domenica 20 novembre 2016

L’anima nazista dei servizi segreti di Bonn


Fu il servizio segreto dell’ex Germania Ovest, il BND, a creare Gladio. Questa struttura militare parallela, che nacque dopo il 1956 in funzione anticomunista, non faceva parte della Nato e, soprattutto, non dipendeva dai servizi segreti delle nazioni occidentali. E’ una notizia troppo a lungo sottovalutata, che oggi dobbiamo ripubblicare e analizzare sotto una luce nuova. Uscì per la prima volta il 31 maggio del 1991 sul Corriere della Sera, nei mesi in cui le rivelazioni sulla struttura segreta divenivano di dominio pubblico nel nostro paese.
Cosa significa che la Gladio tedesca non faceva parte della Nato? Vuol dire che Rauti, Giannettini, Nardi, Freda, Ventura, uomini dell’estrema destra italiana, recandosi nell’ex Germania Ovest per addestrarsi come affermavano fonti di stampa nel 1974, erano entrati a far parte di una struttura segreta filo-nazista.
Perché certamente non si può parlare del BND fingendo di non vedere la sua storia controversa. Il leader storico di questo servizio segreto del Patto Atlantico fu un generale nazista, Reinhard Gehlen. Per gente come lui gli americani interruppero i processi di Norimberga. I mostri della Shoah diventavano per nuove esigenze belliche gli amici della democrazia. Scrisse di Gehlen Vinicio Araldi, un giornalista cresciuto sotto Mussolini, ma nonostante questo estremamente equilibrato e onesto: “Questo generale senza volto” fu “fino al 1968, il personaggio centrale dell’organizzazione spionistica tedesco-occidentale, l’avversario più irriducibile del comunismo, tanto odiato e tanto temuto da avere indotto il governo di Ulbricht a porre sul suo capo una taglia piuttosto consistente.”
I mezzi di questo servizio segreto erano a dir poco machiavellici. Secondo quanto riportò il Corriere della Sera, nel 1974 l’ex ministro socialdemocratico del governo Brandt, Ernst Ehmke, accusò Gehlen di aver spiato parecchi uomini politici tedeschi, raccogliendo ogni genere di materiale sulla loro vita pubblica e privata. In questo modo sarebbe stato anche coperto un traffico illecito di armi che dall’ex Germania Ovest partivano per i paesi arabi, tra i quali il Pakistan. Nello stesso periodo in Italia scoppiavano, se ben si ricorderà, il caso Sifar, sulle 157 mila schedature del servizio segreto, e il “piano Solo”, la pianificazione di un colpo di Stato che “solo” i carabinieri del generale De Lorenzo avrebbero dovuto attuare. Guarda caso, negli stessi anni pure negli Stati Uniti nasceva un’operazione dell’FBI nota come “Operation Solo”, volta a conoscere ogni dettaglio sugli organismi dei partiti comunisti mondiali.
E’ molto probabile, stante il materiale rinvenuto in archivio, che Willy Brandt, presidente dell’allora Germania Ovest, fu vittima di un complotto di Pankow, e non tanto come scrisse Giannettini al Sid l’autore di trame eversive italiane. Pare, anzi, che il cancelliere tedesco venne costretto a dimettersi nel 1974 dopo essere stato sottoposto a uno dei soliti ricatti sessuali dell’ex sistema spionistico sovietico. Gunter Guillaume, un consigliere di Brandt che lavorava per la Stasi, venne arrestato in quei mesi con l’accusa di spionaggio. Si scoprì a quel punto che il cancelliere era sorvegliato anche nella sua vita privata e che erano state filmate alcune sue avventure amorose con delle spie dell’ex Germania Est. Gehlen aveva lasciato il BND dal 1968, sostituito da Wessel. Ma le cose a quanto pare non erano cambiate.
In Italia erano iniziate le stragi senza colpevoli. Sia per la bomba di piazza Fontana del 1969, sia sul delitto Calabresi furono lanciati sospetti che coinvolgevano il terrorismo tedesco della Raf. Per la morte di Calabresi si parlò di Holger Meins e di un altro leader della “Frazione Armata Rossa”: Jan Carl Raspe. Nel 1969 erano in Italia, ad Alessandria, e avevano avuto contatti con Giangiacomo Feltrinelli. Le rivelazioni divennero di pubblico dominio sul Corriere della Sera grazie a Giorgio Zicari. Si scoprì in seguito che questo giornalista era iscritto alla loggia P2. Nel 1970, stando a quanto scrisse il settimanale L’Espresso, era stato coinvolto dai carabinieri del Sid in un’operazione di controspionaggio sui terroristi neri. “Prima di pubblicare aiutaci a evitare una strage” - gli chiesero, ma poi non ci furono arresti. E Zicari rimase fregato. Venne sospeso dal suo giornale e dall’ordine, quindi riabilitato. Fu qui che probabilmente avvenne il passaggio di consegne al Sid tra carabinieri ed estremismo di destra. Zicari nella vicenda Calabresi si comportò da giornalista vero. La sua colpa è a nostro avviso, non tanto di aver indagato per conto suo sulla banda Baader-Meinhof, quanto di aver taciuto nel 1988, a 16 anni dall’evento, allorché i giudici accusarono del delitto Calabresi i tre leader di Lotta Continua. Forse Sofri, Bompressi e Pietrostefani erano innocenti.
Cosa si cercò di coprire? Probabilmente Gladio, la connessione tra la parte tedesca e quella italiana. La fonte di tante stragi di Stato italiane. I depistaggi furono continui. L’informativa del servizio segreto italiano del 17 dicembre 1969, secondo cui gli autori degli attentati del 12 dicembre precedente, a Milano alla banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, erano stati i “neri” di Mario Merlino su mandato dell’Aginter Press portoghese di Guerin Serac, era falsa e fu più volte manipolata prima di giungere nelle mani dei magistrati. Merlino se la cavò con l’assoluzione. Eppure la verità non era molto lontana da quelle ipotesi di complotto tra neri e filocinesi.
Quando nel marzo 1978 venne rapito il presidente DC Aldo Moro si parlò di nuovo di una pista tedesca occidentale. Ancora una volta si scoprì uno scandalo: la polizia ex tedesca occidentale di Wiesbaden, presso cui si recavano i magistrati italiani per unire le forze, ma tornandone a mani vuote, aveva messo sotto controllo 3 milioni di tedeschi occidentali. Sarà un’altra coincidenza, ma la polizia italiana, supportata dal nuovo servizio segreto italiano chiamato Sisde, in quel periodo agì in modo altrettanto indiscriminato e antidemocratico.

venerdì 18 novembre 2016

Ombre tedesche sugli anni di piombo


C’è un filo conduttore nella storia dei nostri anni di piombo, che conduce in quella che una volta si chiamava Germania Ovest, o Repubblica Federale Tedesca. E’ lì che alla fine degli anni ‘60 si svilupparono movimenti di guerriglia capeggiati da alcuni giovani di estrema sinistra, in particolare da due donne: Gudrun Ensslin e la giornalista Ulrike Meinhof; e due uomini: Andrea Baader e Horst Mahler.
Il nome che venne dato al gruppo nel maggio 1970 fu Frazione Armata Rossa, o più semplicemente RAF. Questi giovani sciagurati, in nome del comunismo e la guerra a quello che consideravano lo “Stato fascista”, organizzarono rapimenti, barbare uccisioni e rapine per tutti gli anni ‘70 del Novecento e poi anche per buona parte degli ‘80.
Il primo punto di contatto con l’Italia, che si è cercato di dimenticare come tutti gli altri che si susseguirono fino alla fine degli anni ‘80, fu Giangiacomo Feltrinelli. Praticamente vi furono dei legami certi tra il terrorismo tedesco e quello italiano delle Brigate Rosse fin dall’inizio, dagli anni della contestazione studentesca. Sono tanti gli articoli del Corriere della Sera nel quale si parlava a quell’epoca di finanziamenti sospetti. Si disse che l’editore Feltrinelli sostenesse la battaglia armata dei tedeschi. Già dal 1968 Feltrinelli fu molto attivo nei comizi di sinistra che venivano organizzati a Berlino Ovest. Ma questo, anche se Wikipedia non lo scrive, non ci stupisce. Feltrinelli era in contatto con il terrorismo altoatesino e con Vienna. Il problema vero è un altro: quale fu il ruolo del ministro degli esteri dell’ex Germania Ovest, Willy Brandt, il quale, nello stesso giorno in cui Feltrinelli arringava la folla della sinistra extraparlamentare di Berlino Ovest, protestava davanti all’ex Reichstad contro il riarmo della Germania Est del presidente Ulbricht?
E’ una questione molto spinosa, perché sia sulla politica dello Stato ex tedesco occidentale, sia nel gruppo Baader-Meinhof, sussistono delle notevoli ambiguità. Il terrorismo tedesco fu veramente manovrato dalla Stasi, ossia dai servizi segreti della Germania Est? E Brandt, che divenne cancelliere dal 1969 al 1974, era sinceramente intenzionato a contrastare il terrorismo?
I dubbi furono sollevati da un noto rapporto del Sid scritto nel 1974 dal discusso giornalista Guido Giannettini, sospettato di aver partecipato all’attentato di piazza Fontana nel 1969 e poi assolto. Giannettini affermò che Brandt, leader del partito Socialdemocratico di Germania, era filocinese e antisovietico. Sarebbe stato pertanto lui il “grande vecchio” della sinistra extraparlamentare e addirittura il mandante della strage di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre del 1969, per la quale Brandt si sarebbe servito proprio di Giangiacomo Feltrinelli quale esecutore materiale. Secondo questa ricostruzione, che il Corriere non esitò un attimo a definire fantasiosa, le bombe di piazza Fontana sarebbero servite per rafforzare il vacillante governo italiano di Mariano Rumor. Ma le rivelazioni di Giannettini non si fermavano qui.
All’indagine su piazza Fontana, come ben sappiamo, partecipò il commissario Luigi Calabresi, considerato responsabile del suicidio dell’anarchico Pinelli, e a sua volta assassinato sotto casa da due terroristi il 17 maggio del 1972. Pochi mesi prima era morto a Segrate, mentre sistemava un ordigno su un traliccio, Giangiacomo Feltrinelli. Nella sua informativa Giannettini scrisse che il commissario Calabresi si stava avvicinando troppo alla verità su piazza Fontana, cioè alla colpevolezza di Feltrinelli, e sarebbe stato ucciso dai servizi segreti dell'ex Germania Ovest, dopo che gli stessi avevano liquidato Feltrinelli facendo passare la cosa come un suicidio. Il motivo di questi omicidi sarebbe stato un allontanamento di Brandt, a partire dal 1971, dalla politica filocinese e antisovietica. Per evitare che i servizi segreti israeliani scoprissero tutto, le spie dell'ex Germania Ovest, note con la sigla di BND, avrebbero cercato di far sparire le prove con degli omicidi.
A questo punto per Giannettini la “pista nera” su cui indagarono i magistrati italiani sarebbe stata creata dai servizi segreti israeliani del Mossad, per evitare che Nixon attuasse un accordo internazionale filo-arabo sull’asse Italia-Spagna-Grecia-Turchia. Per fare tutto questo, scriveva il Corriere della Sera riportando l’informativa del Sid, gli israeliani avrebbero manovrato i magistrati Gerardo D’Ambrosio, Luigi Bianchi D’Espinosa e Giancarlo Stitz, gli uomini del PSI, della sinistra extraparlamentare, il ministero dell’interno italiano, il giornale Il Mondo e avrebbero pure utilizzato degli infiltrati della Cia. Ma non è finita: il Mossad avrebbe cercato di attuare il golpe Borghese nel 1970, sempre in chiave antiaraba con l’aiuto dei servizi inglesi, e avrebbe inviato l’anarchico Gianfranco Bertoli, in realtà “agente provocatore”, a far saltare la questura di Milano nel maggio 1973.
Bisogna ammettere che proprio fantasiosa questa ricostruzione non era. Vediamo quali rivelazioni con il tempo si sono rivelate esatte. La Cia aveva scritto nei suoi rapporti su Junio Valerio Borghese che il pianificatore del golpe del 1970 era “influenzato” dai servizi segreti britannici. Dunque era vero che non si trattava di un golpe da operetta. Fu inoltre accertato dalle commissioni parlamentari che Bertoli non era un povero anarchico in guerra con la polizia, bensì un informatore dei servizi segreti. Pure Feltrinelli non era uno stinco di santo: girava per mezza Europa con false carte d’identità. Il Mossad è un altro che aveva i suoi buoni motivi per essere adirato con il barcollante governo italiano. Il giudice americano Vittorfranco Pisano scrisse, nel suo rapporto sul terrorismo italiano del 1979, che esisteva un patto con i palestinesi perché nel nostro territorio non avvenissero incidenti: il famoso “Lodo-Moro”. Si disse, senza mai dimostrarlo, che l’aereo di Gladio noto come Argo 16 fu abbattuto dagli israeliani nel 1973 sui cieli di Marghera per farci un dispetto: i morti furono quattro, ma fu sfiorata la strage.
Restiamo nel patto Atlantico ed ecco delle ombre anche sul BND, il servizio segreto di Bonn. Venne più volte citato nel dossier cecoslovacco quale sostenitore del terrorismo italiano. Lo stesso Willy Brandt si era dimesso pochi mesi prima della pubblicazione dell’informativa di Giannettini perché era stato scoperto che un suo consigliere era una spia di Pankow, cioè della Germania Est. Nel 1969, l’anno di piazza Fontana, ben quattordici personaggi dell’ex Germania Ovest che lavoravano nella difesa nazionale si erano suicidati misteriosamente nel giro di sei mesi. Ne riferì i dettagli il bel libro di Vinicio Araldi sullo spionaggio. Ciò vuol dire che nella guerra fredda era difficile districarsi tra doppi e tripli giochi. Non si può quindi escludere che Giannettini avesse ragione e che, come Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati per l’omicidio Calabresi dall’accusa di un pentito, fosse stato tirato in ballo per depistare le indagini su piazza Fontana.
Di una cosa siamo certi: se la Strategia della tensione fu l’insieme di tutti gli attentati terroristici degli anni Settanta del secolo scorso, di destra e di sinistra, incluso il delitto di Aldo Moro, in ognuno di questi può aver avuto un ruolo la banda Baader Meinhof. Ed è altrettanto certo e documentato che ogni volta che ciò emerse nei giornali la polizia tedesca bloccò le indagini italiane. Sembra che per il governo di Bonn la RAF dovesse rimanere un problema esclusivamente tedesco. Abbiamo già citato in precedenza il delitto Moro. La storia si ripeteva ciclicamente. Già sei anni prima, il delitto Calabresi aveva i suoi colpevoli belli e pronti con tanto di prove, a pochi giorni dal fatto. Il primo era, così, per cambiare, della banda Baader-Meinhof: Holger Meins, detto “il diavolo biondo”. Sembrava coincidere con l’uomo che aveva acquistato un ombrello lasciato dall’assassino sul luogo del delitto e con l’identikit dei testimoni. Quando la polizia tedesca arrestò Meins questa pista fu improvvisamente abbandonata. Il "diavolo biondo" morì in carcere nel novembre del 1974. La mattina del 9 maggio 1976 la stessa sorte toccò a Ulriche Meinhof.
Se lo stato tedesco ex occidentale conduceva una guerra spietata contro la RAF, perché la stessa non poteva essere collegata ai nostri attentati? Il giudice Emilio Alessandrini nel gennaio 1979 era tornato da pochi giorni da un vertice nell’ex Germania Ovest, nel quale aveva incontrato magistrati tedeschi, uomini del BND, e persino il direttore del carcere in cui era morta la Meinhof, quando fu assassinato da estremisti di sinistra di Prima Linea. Un giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo, che aveva colto questa strana coincidenza, ossia Walter Tobagi, fu ucciso appena un anno più tardi dalle Brigate Rosse, con una dinamica simile a quella del delitto Calabresi. Sempre nel 1979 un criminale pentito in carcere a Vienna, tale Alfredo Bianchi, chiese di parlare con i magistrati affermando di sapere chi aveva assassinato il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, collaboratore del giudice Antonio Alibrandi. Ma anche questa strada verso la verità che sconfinava oltrefrontiera venne mandata in archivio. Alcuni killer di Varisco, stando a Wikipedia, non furono mai identificati.
Bisogna a questo punto capire cosa impedì ai nostri magistrati di proseguire nel loro lavoro. Risolvere la questione del terrorismo come una strategia eversiva dei paesi comunisti contro l’occidente non è sufficiente. C’è qualcosa di più, che sembra mettersi di traverso e inquinare le indagini. Dobbiamo tornare a parlare di Guido Giannettini. La sua confessione è ancora più interessante se si considera che la spia del Sid si recava spesso in Germania, dal BND, per addestrarsi alla scuola di guerra psicologica di Coblenza. In sua compagnia c’era Pino Rauti, il missino nazimaoista accusato di essere l’organizzazione della Strategia della tensione. Il Corriere della Sera scrisse che Giannettini era praticamente di casa al servizio segreto di Bonn. Ma lo era, secondo i giornali italiani degli anni ‘70, anche Gianni Nardi, il terrorista nero che fu indagato, dopo Holger Meins, per la morte del commissario Calabresi insieme alla sua donna. Eh sì, quando con la sua Mercedes venne fermato alla frontiera svizzera di Brogeda, il neofascista Nardi fu trovato, non solo bello carico di armi, ma anche in compagnia di una tedesca, Gudrun Kiess Mardeve. Con loro c’erano anche l’italiano Bruno Stefano e un ritratto di Hitler. Nardi morì in circostanze misteriose nel 1976 in Spagna, a Maiorca. Molte delle sue armi furono rinvenute in un bosco vicino Ascoli Piceno, a pochi metri dal luogo in cui è stata uccisa recentemente una donna, Melania Rea, moglie di un militare, Salvatore Parolisi, che è considerato dai giudici il suo assassino.
Dai giornali d’archivio emergono con evidenza i depistaggi del servizio segreto italiano nella ricerca della verità sulle stragi. Su questo può aver inciso a nostro parere un cambio della guardia nella gestione del controspionaggio. Se fino al 1970 era una sezione dei carabinieri a occuparsene, da allora in poi è probabile che sia stato proprio il gruppo "nero" di Giannettini, Freda, Ventura, Rauti e Nardi a lavorare nel controllo delle basi Nato. Le loro infiltrazioni divennero un infinito segreto di Stato, senza colpevoli.
Italia e Germania ebbero anche un altro punto in comune, e questa volta nella politica estera: Gheddafi. Le due nazioni divennero dagli anni ‘70 del Novecento le principali importatrici del petrolio libico. E’ certo che il colonnello Gheddafi collaborò con la polizia di Bonn, almeno dal 1978, per far arrestare i terroristi della RAF. Non sappiamo con quali risultati ciò potesse concretizzarsi, se è vero che in Italia, pochi anni più tardi, veniva accertato che Gheddafi quegli stessi terroristi tedeschi, italiani e palestinesi li sosteneva e riempiva di armi. In più c’era il torbido piano politico. Verso la metà degli anni ‘80 i giornali tedeschi fecero scoppiare lo scandalo dei missili di Rabta. Venivano costruiti nel deserto libico dei micidiali ordigni bellici con l’aiuto degli esperti statali di Bonn. Ma se tra ex Germania Ovest e Libia c’era un’intesa politico-militare sospetta, l’Italia non fu meno spregiudicata. Da noi era attivo negli anni ‘70 uno Stato nello Stato, la Loggia P2 di Licio Gelli, che acquistava il petrolio libico a basso costo, lo rivendeva ai prezzi di mercato, e guadagnava sulla differenza. In cambio i nostri militari corrotti avevano ceduto al leader libico i segreti delle basi Nato in Italia. Chi tentò di denunciare questo traffico, come fece sul suo OP Mino Pecorelli nel 1979, venne ucciso e accusato anche dopo la sua morte di essere dalla parte dei congiurati. Il dossier, malgrado le inchieste giudiziarie o forse proprio a causa di esse, scomparve nel segreto di Stato. Se riaffiorasse oggi non creerebbe minore scandalo rispetto agli anni di piombo.

sabato 12 novembre 2016

Tanti italiani spiati per il delitto Moro


La nostra polizia tra il 1978 e il 1979 effettuò decine e decine di accertamenti sugli italiani per scoprire i responsabili dell'uccisione del presidente democristiano Aldo Moro. Questo la costrinse a violare continuamente la vita privata di famiglie il più delle volte innocenti. E' quanto si può desumere sfogliando le mille pagine di documenti originali di cui si compone uno dei volumi digitali preparati dalla Commissione parlamentare sulla strage di via Fani.
Come molti avranno letto nei libri o sui giornali, il Governo in quei drammatici giorni approvò una specie di stato d'assedio. Furono disposti numerosi posti di blocco intorno Roma, mentre la polizia bussava a tutti gli appartamenti in cerca dei terroristi. Il giornale spagnolo La Vanguardia durante il sequestro Moro titolò: "Non è Beirut, ma Roma". Questa invadenza della polizia la ritroviamo nei documenti della Commissione parlamentare. Ad esempio nei controlli che venivano disposti a seguito di messaggi telefonici, telegrafati, o di lettere che in continuazione giungevano ai giornali e alle forze dell'ordine. Spesso questi contatti si rivelavano dei depistaggi. Il Corriere della Sera scrisse che poteva trattarsi di una tattica dei brigatisti: prendersi gioco della polizia facendola brancolare nel buio.
L'8 maggio 1978 alle 10 del mattino giunse alla questura di Milano un telex in lingua tedesca con il testo: "Moro è stato giustiziato; dite ciò al governo e date notizia ai giornali". Scattarono i controlli sui macchinari che inviavano telex, che furono estesi a tutto il personale di ogni ufficio telex italiano. Potete immaginare: venne rivoltata come un calzino la vita privata di decine di onesti cittadini, dei quali la questura volle sapere i dati anagrafici e non solo. Annotò la situazione familiare, se tizio o caio erano celibi, nubili o sposati, e in quest'ultimo caso trascrisse le generalità del o della consorte. Poi volle sapere per ciascuna persona il livello di conoscenza del tedesco e per finire andò a frugare nei terminali per conoscere gli eventuali precedenti penali. Tutto questo poteva starci, in quel frangente. Ma il mio senso civico mi suggerisce che, una volta concluse le indagini, quei dati avrebbero dovuto essere distrutti. Così non avvenne. Decine di pagine con i dati personali dei cittadini vennero conservate e oggi sono state pubblicate su internet sul sito del Senato. Basterebbe cercare un nome o un cognome per essere condotti verso questo pdf.
Si tratta a nostro parere di un enorme scandalo che colpisce la credibilità delle forze di polizia. Che provocherà interrogativi a catena: se allora fu permessa una violazione simile, cosa avvenne dopo l'11 settembre 2001, allorché eravamo già dotati di computer con internet? Come vengono gestiti i nostri dati durante e dopo le emergenze? E come si potrebbe non collegare, inoltre, questa schedatura dei cittadini con quanto è avvenuto di recente con il redditometro dell'Agenzia delle Entrate, e poi con quanto stiamo leggendo sui giornali in seguito all'invio da parte del presidente del consiglio di lettere agli italiani all'estero? Chi fornisce i dati personali? E cosa può conoscere la polizia senza esserne autorizzata?

Un posto di blocco a Roma, nella copertina del quotidiano di Barcellona, La Vanguardia, del 15 aprile 1978.

Imposimato era certo del legame BR-Gheddafi


Con una semplice ricerca spuntano dall’archivio altri dettagli agghiaccianti di un collegamento tra Raf e delitto Moro. Secondo il Corriere della Sera, il corpo di Moro venne fatto ritrovare nello stesso giorno e alla stessa ora in cui Ulriche Meinhof, la terrorista della Raf, si impiccò nel carcere tedesco. Ciò dimostra che il comunicato numero 7 non era nemmeno un depistaggio, ma un avvertimento, che giunse proprio nelle ore in cui la polizia italiana scopriva il covo di Moretti in via Gradoli e sequestrava le prove di contatti con la Germania.
E’ evidente che la pista della Raf avrebbe portato ai servizi segreti della Stasi, ai palestinesi e al colonnello Gheddafi, quindi a nemici acerrimi degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna. Anche in questo caso i collegamenti diretti con le Brigate Rosse sono tantissimi. Sul colonnello Gheddafi siamo noi italiani a cercare di dimenticare. Fu lui a far arrivare le armi dei palestinesi alle brigate rosse. Un giornalista che si sta battendo per dimostrare qualcosa di simile è Giorgio Guidelli, del Resto del Carlino, autore di libri sulle Brigate Rosse marchigiane e sui contatti tra BR e palestinesi. Entrando in questo argomento la mia indagine partita dalle basi Nato e dalla base del monte Conero si incrocia con il suo lavoro.
Mi limiterò quindi a tratteggiare un ritratto dell’uomo che funse da tramite per lo smercio di armi alle BR. Un personaggio dimenticato che mi ha molto colpito: “Corto Maltese”. Lo chiamarono così per quei suoi viaggi spericolati in barca a vela dal Libano a Cipro e poi all’Italia, che organizzò per portare alle Brigate Rosse le potenti armi dei palestinesi. Ma il suo vero nome era Maurizio Folini, ed era considerato un uomo del KGB sovietico. Fu proprio il giudice Ferdinando Imposimato, l’attuale grande accusatore della Cia, a scrivere, nel 1987, nella sua sentenza di rinvio a giudizio riportata dal Corriere della Sera, che “Corto Maltese” era un “agente del KGB collegato a Gheddafi e inoltre massimo esponente di quel traffico d’armi che dal Medio Oriente alimentava il terrorismo italiano.”
Si trattava dell’inchiesta Moro-ter o Moro-bis, con la quale Imposimato e Priore apparivano certi di avere svelato lo scenario di guerra internazionale nel quale era inserito il rapimento Moro. Nel 1986 parlarono di: “un quadro allarmante delle complicità e interferenze da parte di servizi segreti e Stati stranieri.” Secondo quanto scrisse il Corriere, un pentito, un certo Pasini-Gatti, aveva rivelato ai due magistrati che “Corto Maltese” gli confidò una volta di “incontrare periodicamente il colonnello Gheddafi il quale era interessato a sovvenzionare l’installazione di una radio privata nel sud Italia (a Napoli ndr) per propagandare la linea politica dell’autonomia...”. Un altro brigatista, Oreste Scalzone, affermò che “l’Unione Sovietica contava molto sulle BR e credeva che in Italia ci fosse una situazione matura rispetto a un’ipotesi rivoluzionaria. Roberto Sandalo, ex esponente di Prima Linea, aggiungeva, nell’articolo del Corriere firmato da Marco Nese, che “l’organizzazione palestinese che forniva le armi agiva come intermediaria tra il KGB e Prima Linea.”
Questa storia come vedete è molto complessa e meriterebbe una trattazione approfondita. C’è di mezzo anche un agente della Cia, Ronald Stark, il quale forse conduceva un doppio gioco fornendo ai terroristi il numero di telefono di un funzionario dell’ambasciata libica a Roma. Quello che ci interessa dire è che Imposimato e Priore avevano in mano un quadro, a metà degli anni ‘80, che appariva completo. Perché, allora, di un legame tra Gheddafi e le Brigate Rosse non si è più parlato?

La polizia di Bonn nascose i contatti tra RAF e BR


Fu la polizia tedesca occidentale ad allontanare i sospetti di un collegamento tra terrorismo tedesco e brigate rosse. E’ quanto si legge nei documenti della commissione parlamentare sulla morte di Aldo Moro, i quali consentono di leggere ogni dettaglio delle indagini condotte tra il 1978 e il 1979.
La polizia di Wiesbaden scrisse il 30 luglio 1979 che dai reperti sequestrati non si potevano desumere dei nessi tra la Von Dyck, Heiszler e il delitto Moro. Lo stesso concetto lo ha ribadito nel gennaio 2016 l’ex questore Ansoino Andreassi alla commissione parlamentare: “Noi credevamo e crediamo ancora in quella pista, ma i tedeschi ci bloccarono”.
Perché i tedeschi non vollero andare avanti? A leggere quei reperti risulta evidente che la Von Dyck nella sua agendina conservasse dei contatti italiani. Annotò ad esempio il numero di telefono di una certa “Radio Rim” ("Roma" in lingua ceca si traduce "Rim"). Il 24 maggio 1979 il questore Andreassi aveva scritto nel suo rapporto: “Non sembra nemmeno da escludere che la Von Dyck abbia direttamente partecipato all’agguato di via Fani, in quanto le sue fattezze sembrano corrispondere a quelle della ragazza bruna che imbracciava un mitra, descritta da alcuni testimoni”.
Molto interessanti sono pure le indagini sulla falsa carta d’identità di Heiszler. Apparteneva a un avvocato civilista di origine tedesca, ma nato e residente a Roma. Si chiamava Katte Klinsche ed era nato nel 1949. Fu interrogato dalla nostra polizia e affermò di aver smarrito la carta d’identità dieci anni prima. Il fatto strano è che non ne aveva chiesto un duplicato. Andreassi chiuse così il suo rapporto: “Il rinvenimento, indosso a un terrorista tedesco, di altra carta d’identità italiana proveniente dal suddetto furto, sembra non consentire ormai dubbi sulla effettiva consistenza di collegamenti ben precisi tra le Brigate Rosse e gruppi terroristici tedeschi, anche per quanto riguarda l’agguato di via Fani.” In effetti le notizie di questi contatti si susseguirono nei giornali per tutta la fine degli anni ‘70 del secolo scorso.
Un altro nome importante che venne fatto è quello di Brigitte Monhaupt, classe 1949, che fu arrestata a Zagabria, quindi da uno stato comunista, nel maggio 1979. Paolo Graldi del Corriere della Sera scrisse che la terrorista aveva confessato alla polizia Jugoslava di aver partecipato a una riunione delle Brigate Rosse a Milano sulla sorte di Aldo Moro: “Come chiudere il caso Moro, ucciderlo o rilasciarlo?” Pare che la Monhaupt si oppose all’uccisione del presidente DC, considerandolo un ‘errore politico’ da evitare. La Jugoslavia, secondo quanto scritto da Graldi, chiese alla Germania Ovest uno scambio di prigionieri, come avveniva per le spie della guerra fredda. I cinque terroristi della Raf arrestati con la Monhaupt vennero trattati come spie dell’ovest. Furono offerti in cambio di otto ustascia arrestati per reati fascisti. Ma non se ne fece niente. Il governo di Tito a quel punto li lasciò liberi di andare dove volevano. Nel 1981 la Monhaupt partecipò all’assassinio di un generale americano: Frederick Kroesen. Venne arrestata in Germania nel novembre 1982.
Un’altra tedesca venne arrestata in Svizzera con documenti riguardanti la strage di via Fani. Lo affermava il settimanale americano Newsweek a proposito della tedesca allora 26enne Gabriele Kroecker-Tiedemann, uno dei sei terroristi della Raf liberati e inviati nello Yemen del Sud in cambio del politico tedesco Peter Lorenz. Fu detto che aveva con sé “un piano cifrato concernente un eventuale rapimento di Aldo Moro”. Lo riportava Mario Barino del Corriere della Sera il 25 aprile del 1978. Ancora una volta il governo di Bonn smentì ogni indiscrezione.

venerdì 11 novembre 2016

Due tedeschi tra i cecchini di via Fani


I miei lettori devono ricordare bene questo nome: Rolf Heiszler. Tedesco della Baviera, classe 1948, terrorista del “Movimento 2 giugno”. Attualmente, secondo Wikipedia, si trova in carcere a scontare due ergastoli per l’omicidio di due funzionari doganali olandesi, avvenuto il primo novembre 1978. Fu sospettato di aver partecipato anche al rapimento Schleyer nell’autunno del 1977. Parliamo del terrorismo della Raf, la banda Baader Meinhof. Gli inquirenti italiani questo nome lo hanno voluto dimenticare, e non capiamo perché.
Heiszler o Heissler è innanzitutto uno dei probabili partecipanti alla strage di via Fani, il 16 marzo 1978. Si parlò di lui nel gennaio del 1980, quando in carcere ricevette la visita del giudice istruttore Claudio D’Angelo. Sono le conferme che abbiamo trovato riguardo alla pista tedesca della valigia “made in Germany”, che si vede nel video di Youtube, di fianco al cappello da aviatore. In realtà anche gli inquirenti italiani si erano mossi con decisione in questa direzione. I servizi segreti cecoslovacchi invece non proseguirono su questa strada, cui erano giunti leggendo delle vicende di Hans Joachim Klein. Anzi, dal punto di vista cronologico chiusero la loro inchiesta il primo agosto del 1978, con le informazioni raccolte su Lorenzo Minoli e Marco Ricceri. Ricorderete che questi due italiani avevano soggiornato a Praga insieme alla spia della Cia Martin Wenick. Poco prima, le spie cecoslovacche avevano saputo dell’arresto di Claudio Avvisati, impiegato dell’ENI con una strana tessera cecoslovacca. Nel luglio 1978 la polizia italiana aveva trovato a casa di Avvisati un manifesto della banda Baader Meinhof, eppure il giudice Achille Gallucci l’aveva scarcerato per un cavillo burocratico: aveva procurato al brigatista Triaca una macchina da scrivere nel 1975, e non poco prima del sequestro Moro.
Torniamo a via Fani, il luogo dei miei incubi, non lontano da dove sono nato e ho abitato fino a 4 anni di età. Casa mia era a pochi metri da via Montalcini, “la prigione del popolo” in cui fu segregato Aldo Moro. Il momento chiave di questa triste vicenda è a mio parere la scoperta del covo di via Gradoli, nell’aprile del 1978. E’ qui che secondo il Corriere della Sera vennero trovate tracce che portavano con decisione in Germania.
Fu scritto nel 1978 che era stata trovata un’agenda con le spese delle BR. Tra queste vi erano dei viaggi da Roma a Francoforte di un certo Fritz. Ma non era l’unico elemento. In via Gradoli erano state rinvenute delle targhe tedesche. Quattro giorni dopo il sequestro di Moro fu avvistata, inoltre, verso Viterbo, un’auto della Germania occidentale con a bordo quattro uomini e dei mitra. Il proprietario venne arrestato. Fu ribadito in più di un articolo che sul luogo della strage di via Fani c’era una borsa “made in Germany”, che non poteva essere stata venduta in Italia.
C’era sicuramente stato un patto tra BR e terroristi tedeschi. Lo aveva affermato, secondo il Corriere, un’indagine del Sisde. Fu siglato nel 1975. In tempi più recenti si è dibattuto se il covo di via Gradoli fosse stato fatto trovare dagli stessi servizi segreti, che avevano acquistato o affittato diversi appartamenti in quello stesso stabile. Ma non è mai stato smentito che quello fosse il covo di Mario Moretti. E allora come si può parlare di depistaggio, se la pista tedesca aveva portato a dei riscontri così concreti? Negli articoli del 1978 e poi del gennaio 1980 del Corriere della Sera e della Stampa non si parla di sospetti, ma di forti indizi che in via Fani, il 16 marzo 1978, vi fossero almeno due tedeschi: Rolf Heiszler ed Elizabeth Von Dyck, legati alle BR italiane. La Von Dyck venne uccisa in Germania in un’azione di polizia nel 1979. Le furono trovati addosso documenti falsi, rubati nel 1972 a Sala Comacina, uguali a quelli di Heiszler, dello stesso stock presente in via Gradoli, e nascosto anche in via Giulio Cesare da Valerio Morucci e Adriana Faranda. Insomma prove importanti. In un’altra base delle BR venne raccolta anche una chiave di fabbricazione cecoslovacca.
I pm che indagavano, dopo le prime indagini di Infelisi e Gallucci, erano Ferdinando Imposimato e Rosario Priore, i quali poco dopo dopo l’uccisione del presidente Moro volarono in Germania Ovest, a Wiesbaden, per farsi aiutare dai poliziotti tedeschi. Sandro Acciari affermò: “La pista internazionale non è più un’ipotesi, ma ha già tutta una serie di riscontri obiettivi.” Ma le indagini non decollarono, senza una valida ragione. Nel 1980 il giudice istruttore D’Angelo riprese il fascicolo e volò a Monaco ad interrogare in carcere Rolf Heiszler. Sandro Acciari scrisse di nuovo sul Corriere: “I giudici romani non hanno dubbi in proposito: esisterebbe una 'prova documentale' della presenza a Roma di Heiszler nel periodo cruciale alla vigilia dell’attentato.” D’Angelo tornò a mani vuote: Heiszler non aveva aperto bocca. “Non sono pazzo, perché dovrei parlare?”, aveva esclamato al giudice italiano.
Da quel momento calò il silenzio, e allora dobbiamo cercare di capire perché oggi gli stessi giudici Imposimato e Priore annaspino nei dubbi. Imposimato rilascia interviste e scrive libri accusando la Cia, Priore, dopo aver seguito l’infinita inchiesta sul Dc-9 caduto a Uscita nel 1980, sembra non ricordare più queste indagini tedesche. Che però una risposta potevano darla, come l’hanno data a noi.
Aldo Moro in una delle sue prime lettere inviate a Cossiga dalla prigionia fece riferimento al rapimento Lorenz, un fatto che era avvenuto nel 1975 in Germania. Peter Lorenz era un politico della Democrazia cristiana tedesca. Venne rapito a Berlino Ovest dai terroristi del “Movimento 2 giugno”, legati alla banda Baader-Meinhof, e rilasciato in cambio di cinque prigionieri. Tra questi terroristi c’era anche Rolf Heiszler. I terroristi liberati furono spediti nello Yemen del Sud, dove il governo aveva deciso di concedere loro il permesso di soggiorno. Narrò la vicenda La Stampa durante il rapimento Moro. 
E’ possibile che il presidente della DC fece questo accostamento con un’idea ben precisa? Lo si potrebbe dedurre da un noto episodio emerso nel 1980. La Digos accertò attraverso informative del Sismi che il figlio di Aldo Moro, Giovanni Moro, aveva cercato di partire nei giorni del sequestro di suo padre per lo Yemen, insieme alla fidanzata Emma Amiconi. Ma poi desistette. E’ chiaro che laggiù avrebbe potuto incontrare gli uomini del “Movimento 2 giugno”, ma a quale scopo? Giovanni Moro non lo disse. Di fronte al giudice Gallucci negò ogni ipotesi di tal genere. Questa storia è tornata di attualità recentemente. Possibile che nessuno si sia ricordato di Rolf Heiszler? Siamo diventati un popolo di smemorati?


Il terrorista del "Movimento 2 giugno", in una foto del quotidiano La Stampa pubblicata al momento del suo arresto nel giugno 1979.

mercoledì 9 novembre 2016

Quei terroristi rossi con la valigia tedesca


Ci siamo voluti dimenticare completamente di una parte del terrorismo italiano, e ci siamo riusciti: quello dell'Alto Adige. Era di sinistra e voleva la secessione dall'Italia. Provocò attentati e morti per oltre un decennio, tra il 1956 e il 1969. Decine di morti dimenticati, che sembrano appartenere a un'altra nazione. Ma l'Alto Adige, regione di lingua tedesca che fu annessa all'Italia dopo la Grande Guerra, fa parte del nostro territorio. Fu sconfitto a suon di condanne della magistratura nel 1969, poi rinacque negli anni '80, ma a quel punto secondo Wikipedia era guidato da Gladio e dai nostri servizi segreti. Forse è per questo che in tutto il web ho trovato un solo filmato che lo riguardi: è un cinegiornale Luce del 1960! 
Gli obiettivi di quelle bombe erano sovente i tralicci e gli agenti delle forze dell'ordine. Ma è proprio ciò che accadde durante gli anni di piombo! Feltrinelli morì mentre cercava di innescare una bomba su un traliccio, mentre molti agenti di polizia e carabinieri furono uccisi dai brigatisti. 
E' il dossier cecoslovacco a collegare per la prima volta queste due facce che potrebbero appartenere alla stessa medaglia. L'Alto Adige non era distante dalle basi Nato - aveva scritto Ernesto Viglione nel 1976 sul Settimanale -. Inoltre i terroristi per salvarsi dalla galera si rifugiavano nell'est Europa. Vuoi vedere che le bombe altoatesine degli anni '60, come le trame eversive di Feltrinelli e delle BR, erano finanziate dai sovietici del Kgb? - si chiedeva il giornalista democristiano. 
I servizi segreti cecoslovacchi si misero a indagare. A essere i mandanti delle nostre stragi non ci stavano. Per loro i colpevoli venivano dall'ovest. Magari da Bonn. In un'altra informativa i servizi di Praga si soffermarono su un fondo di Mario Pendinelli. Prima pagina del Corriere della Sera, 19 luglio 1977. Il titolo era: "I terroristi con la valigia". Il ministro della giustizia della Germania ovest, Hans Jochen Vogel, aveva rilasciato alla Bild di Amburgo un'intervista choc. Affermava che i terroristi tedeschi si nascondevano in Italia e si addestravano a Karlovy Vary, in Cecoslovacchia. Era vero? Per Pendinelli era un mistero, ma il bello è che lo era pure per le spie di Praga. E allora probabilmente la verità va cercata nell'aristotelico mezzo. 
C'è una strage che ci riporta in Germania. E' quella del 21 dicembre 1975. Vienna, sede dell'Opec. I ministri degli stati produttori di petrolio vengono presi in ostaggio da sei terroristi. Tra di loro c'è anche Hans Joachim Klein, l'unico a restare ferito. Due anni dopo spedisce una lettera con la sua pistola al giornale Der Spiegel, affermando: "col terrorismo ho chiuso". La confessione è stata imbucata a Milano. I terroristi a Vienna affermano di lottare per la rivoluzione araba. Vogliono impedire che Israele e Palestina raggiungano un accordo, perché la guerra deve continuare. Le brigate rosse affermeranno qualcosa di simile al momento del compromesso storico. Ma sull'attacco all'Opec c'è la mano di Gheddafi. E' questo il guaio. Il colonnello ha pagato un guerrigliero venezuelano, Carlos, detto lo sciacallo, perché uccida il ministro iraniano e quello saudita. Ma Carlos fallisce. Uccide tre ministri, altri 70 li sequestra. Ottiene un Dc-9 e fugge verso il nord Africa, dove poi, secondo il blog "ogginellastoria", accetterà 20 milioni dal re saudita e dallo scia' di Persia e rilascerà tutti i prigionieri. 
Anche il Dc-9 è un particolare che mi ha colpito. L'ombra di Gheddafi incombe su una strage che ci riguarda. Ustica, 27 giugno 1980, la morte degli 81 passeggeri del Dc-9 dell'Itavia per un missile o una bomba. Quel giorno, nonostante il ritardo di due ore, 20 passeggeri che avevano prenotato non si presentano. Un caso o sapevano quello che sarebbe successo? A bordo del Dc-9 sale invece, altra casualità incredibile, un operaio dell'ENI, che proprio pochi giorni prima aveva lavorato in Libia assieme a Giorgio Pietrostefani, uno dei mandanti dell'omicidio Calabresi. Si chiamava Alberto Bonfietti e scriveva articoli per il giornale Lotta Continua. 
Altoatesini, tedeschi, palestinesi, Gheddafi e poi l'ENI. A dare origine alle brigate rosse di Curcio potrebbe essere stato un inconfessabile patto tra certi nostri politici, il supersid di Miceli e Gheddafi. L'estrema sinistra come strumento di ricatto, filo-cinesi in testa. L'obiettivo? Indebolire la nazione e rendere inoffensive le basi Nato. Se non fosse frutto della mia fantasia questa teoria avrebbe un senso.

domenica 6 novembre 2016

Gheddafi conosceva i nostri segreti militari


Scorte di petrolio libico di contrabbando in cambio di segreti militari. Questo accordo, stretto tra Gheddafi e membri della loggia P2 intorno al 1975, potrebbe essere alla base di molte stragi di Stato che videro i servizi segreti protagonisti di depistaggi o complicita'. 
Nulla sarebbe probabilmente venuto a galla se il giornalista Mino Pecorelli non avesse deciso di pubblicare a puntate questa storia sul suo OP. Poco tempo dopo, il 20 marzo 1979, Pecorelli fu assassinato. Gli inquirenti cosi' scoprirono nel suo appartamento il dossier che aveva dato origine allo scandalo. Secondo la ricostruzione che ne offrono Mario Guarino e Fedora Raugei nel loro libro su Licio Gelli, fu Giulio Andreotti, allora ministro dell'industria, a chiedere al direttore del Sid, l'ammiraglio Casardi, un'indagine su Mario Foligni, un esponente DC che stava fondando un nuovo partito e per il quale si scopri' che aveva chiesto aiuti finanziari proprio ai libici di Gheddafi. Le microspie di Casardi registrarono i colloqui di una struttura parallela che stava vendendo al colonnello Gheddafi i nostri segreti militari e i carri armati Leopard della Oto Melara in cambio di petrolio a prezzi scontati e fuori dagli accordi dell'Opec. 
Nei guai ci finirono anche esponenti della Guardia di Finanza come il generale Raffaele Giudice, il petroliere Attilio Monti, editore del Resto del Carlino, massone, gia' coinvolto secondo la Cia nel golpe Borghese, e poi anche il direttore generale della BNL, Alberto Ferrari. Rimasero travolti dalle rivelazioni persino frati ed esponenti del Vaticano. Solo pochi mesi piu' tardi si comprese che molti di questi politici e militari appartenevano alla Loggia P2 di Licio Gelli. Cio' che con il tempo si e' perso per strada e' il nome di Gheddafi, forse il vero grande manovratore del Supersid di Miceli. Un'intervista della Stampa rivelo' nel 1986 che gia' nel 1970 i nostri servizi avevano protetto il colonnello libico da un attentato. Cosa sapeva Gheddafi delle basi degli americani in Italia? Fu questo il motivo della guerra aerea che nel giugno del 1980 fece precipitare il DC9 dell'Alitalia a Ustica? Ruggero Conteduca della Stampa scrisse il 13 novembre del 1980 che un mig libico si trovava indisturbato sui cieli della Calabria nel momento della tragedia di Ustica, quindi, nonostante Foligni affermasse che l'accordo per il petrolio era saltato, non si poteva non collegare tra loro questi due fatti.
Ma Gheddafi potrebbe essere addirittura il mandante del rapimento Moro. Il nome che porterebbe a questa ipotesi e' quello del terrorista tedesco Hans Joachim Klein, vicino alla Raf, il quale partecipo' alla strage di Vienna contro i ministri dell'Opec, nel 1975, e fu quindi al servizio di un terrorista finanziato dal colonnello Gheddafi, il bandito venezuelano Carlos. Di Klein si occuparono i servizi cecoslovacchi al momento in cui nel 1977 decise di pentirsi e di fare delle dichiarazioni pubbliche. Cercandolo nell'archivio della Stampa si giunge cosi' alla pista tedesca della strage di via Fani. La polizia italiana aveva scoperto che la borsa abbandonata dai terroristi era stata fabbricata in Germania. Ma non solo. Dei testimoni parlavano di terroristi con accento tedesco, di una voce che chiamava uno di loro "Franz" e di aver riconosciuto dei volti nordici. Il magistrato Achille Gallucci, lo stesso che si occupera' in seguito del dossier sul petrolio, si spinse oltre. Eravamo ad agosto del 1978. Scopri' che Klein aveva inviato la sua confessione e la pistola al giornale Der Spiegel da Milano, dove si riteneva che il terrorista tedesco intrattenesse rapporti con le Brigate Rosse. Klein apparteneva a un'organizzazione che si serviva proprio di valigie diplomatiche per far passare armi da una nazione all'altra. 
Questa pista venne colpevolnente abbandonata. Il brigatista Valerio Morucci alcuni anni piu' tardi smenti', parlando con i giornalisti tedeschi di Der Spiegel, che le BR avessero avuto rapporti con la Raf prima del delitto Moro, ma nego' anche che il gruppo di Carlos avesse attaccato la riunione dell'Opec a Vienna, insieme a Klein, dietro il mandato di Gheddafi. E queste ultime sono bugie, perche' gli articoli che testimoniano la collaborazione tra il leader libico e il bandito venezuelano costituiscono prove schiaccianti.