martedì 20 dicembre 2016

Clima, rivivremo l'annata 1889-90?


Che tempo farà nel 2017? Molti mass media vi bombarderanno con le previsioni più strampalate. In realtà da alcuni anni, seguendo i concetti basilari della seconda legge di Newton, stiamo riuscendo a prevedere, prima di tutti gli altri, quale sarà a grandi linee l'andamento del tempo atmosferico sull'emisfero boreale. Newton disse: "l'accelerazione di un oggetto è proporzionale alla forza F che agisce su di esso e inversamente proporzionale alla sua massa m". In fisica si chiama anche "secondo principio della dinamica". Nel solstizio d'inverno a nostro giudizio una forza esisterebbe, e sarebbe il vortice freddo che dal Polo Nord inizia a muoversi, più o meno compatto, verso sud, verso le fasce temperate. Quella spinta, unita alla forza di Coriolis che rimane costante, genererebbe una serie di ondulazioni che vanno dal 20-21 dicembre fino allo stesso periodo dell'anno successivo. 
Le osservazioni che abbiamo svolto per puro divertimento hanno dato ottimi risultati. Si può prevedere il clima che avremo su un ampio territorio nelle varie stagioni dell'anno, basterebbe trovare una spinta del vortice polare nel solstizio d'inverno simile a quella attuale. Tuttavia non sempre, come abbiamo detto più volte, la circolazione atmosferica si mantiene identica, anche qualora si avverasse la situazione che abbiamo appena descritto. Vi sono molte deviazioni del cavo d'onda (le cosiddette onde di Rossby) durante il nostro tempo. Ciò nonostante, le basse pressioni e le alte pressioni ritrovano la posizione del passato nella stessa ora e nello stesso giorno, piazzandosi nel punto esatto in cui erano nell'anno caratterizzato da un solstizio d'inverno molto simile. Le differenze che si manifestano durante i mesi sono probabilmente dovute alla maggiore energia di cui usufruiscono le nostre perturbazioni, ma pure le alte pressioni. In sostanza noi assistiamo a fenomeni molto più violenti rispetto al passato, e a evoluzioni del tempo molto meno dinamiche, una situazione che in termini di temperatura si traduce in una minore incidenza del freddo alle nostre latitudini.
Nel 2015-16 avevamo trovato nell'annata 1875-76 un percorso interessante per fare un confronto, e, pur non avendo osservato giorno per giorno le cartine, ci era parso che il clima attuale ricalcasse più volte quel movimento ondulatorio. Che tempo ci attende da qui in poi? Secondo le nostre stime l'anno che più si conformerà all'andamento climatico del 20-21 dicembre 2016 è il 1889-90. Abbiamo osservato tutte le cartine del 20 dicembre disponibili sul sito tedesco Wetterzentrale, dal 1871 al 1990. Ne scaturisce che solo negli ultimi trent'anni dell'Ottocento il vortice polare mostrò un andamento simile al nostro, o al massimo nei primi anni del Novecento. Mentre dal 1905 in poi le correnti fredde si disposero in questo periodo dell'anno (ultima decade di dicembre) decennio per decennio secondo caratteristiche peculiari e difficilmente ripetibili nell'epoca contemporanea. Il motivo lo ignoriamo. Possono esistere modifiche artificiali al clima? Cercando "pioggia artificiale" negli archivi dei quotidiani si evince che soprattutto intorno al 1950 vi furono esperimenti americani sul clima, al tempo della guerra in Corea, o anche durante la guerra del Vietnam, dal 1965 al 1975. Ma questi "lavori" si concentrarono sui fenomeni di una singola e circoscritta fascia di territorio, non interessarono la circolazione atmosferica dell'emisfero. Diverso il discorso per Haarp, la stazione statunitense presente oggi in Alaska. Sovente i vortici polari e le alte pressioni assumono un vigore "sospetto" proprio passando su quella regione, nella quale gli americani effettuano esperimenti non molto chiari sulla stratosfera e la ionosfera.
Di sicuro, tornando al dicembre 2016, c'è una sola annata che può insidiare il 1889-90 in un ipotetico confronto, ed è il 1905-06. Entrambe le epoche furono caratterizzate da un freddo invernale a tratti abbastanza intenso, con svariati periodi di alta pressione nel primo caso, con più pioggia e flussi perturbati dal nord Atlantico nel secondo.
Un confronto tra il clima del 20/12/1889 (a sinistra) e del 20/12/2016 (a destra).

domenica 18 dicembre 2016

Un omonimo di Marra fra i Casalesi?


Cosa ci fa un Raffaele Marra in un articolo del quotidiano La Stampa del 1997, nel quale veniva descritto come rapitore di Casal di Principe?
Un uomo con questo nome lo stiamo vedendo tutti, da qualche giorno, mentre nell’auto dei carabinieri, coprendosi il volto con i polsi ammanettati, si avvia verso il carcere. La stessa solfa la leggiamo sui giornali di destra, di centro e di sinistra: il braccio destro del sindaco di Roma, Virginia Raggi, è stato arrestato per corruzione. L’indagato è un uomo di 44 anni, napoletano di origine, che si sarebbe fatto corrompere da un imprenditore per concedere favori. Sembra una nuova inchiesta sul tipo di Mafia Capitale. I paragoni li hanno fatti tutti e si sprecano. In quel caso il faccendiere era il noto Buzzi, la parte degli imprenditori la ricoprivano i gestori dei centri per migranti, sui quali i politici corrotti si disse che prendevano laute tangenti. Questo Marra vanta però un curriculum molto più illustre, perché tra i suoi precedenti c’è un incarico durato quindici anni con la Guardia di Finanza come ufficiale. Lavorò tra le fiamme gialle dal 1991, secondo l’Ansa. Nel 1997 fu collocato al comando della tenenza di Fiumicino. Siamo nell’anno dell’articolo che abbiamo trovato nell’archivio della Stampa. Un Raffaele Marra, di 23 anni (il Marra attuale ne avrebbe avuti 25, all’epoca), venne arrestato perché scoperto dai carabinieri mentre cercava di incassare i proventi di un sequestro di persona nel casertano, a Casal di Principe, la terra storica dei Casalesi, il clan camorristico di cui parla nei suoi libri lo scrittore Roberto Saviano. Ma Marra e i suoi complici, altre tre persone, non risultavano coinvolti nei traffici dei Casalesi.
E allora che ci facevano a Casal di Principe, dove avrebbero conteso la leadership mafiosa agli uomini di Schiavone detto “Sandokan”? E’ possibile che questo Marra e l’uomo dai capelli neri e la barba scura, che è stato arrestato a Roma in questi giorni di dicembre, siano la stessa persona? L’articolo della Stampa uscì il 2 ottobre 1997. La vittima del sequestro era un adolescente di 16 anni, del quale stranamente l’articolista anonimo non citava il nome. Al contrario uscivano i nomi non siglati, ma per esteso, dei colpevoli. Nel giornalismo questa prassi è inusuale. Dovrebbe avvenire il contrario. La collettività locale deve poter conoscere l’esito del brutto episodio. Il nome della vittima andrebbe scritto. Al contrario, quello dei colpevoli dovrebbe essere siglato per garantire loro una eventuale riabilitazione. Questo avviene specialmente nella cronaca locale, per episodi meno gravi. Diverso è il discorso quando un fatto è talmente efferato da colpire l’opinione pubblica. In quell’eventualità il nome, ma pure la vita privata del colpevole, diventano di pubblico dominio.
Fatto sta che i nomi di Raffaele Marra e dei suoi complici per quel rapimento uscirono su un giornale nazionale, e questo ci fa riflettere sulla veridicità del curriculum dichiarato dal Marra braccio destro della Raggi a Roma. Le ipotesi possono essere tre: che Marra abbia svolto un’operazione sotto copertura per la finanza e abbia cercato di infiltrarsi nei Casalesi, ma la cosa sia finita male; oppure che Marra sia un gran bugiardo e che anche la recente storia di corruzione, come Mafia Capitale, sia un’operazione mediatica. Naturalmente la terza ipotesi è che esistessero due Raffaele Marra, di età molto simile, nello stesso luogo, criminali entrambi. Questo blog è nato per offrire sempre uno spunto di riflessione, e mettere un dubbio in più rispetto alle certezze di cartapesta dei giornali (degli ultimi anni, s'intende).
Qualcosa di vero c’è nella storia che leggiamo in prima pagina in questi giorni. Raffaele Marra era stato già discusso per altri incarichi che aveva ricoperto con esponenti della destra. Il problema di queste inchieste purtroppo è sempre lo stesso: lo spunto per indagare sono indagini, da cui nascono altre indagini, da cui ci si allarga per altre indagini ancora. Non si capisce mai chi sia il vero danneggiato, quale azienda, o gruppo di persone, abbia denunciato il fatto. Le inchieste servono per tutelare i cittadini, non per fare la morale in televisione. Non si percepisce in particolar modo, e su questo rischiamo di ripeterci in continuazione, la ricaduta sulla città di questi eventi criminali, se non nelle polemiche politiche che ne scaturiscono, con dimissioni, accuse, insulti che si susseguono.
Il Movimento 5 Stelle si conferma un gruppo politico incapace di governare. Obiettivi come il reddito di cittadinanza sono irrealizzabili, il paese diventerebbe invivibile: chi ci andrebbe a lavorare in una società in cui tutti potrebbero vivere con uno stipendio minimo? E questo per i sogni. Quanto alla realtà, dove il movimento ha vinto le elezioni amministrative non riesce a concludere un progetto che sia uno. Parliamo di grandi centri. A Parma non c’era riuscito Pizzarotti, silurato, a Roma abbiamo capito che non governerà a lungo nemmeno Virginia Raggi. Si salva ancora Chiara Appendino a Torino, l’unica città in cui i pentastellati pare abbiano un ufficio. Come i lettori sapranno il Movimento 5 Stelle è noto per non avere delle sedi sul territorio. La politica si svolge al chiuso di un forum virtuale per iscritti. Se non si tratta di un’associazione segreta è soltanto perché pur senza iscriversi è possibile leggere le discussioni che avvengono online. Le decisioni poi spuntano con molte spinte, e scusate il bisticcio di parole, sui mass media. Così da un sito qualsiasi si arriva alla notorietà, nel bene e nel male.

venerdì 16 dicembre 2016

Intimidazioni mafiose nel novarese


Sono costretto a scrivere purtroppo un articolo sulle intimidazioni che ricevo personalmente nella zona in cui abito per lavorare. Da quando nel 2009 accettai di trasferirmi in questa zona per effettuare servizi televisivi, non ho fatto altro che subire maltrattamenti ingiustificati, minacce telefoniche, minacce nel condominio, processi senza avvocato, richieste di soldi dall'ente che gestisce le pensioni dei giornalisti, pur senza percepire stipendio nei giornali da parecchi anni. E questo dopo essere stato attirato con l'inganno. Sembra quasi un gioco sadico. Non ho potuto denunciare niente perché i carabinieri, la polizia e la finanza mi cestinavano in continuazione le richieste di aiuto. 
Ora vengo addirittura cancellato da tutte le scuole (di Novara? del Piemonte? d'Italia? dell'Europa? Sarò dannato anche oltre la morte?) per aver rifiutato di subire pressioni da genitori e da dirigenti interessati evidentemente alla promozione degli alunni al di fuori dello scrutinio, ma anche all'umiliazione di un insegnante che si era permesso di assegnare voti sgraditi. Non bastava farmi fuori con la prepotenza in quella media inferiore, allora. Si vuole ottenere molto di più. Devo pensare che i dirigenti siano tutti maleducati e arroganti nella stessa maniera? Vogliono copiarsi tutti nella corruzione? Ci sono persone, molto in alto evidentemente nella politica, nello Stato e non solo, che cercano un capro espiatorio per la mafia che è nel loro territorio. Forse sono loro stessi mafiosi, e non se ne rendono conto. Anzi ne sono certo. Vi copio la definizione di mafia presa dal vocabolario Palazzi: "Unione segreta di persone di ogni grado e di ogni specie che si danno aiuto nei reciproci interessi senza rispetto a legge né a morale; non sempre la mafia ha per fine il male, ma i mezzi che essa usa sono sempre illeciti; era diffusa un tempo in Sicilia". 
Mi sembra che ci siamo. Fino ad oggi ho già collezionato oltre 20 (venti) contratti a tempo determinato del Miur. Lo avevo rimarcato lo scorso anno scolastico a un altro dirigente prepotente della zona, il che dimostra in quale maniera scriteriata e irriguardosa venga usato dalle scuole pubbliche (ma in questo non sarò l'unico spero, viste le regole assurde che ci sono). Un ulteriore contratto, se arrivasse, non migliorerebbe la situazione. Ma ciò che oggi mi lascia senza fiato è l'arroganza di un dirigente che arriva a firmare un decreto, come se fosse un ministro, o un giudice. E mi espelle. Non saprei nemmeno cosa rappresenti e cosa valga una sentenza, perché viene citato il codice civile, di un impiegato statale con incarichi dirigenziali. Però siamo arrivati a questo: a un "atto di supremazia" come quelli dei re anglicani del '500. Oppure si tratta di un proclama napoleonico di fine '700. Di certo sono quei processi contro cui si batteva Cesare Beccaria nel "Dei delitti e delle pene". 




giovedì 15 dicembre 2016

A Marassi la farsa dei recuperi


La credibilità del calcio italiano è sempre più a rischio. E’ andata in scena sul campo di Marassi, a Genova, l’ennesima farsa dei recuperi. Stavolta è toccato a Genoa e Fiorentina disputare una partita che era stata sospesa per le cosiddette cause di forza maggiore. L’11 settembre 2016 le due squadre erano scese in campo, avevano provato a fronteggiarsi, ma si erano dovute arrendere alla pioggia dopo meno di mezzora. Per la precisione erano passati 28 minuti al momento del triplice fischio del direttore di gara, e il risultato era di zero a zero. Arbitrava Banti.
Non c’erano stati gol ma qualcosa era successo. Intanto c’erano undici giocatori sul terreno di gioco, con i loro schemi tattici, gli allenatori, le riserve. Erano stati esclusi gli squalificati, gli infortunati. Come al solito, insomma. L’arbitro aveva quindi fischiato l’avvio e c’erano scappati due ammoniti, uno per parte. Poi l’acquitrino aveva avuto la meglio sul calcio. E la domanda era stata la solita: la partita dovrà continuare dal 28esimo oppure andrà azzerato tutto e si dovrà ricominciare una nuova partita?
Quest’ultima è una frase che da adolescente avevo sentito parecchie volte. Su Twitter avevo cercato di parlare con altri tifosi di calcio, quel giorno dello scorso settembre. Chi mi aveva risposto non era molto sicuro sulla regola che sarebbe stata applicata. Da alcuni anni funziona così - mi disse uno -, che la partita continua. In Spagna ci fu il famoso caso del Real Madrid. Tornò in campo per soli sei minuti e trovò anche il tempo per segnare il gol vittoria. Me lo disse un altro tifoso, perché io non ne sapevo nulla. Probabilmente i nostri dirigenti calcistici hanno preso spunto da questo episodio per stravolgere le nostre abitudini. Regolamento a parte, che avevo già citato altre volte, la casistica di partite che furono sospese, annullate e rigiocate è molto ampia. Mentre chattavo su Twitter avevo ritrovato la curiosa sfida tra Juventus e Inter degli anni ‘50: la Juve aveva la vittoria in tasca, all’epoca, ma a pochi minuti dallo scadere la nebbia fece il miracolo. Eh sì, perché la partita fu rigiocata, e l’Inter andò a vincere nettamente sul campo della Juve. La partita della nebbia praticamente fu cancellata. Non esiste in nessun almanacco.
Ora noi ci eravamo lasciati con Genoa a Fiorentina sullo zero a zero, con determinate formazioni. Questa sera la gara è stata recuperata. I nostri dirigenti testardi come i muli hanno fissato il fischio d’inizio sul 28esimo del primo tempo. La gara deve continuare, a tutti i costi. Ma con quali giocatori? Da quel giorno di settembre tante cose sono cambiate: nuovi infortunati, giocatori fuori forma, nuovi capricci degli allenatori. E fortuna che il mercato di gennaio ancora non è scattato.
Come era prevedibile gli allenatori hanno stravolto le formazioni. I tanti giornali online non hanno fatto una grinza, altrimenti non staremmo qui a scrivere questo ennesimo pezzo scandalizzati. Erano già annunciate Genoa e Fiorentina con quattro o cinque elementi diversi rispetto allo spezzone di settembre. E così è stato. E’ cambiato pure l’arbitro. Non più Banti, ma Guida. E le riserve? Anche quelle non erano più le stesse di settembre. Se dovessimo essere fiscali, e nel calcio in genere gli arbitri lo sono, dovremmo contare già quattro-cinque sostituzioni prima del fischio del nuovo inizio, al 28’ del primo tempo. Non paghi, gli allenatori, evidentemente autorizzati così dal direttore di gara, hanno proceduto durante la partita ad altre tre sostituzioni per parte. E così il conto salirebbe a sette-otto cambi per ciascuna formazione nella stessa partita.
Dai numeri ai paradossi: Kalinic della Fiorentina risultava in campo a settembre, è ripartito dalla panchina oggi ed è rientrato sul terreno di gioco nella ripresa. Lo stesso dicasi per Ilicic e per Tello Herrera. Il Genoa si è accontentato di far rientrare dalla panchina un solo titolare di settembre, Orban. A questo punto ci chiediamo che cosa sarebbe successo se Guida avesse mostrato il giallo a uno dei due giocatori ammoniti a settembre da Banti. Si sarebbe ricordato di doverli espellere? Sembra una cretinata ma il sito Livescore.com, sempre puntuale, continuava oggi a considerare ammoniti i due giocatori dello spezzone della pioggia: Veloso del Genoa e Tomovic della Fiorentina. Il viola era sul campo a settembre, ma è stato spedito in panchina stasera. Ciò significa che non è iniziata una nuova partita e che quei 28 minuti disputati tre mesi fa conteranno. Come contavano i gol delle partite degli scorsi anni della Roma. 

Il regolamento 2016, alla voce “La durata della gara”, afferma: “Una gara si compone di due periodi di gioco di 45 minuti ciascuno, che possono essere soltanto ridotti se una diversa durata viene convenuta di comune accordo tra l’arbitro e le due squadre prima dell’inizio della gara e ciò è in conformità con il regolamento della competizione.” Forse sarebbe più conveniente immaginare, per rientrare in qualche modo nelle regole, che Genoa e Fiorentina si siano accordate per disputare, stasera, una partita di soli 62 minuti più recupero. Alla fine il Genoa ha vinto uno a zero e per i viola di Firenze non c’è stato abbastanza tempo per recuperare. Se accordo c’è stato, alla Fiorentina e al patron Della Valle non deve essere parso un grande affare.

mercoledì 14 dicembre 2016

Terremoti, il Ministero studiava il nordest


Mentre proseguono senza sosta i terremoti nell’Italia centrale, i cittadini possono leggere online dati sconfortanti sull’impegno dell’Italia nella prevenzione. Dalle relazioni dell’Istituto di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) che il Ministero per l’istruzione l’università e la ricerca aveva approvato fino al 2009, cioè al tempo del terremoto dell’Aquila, si scopre che gli studi si erano concentrati soprattutto nella zona del Friuli Venezia Giulia.
Per quanto riguarda l’Italia centrale e meridionale abbiamo trovato solo alcuni progetti nella relazione del 2005 dell’OGS: uno consisteva in un calcolo di probabilità dei terremoti in tutta la penisola dal 2000 al 2035, “elementi per la definizione di priorità degli interventi di riduzione del rischio sismico“. Cioè l’istituto si prefiggeva lo scopo di individuare le aree maggiormente esposte a futuri terremoti. Il lavoro si sarebbe sviluppato dal 2005 al 2007, coinvolgendo appena quattro ricercatori. Ma che la volontà governativa di intervenire fosse scarsa lo si nota da un altro progetto: la salvaguardia e la valorizzazione di beni archeologici e monumentali in zona sismica. L’iniziativa non venne finanziata nel 2005, né se ne ha traccia nella relazione del 2009, mentre ebbe sviluppo la formazione a distanza degli insegnanti per la divulgazione scientifica.
Un altro progetto interessante attivato nel 2005 riguardava lo studio dei terremoti dell’era pre-strumentale, ossia di epoche antiche quando non c’erano rilevamenti scientifici. In questo caso era stato messo sotto osservazione tutto l’Appennino centro-meridionale, ed erano stati studiati i terremoti della Garfagnana del 1920, dell’Irpinia dal 1600 al 1980, della Basilicata nell’Ottocento, dell’Appennino nel 1456, della Puglia nel 1627, fino al più recente terremoto del Molise del 2002. Questo studio era già a buon punto e sarebbe costato 5000 euro. Anche qui ben poca cosa, visti i disastri successivi. Abbiamo trovato un ultimo progetto sul centrosud italiano, e riguardava un approfondimento sulla sismicità della zona siciliana di Taormina. Costo previsto molto più alto: 33.500 euro.
A nostro avviso si poteva fare molto di più, visto che per il Friuli Venezia Giulia erano stati messi in campo mezzi un po’ più consistenti. Si andava dai progetti per costruire in zona sismica, a una vera e propria prevenzione dei terremoti, con lo studio dei cosiddetti “precursori sismici”: l'analisi della concentrazione di gas naturali (radon) nel suolo e nelle acque, e il livello di falda. Era attiva nel 2005 la stazione di rilevamenti di Cazzaso, a Tolmezzo. I prelievi in questo caso avvenivano mensilmente, sia pure con pochi ricercatori: solo 3. Un ulteriore progetto friulano in collaborazione con la Slovenia avvenne al confine di Stato, nello studio delle deformazioni crostali dell’area, considerata sismicamente attiva. Vennero svolti studi più specifici su alcune zone circoscritte del Friuli come Vivaro e Pontebba. E potremmo continuare.
Se andiamo a confrontare queste notizie con la relazione di quattro anni dopo, del 2009, la sostanza rimane la stessa. Il presidente dell’OGS Iginio Marson scrisse che stavano proseguendo e venivano incrementate le attività di prevenzione sismica in Friuli e in Veneto. Si stava inoltre sperimentando un sistema di telerilevamento dei terremoti chiamato “While drilling”, adottato in collaborazione con l’Eni. Si trattava di rilevamenti geologici effettuati durante le perforazioni delle trivelle per la ricerca di petrolio o gas. Era stata da poco sperimentata in Egitto una tecnica di rilevazione sismica mediante lo scavo di un pozzo di 400 metri di profondità. E l’OGS italiano progettava di brevettare e commercializzare all’estero queste scoperte scientifiche.
Purtroppo dobbiamo dire, col senno di poi, che è stato tutto inutile. Non sono state salvate le 309 vite umane dell’Aquila, e nulla è stato fatto per le altre 299 perite tra Amatrice e i comuni vicini colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016. Non è vero come spesso abbiamo sentito negli ultimi anni che non si possono prevenire i terremoti. Le enciclopedie, e ora anche i dati del Ministero, dimostrano che sarebbe bastato spendere qualcosa di più per questi progetti, considerati ottimi visto che sarebbero stati venduti ad altri Stati, per evitare di perdere vite umane e monumenti storici di enorme valore.

domenica 11 dicembre 2016

“Onorevole non spari!”


Non avrà certamente urlato queste parole Paolo Tomassoni quando si vide estrarre contro una pistola, perché lui e il feritore avevano appena 22 anni, ma le avrà pensate molti anni più tardi. Carlo Ciccioli, colui che tirò fuori l’arma al termine di una lite, e gli sparò contro cinque colpi, di strada ne ha fatta molta, in effetti. E’ divenuto un onorevole del Parlamento Italiano, ma soprattutto un noto volto della politica regionale marchigiana di Alleanza Nazionale-Fratelli d’Italia. Con una macchia, però, molto grossa, che non ha mai rivelato. Forse solo i suoi più intimi amici conoscono questo episodio.
Era il 25 dicembre del 1974. Guarda caso, nello stesso numero del Corriere della Sera e nella stessa pagina che annunciava l’episodio anconetano, usciva il giorno 27 il resoconto dell’informativa di Guido Giannettini sulle stragi di Stato. Questa teoria fu ritenuta a dir poco fantasiosa. Colpiva la sinistra extraparlamentare di Feltrinelli, il servizio segreto tedesco e poi quello israeliano. Ho scoperto solo recentemente che molte di quelle informazioni erano fondate. E’ possibile che il servizio segreto israeliano operasse clandestinamente in Italia proprio con alcuni di quei poliziotti dell’ufficio politico della questura che andarono ad arrestare Carlo Ciccioli.
Era da poco passato Natale, era notte in piazza Cavour, nel centro di Ancona nel 1974. La cronaca dice che Ciccioli avvicinò Tomassoni, esponente della sinistra extraparlamentare, e che la discussione degenerò in una scazzottata. Secondo il resoconto dell’Unità, più approfondito, Ciccioli rimase contuso alla faccia e con un trauma cranico. Ma ciò non toglie che prendere una pistola, come lui fece, una Flobert calibro 6, di quelle dei film western di Sergio Leone (io avevo la versione giocattolo da bambino), e sparare non è un gioco per studenti universitari quale era l’esponente di Fratelli d’Italia, anche se quelli erano pur sempre gli anni di piombo. L’onorevole non poteva dirsi un tiratore scelto, evidentemente, o non voleva ferire l’avversario politico: dei cinque colpi solo uno centrò la coscia sinistra di Tomassoni, il quale fu ricoverato in ospedale con prognosi di dieci giorni.
Fu la vittima a denunciare il fatto all’ufficio politico della questura di Ancona. Che si trattasse o meno di poliziotti amici di Federico D’Amato e di Walter Beneforti che in quegli anni spiavano i telefoni degli italiani dalla borgata del Trullo, a Roma, non ci interessa, in questa sede. Anche se la vicenda ha troppi nessi con le attività militari del vicino monte Conero. L’indagine fu affidata in quel caso al giudice Frisina. Ho fondati motivi per pensare che l’inchiesta rimase in una sfera politica di sinistra. Ma qui parliamo solo di Ciccioli, uomo politico nazionale, leader da copertina, che da Frisina fu accusato giustamente di “lesioni gravi”. Attualmente pare sia proprietario di una radio. Si chiama proprio Radio Conero. Ma anche questo potrebbe essere solo un caso.
Mi dispiace leggere invece sull’Unità, in altri articoli, che questo rappresentante del centro-destra, con cui spesso ho scambiato qualche opinione, organizzava degli scioperi forzati nelle scuole di Ancona. Lo chiamavano “il famigerato Ciccioli”. Tutto ciò che esce dagli archivi fa a pugni con l’immagine compassata, riflessiva, paciosa e bonaria a cui sono abituato e che conoscono i lettori dei giornali. Ma voglio parlare in prima persona: sono deluso. Eppure era nell’aria. Giorni fa a un mio post su Facebook sulla politica di Andreotti Ciccioli rispose con molta freddezza con le seguenti parole: “Queste cose a chi servono? Caduta l'Unione Sovietica e il comunismo, morto Andreotti e dispersa la Dc, a che serve tutto questo? Dietrologia!” Può darsi che pure il suo insano gesto del 1974 possa essere tacciato di dietrologia. Ma sfortuna vuole che abbia trovato quegli articoli. E la gente deve sapere. Le indagini sulla strategia della tensione devono continuare.

Contro l'ipocrisia del degrado apolitico


Vorrei prendere una posizione pubblica riguardo alle dichiarazioni del giornalista Andrea Massaro del Resto del Carlino sui monumenti di Ancona. Mi piacerebbe chiamare collega questo signore ma il rapporto di lavoro non è mai stato idilliaco tra me e lui, mentre non lo considero nemmeno un conoscente a livello privato. Diciamo che la foto che ha scelto per il suo profilo pubblico rappresenta perfettamente anche il tipo di comportamento che manteneva all'interno del luogo di lavoro: atteggiamenti da capo di una gerarchia militare. Non tanto accettabile nel mondo intellettuale. Che ne dite? Tuttavia fidandomi del nome altisonante del giornale effettuai oltre dieci anni fa diversi articoli sul degrado e curai una particolare rubrica del Resto del Carlino sul recupero dei monumenti del capoluogo dorico. Scrissi ovviamente molti articoli anche sulla storia della città, ma senza alcuna finalità politica. Ho sempre inteso, e l'ho ribadito più volte, Lucio Martino non potrebbe negarlo, quegli articoli come contributi che inviavo per un'ipotetica pagina sulla cultura e la storia locale. Vogliamo dirla tutta? Sono stato vicino a un partito di centro-destra nel periodo in cui scrivevo per il Carlino, e farà scandalo sapere che mi sedevo a cena vicino a personaggi più o meno autorevoli, ma comunque schierati da una certa parte. Eppure loro stessi possono testimoniare che non ho mai concesso, neppure agli amici, una riga di più di quello che era giusto in un grande quotidiano. Lo spazio era dedicato alla gente dei quartieri. Addirittura venivo scambiato per un giornalista di sinistra, che non potrò mai essere. Ora da alcuni anni leggo che in qualità di vice-caporedattore Andrea Massaro scrive un fondo del giornale facendo opinione proprio sui temi del degrado, dell'arte e, più di rado, della storia. Proposto in questo modo è innegabile che il tema sfondi il confine dell'ambito politico, soprattutto in questi mesi nei quali alcuni esponenti del centro-destra, di Forza Italia in particolare, hanno lanciato battaglie per rifare la scalinata del Passetto o togliere l'amianto dal palazzo del Comune. Mi sembra di aver letto così. Anche il Movimento 5 Stelle, a Roma, cavalca quel tipo di notizie. E allora non sono più d'accordo, non voglio essere trascinato come ex collaboratore in questa storia. Perché un conto è salvaguardare la cultura anconetana, un altro è utilizzare questi temi per fini politici. Del resto parlare della città o della vita civile, nonostante nel giornalismo esista la cronaca bianca, equivale in ogni caso a proporre temi per governare la città. Al Resto del Carlino ho spesso sentito dire che non bisognava far politica. Anzi a dirlo era proprio Andrea Massaro che afferma di essersi laureato in Scienze Politiche. Sarebbe più giusto invece tornare a parlare di politica, in questo senso: dire chiaramente nelle riunioni quotidiane come la si pensa, confrontandosi prima di scrivere un articolo. Un giornalista di Radiodue che conobbi durante l'università giustamente ci avvertiva che basterebbe un aggettivo per modificare il senso di un articolo. I giornali apolitici non esistono, sono ancora più pericolosi di quelli politici. Ad esempio che senso ha la famosa "par condicio" pre elettorale? Se fossi un editore potrei mai accettare di lasciare spazio gratuito nelle interviste a personaggi che sanno solo parlare il linguaggio dell'insulto e della filippica? E perché dovrei? Non lo accetterei per niente. Spendo i miei soldi, scrivo le mie idee. Ognuno faccia così, e allora alle urne vincerà veramente chi vuole governare questo paese con competenza. Ma è il passato che mi spaventa. Alcuni esempi eclatanti indicano chiaramente che Massaro sta andando fuori strada. Molto fuori strada. Un utilizzo della cultura a fini propagandistici avvenne alla fine degli anni '80 del '900 sapete dove? Nella Serbia di Milosevic, dove vennero riscoperte stragi del fascismo esclusivamente per colpire gli ustascia per i quali simpatizzava il presidente croato Tudman. La stampa serba - ha detto recentemente la tv svizzera in un documentario - fu invasa dalle inchieste storico politiche di Milosevic. Sappiamo bene come è andata a finire, con quali orrori e con quante perdite umane è stato pagato il prezzo dell'odio lanciato sui giornali di regime. Ma lo stesso varrebbe al contrario, pensando a quanto scrivono certi quotidiani italiani sulle Foibe di Tito. E' storia? E allora lasciamola agli storici, porca miseria! Tornando in Italia credo pertanto che la città, i suoi luoghi, i suoi monumenti, e il suo degrado, se ancora c'è, siano degli anconetani. Siano loro a stabilire cosa va mantenuto e cosa stona, come è sempre stato, almeno quando sul Resto del Carlino scrivevo anch'io.

giovedì 8 dicembre 2016

Le strane amicizie militari di Carminati


In un’intervista uscita il 6 dicembre 2016 sulla Repubblica, al termine di un’intervista concessa dal criminale dei Nar Massimo Carminati, il giornalista ha riportato importanti parole dell’onorevole Marco Minniti. “Escludo - ha affermato il sottosegretario alla presidenza del consiglio - che Carminati abbia avuto o abbia rapporti con i servizi segreti”.
E’ solo l’ultima stranezza che stiamo registrando nella telenovela giudiziaria nota con il nome di Mafia Capitale. Massimo Carminati non era affatto imprendibile come venne scritto al momento del suo arresto per le tangenti di Mafia Capitale. E questo lo avevamo sospettato. Era stato arrestato più volte. Sul Corriere della Sera veniva inoltre descritto in un articolo del 17 aprile 1993 come “amico di servizi segreti e neofascisti”. Pertanto l’onorevole Minniti dovrebbe correggere le sue affermazioni rilasciate sotto giuramento durante il processo. Se è vero che Carminati non è più un informatore dei servizi segreti, prima sicuramente lo era. Ma non solo. Era persino amico di certi militari dell’Arma dei carabinieri, con i quali nel neanche tanto lontano 1999 aveva svaligiato le cassette di sicurezza del tribunale di Roma. La notizia d’archivio che ci ha fatto sobbalzare è questa: Carminati aveva nelle sue mani il tribunale di Roma, proprio quello, sarà un caso fortuito, nel quale si celebra il processo per lo scandalo di Mafia Capitale. Ma non lo aveva soltanto perché, come ha scritto recentemente l’Espresso in un suo scoop, l’ex Nar aveva trafugato fascicoli di uomini appartenenti alla P2. Notizia comunque interessante e gravissima, se vera. Bensì perché certi carabinieri gli permettevano di fare quello che voleva, e gli coprivano pure le spalle!
Donatella Miliani del Corriere della Sera scrisse testuali parole il 19 dicembre 1999: “Il tribunale di Roma era un palazzo ‘aperto’ ai malviventi, almeno nelle ore notturne in cui in servizio c’erano dei carabinieri ‘compiacenti’”. Questi carabinieri amici di Carminati erano cinque. Avevano cercato di tenersi informati, tramite intercettazioni illegali, anche ambientali, sull’andamento delle indagini per il furto di Carminati alle cassette di sicurezza del Banco di Roma, contenute nel famoso “caveau” del tribunale. I militari aiutarono il boss neofascista a rubare qualcosa come 10 miliardi di vecchie lire. Era per la precisione la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1999 quando avvenne il famoso colpo.
Furono indagati - stando all’articolo della Miliani -, e confessarono le loro responsabilità ai magistrati di Perugia, due carabinieri del nucleo di sorveglianza del tribunale e due delle scorte. Sembra che i militari avessero aiutato Carminati e la sua banda ad accedere non soltanto ai soldi, ma pure alla sala del sesto piano dove si effettuavano le intercettazioni. Queste incursioni illegali nel tribunale di Roma pare che andarono avanti per un anno e mezzo. E allora ci domandiamo: come mai quando Carminati è stato arrestato dagli stessi carabinieri per Mafia Capitale nessuno ha osato scavare più a fondo su questa storia? Qui non si tratta di infangare il nome dell’Arma, ma semplicemente di porsi degli scrupoli prima di lanciare articoli su tutti i mass media italiani. Notizie sensazionali che poi vengono smentite nel giro di pochi mesi. Possibile che anche dopo le 117 richieste di archiviazione del pm, per parecchi indagati eccellenti di Mafia Capitale tra cui i politici Gianni Alemanno e Nicola Zingaretti, a nessuno sia saltato in mente che tutta questa storia, che si basa come al solito su video girati direttamente dai carabinieri, non regge?
La questione diventa clamorosa se si leggono alcuni articoli usciti intorno al 23 novembre 2016 sul resoconto dell’interrogatorio di Carminati al processo per Mafia Capitale. Per prima cosa mancano gli elementi tipici della cronaca, le 5 domande cui ogni articolo dovrebbe rispondere. E questo è indice di approssimazione. Significa che le notizie vengono prese dall’Ansa e buttate in pagina così come sono. Almeno bisognerebbe provarci ad approfondire gli argomenti. E’ una questione di serietà. Nel 2009 come responsabile di una redazione locale telefonai ai Ros di Brescia per saperne di più su una storia di doping che riguardava il mio territorio. I nomi siglati che avevo trovato su un giornale online non mi permettevano di contattare vicini di casa o conoscenti dei colpevoli. La risposta che ebbi fu, in altri termini: “Fatti gli affari tuoi”. I carabinieri non fecero niente per agevolarmi il compito. Avevano paura che rovinassi il nome degli indagati, come se i militari conoscessero meglio di me la deontologia del giornalismo. Pazzesco!
In secondo luogo, tornando alla confessione di Carminati, l’ex neofascista ha fatto intendere che la sua ricchezza deriva proprio da quel furto al “caveau” del tribunale, e che “solo i carabinieri fanno finta di non capire”. Ma come è possibile che per tanti anni sia riuscito a nascondere soldi sporchi di cui già si sapeva la provenienza e per i quali i magistrati avevano ottenuto delle confessioni? Coma mai i magistrati di Mafia Capitale, e insieme a loro anche i giornalisti, scoprono soltanto dalle parole di Carminati delle notizie già presenti nei fascicoli processuali e negli articoli d’archivio? L’andazzo ci suggerisce che la telenovela sulla mafia romana rischia di chiudersi senza fornirci alcuna risposta, dopo aver versato fiumi di inutili parole.

mercoledì 7 dicembre 2016

Una guerra civile negli anni di piombo


Una guerra civile all’interno della Loggia P2, tra i servizi segreti filo-israeliani e vicini alla Cia, guidati da Gianadelio Maletti e controllati politicamente da Andreotti, e il supersid di Vito Miceli, filo-arabo e amico di Gheddafi, vicino probabilmente anche alle Brigate rosse e ai terroristi tedeschi della RAF. E’ in questo scenario occulto che sembra si siano verificate negli anni di piombo le stragi di Stato da una parte e le azioni terroristiche delle Brigate rosse dall’altro. In sostanza, stiamo dicendo che Guido Giannettini, quando accusava nella sua informativa del 1974 il Mossad, il servizio segreto israeliano, dei depistaggi sulle bombe di Stato, stava probabilmente raccontando la vera storia d’Italia. Ma aveva soprattutto ragione Eugenio Scalfari nell’essere molto duro con la Democrazia cristiana di quegli anni, parlando di Moro e Andreotti quali referenti della Loggia P2.
Dall’archivio del Corriere della Sera spuntano articoli che confermano totalmente questo quadro. Nel febbraio del 1973 scoppiò quello che venne definito il Watergate italiano. Il giudice Luciano Infelisi, quello che poi indagherà sulla Sir di Rovelli e sulla strage di via Fani, aveva scoperto nella borgata romana del Trullo una centrale di spionaggio gestita da uomini della polizia, che agivano senza autorizzazione della magistratura. La vicenda processuale finì come accade spesso in Italia con tanti proscioglimenti, ma nel frattempo tanti articoli erano stati scritti e tra questi nel giugno del 1973 ce n’erano alcuni che i magistrati avrebbero fatto bene a leggere, prima di condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.
Il commissario Calabresi era spiato da questi poliziotti, ma lo spionaggio illegale si estese dopo il delitto anche a una donna, nota con le iniziali M. D., la quale aveva visto in faccia l’assassino e avrebbe potuto riconoscerlo. Il killer “dagli occhi di ghiaccio”. Anche lei fu controllata, si disse perché forse gli assassini avevano paura di ciò che potesse sapere. Guarda caso il commissario Calabresi si era occupato prima di essere colpito a morte, in via Cherubini a Milano il 17 maggio 1972, sia dello strano suicidio di Giangiacomo Feltrinelli, sia di un personaggio che di lì a poco tempo sarebbe diventato famoso, purtroppo, per la bomba con cui fece saltare la questura di Milano: Gianfranco Bertoli. Oggi sappiamo non solo che Bertoli era per Giannettini un uomo del Mossad, ma che certamente era un finto anarchico che passava informazioni a qualche intelligence.
Si comincia quindi a delineare un quadro molto più chiaro, che lega tra loro svariati eventi criminali. Tra i responsabili dello spionaggio illegale, che durò per dieci anni, dal 1966 al 1976, senza che i nomi della gran parte delle vittime venissero mai rivelati, c’erano uomini poi divenuti noti per essere appartenuti alla Loggia P2: Federico Umberto D’Amato, dirigente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, piduista legato alla Cia, e Walter Beneforti, un altro personaggio molto interessante. E’ grazie a quest’ultimo che si arriva a capire che quelle bobine misteriose, che scomparivano durante le indagini come nel film “La polizia accusa, i servizi segreti uccidono”, appartenevano certamente alla P2, a Gladio e al Mossad israeliano. Beneforti, insieme a Tom Ponzi, collaborò al progetto della P2 chiamato “L’anello”, che fu sviluppato nel secondo dopoguerra a Trieste. Ne ha parlato un articolo firmato da Silvio Maranzana, comparso sul quotidiano Il Piccolo di Trieste il 10 marzo del 2011. Questa struttura parallela venne creata nel 1943 ai tempi di Mussolini dal generale Mario Roatta, che chiamò a dirigerla un esule russo residente a Tel Aviv: un certo Otimsky, che secondo Maranzana assunse un “ruolo chiave” anche nel Mossad israeliano. Non a caso Trieste sarà teatro di alcune importanti, ma dimenticate, azioni del controspionaggio italiano contro il regime comunista di Tito. E sempre a Trieste, secondo il quotidiano La Repubblica, si recò il commissario Calabresi poco prima di essere assassinato, nel 1972. Se a tutto questo aggiungiamo le notizie che escono dall’archivio, delle microspie piazzate illegalmente su Calabresi e contro la testimone del suo omicidio, diventa chiaro lo scenario internazionale che avvolgeva i nostri anni di piombo.
Altre microspie come abbiamo visto, volute da Andreotti e da Casardi, avevano svelato lo scandalo petrolio, ossia il patto occulto tra i servizi deviati di Miceli, gli uomini di una parte della P2 e il colonnello libico Gheddafi. Ciò significa che non sempre chi indagava poteva dirsi, in quel periodo, estraneo ad altre colpe. I poteri forti, grazie anche al controllo di alcuni settimanali e quotidiani, si scambiavano pesanti accuse.
Nel suo bellissimo libro “L’Affaire Moro”, lo scrittore Leonardo Sciascia, oltre a confermare certe mie scoperte, tra cui la veridicità del comunicato numero sette del lago della Duchessa, sottolineò nell’agosto del 1978 che il presidente democristiano pagava con la vita proprio per le “Stragi di Stato”. “Uno dei capi dell’accusa contro di lui - scriveva il grande autore siciliano - formulata dalle Brigate rosse ne fa esplicito richiamo (comunicato numero uno: Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero ‘padrino’ che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di ‘omissis’ i suoi autori)”. Gli omissis erano quelli del “Piano Solo”, programma d’azione del famoso tentativo di golpe del generale dei carabinieri De Lorenzo. Come sappiamo Aldo Moro sentì di dover operare quella censura per nascondere i luoghi di Ancona e Falconara, o della Sardegna, dove si esercitavano i gladiatori. Tutte basi militari segretissime che in quel momento non si potevano nominare, e che vennero svelate solo quando la guerra fredda era ormai finita.

venerdì 2 dicembre 2016

Minacce gravissime da dirigenti di Stato


Un dirigente scolastico di Novara, oggi, si è permesso di minacciarmi perché avevo assegnato voti troppo bassi in analisi logica agli alunni di una terza media della provincia. Voleva che alzassi quei voti, minacciando di aprire un "procedimento" nei miei confronti, senza minimamente preoccuparsi dello scarso rendimento dei suoi alunni. Era interessato soprattutto al giudizio dei genitori. Cercava quindi il consenso, come va di moda nella politica populista attuale. Non voleva lamentele per i voti. Per l'ennesima volta quindi sono costretto a rinunciare a incarichi di lavoro che erano ben remunerati. Ma è evidente che non si può lavorare sotto ricatto. 
In questo caso avrei dovuto seguire la classe per tutto l'anno scolastico. Avevo perciò previsto un programma per cercare di ottenere comunque qualcosa dai ragazzi. Ma i fatti odierni, ovvero una inaccettabile ramanzina, con urla come al solito sulla faccia da parte del dirigente, mi hanno impedito di lavorare serenamente e liberamente. In queste acrobazie oratorie a Novara si erano già distinti un maresciallo dei carabinieri, durante una mia denuncia buttata via perché non ero forse raccomandato, e un amministratore di condominio, il quale si stava portando via centinaia di euro senza motivo. Come al solito mi viene impedito di difendermi. La corruzione nello Stato dilaga. Nessuno parla, nessuno mi fa scrivere la verità sui giornali locali, e nessuno ovviamente a Novara prova vergogna. 
Già alcuni giorni fa gli alunni di questa terza media mi avevano contestato con una certa arroganza, sia pure senza eccessi come mi era capitato in altre scuole. Un'alunna, molto pittoresca, avrebbe meritato la prima pagina sulla Stampa o sul Corriere di Novara: aveva detto testualmente che il suo 4 in realtà era un 7, perché aveva sbagliato meno della metà degli elementi da riconoscere. Avevo quindi chiesto agli alunni se volevano un 6 politico. La gravità degli errori mi sembrava tale da non meritare nemmeno un mio commento. In genere sono noto nell'ambiente per essere largo nei giudizi. Penso che il mio 4 sia in realtà un 2 o uno zero. 
Invece oggi il dirigente ha pensato bene di dare ragione agli alunni, pretendendo che alzassi i voti. Semplicemente ridicolo. Non solo. Viste le mie resistenze, è andato in classe, dopo che già aveva fatto irruzione durante le mie ore senza scusarsi, e ha aperto un vero e proprio processo contro di me, raccogliendo e scrivendo su un taccuino le testimonianze degli alunni su ciò che avevo detto nella consegna dei compiti. Una specie di processo all'untore di manzoniana memoria. Ha quindi sostenuto, inventando accuse senza senso, che avevo umiliato gli alunni avvertendoli che, con quegli errori in italiano, avrebbero fatto fatica alle scuole superiori. Beh, cosa pretendeva che raccontassi, qualche favola? Ho cercato di spiegare al dirigente che a me non farebbe piacere sentir chiedere dai professori delle superiori: "Chi è quel cane che ci ha mandato questo alunno?" Al che ho avuto la seguente risposta: "Tanto lo dicono lo stesso". E' proprio una "buona scuola" questa novarese.

giovedì 1 dicembre 2016

Renzi inventa il senato nazimaoista


Casualmente facendo zapping sono finito il 30 novembre 2016 sull'intervista di Vespa a Renzi andata in onda sulla Rai. La dialettica del premier è sempre accattivante, mi piace. Poteva colpirmi e spingermi verso il fronte del sì di questo referendum sulla riforma del Senato.
Tuttavia viene come al solito inquadrato solo il problema della riduzione delle spese. Stessi giornalisti, stessa solfa, evidentemente. Vespa non se lo ricorda, ma la Costituzione che il presidente vuole cambiare puntava verso un progressivo allargamento delle rappresentanze, tant'è che nel 1970 nacquero le regioni, e anni dopo furono aumentate le province. Dal 1998 è in vigore la legge Bassanini per un ulteriore decentramento amministrativo.
Nasce dunque con Renzi una Costituzione totalmente nuova? Sicuramente sì, perché, in caso di vittoria del sì al referendum di domenica 4 dicembre, gli amministratori locali raddoppierebbero le loro competenze e punterebbero verso Roma, dove andrebbero a sostituirsi ai senatori. Diventerebbero dei diretti funzionari di Roma, come ai tempi di Diocleziano nell’antica Roma imperiale. Crollerebbero tanti passaggi intermedi tra il Parlamento e i cittadini, come sta avvenendo già per i tavoli di concertazione che una volta erano presieduti dai prefetti nelle province, e che ormai sono stati aboliti. Quelli per intenderci che risolvevano i contenziosi sulle tasse, sui ricorsi dei cittadini, sulla sanità, sull’assistenza, sulle ispezioni, e via dicendo.
L’evoluzione della politica segue l’andazzo cui assistiamo dal 1994, con l’abbandono della gestione dei vari settori della vita pubblica e il tentativo spasmodico di rivoluzionare la vecchia forma di governo. La posta in gioco è evidentemente il potere decisionale, la capacità di controllare l’Italia dall’alto. Con Berlusconi avremmo avuto probabilmente un presidenzialismo alla francese, con Renzi, e la vittoria eventuale del fronte del sì, otterremo il trionfo dei potentati locali. Secondo l’attuale riforma proposta al referendum, i consiglieri, i sindaci stessi, non accetteranno più, come di fatto si comportava Ballarè a Novara, di eseguire i mandati del Parlamento ma riceveranno il potere decisionale direttamente nelle loro mani, e faranno la spola tra la Capitale e la periferia dell’Impero. Sarebbe tutta un’altra cosa. Ci avvicineremmo al modello delle cosiddette democrazie popolari dell’ex URSS e della Cina.
E allora non basta certo una maggioranza messa assieme solo grazie alla caduta di Enrico Letta. Da adolescente sentivo parlare in questi casi di "governicchi" o "governi balneari", perché duravano un'estate fino alle nuove elezioni. Ma poi perché il cittadino dovrebbe rinunciare ad avere i suoi rappresentanti, e cioè assistere a una svolta accentratrice fascista che per Renzi è la grande invenzione del fronte del sì? Solo per risparmiare quattro miliardi di euro in croce? Ma per il pareggio del bilancio che era previsto nel 2014 ne sarebbero serviti più di duemila! E dove li troviamo?
Nel calcio si dice che non basta cercare di non subire gol, bisogna anche segnarli, altrimenti la partita al massimo finirà zero a zero. Ripeto: dove li troviamo questi soldi? Ho scritto un libro su questo tema, ma hanno preferito non vederlo.
Sono ventanni che i moderati di destra come me aspettano un "messia", un partito, che non arriva mai. Tutti, sia a destra che sinistra, fanno promesse in campagna elettorale con i soldi pubblici: strade, ponti, abitazioni, ristrutturazioni. Berlusconi nel 1994 era un imprenditore privato che voleva cambiare il mondo, ma come si suol dire il mondo ha cambiato lui: Forza Italia è un camaleonte che ha finito per uniformarsi al suo peggior nemico, l'ex Partito Comunista. L'economia italiana intanto per colpa loro è sempre più un disastro.
La riforma di Renzi è proprio l'ultimo dei problemi a mio parere.