del Muro di Berlino si cominciò a scrivere sui giornali tedeschi. Si permise anzi di affermare, rispondendo su cosa la politica doveva fare per contrastare il terrorismo, che “la democrazia non è una forma di Stato per gente paurosa.” Aggiungendo che: “Essa è vulnerabile. Deve difendersi con mezzi legali, ma deve rimanere vulnerabile.”
Oggi alcuni storici cominciano a ipotizzare che la RAF possa essere stata manovrata proprio dal governo di Bonn. Gianluca Falanga nel suo libro “Spie dall’est” riferisce di questa corrente minoritaria di pensiero. D’altronde, l’ingente mole di documenti di intelligence raccolti dalla Stasi sull’attività dei terroristi rossi potrebbe costituirne la prova tangibile, a patto che essi non facessero parte della propagandata ossessione spionistica dei paesi socialisti.
La questione di un’internazionale del terrore, capace di colpire obiettivi in punti diversi dell’Europa, riaffiorò sulla Stampa nel 1985 quando altri fatti di sangue macchiarono le cronache dei giornali. Fu il Ministro dell’Interno italiano, Oscar Luigi Scalfaro, in un’intervista a rilanciare la questione. “L’assassinio del generale Audran rivendicato da Action Directe dà la precisa sensazione che in Europa il terrorismo sappia scegliere bersagli significativi sul piano internazionale, sul piano Nato, con la stessa intelligenza strategica che nell’Italia dei momenti più bui guidò l’eversione.”
Tornava l’idea di un grande vecchio, di una stanza dei bottoni da cui partivano le direttive. “C’è l’impressione di un comando supremo che indirizzi e decida - proseguiva Scalfaro nell’articolo della Stampa firmato da Guido Rampoldi -. Ricordo un attentato molto simile a quello di Parigi, l’omicidio dell’ambasciatore Hunt, compiuto a Roma l’anno scorso.” “Non voglio chiamare nessuno sul banco degli imputati, non servirebbe. Però non credo si possa ridurre il terrorismo internazionale a un sodalizio di persone che decidono di combinare guai - affermava netto l’ex Ministro Scalfaro -. Il fenomeno ha una matrice un punto di partenza e di riferimento.”
Queste parole di Scalfaro, che risalgono al 29 gennaio 1985, rimasero ben presto lettera morta. Intanto in Europa altre nazioni avevano conosciuto il terrorismo, come ad esempio il Belgio, con sei attentati in un giorno e attacchi mirati su obiettivi Nato. Un anno dopo, il 7 aprile del 1986, era la volta della Svezia, con l’esplosione di una bomba nella sede di una società americana, della Francia, e della Germania: a Berlino una bomba in una discoteca aveva provocato decine di feriti. I governi parlarono ancora di terrorismo internazionale e di una matrice araba, probabilmente libica, per le tensioni tra il colonnello Gheddafi e gli Stati Uniti. Riportando questi dati che appartengono ad un lontano passato, viene subito in mente quanto accaduto nel 2016 a Bruxelles durante la guerra tra lo Stato Islamico, più noto come ISIS, e l’Europa che lo combatte in Siria.
C’è solo una pista che metterebbe insieme tutti questi attentati, così diversi e lontani cronologicamente, ed è quella di Gladio Stay Behind. Lo dimostra un documentario pubblicato dal canale televisivo History Channel, al quale hanno partecipato come intervistati anche dei magistrati italiani. E' intitolato: "L'esercito segreto di Gladio". Si parte dalla strage di piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969 per arrivare alle bombe in Germania nel 1980 o in Belgio nel 1985. Per gli autori televisivi questi ultimi attentati che abbiamo citato avrebbero un’unica matrice: l’esercito segreto della Nato che avrebbe dovuto combattere il comunismo, e quale movente la necessità di creare uno stato di tensione sui governi democratici europei.

venerdì 9 giugno 2017

L’Italia complice dei terroristi? I politici se ne infischiano


La notizia è su tutti i giornali del mondo. Solo il parlamento italiano finge di non vederla. Un piccolo ma ricchissimo paese della penisola araba, il Qatar, è stato isolato dagli altri stati confinanti perché accusato di essere un finanziatore e fiancheggiatore politico del terrorismo islamico.
Il problema è che l’Italia è uno dei principali partner commerciali del Qatar, così come l’Inghilterra. Non solo. Il quotidiano online La notizia giornale ha subito ricordato il 6 giugno 2017 che l’Italia a questo Stato arabo non ha venduto beni commerciali qualsiasi, bensì armi. Nel 2016 sono stati venduti siluri, navi militari e bombe per oltre trecento milioni di euro. E forse molti guadagni non sono neppure stati dichiarati ufficialmente in bilancio. Il Qatar in cambio si è impegnato a finanziare opere pubbliche italiane e aziende private, ed è presente un po’ ovunque, dalla Sardegna al cuore di Milano.
Ci si sarebbe dovuti aspettare una crisi di governo. Il partito di maggioranza, il PD, è gravemente coinvolto in questo scandalo. Invece i politici italiani non leggono i giornali e vanno avanti alla cieca. Probabilmente è troppo tardi per una verifica parlamentare che possa salvare la faccia di questa seconda repubblica. Le notizie che furono pubblicate dagli illustri quotidiani britannici, come L’Independent e il Telegraph, alcuni anni fa, quando l’Isis muoveva i primi passi, parlavano chiaramente di gravi responsabilità del Qatar nel terrorismo islamico. Possibile che un parlamentare italiano non abbia l’abitudine di farsi una rassegna stampa anche dei giornali esteri? Lo conoscono l’inglese? Da dove deriva tutta questa loro ostentata sicurezza? Dal fatto che sono convinti di poter condizionare la stampa e non viceversa di essere costretti a seguirne gli scoop?
Non si sa. E non si sa con questo atteggiamento dove possano condurre il paese. Ad ogni attentato, e negli ultimi giorni del giugno 2017 ve ne sono stati diversi in varie parti dell’emisfero boreale e adesso anche australe, le reazioni in Italia seguono un canovaccio già noto ai cittadini. Dichiarazioni di circostanza, cordoglio, lutto, minuto di silenzio. Ma nessuna presa di posizione politica. I partiti sono bloccati non tanto dalla paura del terrorismo, ma forse piuttosto dal timore della verità. Si continua a far confusione tra islamismo, che è il totalitarismo politico religioso reinventato, modernizzato, dai guerriglieri armati dalla CIA negli anni ‘80 contro l’URSS invasore dell’Afghanistan, e religione musulmana moderata.
I giornali del centro-destra lanciano invettive generiche contro l’Islam come se fossimo al tempo delle Crociate medievali, fomentando l’odio nelle famiglie, nelle scuole pubbliche, dove un bambino di carnagione mulatta un po’ aggressivo viene facilmente scambiato per terrorista. Il centro sinistra invece marcia verso l’ignoto. I ministri italiani si muovono in un campo minato, all'esterno dei nostri confini nazionali. Perché anche l’Arabia Saudita, che del Qatar vorrebbe lo scalpo, non è meno coinvolta nel terrorismo. Riyad, la capitale saudita, è la città natale di Usama Bin Laden. Qui il “principe del terrore” mosse i primi passi nella privatizzazione del terrorismo islamico. Nel suo ambiente d’affari gravavano negli anni ‘80, ed è la scoperta più recente che abbiamo fatto, due uomini che si aggiravano nelle stanze della politica italiana durante la prima repubblica: Adnan Kashoggi e Gaith Pharaon.
Sono entrambi morti di recente. Il primo è molto più noto. Kashoggi negli anni ‘80 aveva acquistato delle ville in Italia ed era uno degli uomini più ricchi del mondo. Era inoltre lo zio di Dodi Al Fayed, amante di Diana Spencer, ossia l’ex moglie del principe Carlo d’Inghilterra. La coppia inglese morì in un misterioso incidente nell’agosto del 1997 a Parigi e si sospettò che si potesse trattare di un omicidio premeditato, con lo scopo di togliere di mezzo uno scomodo personaggio arabo che insidiava la corona. Il movente era più che valido, se è vero che quattro anni dopo, proprio un socio di Kashoggi avrebbe gettato nel terrore gli Stati Uniti con l’attentato al World Trade Center. 
Per ritrovare tracce di Gaith Pharaon invece bisogna risalire molto più indietro, ai mesi successivi alla morte del presidente Aldo Moro. Uno dei colossi di Stato, la Montedison, nell’autunno del 1978 aveva deciso di privatizzare una parte del suo capitale, e chi meglio di un ricco saudita, uomo chiave del mondo bancario e petrolifero mondiale, poteva salvare Foro Bonaparte dalla crisi? Gaith Pharaon secondo il sito Statemaster.com era un grande uomo d’affari e finanziere, rivale di Adnan Kashoggi. Ma ben presto cominciò ad essere ricercato dalle polizie di mezzo mondo, compresa l’Arma dei Carabinieri, per delle sospette frodi nella gestione dei suoi investimenti. Probabilmente indagò su di lui anche il giudice Carlo Palermo nella sua famosa inchiesta su Mach di Palmstein e le aziende estere fittizie del Partito Socialista. E’ un fatto che quando la Montedison aprì alla partecipazione straniera di Pharaon e della sua Interedec, con sede alle Bahamas, a capo di Foro Bonaparte vi erano dapprima il senatore democristiano Giuseppe Medici, poi il socialista Mario Schimberni, quello che sognava di fare della Montedison una public company. Il blogger Antonio Mazzeo ha scritto di recente che Schimberni aveva accumulato fondi neri alle Antille Olandesi per circa mille miliardi di vecchie lire. Su questa storia indagò appunto il giudice Carlo Palermo. Una storia di armi, droga, mafia e massoneria, che fu purtroppo insabbiata da losche trame occulte.
Ma Gaith Pharaon? Se lo sono dimenticato tutti. Eppure è l’anello di congiunzione tra l’Italia della politica e degli affari pubblici e Usama Bin Laden. E’ l’esempio di quanto ambigua sia stata la politica estera degli Stati Uniti, del Regno Unito e anche dell’Italia sul terrorismo islamico. Girandosi da una parte affermano di combatterlo, girandosi dall’altra dimostrano di non poter tradire le vecchie amicizie arabe. E quella di Pharaon con la politica italiana e statunitense come abbiamo visto partiva da tempi remoti, dall’epoca della prima guerra d’Afghanistan, all’inizio degli anni ‘80.
E’ interessante quanto scrive il sito Statemaster.com nella parte finale della biografia di Pharaon. Dopo l’11 settembre 2001 sembrò rinascere a nuova vita, collaborando con l’amministrazione Bush negli affari della compagnia petrolifera Arbusto Energy, nei quali erano affluiti in precedenza 50 mila dollari di Salem Bin Laden, uno dei fratelli del terrorista. Tant'è che una relazione parlamentare francese di 70 pagine, dell’ottobre del 2002, affermava che Gaith Pharaon aveva partecipato al finanziamento della rete terroristica Al Qaeda di Usama Bin Laden. Secondo Wikipedia, il banchiere saudita era ricercato dall’FBI fin dal 1991 per il fallimento del suo colosso BCCI bank. Nel 2011 lo avrebbero trovato in Pakistan impegnato ancora nei traffici legati al petrolio. Nel 2016 aveva comprato una casa a Budapest, vicino alla residenza del discusso premier ungherese Viktor Orban.
E' morto ignorato dalla stampa occidentale il 6 gennaio del 2017 a 76 anni.

lunedì 5 giugno 2017

Famoso fotoreporter tra i ricercati dei cecoslovacchi


C’è anche un famoso fotoreporter dell’Unità e del Corriere della Sera tra gli italiani che, insieme a Luigi Ceccobelli di Fratta Todina, furono indagati dai servizi segreti cecoslovacchi perché sospettati di far parte di una rete terroristica (oggi si dice così, no?)
Il fotografo è Rodrigo Pais, e non ci possono essere dubbi che l’Stb cercasse proprio lui. In un documento compare un elenco di nomi e cognomi accompagnati dalla data e dal luogo di nascita e dalla località della loro residenza nel 1977, al momento dell’inchiesta. Rodrigo Pais è l’ultimo della lista, preceduto dal commento dell’intelligence: “qualche viaggio a Praga”.
Era nato il 28 settembre del 1930 a Roma. Tra i vari servizi che Pais aveva effettuato c’era, secondo quanto riporta l’enciclopedia Treccani, anche un reportage sulla “grande festa del Primo maggio 1968 a Praga con il popolo cecoslovacco stretto intorno ad Alexander Dubček”. Potrebbe essere il motivo per il quale i cecoslovacchi lo avevano inserito tra i sospettati. Ma quale rapporto poteva esserci con Luigi Ceccobelli e i suoi amici umbri, i quali furono accusati dalla signora Barbara Slagorska Berardi di far parte di un nucleo terroristico neofascista? Proprio non si riesce a capirlo. Neanche lo stesso Ceccobelli fornisce una spiegazione all’enigma.
Ma quali erano gli altri nomi dei sospettati che a Fratta Todina, in Umbria, e a Milano, in Lombardia, avrebbero preparato gli attentati nei paesi socialisti? Praticamente sono illustri sconosciuti. Nomi e cognomi che non dicono niente. Antonio Mariano di Lecce, Francesco Tabacchi di Milano, Sandro Rataggi di Monza, Fernando Scargetta di Monte Castello Vibio (quest’ultimo è l’amico di Ceccobelli che oggi fa l’agricoltore nella sua terra, in Umbria), Paolo Bonatti di Parma, Roberto Sponsillo (o Sponillo) di Roma, Ennio Menotti di Roma, Massimo Menotti di Reggio Emilia, Ambrogio Ristuccia di Nuoro, Giuseppe Prizzi di San Cataldo. Fernando Caggiati di Collecchio. E c’è anche un professor Luciano Albertini.
Abbiamo provato a fare qualche ricerca negli archivi dei giornali, ed è risultato che un Antonio Mariano e un Giuseppe Prizzi si erano distinti nelle cronache per qualche fatto di cronaca nera. Nel primo caso l’Antonio Mariano in questione si era reso responsabile di un rapimento di un bambino nel napoletano, intorno al 1979. Nel secondo, un Giuseppe Prizzi risulta essere stato testimone di un omicidio compiuto dal fratello, in Sicilia, a Catania, nel 1965. Ma quante probabilità ci sono che si tratti delle stesse persone? Sul Mariano non sapremmo dire. Quello ricercato dall’Stb era nato nel 1927 a Lecce. Non si può escludere che sia lo stesso del rapimento. Per Giuseppe Prizzi si può fare un ragionamento simile. San Cataldo, dove era nato l’uomo cercato per terrorismo dall’Stb, è in provincia di Caltanissetta. Nulla vieta di pensare che questo Prizzi possa essere stato a Catania nel periodo dell’omicidio, nell’agosto del 1965. Solo che in quel momento avrebbe avuto appena 12 anni, poiché nella scheda dei servizi segreti cecoslovacchi il loro Giuseppe Prizzi era nato nel 1953.
Ma anche se avessimo trovato i due presunti complici di Ceccobelli, che nesso potrebbe esserci tra questi personaggi così diversi? I cecoslovacchi scrissero che Scargetta, Bonatti e Sponillo (o Sponsillo) avrebbero viaggiato insieme a Ceccobelli su un’Alfa Romeo. Mentre Ristuccia, Ennio Menotti, Prizzi e Mariano avevano chiesto il visto il primo giugno 1977, data del viaggio di Ceccobelli nell’est europeo. Possibile che questo gruppo avesse davvero progettato degli attentati? Oppure sono solo invenzioni? Ma poi un’altra domanda ci sorge spontanea: perché il governo di Praga non chiese aiuto, tramite l’Iterpol, alla polizia italiana?
Luigi Ceccobelli afferma di aver viaggiato con il solo Ferdinando Scargetta, che venne infatti nominato in tutte le cronache giornalistiche dell’epoca. Il resto, dice, sono menzogne. E’ qui insomma che l’inchiesta dei servizi segreti comunisti comincia a mostrare le sue crepe, a nostro giudizio. E’ molto più facile credere che Praga fosse invece il “rifigium peccatorum” dei criminali italiani e che per questo l’Stb non potesse assolutamente collaborare con la giustizia del nostro paese.
C’è una storia molto interessante che abbiamo scoperto grazie al libro di Vinicio Araldi “Lo Stato malato”. E’ quella di Francesco Moranino, un partigiano piemontese che nel dopoguerra, quando si candidò alle elezioni per il Partito Comunista, fu accusato dalla procura di Torino di aver massacrato un gruppo di 50 fascisti di Vercelli e poi di aver fatto fucilare cinque partigiani e due loro mogli. Lo scopo di questi ultimi omicidi sarebbe stato, secondo la sentenza che lo condannava all’ergastolo, quello di evitare che i suoi commilitoni raccontassero agli americani i suoi metodi brutali come capo partigiano. Moranino si difese invece affermando che le fucilazioni avvennero perché i cinque partigiani e le due mogli erano delle spie dei nazisti, e pertanto, sia nel caso dei fascisti di Vercelli, sia in quello dei partigiani, si era trattato di atti legittimi di guerra.
Sta di fatto che Moranino al momento della condanna fuggì a Praga da dove collaborò con Radio Praga accusando il governo italiano. La condanna fu poi ridotta a 10 anni dal presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, e definitivamente annullata dal suo successore al Quirinale, Giuseppe Saragat, che gli concesse la grazie. Moranino poté così tornare in Italia ed essere eletto senatore per PCI e PSIUP nel maggio del 1968, prima di morire prematuramente per infarto nel 1971.
Nel dossier dei cecoslovacchi vi sono altre stranezze, imprecisioni. Ad esempio furono catalogate alcune fotocopie dei permessi di soggiorno richiesti da personaggi italiani evidentemente ritenuti sospetti. C’è un Sergio Franceschini, nato a Foiano, in provincia di Arezzo, nel 1917. Il cognome è chiaramente lo stesso di uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini. Ma la foto del permesso ritrae una persona stempiata e piuttosto anziana. Come potevano non sapere le spie di Praga che Alberto Franceschini era fisicamente molto diverso dall’anziano di Foiano, che di professione si dichiarava un commerciante? Lo dovevano per forza sapere, poiché la foto del leader delle Brigate Rosse era stata resa pubblica sui giornali nazionali, come per esempio La Stampa. E l’Stb seguiva talmente le cronache del nostro paese da riuscire a ritagliare persino articoli che provenivano dalle cronache locali dell’Umbria.
Secondo Luigi Ceccobelli quei permessi erano falsi. Afferma infatti che quelli autentici duravano 48 ore, alla cui scadenza avrebbero dovuto essere rinnovati sul posto. Come mai l’Stb aveva questi permessi senza scadenza?
Vi è anche un altro omonimo di un famoso leader brigatista: Renato Curcio. In questo permesso non compare alcuna foto, ma risulta che questa persona che viaggiò per la Cecoslovacchia, a bordo di una Fiat 125, fosse più anziana del Renato Curcio vero, quello nato a Monterotondo (Roma), il 23 settembre 1941. Sul documento risulta invece, come data di nascita, il primo marzo 1931 e la residenza Catanzaro. La professione di questo omonimo? Avvocato.
Possibile che i cecoslovacchi fossero tanti imbranati? Secondo noi, non fino a questo punto. Infatti un altro documento riporta le generalità di un altro sconosciuto: Giancarlo Scotti di Firenze. C’è una foto, che assomiglia a quella diramata di recente dalla polizia italiana per cercare il mafioso Matteo Messina Denaro. Questo Giancarlo Scotti non è mai esistito, come avevamo già sottolineato, perché altro non era che un alter ego di Giangiacomo Feltrinelli, l’editore morto nel 1972 a Segrate in circostanze misteriose. Ciò significa che le spie dell’est avevano intuito che questi permessi erano delle coperture, create, supponiamo, da servizi segreti che si sentivano sicuri di poter agire indisturbati a Praga.