venerdì 19 maggio 2017

Neanche la strage di Ancona fu terrorismo


L’incidente causato da un ispanico a New York il 18 gennaio 2017 ci riporta al 2005, quando un’analoga tragedia si verificò ad Ancona. La dinamica fu praticamente la stessa: una carambola in pieno centro con l’urto di un’auto impazzita contro le bitte di una piazza molto affollata, tra gente a spasso e famiglie sedute a mangiare il gelato. Si registrarono svariati feriti, falciati come birilli, e due morti. Due donne. Era il 9 ottobre 2005, una tranquilla mattina domenicale.
Facevo il cronista per Il Resto del Carlino. Era un periodo strano. La dirigenza di quel giornale aveva deciso fin da quando avevo messo per la prima volta piede in redazione, per riuscire a prendere il tesserino da pubblicista, che non avrei fatto carriera su quella testata. Avrei mangiato la polvere per pochi euro, perché il cronista che manteneva i contatti con la questura e le forze di polizia era un certo Andrea Massaro. Avevo comunque i miei spazi e riuscii a organizzare molti articoli di mia iniziativa, come un vero freelance di un paese capitalista deve fare. Poi la mentalità dirigista ebbe la meglio. Purtroppo. Viva le raccomandazioni. Se oggi sto qui a ricordare questo episodio tragico sul mio blog personale è perché la dinamica non fu chiarita nei dettagli, come una strage del genere avrebbe meritato. Si sarebbe potuto gridare al terrorismo, e si sarebbe potuto indagare con più convinzione.
L’episodio di New York ci permette di affermare, oggi, che anche in quel caso, il 9 ottobre del 2005 ad Ancona, non si trattò di terrorismo. Ma la morte di Manlio Mingoia in piazza Roma, nel centro di Ancona, è un giallo. Fui spedito ad intervistare il padre di una vittima, un’adolescente che era appena uscita dalla Messa domenicale e stava tornando a casa con i pasticcini per il pranzo in famiglia. Fu una domenica tragica. Quel pover’uomo avev perso una figlia perché un anziano, morendo d’infarto al volante del suo suv, mentre percorreva il Corso di Ancona, aveva falciato la sua bambina e una studentessa universitaria che attraversavano la strada.
Ma come era potuto succedere? Manlio Mingoia, il guidatore del Suv che, secondo le cronache nazionali dell’epoca, le quali si interessarono eccezionalmente al capoluogo marchigiano, investì le ragazze, avrebbe imboccato il Corso e poi rallentato. Probabilmente si era sentito male. Poi però tutti i cronisti concordano nel sostenere che il Mingoia si fosse accasciato sul volante, sorpreso, ma neanche poi tanto visto che era da tempo in cura all’ospedale per problemi di cuore, da un infarto. Dunque l’auto aveva rallentato e quindi improvvisamente accelerato. La gamba del Mingoia, rimasta a peso morto sul pedale dell’acceleratore, avrebbe spinto il suv verso la tragedia. Così affermò il comandante dei vigili urbani Tittarelli. L’auto sfiorò delle fioriere di piazza Roma, investì i pedoni che attraversavano la strada e andò a schiantarsi contro le auto che procedevano lentamente davanti al Mingoia. Il bilancio fu di tre morti, compreso il pensionato del suv, autore involontario della strage. Fui testimone del funerale di questo sfortunato pirata della strada. I parenti mi pregarono di non scrivere che il loro congiunto aveva voluto uccidere quelle povere donne. E io penso che non lo abbia voluto davvero. Perché avrebbe dovuto uccidere?
Eppure le coincidenze di questa storia sono impressionanti. Esattamente 50 anni prima, il 9 gennaio del 1955, due donne furono uccise ad Ancona al cinema Metropolitan, che si trova a pochi metri da piazza Roma, dove altre due donne furono investite dal Mingoia nel 2005. Nel 1955 un pazzo, vestito da militare, era entrato nel cinema durante la proiezione del film “Pane, amore e fantasia” e aveva lanciato delle bombe a mano in platea. Due signore sedute a vedere il film erano rimaste decapitate. Poi era seguita una raffica di colpi di pistola. La dinamica non fu mai chiarita, ma venne incolpato un maresciallo della finanza marittima, Cannarozzo, il quale prima che potesse celebrarsi un processo regolare fu trovato suicida nel veneziano. Esattamente 50 anni dopo, altre due donne erano state uccise nello stesso posto. Il Metropolitan nel 2017 è ancora in attesa di una ristrutturazione che lo riporti ai fasti di un tempo.
Manlio Mingoia non era un maresciallo della finanza, ma aveva a che fare con i militari. Era innanzitutto un ex politico del Movimento Sociale Italiano, con trascorsi come cantante lirico nel teatro di Ancona. Lo conoscevano in tanti. Lo conosceva persino mia madre. Sì, perché il padre del Mingoia, un ufficiale dell’aeronautica, andava spesso a Roma a trovare mio nonno, un ufficiale medico dell’aeronautica militare. Mia madre ha detto che considerava il padre di “Mingoia” un “fascistone”, ma non ricorda di quali argomenti i due ufficiali dell’aeronautica discutessero nei loro incontri. Il padre del guidatore del suv si chiamava Corrado Mingoia. A tutti i suoi figli aveva dato un nome che iniziava con la emme: Manlio, Mauro e Margherita. Cercando su Google notizie di questo Corrado Mingoia si scopre che non era un uomo qualunque durante il fascismo. Era il capo delle guardie di Rocca delle Caminate, vicino Predappio, nel forlivese, dove comandava il corpo di guardia della famiglia Mussolini, e in particolare di donna Rachele, la moglie del Duce. Le coincidenze, se si decide che abbiano un senso, sono incredibili. Rocca delle Caminate sorge sula cima di un colle che domina la vallata di Predappio, proprio come il monte Conero domina Ancona e il suo entroterra. Sia Rocca delle Caminate, sia il Monte Conero conservano nel sottosuolo tracce del passato fascista: cunicoli e camminamenti che servirono ai fascisti durante la seconda guerra mondiale e poi chissà, magari anche agli americani in tempi più recenti. E’ sempre mio nonno, nel suo manuale di medicina legale aeronautica, un testo per gli ufficiali che gestivano il servizio nazionale di leva, che ci dà una notizia importante che unisce Predappio ad Ancona. La sede del Consiglio di Leva per Ancona e Forlì si trovava proprio in Romagna, a Forlì.
Ma probabilmente stiamo viaggiando troppo con la fantasia. Tutte queste coincidenze, che vi riferiamo per dovere di cronaca, non ci danno alcuna prova che la strage di quel 9 ottobre 2005 fu un atto premeditato; oppure che fu un attentato di cui lo stesso Mingoia fu vittima. Perché bisogna sottolineare due aspetti che ancora non abbiamo citato. Cercando altri incidenti di persone decedute mentre erano al volante, si scopre che in casi analoghi nessuno riuscì ad accelerare e ad investire dei pedoni come fece Manlio Mingoia. Le vittime di infarto in genere hanno la prontezza di riflessi per accostare, o rallentare. Oppure al massimo mantengono una velocità costante, che li porta a schiantarsi contro i veicoli che li precedono, facendo però del male soprattutto a loro stessi, non agli altri.
Mingoia quel giorno si stava fermando, poi, da morto, accelerò e percorse buona parte di Corso Garibaldi, all’epoca ancora accessibile alle auto e non pedonalizzato. Ma può un corpo morto riuscire a spingere il piede sull’acceleratore? Ho provato a simulare un mio infarto al volante Su una strada poco trafficata ho rallentato e poi mi sono accasciato al volante. Ho lasciato il piede sull’acceleratore, a peso morto. Il pedale in un primo tratto non oppone resistenza e quindi il piede è riuscito ad affondare. Ma il problema è dare gas. Per farlo serve un atto volontario. Bisogna spingere e compiere un movimento che un cadavere chiaramente non è in grado di fare. Certo, nessuno può negare che un uomo in preda al dolore per un infarto potrebbe essere in grado di spingere instintivamente sull’acceleratore. Ma questa ipotesi si scontra con le ricostruzioni dei giornali, le quali affermano che quando l’auto accelerò l’uomo al volante era già privo di vita. La dinamica avrebbe dovuto essere vagliata dalla polizia municipale di Ancona, oppure dalla Polstrada. Invece mi pare che fu tutto molto veloce e confuso.
A conti fatti quella del 9 ottobre 2005 fu l’ennesima tragedia che vide vittima, ad Ancona, una famiglia dell’aeronautica. Non dimentichiamoci l’uomo, figlio di un generale dell'aeronautica, deceduto sul monte Conero con il suo aereo nel 2014 e soprattutto l’ufficiale ucciso dai fidanzatini insieme a sua moglie pochi mesi più tardi. Se la politica e la stampa locale puntassero finalmente il proprio obiettivo sulla base militare nel monte Conero, forse non cambierebbe niente, oppure chissà queste tragedie verrebbero rilette sotto una nuova luce, insieme alla terribile carambola, del 18 gennaio 2017, avvenuta a New York.


domenica 14 maggio 2017

Guantanamo, un’oasi tra paradiso e inferno


Il caso dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 credo che abbia la sua soluzione, o una delle sue soluzioni, nel ruolo della base statunitense di Guantanamo.
Questo antico fortino si trova nel sud est dell’isola di Cuba, di fronte ad Haiti, pertanto in un territorio che fino al 1989 era parte dell’impero comunista. E’ un fazzoletto di terra che gli Stati Uniti presero in affitto nel lontano 1903, e che trasformarono col tempo in una base militare navale. Tuttavia Fidel Castro non volle mai riconoscere questo diritto. La Stampa scrisse che il leader maximo aveva l’abitudine di versare i soldi americani dell’affitto in una banca svizzera, senza mai volerli utilizzare (erano, nel 1979, 4000 dollari all’anno, con l’adeguamento all’inflazione).
Secondo i documenti che si trovano online, tra cui l’enciclopedia Wikipedia, gli americani decisero di costruire a Guantanamo, nel 2002, un carcere di massima sicurezza nel quale concentrare i terroristi di Al Qaeda colpevoli dell’attacco dell’11 settembre 2001.
Uno dei suoi “ospiti” è lo zio di Ramzi Yousef, che si chiama Khalid Shaykh Muhammad. Fu come sapete il terrorista pakistano che progettò l’attentato al World Trade Center del 2001, e secondo le notizie che si trovano nell’archivio dei giornali era uno degli uomini fidati di Usama Bin Laden. Mentre gli eserciti di mezzo mondo inseguivano i fantasmi in Afghanistan e Irak, lui veniva catturato e tradotto in carcere dalla giustizia statunitense. Wikipedia mi fa sapere che fu processato solo nel 2008, per l’11 settembre e anche per gli attentati precedenti, tra cui il fallito progetto Bojinka. Sarebbe ancora in attesa di giudizio e rischierebbe la pena capitale. Pare che prima di confessare le sue colpe, nel 2008, fu torturato con la tecnica del Waterboaring (ripetuti tentativi di soffocamento in acqua) proprio a Guantanamo, carcere che sui mass media è ormai noto per la violazione sistematica dei diritti dell’uomo (ma secondo il New York Times le torture di Muhammad avvennero in Polonia).
I detenuti di Guantanamo sono noti per le vesti arancioni che devono indossare. L’Isis nelle sue esecuzioni ha imitato, forse per ripicca o forse per altri motivi, i metodi brutali di detenzione cui sono sottoposti i terroristi.
Vi sono altre stranezze che restano senza una spiegazione. Analizziamole. In un articolo del 1979, La Stampa affermava che il trattato di affitto tra Stati Uniti e Cuba risaliva al 1903, ma l’invasione Yankee di quella terra era avvenuta nel 1898, al tempo della guerra con la Spagna. Secondo Castro, - scriveva Ennio Caretto - “nelle convenzioni internazionali qualsiasi trattato scade dopo un secolo. Partendo dal 1898, egli conta dunque che l’odiato nemico si ritiri al più tardi tra un ventennio, dando ‘insolita’ prova di buon senso.”
Effettivamente ci sono altri casi analoghi, come la restituzione di Hong Kong, concessa per un secolo alla Gran Bretagna, alla Cina. La cerimonia avvenne proprio nel 1997. Cosa accadde invece a Guantanamo in quel periodo? Andando a leggere altri articoli dell’archivio dei giornali emerge una storia che si è persa nel dimenticatoio. Nel 1994, in seguito alla crisi economica di Cuba e dopo il crollo delle nazioni comuniste, migliaia di cubani si misero in mare alla ricerca di una nuova speranza di vita. Molti naufragarono nell’oceano come accade in Italia ai migranti dell’Africa nera. Ed ecco quindi la soluzione che fu trovata: gli Stati Uniti trasformarono Guantanamo in un’oasi di benessere per migliaia di profughi. Prima fu la volta dei cubani e degli haitiani, poi nel 1999 risulta che gli Usa furono pronti ad ospitare ventimila kosovari, che avrebbero dovuto fuggire dalla guerra nella ex Jugoslavia. Come è possibile che in pochi anni tutti questi profughi sparirono per far posto ai pericolosi terroristi di Al Qaeda? E’ difficile rispondere. Ma è certa una cosa: Guantanamo negli articoli del passato era tutt’altro che un inferno. Nel 1979 sempre Ennio Caretto della Stampa raccontava: “A Guantanamo si vive come alle Bahamas, in un lusso tropicale. Le case hanno l’aria condizionata, le televisioni, i programmi americani, esiste il cinema, comici come Bob Hope vengono in tournée.” All’epoca quella vita da fiaba era riservata alle famiglie dei militari e dei tecnici. Ma in periodo di Guerra Fredda e di scontro tra due economie molto diverse, era forte il contrasto tra la povertà dei comunisti cubani e lo sfavillio del benessere capitalistico. Un effetto molto simile a Guantanamo lo provocava Berlino Ovest, oasi capitalistica nel bel mezzo della Germania Est.
Beh, a giudicare dalle più recenti storie che emergono da questa base militare caraibica, tra cui quella del terrorista Muhammad, il crollo del comunismo ha portato via anche la fiaba capitalistica. Precipita l’economia della Germania unita, si trasforma in una nuova Alkatraz la zona franca statunitense a Cuba. Ma perché per processare i terroristi di Al Qaeda non venne scelto un luogo più sicuro e lontano da una nazione ancora nelle mani dei rivoluzionari di Castro? Non era la scelta più semplice? E che ne è stato del trattato del 1898, che sarebbe dovuto scadere cento anni dopo?

La base navale di Guantanamo a Cuba, su Google Maps.

sabato 13 maggio 2017

L’attentato terroristico firmato “Armaldo Forlani”


Ramzi Yousef era un cittadino pakistano di 25 anni quando tentò di far crollare il World Trade Center di Manhattan. Era il 26 febbraio 1993. Ciò che abbiamo vissuto l’11 settembre del 2001, e che è divenuto per molti analisti un momento di svolta nella storia mondiale, in realtà sarebbe potuto accadere ben otto anni prima, con gli stessi autori. Yousef noleggiò quel giorno un furgone insieme al giordano Eyad Ismoil, lo riempì di nitrourea e gas idrogeno, e lo parcheggiò nel sotterraneo del grattacielo sud. L’esplosione provocò sei morti e oltre mille feriti.
C’è un bellissimo libro del giornalista John K. Cooley, pubblicato nel luglio del 2000 e quindi un anno prima dell’attentato alle torri gemelle, che racconta in modo impeccabile il percorso che condusse il gruppo terroristico di Al Qaeda verso una serie incredibile di attentati. Si intitola “Una guerra empia, la Cia e l’estremismo islamico”. Verso la fine Cooley scrive: “L’agente Brian Parr, che aveva scortato Yousef sul volo per New York dopo la cattura in Pakistan, disse alla giuria che Yousef aveva sperato che l’esplosione nel World Trade Center avrebbe fatto crollare i due grattacieli uno sull’altro, uccidendo decine di migliaia di persone. ‘Così, gli americani avrebbero finalmente capito che erano in guerra.’ Il terrorista pakistano aggiunse pure: “Io sono a favore del terrorismo se viene usato contro gli Stati Uniti e Israele... Voi siete peggio dei terroristi; siete dei macellai, bugiardi e ipocriti.”
Dunque gli Stati Uniti sapevano bene con chi avevano a che fare e sapevano dove questi terroristi avrebbero cercato di colpire. Nel libro, Cooley fa riferimento al progetto Bojinka, poi non più attuato se non l’11 settembre del 2001, di dirottare contemporaneamente diversi aerei americani. Si trattava di un autentico voltafaccia, di un tradimento. Era stata la CIA, il servizio segreto statunitense, ad armare il fondatore di Al Qaeda, Usama Bin Laden, dopo che l’URSS nel dicembre del 1979 aveva invaso l’Afghanistan per proteggere i suoi confini e le sue basi missilistiche. Se gli americani hanno delle responsabilità nell’attacco dell’11 settembre, queste vengono da molto lontano e la CIA ha cercato col tempo di cancellarle. Contro l’URSS gli americani combatterono quella che Cooley chiama “una guerra per procura”, e per attuarla decisero di creare un qualcosa che ancora non esisteva: l’estremismo islamico. Anziché inviare le proprie truppe a Kabul, Carter e poi Reagan si affidarono a dei mercenari, a cui consegnarono armi e soldi. Ma questo lo abbiamo sempre saputo, in fondo. Dietro i mujaheddin afghani, i nordafricani e i palestinesi di Hamas c’erano gli americani, i servizi segreti pakistani dell’“ISI” e forse anche gli israeliani. Ecco perché il terrorismo dell’ISIS ci sembra così vicino al mondo occidentale.
Fu solo quando nel 1989 i russi dovettero battere in ritirata che le cose cambiarono. Si assistette a una “privatizzazione del terrorismo”. Rubo un’altra espressione allo scrittore. Usama Bin Laden (viene chiamato con questo nome di battesimo) era uno dei 52 figli di un facoltoso imprenditore edile saudita, morto proprio in un incidente aereo. Nel momento in cui gli americani ritennero raggiunto il loro obiettivo di dare la spallata decisiva al già vacillante impero sovietico, Usama con i suoi miliardi subentrò alla CIA quale finanziatore della guerriglia afghana. Chi è cagione del suo mal pianga se stesso, dice il proverbio. La CIA aveva creato un mostro che negli anni ‘90 non era più in grado di controllare. “L’arme mercenarie e ausiliarie sono inutile e periculose” scriveva nel ‘500 Niccolò Machiavelli. Il giornalista americano Cooley ha ripreso queste frasi del “Principe” nell’introduzione del suo libro. Quando i guerriglieri “afghani” tornarono nelle loro terre, da vincitori, nacque ciò che oggi consideriamo la grande minaccia per le nostre democrazie, ma che è stato il nemico anche dei regimi dittatoriali del nord Africa, sconfitti nel 2011 dalla primavera araba: il terrorismo islamico.
Ramzi Yousef secondo Wikipedia, oltre a far parte di Al Qaeda, è il nipote dell’ideatore dell’attentato dell’11 settembre 2001, tuttora detenuto nel carcere statunitense di Guantanamo, a Cuba. L’11 dicembre 1994, lo stesso Yousef, introducendosi con il falso nome di Armaldo Forlani, che secondo Wikipedia era la pronuncia errata del nome del leader della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani, riuscì a lasciare una bomba nell’aereo delle Filippine Airlines in volo da Manila a Tokio. L’ordigno esplose poco dopo che l’attentatore era riuscito a lasciare l’aereo durante uno scalo provvisorio a Cebu. Vi fu una vittima. Per tutti questi tragici fatti Ramzi Yousef venne arrestato e condannato “solo” all’ergastolo, pena che tuttora sta scontando in Colorado, negli Stati Uniti.
Dunque il libro di Cooley ci offre una certezza storica: l’attentato alle torri gemelle di New York ebbe un movente ben preciso: l’odio verso Israele e il capitalismo americano, scaturito da un rigore religioso che gli americani avevano sfruttato e fomentato nella Guerra Fredda.
Cooley afferma che, dopo il doppio attentato a Nairobi e a Dar El Salaam, in Kenya e Tanzania, del 7 agosto del 1998, nel quale persero la vita 300 persone e ben cinquemila rimasero ferite per l’esplosione di alcune bombe nelle ambasciate americane, il presidente statunitense Clinton decise di rispondere lanciando dei missili. Fu colpita una fabbrica sudanese in cui si disse che venivano prodotte delle armi chimiche, e poi furono presi di mira i campi di addestramento dei terroristi in Afghanistan, dove si era rifugiato anche Usama Bin Laden, già ricercatissimo. Il nome in codice dell’operazione fu “Infinite reach”, sul cui esito pare che si seppe poco. Ma ecco un punto fondamentale nel libro di Cooley: “Secondo alcune fonti di Washington - afferma l’autore - gli Stati Uniti sapevano della sua (di Bin Laden n.d.r.) assenza grazie al monitoraggio elettronico del traffico radiotelefonico e alla sorveglianza attraverso i satelliti. Se gli Stati Uniti avevano intenzionalmente deciso di non tentare di ucciderlo, era verosimilmente perché la morte di un personaggio già leggendario ne avrebbe aumentato il prestigio tra gli islamici di tutto il mondo. Sarebbe diventato un martire e la sua morte avrebbe spinto i suoi sostenitori a commettere atti di ritorsione ancora più violenti contro gli Stati Uniti.”
Gli americani sapevano dov’era Bin Laden. Eppure la caccia al numero uno di Al Qaeda fu la miccia che fece esplodere le guerre al terrorismo in Medio Oriente. C’è sicuramente qualcosa che non torna.
Il libro di Cooley mette in evidenza innanzitutto lo scenario politico internazionale, che venne in seguito offuscato dalla favola del nemico invisibile (in realtà “nemici invisibili” venivano chiamati i mujaheddin che combattevano i russi negli anni ‘80). I Talebani erano alleati del Pakistan e quindi molto vicini agli Stati Uniti. La loro guerra civile per la conquista dell’Afghanistan a metà degli anni ‘90 aveva messo in serio pericolo i confini dell’ex Unione Sovietica, tanto che il presidente Eltsin nel 1998 cominciò a rifornire di armi pesanti e ad addestrare i nemici dei Talebani, riuniti nella cosiddetta “Alleanza del nord”. L’obiettivo russo, secondo il giornalista Cooley, era di mantenere il controllo delle catene montuose a nord dell’Afghanistan. La stessa legge islamica, così severa e criticata per i maltrattamenti riservati alle donne, aveva costretto questi Talebani, ossia gli studenti del Corano, ad intraprendere una dura lotta alla coltivazione dell’oppio e quindi al traffico di droga, che stava arricchendo la mafia russa delle piccole nazioni a maggioranza musulmana dell’ex impero russo, tra cui anche la regione della Cecenia.
Diventa evidente, conoscendo ciò che avvenne dopo il 2001, che il conflitto in Afghanistan avvantaggiò i narcotrafficanti, i quali ancora oggi fanno affari in tutta Europa, compresa l’Italia. Inoltre rappresentò una svolta decisiva per la politica estera della Russia, che poté contare sull’esercito della Nato e sulla benevolenza degli Stati Uniti per proteggere i suoi confini, mentre non cambiò nulla nella lotta al terrorismo, dato che Bin Laden aveva messo le radici non solo in Afghanistan, dove effettivamente migliaia di guerriglieri si addestravano, ma pure in Sudan, in Egitto, in Pakistan, nello Yemen, in Algeria, in Tunisia e soprattutto in Arabia Saudita.
I pensieri del presidente americano George W. Bush, prima di attaccare l’Afghanistan nel 2001, furono probabilmente gli stessi descritti da John Cooley un anno prima: “Gli Stati Uniti si trovavano davanti a una scelta difficile. Gli alleati pakistani e sauditi continuavano a finanziare i talebani, i quali ospitavano il loro nemico dichiarato, Usama Bin Laden. Improvvisamente, gli Stati Uniti si ritrovarono almeno temporaneamente alleati con gli antichi avversari, la Russia e l’Iran, contro i talebani.” Una situazione scomoda che durò assai più del previsto, a conti fatti.

Wikipedia afferma che nel maggio del 2002 Cooley scrisse un articolo sul giornale Christian Science Monitor affermando che i servizi segreti giordani, "i quali controllavano dal 1990 i campi di addestramento della guerriglia araba della CIA e del Pakistan", avevano avvertito Washington, un mese prima dell'attacco al World Trade Center, di un imminente attentato di Al Qaeda nel quale sarebbero stati usati degli aerei. Il nome di questo attentato nelle intercettazioni era stato: "The Big Wedding", il grande matrimonio, che può far pensare, secondo il mio modesto parere, a un accordo tacito tra Stati Uniti e Russia.

lunedì 1 maggio 2017

“Jaroslav, forse non ti stiamo simpatici?”


Il 28 ottobre 1976 partì una nuova informativa dell’Stb. Sembra che Giuseppe Setti si sia sempre offerto di lavorare per l’Stb di Praga. E che siano avvenuti degli incontri in ristoranti delle vicinanze degli appuntamenti. Vengono citati due personaggi che avrebbero fatto da tramite con l’imprenditore di Reggiolo: Cermak e Forst.
I primi contatti dell’Stb con Giuseppe Setti avvennero il 9 gennaio del 1967, ma il dossier lasciato da Forst non appare chiaro alle spie di Praga. Il 14 e 20 gennaio 1967 Setti si incontrò con Cermak a Praga, quando l’italiano era espatriato per lavoro. L’organizzazione di questi contatti fu sempre curata da Forst. Setti e Forst si rividero l’11 maggio 1967 a Roma, mentre con Cermak Setti si incontrò di nuovo a Praga il 19 gennaio 1968.
Scrive ancora l’Stb: “Nel corso della riunione del 13 Febbraio 1967, Setti e Forst hanno visto 26 diverse forme di timbri utilizzati nelle schede del consiglio comunale di Reggiolo (A questo materiale ha avuto accesso come materiale di informazione generale del Consiglio della comunità di Reggiolo).”
E’ evidente che Setti trattò sulla possibile falsificazione dei documenti italiani. Prosegue l’Stb: “Quando vi è stato l'incontro con Forst a Roma il 20 Marzo 1967 sono stati interessati a sapere se il trasferimento di quel materiale va bene e ha chiesto se non abbiamo bisogno di altro, Forst ha risposto in senso negativo e Setti ha esortato alla cautela.”
L’11 maggio 1967 Setti a Roma offrì nuovamente altri documenti da falsificare, ma Forst gli consigliò di essere più cauto. Il 19 gennaio 1968 l’ultimo incontro. Setti chiese se il materiale era stato utile. Pare che Cermak rispose: “il materiale è utilizzato per scopi educativi soprattutto nei casi di italiani che fanno domanda per la residenza permanente in Cecoslovacchia.”
Ma perché Setti viaggiava in Cecoslovacchia su un passaporto senza visto, si domandava l’Stb nella relazione del 18 ottobre 1976. Cermak spiegò: “in quel momento si concedeva a molti degli italiani chiamati il visto fuori dalla regole, che era in linea con le linee guida di allora.” Non è molto chiaro questo punto. L’Stb sembra domandarsi se Setti fosse o no un loro contatto privilegiato. Se questi entrava in Cecoslovacchia già attrezzato con visti falsi, ciò non vuol dire che aveva un rapporto privilegiato con noi, sembrano voler spiegare ai loro superiori, perché era una prassi che seguivamo spesso in quel periodo.
Dunque Giuseppe Setti era considerato una persona sospetta? Di sicuro era guidato da Dagmar Hampl - conclude il rapporto -, nato il 6 febbraio 1927 cittadino residente a Bratislava. L’Stb cercò altre informazioni nel proprio archivio senza successo. Appare evidente comunque che Giuseppe Setti tentò nel 1976 di riprendere i contatti con le spie cecoslovacche, ma vi era una certa diffidenza di fondo che ostacolava i rapporti. Tra i documenti del dossier spicca una lettera scritta in italiano dall’imprenditore che riportiamo integralmente.
“All’attenzione del signor Jaroslav Forst. Ricevi, unitamente alla tua famiglia, da parte mia e di mia moglie, i migliori saluti. Dalla telefonata di alcuni giorni fa, ho appreso che stai bene e, questo è l’essenziale. Da parte mia non mi posso lamentare, se penso a quello che ho passato. La famiglia sta bene ed il figlio ormai è diventato un giovanotto.
E’ passato parecchio tempo da quando ci siamo visti l’ultima volta! Io e mia moglie desideriamo tanto vederti e stare assieme un po’ con te, e parlare di tante cose come si faceva un tempo. Ma per il momento non è possibile per noi venire a Roma. Ma perché tu quando passi da Reggio Emilia non ti fermi? Forse non ti stiamo simpatici? Se così è fai bene a non venire. Ma se siamo appena sopportabili, fai uno sforzo, e soprattutto un grande favore, FERMATI! Vieni a trovarci, ho voglia di fare una lunga chiacchierata con te...
Jaro! Unita alla presente, tutti i documenti della ragazza che ha sposato mio cugino. Ti prego fa’ il possibile per farle avere questo visto di soggiorno... E’ una brava ragazza, e sembra che si abitui abbastanza bene, penso che il più difficile siano i primi giorni, ma poi si abitua...
Non ti annoierò oltre, rinnovandoti l’invito a te e a tua moglie, tanti auguri. Reggiolo, 27, 5, 976. Giuseppe Setti”

Jannuzzi: “Il Sid creò delle false BR”


I servizi segreti italiani hanno creato delle false Brigate Rosse. Queste terribili affermazioni sono contenute nelle prime relazioni che il servizio segreto cecoslovacco inviò dall’Italia a Praga sul terrorismo italiano, e che sono contenute nel dossier che mi è stato inviato direttamente dall’attuale Repubblica Ceca, dall’archivio dell’intelligence dell’ex partito comunista cecoslovacco.
Era il 1976. In Cecoslovacchia era giunta voce, a causa in particolare degli articoli di un periodico italiano della DC, chiamato Il Settimanale, che le Brigate Rosse potevano avere degli agganci in Cecoslovacchia. Si trattava di un’opinione molto diffusa in quel periodo. Anche gli americani credevano a questa ipotesi e il giurista Vittorfranco Pisano lo aveva lasciato intendere nel 1979 dopo il rapimento e l’uccisione del leader della DC Aldo Moro. Si disse che, secondo alcuni testimoni, Moro fu sequestrato e subito trasferito all’interno dell’ambasciata dei cecoslovacchi a Roma. Anche le armi usate per sparare al giornalista Casalegno e poi alla scorta di Moro, e allo stesso presidente al momento della sua barbara uccisione, erano di fabbricazione cecoslovacca, le Nagant.
Ma usare armi russe non vuol dire molto. C’era Guerra Fredda anche nella ridda di supposizioni, illazioni, depistaggi che seguivano i fatti più gravi del terrorismo. Quindi specifichiamo subito che anche questi documenti che stiamo per analizzare rappresentano nulla più che un’altra angolatura dalla quale osservare i fatti di sangue degli anni di Piombo. Con delle novità, certamente, dei personaggi nuovi, delle sorprese.
Se le carte del dossier che abbiamo tra le mani venissero catalogate in ordine cronologico, uno dei primi riguarderebbe proprio l’accusa che fu rivolta a uno dei fondatori delle Brigate Rosse di aver goduto di appoggi a Praga.
Il 27 settembre del 1971 il Ministero degli Affari Esteri della Cecoslovacchia riceveva dalla propria ambasciata di Roma una lettera nella quale si chiedevano accertamenti su Augusto Viel. “Il giudice istruttore al processo di Genova - scriveva l’ambasciatore cecoslovacco - il 19 Luglio 1971 ha emesso un mandato di arresto per un cittadino  italiano, Augusto VIEL, nato il 27 Novembre 1944 a Udine, residente a Genova, che viene processato per coinvolgimento nell'omicidio, tentato omicidio, rapina, e furto con scasso. Nel corso dell'inchiesta - proseguiva il testo della lettera - è emerso chiaramente che l'accusa ha detto che fuggì in Cecoslovacchia e vive al seguente indirizzo: Praga 1 fossati 2. Inoltre, è accusato di essere membro della banda per sequestro di persona a scopo di estorsione.” In un documento successivo si può leggere la risposta, che arrivò dalla spia dell’Stb, Vandes Frantisek. “Ho scoperto che, in tale edificio vi si trovano solo due appartamenti privati e in caso contrario l'edificio è di proprietà di PZO technoexport.” Poi prosegue smentendo le notizie italiane. “Quando ho fatto i nomi di coloro che vivono nei due appartamenti privati, hanno detto che in uno di loro vive p. Mendl Giuseppe, la moglie e la figlia, nell'altro appartamento p. Hrubant Paolo che vive con la moglie. La signora in oggetto, Mendlova, che ha l'intera carica come amministratore, mi ha detto che in entrambi questi appartamenti non vivono estranei e non vi hanno mai vissuto, perché altrimenti avrebbe sicuramente notato in ogni stanza se qualcuno avesse camminato attraverso l'edificio.”
Dunque, secondo i cecoslovacchi Viel non aveva mai vissuto dalle loro parti, né le Brigate Rosse erano nate sotto la spinta dei paesi dell’est.
Chi erano allora questi giovani esaltati che rapivano, rapinavano e uccidevano? Il 26 giugno del 1976 la spia Frantisek Jirousek stendeva la sua relazione: “L’organizzazione estremista di sinistra delle Brigate Rosse (BR) è nata nel 1966 tra gli studenti della facoltà di sociologia presso Università di Trento.” “Le BR sono del parere che in Italia c'è un reale pericolo di controrivoluzione, in quanto, a loro avviso, la Democrazia Cristiana al potere (DC) può contrastare una crisi solo con la guerra civile.” “Secondo le BR - scrive la spia Jirousek - la grande offensiva della classe operaia deve essere diretta contro la DC”, quale centro del potere reazionario.
Ma in che modo questa guerra avrebbe fatto presa sulla popolazione? Mediante la propaganda mediatica, attraverso azioni armate spettacolari, rapendo e assassinando “gli esponenti di spicco della borghesia italiana”.
Quello che però interessava di più all’ambasciata di Praga erano le accuse che piovevano da Roma, particolarmente dal ministro degli esteri Francesco Cossiga, il quale affermava che le BR erano legate alla Cecoslovacchia e si addestravano a Karlovy Vary. Anche Viel e Franceschini, arrestati dopo l’uccisione del giudice Coco, si diceva avessero legami con Praga. Tutto falso, ribatteva Jirousek: “Queste affermazioni devono essere negate, queste mendaci accuse sono parte degli sforzi promozionali della reazione italiana”.
Chi erano dunque questi brigatisti? Secondo Jirousek, un’invenzione dei servizi segreti italiani e occidentali per screditare i paesi socialisti. Ma chi aveva fornito queste informazioni ai paesi comunisti? Se lo chiede anche il professor Roberto Bartali nel suo libro scritto per il dottorato all’università di Siena. Qui, in questi documenti, appare invece chiaro. L’Stb segue le teorie di Lino Jannuzzi, che in quei mesi stava lanciando pesanti accuse dalle colonne di Tempo, un settimanale considerato nell’archivio Mitrokhin alle dipendenze di Mosca e del KGB. Ma in ogni caso le sparate di Jirousek erano ancora più grosse.
“Le effettive caratteristiche delle BR - scriveva - sono venute alla luce il 15 Giugno 1976 nella conferenza stampa organizzata dal giornalista italiano Lino Sanuzzi (Jannuzzi n.d.r.). Sono stati pubblicati i resoconti di ex ufficiali del servizio spec. Italiano: il SID, la CIA e il BND. Nel Marzo del 1974 il SID ha cominciato ad organizzare “falsi brigatisti “e l'anno seguente la gestione del SID ha deciso di creare un altro falso gruppo BR con infiltrazioni di agenti nelle menzionate BR, utilizzati in parte per rilevare i veri brigatisti, e parzialmente per ottenere gli obbiettivi principali del SID.”
La traduzione che vi proponiamo è stata un po’ risistemata, perché non è chiarissima. Comunque il concetto non può essere travisato. Per i cecoslovacchi, Jannuzzi avrebbe affermato che i servizi segreti italiani volevano “creare in Italia un clima di incertezza e la  paura del comunismo come precondizione per l'insorgenza della destra quale ‘mano potente nel governo’ nel paese.”
Negli ultimi anni questa teoria ha preso decisamente piede, basta guardare qualche filmato su Youtube sulla strage di via Fani. Si dice che intorno ai rifugi dei brigatisti vi fossero svariati appartamenti di proprietà dei servizi segreti italiani, e che un ufficiale del Sismi fosse presente sul luogo dell’agguato, la mattina del 16 marzo 1978. Perché? Molti interrogativi devono ancora essere sciolti.

sabato 29 aprile 2017

Gli incappucciati della P1 che guidavano le BR


Le possibilità che gli americani siano stati i grandi manovratori delle Brigate Rosse che rapirono Aldo Moro passano inevitabilmente per un personaggio, e per una storia. Il personaggio è Luigi Cavallo, la storia è quella un po’ dimenticata della Supermassoneria.
Siamo nel 1977, e sulla Stampa scoppia il caso delle logge massoniche deviate. Tutto era nato da un dossier scandalistico costruito da un massone dissidente, Francesco Siniscalchi, ingegnere antifascista, oppositore del gran maestro della loggia storica di Palazzo Giustiniani, Lino Salvini. Finito nelle mani del magistrato di Firenze che indagava sulla morte del suo collega Occorsio, e cioè Pier Luigi Vigna, e poi in quelle di Alessandrini e Lombardi della procura di Milano, il dossier aveva rivelato ciò che solo diversi anni dopo fu accertato dalle indagini dei pm Colombo e Turone. Licio Gelli aveva fondato una Supermassoneria che aveva due livelli, e non solo uno come poi fu detto. Non vi era soltanto la loggia P2, infatti, che era formata da industriali, banchieri, militari, uomini dei servizi, magistrati, giornalisti, funzionari di Stato e parlamentari, ma anche la P1. Quest’ultima era segretissima. I suoi membri potevano riunirsi soltanto con indosso guanti bianchi e cappucci, in modo da non essere riconoscibili. Al suo interno comparivano funzionari di Stato che avevano raggiunto i gradi più alti, dal quinto in poi.
Messe insieme, queste due logge formavano l’Ompam, un’organizzazione mondiale di cui si parlò anche in seguito, ma che nel suo libro Gelli negò che avesse dei programmi politici segreti. Il giudice Occorsio aveva scoperto, ed era stato forse per questo ammazzato, che l'Ompam aveva ramificazioni che arrivavano alla mafia e all'anonima sequestri.
Cosa c’entrano gli americani in tutto questo? E in che modo si può giungere alle Brigate Rosse? Innanzitutto va ricordata la testimonianza di un mio lettore, il quale sosteneva di aver visto, vicino alla base militare segreta di Monteconero, che sarebbe riconducibile appunto agli americani, proprio delle persone che si aggiravano incappucciate e vestite di nero.
Secondo l’inchiesta di Alessandrini e Lombardi questa Ompam avrebbe avuto una struttura “complessa e piramidale”, scriveva il giornalista della Stampa Mario Bariona nel suo pezzo dell’8 marzo 1977. Quasi tutti i partiti erano avvolti dai tentacoli di questa piovra, e anche alcuni servizi segreti occidentali come la CIA. “Da questa struttura - proseguiva Bariona - si sfocia nel terrorismo rosso e nero, con il fine eversivo di dare un ordine nuovo al paese, una specie di Golpe Bianco.” I legami con le Brigate Rosse sarebbero stati garantiti soprattutto da un losco personaggio, Luigi Cavallo. Cresciuto come giornalista dell’Unità nel partito Comunista, e da esso cacciato nel secondo dopoguerra, si era avvicinato al movimento anticomunista “Pace e libertà” di Edgardo Sogno. “Cavallo come è noto - sottolineava il giornalista della Stampa - ha ottenuto finanziamenti persino da industrie (Fiat) e politici insospettati, come Craxi (PSI). Con l’infiltrazione di emissari, Cavallo sarebbe arrivato al cuore di una parte dei sedicenti NAP e Brigate Rosse.”
Un’accusa molto pesante e difficile da dimostrare, quest’ultima. Ma a dire il vero qualche indizio esisterebbe. Quando in seguito all’assassinio del giudice Coco, nel 1976, venne scoperto dagli inquirenti l’archivio delle BR, negli appartamenti di Torremaggiore Bergamasco e di Verona del brigatista Franco Brunelli, fu notata una strana coincidenza nei documenti. Le schedature che questi terroristi avevano preparato sui possibili obiettivi di attentati, riguardanti membri della sinistra italiana, avevano secondo gli investigatori somiglianze sospette con lo stile di Luigi Cavallo.
C’erano infiltrazioni di servizi segreti europei? L’inchiesta sulla Supermassoneria stava in effetti portando verso questa ipotesi. Venivano fatti nomi di uomini della CIA che secondo i giudici risultavano affiliati alle due logge, la P1 e la P2: Frank B. Gigliotti, Generoso Pope, John Montana e Charles Fama.
Purtroppo il dossier cecoslovacco che finiva per interessarsi di questi personaggi americani non ci permette di fare grosse scoperte. Degli agenti che abbiamo trovato nell’articolo di Bariona non risulta nulla. Né ci è d’aiuto la relazione che le spie comuniste prepararono, sempre in quel periodo, nel 1976, su quello che nel dossier sembrerebbe il sospettato principale del terrorismo: Michael Kostiw.
Le spie sovietiche facevano i loro interessi. Cercavano di evitare che quell’eversione rossa o nera che insanguinava l’Italia potesse debordare oltrecortina. E se gli incontri al ristorante romano Da Benito con Martin Wenick erano stati un po’ burrascosi, con qualche urla di troppo, con Kostiw furono registrate serate galanti e scambi di cortesie.
Il 10 marzo 1976 la spia dei servizi cecoslovacchi raccontò in un rapporto scritto la cena che fu organizzata nell’appartamento di questo membro dell’ambasciata americana. Viveva a Roma, vicino a piazza Euclide, in via Antonio Plana 6 o 10 al quarto piano. Una vita normalissima quella di Michael Kostiw, con un figlio piccolo, i problemi nel lasciarlo solo senza baby sitter, e quelli legati all’anonimato in cui sembra che questo agente americano vivesse. Non c’era il suo nome sulle targhette, ma solo all’interno dello stabile. La spia di Praga si recò all’appuntamento e prese nota di tutto ciò che vide.
Kostiw a cena raccontò la sua vita. Era nato nel 1948 e aveva lavorato nella Shell, con la quale aveva visitato l’Indonesia e il Borneo. La moglie aveva 23-24 anni ed era nativa di New York. Il padre e lo zio erano avvocati e avevano dei parenti in Virginia che ogni tanto andavano a trovare. Il figlio, Michele, aveva in quel momento 5 mesi. Era nato a Roma. La spia cecoslovacca si soffermò nella sua relazione su particolari apparentemente insignificanti. I Kostiw non possedevano il televisore (nel 1977 anche in Italia era in arrivo il TV color). La macchina l’avevano comprata da poco da un addetto militare. L’appartamento non era certo di lusso: due cucine, camera da letto, soggiorno e una piccola stanza di servizio per la lavatrice. La camera da letto era ammobiliata all’americana, mentre la cucina era ben attrezzata con dispense. “Ho visto - sottolinea la spia cecoslovacca - un grande frigorifero di grandi dimensioni.” Il soggiorno e la seconda camera da letto seguivano i gusti europei.
A tavole le spie dell’est e dell’ovest conversarono del più e del meno: della vita in Italia, del turismo, della scuola italiana, del cibo. Una volta a settimana i Kostiw si facevano inviare una fornitura statunitense di carne e prodotti lattiero-caseari provenienti dagli Stati Uniti. Il compito di Kostiw era quello di supervisore di trasferimenti di valuta all’estero, in particolare negli Stati Uniti. In programma aveva già altre cene, al consolato delle Mauritius il 15 marzo 1976.
Una vita normale, insomma, concluse nella relazione l’agente cecoslovacco: “Il discorso di Kostiw e della moglie durante la cena non è stato violento, non hanno chiesto le circostanze della vita o dell'ambiente e nemmeno i nomi dei nostri dipendenti in Italia.  No so se ha aggiustato le risposte o qualcosa del genere che varrebbe la pena di registrare.
Nulla di sospetto ho scoperto nell'appartamento di Kostiw. Frugale cucina americana, piccola bevanda alcolica.” “Uscendo, abbiamo ringraziato per il buon cibo ed il gentile invito e il computer cortesemente utilizzato. Come dalle circostanze, per quanto Kostiw ha permesso, abbiamo fatto un invito per il nostro partito. (La moglie di Kostiw infatti ha dichiarato che non ha nemmeno la possibilità di poter regolarizzare una baby sitter, ma non manifesta odio, anche se deve lasciare a malincuore da solo un così piccolo ragazzo).”
Come si può vedere, seguendo le inchieste dell’intelligence comunista le indagini sulla Supermassoneria si perdono nel nulla.

lunedì 24 aprile 2017

“Gli americani? Sono fermi agli anni ‘50”


Gli americani sono fermi ai tempi della guerra degli anni ‘50. L’uomo che pronunciò queste parole non aveva in mente i programmi recenti del presidente americano Trump contro la Corea del Nord. Era un agente degli ormai scomparsi servizi segreti cecoslovacchi. Si chiamava Lamac.
Bisogna tornare molto indietro nel tempo. Al ristorante “Da Benito” sulla via Flaminia Nuova, a Roma, non lontano dalle campagne in cui quasi un secolo fa fu ritrovato il corpo dell’onorevole socialista Matteotti, fatto uccidere da Benito Mussolini, si incontrarono più volte le spie dell’est e dell’ovest. Era il 1977. In gioco c’era la pace mondiale in un momento critico della Guerra Fredda. Il partito comunista, grazie alla politica del presidente democristiano Aldo Moro, si stava avviando a conquistare la guida del governo italiano. In un suo libro del 2005 il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, scrisse che gli ambasciatori degli Stati Uniti, nelle loro relazioni che da Roma spedivano all’amministrazione dell’allora presidente Carter, spingevano per una soluzione di compromesso storico. L’obiettivo sarebbe stato quello di favorire le riforme economiche, di cui l’Italia aveva urgente bisogno.
Ma evidentemente non tutti la pensavano allo stesso modo. C’era un uomo misterioso che si aggirava per i salotti della politica italiana e che si dichiarava anticomunista e antisovietico. Si chiamava Martin Arthur Wenick. Secondo le relazioni che i servizi segreti cecoslovacchi prepararono in quel periodo, Wenick era nato nel 1939 nel New Jersey, negli Stati Uniti. Si era laureato nel 1961 in Scienze Umane, quindi aveva iniziato a girare per il mondo per il Foreign Service, grazie alla sua grande padronanza delle lingue. Era stato in Afghanistan, Cecoslovacchia, Urss, e nel luglio del 1974 era arrivato a Roma, in Italia.
Cercando di lui sui giornali italiani si ottengono poche informazioni. Esiste comunque un interessante articolo del Corriere della Sera del 1975 nel quale vennero scritte queste parole: “Almeno una volta alla settimana il signor Martin Wenick, un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, che nessuno si preoccupa di nascondere sia un collaboratore dei servizi segreti americani, si reca a far visita a Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del Partito Comunista Italiano.” Le visite, specificava il Corriere riprendendo un articolo del settimanale “Mondo”, avvenivano a via delle Botteghe Oscure, nel quartier generale del PCI. Niente di segreto insomma. Nemmeno i contenuti dei dialoghi. “Spieghiamo a Wenick come stanno le cose qui da noi”, disse Segre.
Gli americani si stavano intromettendo nella politica italiana. “Per l’America, l’Italia non è un paese dove sia possibile in pochi mesi rastrellare la maggioranza azionaria di tutte le industrie”, interveniva sempre sul Corriere un anonimo funzionario dell’ambasciata americana. In altre parole gli Stati Uniti non potevano essere certi che l’economia italiana restasse nell’area del capitalismo.
Il 25 maggio del 1977 in uno degli incontri al ristorante “Da Benito” sulla Flaminia, Wenick commentò così al suo interlocutore dell’Stb cecoslovacco gli articoli italiani. “La stampa italiana è gravemente inaffidabile, scrive bravate e poi non si vergogna di dimostrare che non era vero.” Sui presunti incontri a Botteghe Oscure con Segre aggiunse. “Si discute con lui solo occasionalmente, quando ci si incontra alla reception.”
Entriamo allora nel vivo della discussione segretissima che avvenne nella periferia di Roma. Le spie cecoslovacche cercarono tra il marzo e l’ottobre 1977, meno di un anno prima del rapimento di Aldo Moro, di contattare questo Wenick. Volevano ottenere da lui delle informazioni. Quali? E perché lo ritenevano così importante? Probabilmente la risposta sta nell’aumento delle armi atomiche in Italia. Se ne parla in alcuni passaggi delle relazioni che i servizi cecoslovacchi archiviarono nell’ormai famoso dossier sul terrorismo italiano. In pratica, secondo l’Stb gli americani stavano violando gli accordi militari incrementando gli armamenti, incolpando poi delle crisi l’Unione Sovietica. “Gli Stati Uniti D'America - scrisse l’agente Lamac - sono così in anticipo nello sviluppo della tecnologia delle armi, che possono avventurarsi ed osare una corsa agli armamenti. Il fatto è che costa un sacco di soldi”. Lamac giudica Wenick a questo punto un “falco” di destra che vuole il ritorno alla Guerra Fredda: “Egli si è dichiarato antisovietico e anticomunista in quanto ha detto che è convinto del nostro regime antidemocratico.”
Ed ecco il punto che mi ha colpito di più. E’ il 15 luglio 1977 e sono le ore 13.30-15.15. Il luogo dell’incontro stavolta è il ristorante Olivetti, in via Flaminia 720. Scrive l’agente cecoslovacco: “Ho detto che in questa situazione è inutile per noi incontrarci, ho pensato che i nostri dibattiti potrebbero essere condotti nello spirito della coesistenza pacifica e della politica di distensione e nello spirito degli accordi di Helsinki. E tuttavia egli parla come negli anni di guerra, negli anni 50.”
Questo Wenick viene descritto come una persona irascibile, che urla sovente per imporre le sue ragioni politiche. E’ ridicolo, ma la Guerra Fredda si decise in un ristorante del quartiere Tor di Quinto, a nord di Roma, nei caldi pomeriggi dell’estate e dell’autunno della Capitale. “Wenick ha un po' ammorbidito la sua voce - racconta la spia cecoslovacca - e ha detto che è già stato fatto un accordo a Belgrado su programmi e modi da tenere per l'udienza principale, ma il dibattimento e gli appuntamenti di Belgrado nel 1977 sono caduti. Wenick ritiene che la rottura non si verificherà e che, naturalmente, alla fine, l'accordo costruttivo in ultima analisi sarà rispettato.” La traduzione che state leggendo è stata redatta da una persona che conosce il cecoslovacco, tuttavia non è affidabile al 100%.
La relazione di Lamac prosegue: “Ma da ovest dice che si deve difendere e promuovere il rispetto dei “diritti umani“ nei paesi socialisti. La libertà di parola, la libertà di espressione politica e lasciare lo show a coloro che sono più sicuri nel regime capitalista, che è più ricco, è più efficiente e anche il più libero. Ha detto che si deve accettare il principio della “concorrenza“ tra le due modalità. Siamo alla prima riconciliazione dopo Helsinki, ma ha proclamato che ciò non lo è tra le ideologie, per continuare la lotta.”
L’agente cecoslovacco ribatte alle accuse di Wenick. Rammenta il colpo di stato di Pinochet in Cile e afferma: fu favorito dalla CIA. Poi commenta la dura guerra ai Vietcong. “Ho attaccato Wenick: come può esso e gli Stati Uniti dare lezioni sui “diritti umani“, come si può pretendere di essere un “Angelo della democrazia“. Si vogliono una democrazia che li soddisfi, un imperialismo Americano, il capitalismo mondiale. Come il Vietnam? Perché hanno bruciato l'intero paese solo perché il Vietnam voleva un modo diverso di capitalismo da quello che volevano loro, perché ai Vietnamiti volevano imporre la loro volontà? No non accetto da lui nessuna predicazione e lezioni. Wenick era capace solo del fatto di uccidere i comunisti.” 
“Ho difeso la nostra democrazia socialista che serve la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori ed è il sistema più equo in cui possono sentirsi repressi solo da coloro che vogliono sfruttare gli altri. Lo ammetto, e continueremo a farlo.”
Nell’ultima parte si parla dell’Italia e delle installazioni militari della Nato. Secondo Lamac, queste ultime erano superiori come numero, nel 1977, alle forze armate dell’URSS in Cecoslovacchia. “Ovunque si voglia evitare che le forze comuniste entrino nei governi democraticamente viene usata un po’ di violenza di destra”.
L’impressione è che Wenick rappresenti quella forza reazionaria all’interno della Nato, chiamata Gladio, Stay Behind. Del resto, la traduzione letterale di queste parole è: “rimanere indietro, rimanere fermi, attardarsi, trattenersi”. Appunto, restare fermi agli anni ‘50 come nelle accuse delle spie cecoslovacche: “Wenick - furono le conclusioni della relazione - è un sostenitore della reazione politica degli Stati Uniti, si tratta di un “falco“ - ripete ancora una volta - è sadicamente anticomunista e antisovietico. Le sue informazioni, comunicati, si mostrano solo per la linea dura”.
Wenick a questo punto sembra chiudere i rapporti con Lamac. “E’ il nostro ultimo incontro”, dice. Ma non fu così. L’incontro decisivo tra Lamac e Wenick avvenne il 30 settembre 1977 al ristorante “Da Benito”, in via Flaminia Nuova, sempre tra le 13.30 e le 15.
In questo appuntamento Wenick sembra inizialmente più accondiscendente, poi però attacca la politica dei paesi socialisti e la spia cecoslovacca perde la pazienza.
“Wenick con mio stupore aveva una espressione più mite di quella precedente. Ha riconosciuto che non ci sia altra alternativa che cercare la possibilità di coesistenza. E comincia più a lungo la litania che non sono loro come Stati Uniti che hanno voluto combattere, ma noi siamo ideologicamente”. “Dice che vivere con la politica di distensione non significa la direzione ideologica, è necessario continuare la lotta ideologica.”
Lamac replica colpo su colpo: “Naturalmente, ho subito fatto notare i loro reati contro l'umanità, il razzismo, la disoccupazione, il sollecitare la loro volontà in altre nazioni, il neo-colonialismo. Wenick ha reagito con rabbia. Visione curiosa che essi hanno di come cambia la situazione, quello che era negli anni ‘50 non è oggi. Per progredire in avanti credo che dobbiamo fare un passo in avanti e non continuare come negli anni ‘50. Ho fatto nuovamente notare a lui di non radere al suolo il progresso.”
Gli Stati Uniti intanto stavano sostituendo le armi tradizionali con la bomba atomica, la cosiddetta “bomba N”. Curioso e grave è il fatto che di questo si parlasse a Roma.
La spia cecoslovacca commenta così le parole di Wenick: “Secondo loro, l'introduzione di bombe N è una attrezzatura modernizzata, la sostituzione di vecchie testate, con testate N presumibilmente non mina i negoziati sul disarmo.” “Ho rifiutato la sua non corretta interpretazione, l'introduzione di bombe N non faciliterà le trattative sul disarmo, ma farà prevalere i diritti di sfiducia e di tensione.”

E il partito comunista italiano? In uno dei primi incontri si era parlato anche di questo. Wenick non auspicava affatto l'ipotesi di un compromesso storico. L'11 marzo 1977, sempre al ristorante "Da Benito", l'agente Lamac aveva annotato queste parole della spia della CIA: "Egli ha sostenuto che per l’America la situazione non è chiara e non può ottenere un quadro attendibile di ciò che gli Italiani vogliono. Inoltre essi non hanno chiaro il ruolo del PCI. Da un lato il PCI a parole è revisionista, vuole il pluralismo e la libertà del singolo, non vuole la dittatura del proletariato e non gli piace la nazionalizzazione del paese. D'altra parte però, sconfiggere il comunismo, e in qualsiasi momento, è possibile". "Gli USA considerano che il PCI continua ad essere comunista e quindi si oppongono al suo ingresso al governo con la DC." C'è a questo punto un passaggio poco chiaro nella traduzione, ma sembra di capire che gli Stati Uniti non avrebbero potuto impedire un atto di violenza dei comunisti, tuttavia reputavano impossibile l'entrata al governo del PCI, perché sarebbe stata rivista la partecipazione italiana alla Nato. E questa è la conclusione: "Essi non credono che il PCI ottenga il governo, credono nel potere e nella capacità della DC e degli altri partiti democratici." I fatti diedero loro torto. La DC aprì le porte ai comunisti e Aldo Moro fu rapito proprio il giorno del giuramento del nuovo governo.
Questi documenti inediti aprono una breccia nella sempre più arida e omertosa politica internazionale di questi ultimi anni. Dimostrano che, se fosse venuta alla luce l’opinione dei paesi oltrecortina, e non fosse esistito solo il punto di vista occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, oggi non conosceremmo solo le criticità dell’economia pianificata dell’URSS, ma anche l’aggressività della Nato verso i propri nemici, della quale la perenne lotta al terrorismo costituisce probabilmente solo ciò che emerge dai soffocanti segreti militari.
Un anno dopo, rispetto agli incontri di via Flaminia, nell’estate del 1978, Wenick venne visto a Praga insieme al futuro regista Lorenzo Minoli e al sindacalista Marco Ricceri. Cosa avevano in comune un sostenitore della linea dura della Nato e il fratello di uno dei più famosi giornalisti italiani qual è Giovanni Minoli? Ho provato a contattare Lorenzo Minoli tramite Twitter, ma non ho ottenuto risposta.