venerdì 18 agosto 2017

“Il terrorismo islamico? E’ sostenuto dalla destra”


Mi ero da poco scaricato un articolo molto interessante dall’archivio del Corriere della sera, quando ho letto la notizia dell’ennesimo attacco dei terroristi islamici in Europa, stavolta a Barcellona. Pur non volendo entrare nell’argomento di stretta attualità, sono costretto a ricordare che i morti in questo 17 agosto 2017 sono stati 14, dei quali due italiani. E ci sono dei feriti in ospedale.
Dunque l’articolo che ho in mano del Corriere giunge a proposito, in quanto il titolo che aveva attirato la mia attenzione era: “Osama finanzia i neonazi contro il G8”.
In un reportage di M. Antonietta Calabrò si parlava dei fiancheggiatori di Osama, lo sceicco del terrore, quando ancora le sue gesta deprecabili erano appena agli inizi. Era infatti il febbraio del 2001. I servizi segreti tedeschi del Bnd, quelli che una volta lavoravano al “cervellone” di Wiesbaden nella ex Germania Ovest, avevano lanciato un allarme rosso per il G8 di Genova, sostenendo che “Bin Laden, il king maker del terrorismo islamico, avrebbe iniziato a finanziare gruppi di naziskin in tutta Europa, affinché essi possano portare a compimento attentati e azioni violente nel nostro paese durante il vertice dei capi di Stato e di governo che si svolgerà tra cinque mesi nel capoluogo ligure.”
La giornalista Calabrò interpretava queste notizie, che arrivavano a margine di un convegno sul futuro dell’antiterrorismo, come l’indizio chiave che all’interno dei "No global", ve li ricordate? allora andavano tanto di moda, ossia “sullo spontaneismo dei contestatori della globalizzazione” si stava inserendo “chi vuole ottenere una platea globale per qualche atto clamoroso”.
A sostenere questa tesi c’erano nomi illustri del nostro sistema giudiziario e parlamentare, a partire dall’ex senatore Maurizio Calvi, il quale pronunciava parole che vorrei riportare, perché andrebbero rilette con attenzione. Spiegava: “Sul vertice europeo sembrano convergere le attrazioni, oltre che del popolo di Seattle, di diversi gruppi eversivi sostenuti dalla destra economica europea in sintonia di intenti, sia pure occasionale e contingente ma non per questo potenzialmente meno pericolosa, con i gruppi islamici che si riconoscono nell’organizzazione di Osama.”
Erano tempi in cui la destra italiana non si imponeva nei media con i toni accesi di oggi, Grillo era ancora un comico cacciato dalla Rai, e dall’altro lato Bin Laden non faceva così paura. C’erano persino dei supporter di questo sceicco, tra i quali alla fine dell’articolo della Calabrò comparivano, indovinate un po’, le stesse Brigate Rosse. Ansoino Andreassi, vicecapo vicario della polizia, protagonista nel periodo del sequestro Moro, rilasciò testuali parole: “Tra i fiancheggiatori delle BR, come gli Nta (Nuclei territoriali antiimperialisti), si inneggia anche a Osama Bin Laden.”
Questo lavoro di indagine oggi verrebbe tacciato di dietrologismo. Eppure l’ideologia c’è sempre, come esistono dei modus operandi attraverso cui i terroristi firmano i loro atti di guerra. Perché, se la gente, i loro nemici del Governo, non li riconoscessero, tutto sarebbe inutile. E guardate che queste ultime considerazioni le riprendo dalle relazioni della Stasi, la polizia politica della DDR, non dagli eroi dell’Occidente vincitore!
Nell’articolo della collega Calabrò comparivano altri due nomi: di Sabato Palazzo, capo del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, e del vicecapo dei Ros, colonnello Giampaolo Ganzer. I “colonnelli” temevano Bin Laden e lo aspettavano al G8 di Genova. Sappiamo cosa trovarono al posto di Bin Laden:
soltanto dei manifestanti molto agguerriti. Ci scappò un morto, ma tra i “contestatori”: Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere che su una camionetta (la quale poi partì e passò sopra il cadavere del ragazzo) si difese dal lancio di un estintore sparando ad altezza d’uomo. Violenta fu la repressione messa in atto, secondo le notizie di cronaca giudiziaria, dalla polizia alla scuola Diaz.
Ecco, sono passati 16 anni, una vita intera, durante i quali le indagini, lasciatemelo dire, non hanno fatto alcun passo avanti. Casomai lo hanno fatto indietro. Ad ogni attentato si sente solo la solita formula per cui: “è stato alzato il livello di guardia”, senza specificare dove, come e perché. La politica ha preso proprio la direzione che questi signori dell’antiterrorismo non avrebbero mai voluto: l’estremismo di destra e sinistra, la xenofobia, l’intolleranza.
Vogliamo parlare delle notizie di cronaca? Io vorrei stenderci sopra un velo di pietà. Mi piacerebbe non essere un pubblicista e nemmeno un insegnante di Lettere, ma un alunno poco studioso del liceo, per vivere ancora felice. Purtroppo so che il giornalismo vero non è quello che vediamo nelle cronache locali e spesso nazionali. Nelle notizie di nera o giudiziaria mancano del tutto i nomi degli arrestati, i luoghi precisi degli eventi. Non si può nemmeno approfondire la notizia. Veniamo inondati da video con il marchio delle forze dell’ordine, ma quando si prova a "recuperare" una notizia, che nel gergo della stampa vuol dire raccogliere informazioni su una notizia già pubblicata dalla concorrenza, si rischia di litigare con i carabinieri. E i numeri di emergenza? E le caserme? Dopo il 2009 sono stato costretto a presentarmi senza un microfono e una telecamera, per le mie denunce. Ho trovato, specialmente al nord Italia, militari arroganti e per niente preparati sulla legge da applicare.
L’impressione è che noi, ma non solo in Italia, in tutto il continente, sapremo sempre meno, e saremo carne da macello in qualche via del centro città, in balia dei criminali a casa, o dei prepotenti raccomandati e fannulloni sul posto di lavoro, mentre la polizia, sempre più ideologizzata e condizionata dall’estremismo che avrebbe voluto debellare nel 2001, saprà su ogni singolo individuo: dati anagrafici, attività private, e quando le piacerà ci scriverà anche la data di morte.
Vorrei che, cari lettori, apriste un po’ gli occhi e andaste a guardare un video su Youtube sul sequestro Moro. Cercatelo però in lingua inglese, con le parole: “kidnapping Moro”. Vi apparirà come primo risultato un documentario che si apriva e chiudeva con un casello autostradale affollato di auto incolonnate. A quel casello, delle autostrade italiane, erano appostate quel giorno decine di militari e di uomini della polizia, che setacciavano ogni autovettura, e aprivano ogni porta-bagagli. Guardatelo tutto, e poi pensate che quello era solo il 1978.

martedì 15 agosto 2017

Dissidenti sovietici e migranti traditi dall’Italia


E’ il 26 dicembre del 1969. Una DAF, una piccola auto olandese, sta procedendo a 70 chilometri orari lungo l’autostrada Roma Firenze, che è deserta, quando all’improvviso viene affiancata da un furgoncino della Volkswagen, con due persone a bordo, e spinta fuori dalla carreggiata. La DAF sbatte su un muro. L’uomo e la donna che la occupano volano sull’asfalto. Solo per un miracolo si salvano dalla morte.
Questa fu la dinamica dell’inconsueto incidente secondo il racconto che il 9 gennaio del 1970 venne rilasciato alla stampa da Arkady Belinkov, uno scrittore dissidente russo che nel 1968 era “evaso dall’inferno” dei paesi socialisti ed emigrato negli Stati Uniti. Dopo il Natale del 1969 si trovava in Italia con la moglie per un ciclo di conferenze. Sarebbe stato inseguito e tamponato dai servizi segreti russi del KGB, che lo cercavano per ucciderlo.
Vi ho raccontato questo episodio dopo averlo letto su uno degli ultimi libri di Vinicio Araldi, che ho comprato nel mercatino dell’usato e letto in poche settimane. Si intitola, appunto, “Evasioni dall’inferno”, dove inferno sta per paesi dell’est, dove il partito comunista era l’unico possibile. Mi sono portato questo libro in spiaggia, ma pochi avranno notato il mio stupore nell’apprendere la storia di Belinkov, da un lato, e dall’altro per l’improvvisa scelta di campo che Araldi fece nella sua vita di intellettuale. Persa la sua imparzialità e precisione svizzera nell’esporre la guerra fredda, nonché i mali dello Stato italiano, con questo volumetto del 1976 decise di condannare senza possibilità di appello gli Stati comunisti.
In “Evasioni dall’inferno” Araldi espone con il consueto stile asciutto, sintetico, ma non più obiettivo, una serie interminabile di quelle che lui chiama “defezioni”, ossia fughe improvvise dalla prigionia delle dittature socialiste verso l’occidente libero. Per superare la cortina di ferro i cittadini dell’est se le inventarono proprio tutte, dal sommergibile artigianale, al pullman trasformato in carro armato per forzare i checkpoint, al dirottamento di aerei, treni, o alla costruzione di tunnel per passare da Berlino est a Berlino ovest. Parliamo di centinaia se non migliaia di persone che, durante una trasferta all’estero per lavoro o per le gare sportive, abbandonavano la comitiva per chiedere asilo politico nelle ambasciate o nei posti di polizia dei paesi del Patto Atlantico, tra cui l’Italia.
Perché questi uomini e queste donne, con uno stipendio e un avvenire nel loro paese, decisero di passare la frontiera illegalmente? Se lo chiedeva Araldi, figuriamoci se non lo farò io, anche se per lo scrittore ex fascista una risposta implicita c’era: fuggivano per ritrovare la libertà. Ma che vita si aspettavano di costruire, una volta rotti i ponti con il proprio passato, mi domando io a distanza di tempo, mentre ho davanti agli occhi il dramma dei migranti neri cacciati via dall’Italia. E l’avrebbero trovata una vita migliore, ammesso che quella dei paesi sovietici fosse impossibile, nell’Europa occidentale e in Italia?
Sicuramente Arkady Belinkov non migliorò la propria esistenza, anzi la concluse molto prima del tempo, pochi giorni dopo aver denunciato quell’incidente sull’Autosole. Quella storia fu un giallo già all’epoca. Il Corriere della Sera nella stessa pagina nella quale dava spazio, come fece Araldi nel suo libro, alle parole del dissidente, dimostrò il 10 gennaio del 1970 che la ricostruzione non reggeva affatto. Il quotidiano milanese, diretto all’epoca da Giovanni Spadolini, fece delle verifiche dirette con i testimoni, scoprendo la verità. Un incidente c’era stato, intorno alle 17 del 26 dicembre 1969, ma la moglie di Belinkov, Natalia, ai poliziotti della stradale aveva raccontato che la loro DAF era andata a sbattere da sola contro il muretto. “Non so perché mio marito abbia frenato improvvisamente - raccontò la donna al Corriere -. Ero seduta al suo fianco e non mi sono accorta di nulla.” Né aveva denunciato il furto dei documenti ad opera dei servizi segreti russi, i quali, mentre i due coniugi giacevano nella DAF privi dei sensi, avrebbero trafugato dei manoscritti del dissidente.
Ho provato a cercare nell’archivio dei quotidiani, ormai velocissimo, ma non ho trovato la notizia di un incidente sull’Autosole tra Roma e Firenze. Belinkov per l’impatto violento che ebbe contro il muretto rimase paralizzato alle gambe. In quel periodo circolava nell’URSS una voce che lo dava già per morto. Morì poco dopo: il 14 maggio del 1970 a seguito di un intervento al cuore subito a New Haven nel Connecticut.
Non certo più semplice fu la vita di altri profughi che, come in questi anni avviene con le navi cariche di disperati del Terzo Mondo, si recavano alla questura italiana per chiedere asilo politico. La procedura non era tanto diversa dai tempi attuali: dopo le formalità di rito, l’accertamento dei dati anagrafici, questi dissidenti, ricchi o poveri, famosi, sportivi, attori, o semplici operai, venivano spediti nel campo profughi di Padriciano, vicino Trieste, ad attendere che le pratiche burocratiche venissero condotte a termine. Ma a Padriciano mancava veramente poco perché fosse definita una prigione. Del resto di quel complesso facevano parte anche il carcere locale e la tristemente nota Risiera di San Sabba, un lager nazista della seconda guerra mondiale. Cercando notizie di questo centro di raccolta profughi si legge, nella sua storia, un dettaglio sconfortante: “L’accesso al campo era strettamente regolamentato sia in ingresso che in uscita e la circolazione non era libera. Nelle ore notturne i varchi venivano chiusi senza eccezioni di sorta persino per i profughi residenti.”
Che fine avranno fatto queste centinaia e centinaia di profughi dei paesi oltrecortina di cui parla Araldi e che ritroviamo alla spicciolata nell’archivio della Stampa e del Corriere della Sera? Nessuno ce lo dice, ma noi speriamo in una conclusione positiva. Tuttavia il nome di Belinkov, inserito nell’archivio della CIA, sul sito del governo statunitense, mi ha consentito di scaricare un documento molto importante su questo fenomeno del grande esodo dall’ex URSS. I leader del Politburo protestavano in quel periodo che la fuga era dovuta alla propaganda americana. Ebbene, il documento, intitolato “United States Government support of covert action directed at the Soviet Union”, “Supporto del governo degli Stati Uniti all’azione segreta diretta all’Unione Sovietica”, conferma che le accuse russe avevano un minimo di fondamento, sebbene la vita nei paesi oltrecortina non si potesse certo definire libera.
In questa relazione, che venne scritta alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, il servizio segreto americano esponeva ad un certo comitato governativo definito “Committee 303” le finalità e i costi del progetto per “supportare” le attività dei dissidenti in Unione Sovietica. Apprendiamo che negli anni Sessanta erano attive diverse forme di propaganda politica nell’est Europa: c’era Radio Liberty, che era succeduta all’ “American Committee for Liberation from the Bolshevism”, la quale trasmetteva in onde corte in 18 lingue diverse, 24 ore su 24, era organizzato un servizio di distribuzione ai cittadini russi di libri vietati dal Politburo, era attivo un Istituto per lo studio dell’URSS che pubblicava giornali e pubblicazioni destinati allo sviluppo dell’Africa e del Medio Oriente e del lontano oriente, e c’era un “Committee”, un comitato per sostenere l’emigrazione dai paesi baltici dell’URSS: Estonia, Lituania, Lettonia.
Nei programmi futuri si parlava ora di distribuire nell’URSS i libri di letteratura e sui problemi socio-politici dei dissidenti russi, vietati dal governo comunista, di sostenere il nazionalismo ucraino, di pubblicare un giornale in lingua russa per “stimolare” e “supportare” i dissidenti dell’URSS, e infine di coinvolgere nella lettura di giornali americani anche l’intelligentsia del mondo sovietico, cioè le personalità di rilievo della cultura di Mosca.
L’obiettivo di queste idee era di stimolare una voglia di cambiamento e di apertura politica che scaturisse dall’interno dell’URSS, appoggiando quel desiderio di libertà culturale, di miglioramento della qualità della vita e di rinascita nazionalistica che erano già evidenti secondo la CIA nell’ambiente sovietico.
Un obiettivo secondario era quello di “illuminare” l’opinione pubblica mondiale e dei leader politici sulla “natura repressiva e aggressiva del sistema imperialistico sovietico”.
Ma cosa accadeva realmente in Russia? Secondo la CIA: “Il movimento di intellettuali dissidenti ha dimostrato una vitalità al suo interno. E’ ragionevole pensare - sosteneva l’intelligence americana nella relazione - che i dissidenti continueranno a cercare sbocchi per la loro letteratura e i commenti socio-politici che sono stati soppressi.” E proseguiva con una constatazione eloquente: “Ogni volta che il regime ha messo a tacere un gruppo di dissidenti, un nuovo gruppo è emerso per formare una nuova generazione di letterati dissidenti.” La dissidenza era insomma molto diffusa, ma la presenza americana era evidente: nel 1969 erano stati fatti pubblicare più di 100 titoli di letteratura e politica, mentre venivano stampati dagli USA 30mila libri in lingua russa e 2mila erano stati distribuiti clandestinamente, porta a porta, ai cittadini russi e dei paesi limitrofi. Tra questi titoli venivano ricordate le opere di Solzhenitsyn e di Sakharov. Altrettanto impegno veniva profuso per evitare la “russificazione” dell’Ucraina, sempre attraverso il supporto alla nascita di opere letterarie.
Secondo la CIA l’impatto di questa attività del 1969 era stata evidente nei fatti: a un incremento nella circolazione dei libri dei dissidenti era corrisposto un incremento dei viaggiatori russi in occidente, ma anche un aumento degli “sforzi implacabili” dei russi per sopprimere la letteratura dissidente. E’ a questo punto che veniva citato Arkady Belinkov, il russo ferito nell’incidente sull’Autosole. Il libro “identified to him”, “attribuito a lui”, e pubblicato sotto questo programma era stato considerato dal dissidente “uno sfogo verso un mondo diverso, documenti di grande importanza ideologica”.
“Interrompere il programma per evitare che l’URSS ci accusi di propaganda? Sarebbe inutile e dannoso”, concludeva la CIA, che sicuramente continuò a pubblicare i testi dei dissidenti per molti anni ancora.   

sabato 12 agosto 2017

“Togliatti provocò la morte di Gramsci”


Palmiro Togliatti cercò di isolare Gramsci, il suo grande rivale nel Partito Comunista, e ci riuscì a tal punto che anche in carcere Gramsci morì solo e malato.
Questa storia che vi ho appena accennato ci riporta indietro di parecchi decenni, ed è il frutto di un duro lavoro di copiatura e traduzione di un nuovo dossier tedesco della Stasi. In questo caso parliamo del fascicolo Mfs HA XXII 18613. I nomi sono sempre questi, cambia soltanto il numero romano e quello che segue, in cifre.
I documenti della Stasi sono reperibili, per chi li vuole leggere, all’archivio di Berlino, che è stato creato apposta per studiare l’attività della polizia politica dell’ex Germania Est. Si chiama BStU, scritto proprio così. Li ho contattati via e-mail, come sempre, con un’idea molto precisa: trovare documenti del controspionaggio per verificare le accuse dei magistrati italiani contro Gladio, per la strage di piazza Fontana a Milano. Chi meglio dell’ex Germania Est poteva aver spiato i militari del Patto-Atlantico?
I risultati sono in linea con le aspettative, cioè i tedeschi di Pankow negli anni ‘70 stavano studiando la Strategia della Tensione, procedendo nella direzione opposta a quella che abbiamo seguito noi, impelagati come eravamo, all’epoca, tra un depistaggio e l’altro dei nostri corrotti servizi segreti.
Ma ci sono anche delle sorprese, come quella che affronto in questo articolo. I paesi socialisti erano molto critici con il Partito Comunista Italiano. In un documento su Wenick lo spionaggio cecoslovacco dell’Stb aveva usato questa espressione: “I rapporti con il PCI? Non sono dei migliori”. Ne possiamo immaginare il motivo: Enrico Berlinguer, segretario del PCI, aveva ammesso pubblicamente il 15 giugno del 1976 che i comunisti italiani pensavano "di stare più tranquilli sotto l'ombrello atlantico".
Nel fascicolo 18613 gli uomini di Pankow, in una data purtroppo imprecisata, ma forse alla fine degli anni Settanta, provarono a ricostruire la storia delle Brigate Rosse. E’ una relazione che si discosta leggermente dalle altre, perché manca l’idea del “travestimento” del terrorismo nero neofascista con una falsa veste rossa. Si arriva così al Partito Comunista e a Togliatti.
“Quando si parla di brigate rosse in Italia, si deve iniziare con il PCI e dare una foto su di loro. Soltanto allora può uno andare alle brigate rosse”, inizia Pankow nel testo originale. E si parte dal lontano 1920, dalla fondazione del PCI da un’idea di Antonio Gramsci (nel testo i nomi sono spesso storpiati, e Gramsci diventa Garatschi). Gramsci, stando a questa ricostruzione, era contrario alla linea tracciata dal PCUS, il partito comunista di Mosca. Chiedeva “più indipendenza per i partiti comunisti dalla politica del partito comunista della Russia.”
“Durante la 2^ guerra mondiale, Garatschi (Gramsci ndr.) fu imprigionato con un gran numero di membri del partito. I membri restanti dell’esecutivo andarono in Francia. Si formò una leadership in esilio. G. fu esonerato da tutti i suoi poteri, e iniziò una vasta campagna di adulterazione contro G., in modo che si riuscisse ad isolarlo completamente. Questo isolamento è riuscito persino in prigione, di modo che G. è morto malato. Il capo di questa campagna è stato Palmiro Togliatti. Egli è estremista comunista nel suo punto di vista. Egli è il primo a falsificare il comunismo, superando anche Hartschow.”
Accuse come si vede molto pesanti, che arrivavano da uomini che a Berlino Est avrebbero dovuto condividere l’ideologia comunista dei nostri rappresentanti parlamentari. Questo episodio della spaccatura tra Gramsci e Togliatti serve a Pankow per introdurre la nascita delle Brigate Rosse. Entra in scena un altro personaggio che in Italia abbiamo dimenticato, ma che mi era capitato di leggere negli articoli di Giorgio Zicari, sul Corriere della Sera dei giorni successivi alla morte del commissario Calabresi: Giambattista Lazagna. Qui nei documenti viene chiamato: Giovanni Banista Latsania.
Negli anni Settanta questo avvocato ligure venne più volte accostato a Feltrinelli e alle Brigate Rosse. Il giudice Caselli era convinto che Lazagna avesse a che fare con le BR, soprattutto quando mediò per l’inserimento di Fratemitra, una spia infiltrata dai carabinieri che poi avrebbe tradito Curcio e Franceschini e li avrebbe fatti arrestare. Lazagna venne processato perché accusato di essere il capo dell’organizzazione sovversiva, ma alla fine ne uscì innocente, anche se solo per un’amnistia emanata nel 1977.
Pankow scrive: “Giovanni Banista Latsania, che era il leader dei partigiani che hanno combattuto con mezzi militari nelle città, conosciuti sotto il nome di Gap, si opponeva alla nuova politica del PCI. A causa di questa posizione è stato imprigionato.” “Negli anni del dopoguerra, il numero di quelli che erano contro la politica ufficiale del partito è diventato più ampio. Molti di sinistra che non erano a favore della lotta parlamentare sono stati esclusi.”
“Nell'anno 1968, Giovanni Banista Latsania fondò un'organizzazione militare chiamata gap. Membri: Mario Rossi, Augusto Viel. Entrambi sono stati imprigionati per una rapina in banca.” C’era poi Feltrinelli, molto amico di Lazagna, il quale fu uno degli ultimi a vederlo prima che morisse in strane circostanze a Segrate. Un particolare interessante riguarda Fratemitra. Secondo la Stasi Feltrinelli voleva “liquidare” questo monaco cattolico che aveva combattuto in Bolivia, ma in realtà era un uomo della CIA e del SID (il testo tedesco riporta proprio “liquidieren”, ossia in senso traslato eliminare, uccidere).
“Lui e un'altra persona hanno combattuto con l'obiettivo di liquidare Fratemitra, un Monaco della Chiesa cattolica, che è venuto a combattere in Bolivia. Più successivamente è risultato che era un agente del CIA e del servizio di intelligence militare italiano.” Nel testo viene scritto “lui”, ma risulta evidente che si sta parlando dell’editore milanese. L’ipotesi di Giannettini che Feltrinelli fosse stato ucciso dai tedeschi di Bonn come si vede non era poi così folle.
Feltrinelli fu anche colui che nel 1968 lavorò alla nascita delle Brigate Rosse insieme a Renato Curcio (nella relazione viene chiamato Renato Kortschu). Ci sarebbe poi stata una riunione nel 1973, a Firenze, che avrebbe coinvolto anche gli uomini di “Lotta Continua”. Viene nominato un certo Pio Paolo Bellis, editore del giornale su cui scrisse Adriano Sofri, l’uomo accusato di aver ucciso il commissario Calabresi. Secondo le spie di Pankow, “Lotta continua” sarebbe stata “la più grande organizzazione estremista comunista”. A questo tipo di politica extraparlamentare avrebbero partecipato anche Toni Negri, Dario Fo e Franca Rame, impegnati nel gruppo: “Soccorso rosso”. Scrive testualmente Pankow: “Uno degli attori più famosi d’Italia, Dario FO, ha partecipato ed è conosciuto per approvare l'estremismo, e lavora con la moglie Franca Rame al teatro. Lei è anche famosa e condivide la posizione del marito. Lei è il capo dell'aiuto rosso.”
Le linee guida di questo gruppo erano l’allontanamento dal marxismo-leninismo e la scissione dal PCI e dagli altri gruppi giovanili. “Sono sulla linea cinese di rifiuto del marxismo/Leninismo.”
Poi la relazione torna a parlare delle Brigate Rosse. La morte di Feltrinelli, che viene visto come uomo vicino ai sovietici di Mosca, avrebbe costretto i leader del gruppo terroristico a cercare nuovi contatti con l’URSS: “hanno provato a riprendere i rapporti con i Soviet - scrive Pankow - per rendere i loro propri punti di vista chiari. Non vi è alcun risultato in questa direzione, cioè, nelle relazioni.”
C’erano - aggiunge lo scrivente tedesco orientale - delle divisioni all’interno delle colonne, sulla vita pubblica delle Brigate Rosse, sulla vita privata, e nell’ipotesi di un successo della rivoluzione. Ma erano sicuramente da escludersi rapporti con i palestinesi: “Le organizzazioni palestinesi non hanno legami con le brigate rosse. Quando Augusto Villi (Viel ndr) propose di instaurare relazioni con Fatah, Korscho (Curcio) lo rifiutò. Accusò Fatah di essere un'organizzazione meschina.”

venerdì 11 agosto 2017

“Due cardinali guidano le BR”, ma era una truffa


Bisogna tornare a parlare di Ernesto Viglione. Vi ricordate quel giornalista che accusava i cecoslovacchi di essere i mandanti del terrorismo e di aver aperto le porte di Praga a Feltrinelli? C’è sicuramente lui dietro le accuse che la Stasi lanciò contro il Vaticano. Questo personaggio riaffiora dalla polvere dell’oblio grazie all’informativa Mfs HA IX 2600 della polizia politica dell’ex Germania Est.
Non ne avevo fatto alcun cenno riservandomi di controllare meglio, tuttavia tra le prove che venivano portate dalla Stasi alla tesi della matrice di destra delle Brigate Rosse c’era il caso di un brigatista pentito, che negli anni Settanta avrebbe fatto confessioni di grande rilevanza, coinvolgendo nel terrorismo la DC e il Vaticano.
In realtà, si trattava di una volgare truffa e molto probabilmente avevano ragione i giudici, che, almeno in primo grado (poi il giornalista fu assolto, mentre venne confermata la condanna del mitomane) condannarono Viglione e i suoi complici ad alcuni anni di galera.
Era successo semplicemente questo: Pasquale Frezza, un pregiudicato che già alla fine degli anni Sessanta aveva provato a depistare un altro delitto molto famoso, il caso Fenaroli, si era spacciato per brigatista rosso, mentre Aldo Moro era ancora vivo nel covo BR di via Montalcini e, grazie agli spazi che l’allora giornalista di Radio Montecarlo, Ernesto Viglione, gli concesse, riuscì a imbastire una truffa con tanto di estorsione. Il Frezza, che di professione aveva fatto il piastrellista ma era finito anche in manicomio, sosteneva di essere un ex brigatista pentito, e disse che in cambio di parecchi milioni avrebbe permesso alla giustizia di far arrestare i colpevoli. Moro nel frattempo venne trovato morto, ma l’impianto accusatorio di Frezza e Viglione continuò a tenere banco sui giornali.
Per ricostruire questa vicenda prendo spunto dagli articoli d’archivio del quotidiano La Stampa. Giuseppe Zaccaria il 9 maggio 1981 sottolineava l’assurdità di quelle accuse del duo Frezza-Viglione. Secondo loro il cardinale Poletti e Adolfo Beria d’Argentine, membri del Vaticano, facevano parte della direzione strategica delle Brigate Rosse, mentre tre carabinieri erano nel commando che trucidò la scorta di Moro in via Fani. C’era anche un piano pazzesco per sgominare l’intera banda delle Brigate Rosse, che prevedeva un finto rapimento di Flaminio Piccoli. La ricostruzione di Frezza era finita intanto sull’Espresso: a sparare a via Fani - fu scritto sul settimanale - erano stati dei carabinieri in borghese, di cui venivano forniti i nominativi, e a progettare l’agguato erano stati degli “alti prelati” del Vaticano. 
Oggi ci siamo abituati ad ascoltare di preti e cardinali (e anche carabinieri) accusati dalla magistratura, ma effettivamente per l’epoca era un po’ troppo. Eppure - proseguiva - Zaccaria su La Stampa - i politici credettero a quelle ipotesi fantascientifiche. Il ricatto andò in porto. Vi parteciparono almeno altri due uomini, un giornalista di Radio Montecarlo, Luigi Salvadori, e un certo Bruno Pelliccioni. L’onorevole Egidio Carenini versò ai ricattatori 13 milioni di vecchie lire, poco meno rispetto a quanto era stato richiesto. Fu poi la volta dell’onorevole democristiano Vittorio Cervone, che venne coinvolto nella faccenda. Quindi i mitomani furono mandati dal generale Dalla Chiesa, comandante all’epoca dell’antiterrorismo, e cercarono di ottenere denaro pure da lui.
Se ho deciso di riportare i nomi di queste persone, che oggi hanno pagato il loro debito con la giustizia, è per due motivi: intanto il caso Moro resta di attualità, dunque è legittimo fornire ai colleghi tutte le informazioni possibili, in secondo luogo è probabile che questa storia corrisponda al rapporto Impedian 235, quello dell’archivio Mitrokhin nel quale si parla di una “misura attiva” del KGB per screditare la CIA, che vide coinvolto anche l’allora Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. I tempi coincidono: il 1978-1979. Il Ministro Rognoni effettivamente relazionò al parlamento sulle accuse di Viglione e Frezza, che sembravano aprire uno squarcio su un evento che aveva commosso tutti gli italiani.
Ma non era così, mi sembra evidente. Le spie della Stasi in questo caso cascarono nel tranello, condizionate dalle voci che uscivano dal Vaticano: alcuni circoli ecclesiastici sostenevano che la DC fosse coinvolta nel sequestro Moro. L’informativa Mfs HA IX 2600 fu redatta probabilmente alla fine degli anni Settanta, quando forse il caso dei mitomani non era ancora stato smascherato. Tra le prove di una complicità della Democrazia Cristiana nel terrorismo veniva citato, nel rapporto della Stasi numero 2600, proprio l’incontro che l’onorevole Cervone ebbe con un brigatista. Pankow sembrava credere a queste accuse. Scrisse testuali parole: "Un membro del gruppo che era stato sciolto dopo l'assassinio di Moro affermò che due parlamentari e una persona collegata al Vaticano appartenevano al personale delle "brigate rosse" e avrebbero messo in scena l'operazione Moro. Secondo i suoi ulteriori ritratti, politici, parlamentari e poliziotti appartenevano alle "brigate rosse". In questo contesto è stato anche conosciuto un incontro tra il senatore democratico cristiano Cervane (che sarebbe Cervone ndr.) e un terrorista. Il pubblicista di queste informazioni è stato messo a tacere per mezzo di procedimenti investigativi." 

L'episodio sembra lo stesso di cui stiamo parlando. Ma Pasquale Frezza non era un brigatista. Non c’è traccia di questo suo legame con il mondo dell’eversione rossa, né sul web, né negli archivi dei quotidiani, né nei dossier di Cia, Stb, Stasi, Kgb.
La notizia del primo arresto di Pasquale Frezza, “il piastrellista marsigliese”, era uscita su La Stampa il 28 ottobre 1969. In quel caso l’uomo aveva cercato di inserirsi in un delitto passionale che avevano seguito tutti gli italiani: il caso Fenaroli. Con i due assassini già in carcere da tempo (il delitto si consumò nel 1958), Frezza cercò di far accusare dai giudici Gaetano Martirano, fratello della vittima, che si chiamava Maria Martirano. La donna fu uccisa, secondo la sentenza passata in giudicato, dal marito Giovanni Fenaroli con la complicità dell’amico Raul Ghiani. Si scoprì subito che il piastrellista in mano non aveva alcuna prova per far riaprire il caso, né i fantomatici gioielli che non si trovavano e che Frezza avrebbe ricevuto, con tanto di lettera di accompagnamento, dal fratello della Martirano.
Da quanto leggo nei giornali d’archivio, anche in questo precedente degli anni Sessanta il Frezza poté esibirsi in molti articoli nazionali, millantando segreti a cui nessuno credette, fin dal primo momento. L’unico che diede credito a questo signore fu Ernesto Viglione, appena nove anni dopo, in un momento estremamente tragico per la nazione. Cosa concludere? Io credo che Viglione non fosse pazzo, ma che, come sospettavo tempo fa, potesse essere in contatto con i paesi dell’est, pur lavorando per un giornale della DC come Il Settimanale. E ritengo possibile che abbia partecipato alle “misure attive” dei paesi socialisti, i quali, come ho dimostrato con il dossier cecoslovacco, tentarono in tutti i modi di far accusare la CIA per il terrorismo italiano. 

martedì 8 agosto 2017

Voci in Vaticano: “Aldo Moro era malato di cancro”


Aldo Moro prima di essere sequestrato dalle Brigate Rosse in via Fani, il 16 marzo del 1978, sapeva di essere malato di cancro alla gola. I medici gli avevano diagnosticato poche settimane di vita.
Sono le voci che la Stasi raccolse in quel periodo in Vaticano tramite un proprio infiltrato, che probabilmente si chiamava generale Otto. Il rapporto spionistico è sempre quello nel quale vennero ipotizzate le cause della morte di Giovanni Paolo Primo, datato 18 ottobre 1978. Il suo nome, nel codice che gli è stato assegnato dall’archivio di Berlino della Stasi, è il seguente: Mfs HA XX 13332.
A pagina nove c’è un breve paragrafo intitolato: “Le opinioni in Vaticano per la morte di Aldo Moro”. Il presidente DC, già gravemente malato, sarebbe stato ucciso in un rapimento organizzato dalla Democrazia Cristiana. Parecchi circoli del Vaticano avrebbero parlato di accordi tra le alte autorità del Vaticano e la Democrazia Cristiana, che sarebbero state a conoscenza di un progetto per rapire Moro. Il movente del delitto starebbe, secondo queste indiscrezioni, nella politica senza via d’uscita in cui la Democrazia Cristiana si era avviata: non poteva far altro che collaborare con il Partito Comunista. Il sacrificio di Moro avrebbe invece offerto un evento sensazionale grazie al quale “guadagnare prestigio nella popolazione” e interrompere il Compromesso Storico.
Sulla malattia di Moro, che certamente non viola la privacy della famiglia, sia perché si tratta di un personaggio pubblico, sia perché una tale circostanza potrebbe spiegare certe scelte dei politici durante il rapimento, non ho trovato, in ogni caso, alcuna traccia nel web. Una conferma che Moro stesse male può arrivare dalla storia della borsa con i medicinali, che il magistrato Infelisi prelevò dalla macchina presidenziale dopo la strage di via Fani, e che restituì alla moglie dello statista poco dopo. Di certo della necessità di prendere farmaci Moro parlò alla moglie, la signora Eleonora Chiavarelli, nelle sue lettere dalla prigionia. 

Il testo originale dell'informativa tedesca è leggibile solo parzialmente. Molte parti sono sbiadite. Ho quindi cercato di incrementare il contrasto, con i programmi di editing del computer, per far riaffiorare anche i segni delle parole mancanti. La parola “kehlkopfkrebs”, ossia “cancro alla gola”, era una di quelle meno visibili con la luminosità originale, tuttavia dopo aver letto e riletto più volte il testo ritoccato mi sono convinto di non aver sbagliato.
“Le opinioni in Vaticano per la morte di Aldo Moro
Nei circoli del Vaticano e sotto l'alta autorità spirituale, si ritiene che il rapimento e la morte di Moro siano stati organizzati dalla DC. La politica della DC era caduta in un vicolo cieco, poteva esercitare solo il potere di governare in collaborazione con il Partito comunista italiano. Moro è stato attivo nel lavoro con i comunisti. Le forze di destra della DC erano in disaccordo con la politica di Moro ed è venuto agli scontri duri nella DC. Al fine di rivalutare l'intera politica della DC, la destra aveva bisogno di un evento spettacolare per isolare Moro all'interno e per sollevare la cooperazione con i comunisti. Prima del rapimento, Moro sapeva che aveva il cancro alla gola e tutti i medici gli avevano dato solo poche settimane da vivere. Con il rapimento e la morte di Moro, la DC ha trovato un martirio e guadagnato grande prestigio tra la popolazione. Ora la DC è stata in grado di riconquistare la sua completa indipendenza e di promuovere la lotta contro il partito comunista italiano. Parecchi circoli in Vaticano presumono che vi fossero accordi tra la DC e l'alta autorità del Vaticano e che fossero accuratamente informati sul rapimento. Forze di destra nel Vaticano esercitano da quel momento un’influenza ancora più forte sul governo d’Italia. Il politico DC Fanfani è di nuovo sotto la guida dell'ala destra della DC, dopo la morte di Moro. Ha una percentuale vicino alla forze di destra del Vaticano ed è un avversario della cooperazione con i comunisti.”

sabato 5 agosto 2017

Papa Luciani, una morte "causata dai cardinali"


La caduta il 9 novembre del 1989 del muro che divideva Berlino e le due germanie decretò la fine delle dittature socialiste. Ma, se quella parte del mondo avesse potuto parlare, forse tanti misteri della nostra storia occidentale sarebbero stati svelati, e tra questi la morte misteriosa di un Papa.
Papa Giovanni Paolo primo non appoggiava la democrazia cristiana e per questo sarebbe stato sovraccaricato di lavoro dai cardinali a tal punto da provocarne la morte. E' il contenuto di un'informativa della Stasi che fu redatta il 18 ottobre 1978 grazie alla presenza di agenti segreti infiltrati in Vaticano. 
Albino Luciani fu proclamato Papa il 26 agosto del 1978. Morì di infarto il 28 settembre dello stesso anno. Fu uno dei pontificati più brevi della storia. In quegli anni non erano i soldi della banca dello Ior, stando a questo breve dossier dell'ex Germania Est, a preoccupare i prelati, bensì i rapporti con i paesi socialisti, i quali premevano per ottenere un riconoscimento politico. Papa Luciani aveva intrapreso questa strada: "proseguire i negoziati con gli Stati Socialisti al fine di arrivare rapidamente a dichiarazioni vincolanti", scrivevano le spie dell'est. Che proseguivano: "Ha anche espresso un particolare interesse per i negoziati con la RDT. Con la morte improvvisa di Papa Giovanni Paolo I tutte le attività del Vaticano a negoziare con i paesi socialisti si sono interrotte."
I comunisti ne erano sicuri: Papa Luciani non voleva sostenere la DC. "Voleva essere il pastore di anime della Chiesa universale, in contrasto con la maggioranza dei Vescovi e Cardinali italiani, che erano strettamente legati alla DC." 
A questo punto, stando a queste accuse, che leggiamo in una traduzione buona ma non perfetta dal tedesco, alcuni esponenti della Curia si sarebbero comportati in modo scorretto. Solo il segretario di Stato Jean Villot avrebbe cercato di rafforzare il potere di Giovanni Paolo Primo. "I capi delle congregazioni vaticane (ministeri) non hanno dato alcun sostegno al Papa. Lo hanno inondato con i problemi e lo hanno esortato a prendere decisioni su questioni su cui non poteva avere alcuna competenza." "La voce, in Vaticano, è che la morte del Papa Giovanni Paolo I sia stata dal sopraccarico deliberatamente causato dai Cardinali della Curia. Questo è anche il parere del Monsignor PANGRAZIO. La famiglia del defunto, nonché alcuni Cardinali, hanno chiesto l'autopsia del cadavere che è stata respinta dalla Curia." Di qui i tanti dubbi sulle reali cause della morte.

mercoledì 2 agosto 2017

Spunta un patto tra l'Italia e i terroristi armeni


Nel 2017 in Russia sono stati celebrati i 40 anni dagli attentati di Mosca. L’8 gennaio del 1977 una serie di bombe lasciate nella metropolitana aveva provocato sette morti e decine di feriti. La notizia uscì sui giornali solo nel mese di febbraio. Altri ordigni furono trovati a Mosca nel mese di novembre, sempre del 1977. Si può dire che fu un periodo denso di attacchi terroristici. Il Kgb condusse un’indagine, che si concluse con tre colpevoli. Erano nazionalisti armeni, armati di ideologie separatiste come i ceceni degli anni ‘90. Il tribunale condannò questi terroristi alla pena capitale, ma la loro morte fu letta dai dissidenti come un depistaggio. Secondo questi ultimi il Kgb avrebbe architettato da solo gli attacchi alla metro come provocazione. Eppure non si può escludere che vi fosse lo zampino dei servizi segreti occidentali. Nel gennaio del 1984 l’americana Cia redasse un rapporto sul terrorismo armeno nel quale denunciava dei legami tra il governo italiano e i terroristi armeni.  E non solo, si parlava anche di complicità francesi. Si intitolava: “The Armenia Secret Army for the Liberation of Armenia: a continuing international threat”, ossia “L’esercito segreto per la liberazione dell’Armenia, una continua minaccia internazionale”. Gli anni in cui questo avvenne sono la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta. Sembra che per evitare che i nazionalisti armeni colpissero obiettivi in Italia il governo democristiano dell’epoca cercò di accontentare questi criminali, i quali chiedevano che venissero interrotti i flussi di emigrazione degli armeni verso l’URSS. L'Italia tuttavia mutò solo il nome delle agenzie che si occupavano degli emigranti armeni, ma ciò fu sufficiente per non subire più attacchi come quello del 22 dicembre 1979. Quelngiorno, scrive il dossier della Cia, a Roma una pensione che ospitava dei migranti armeni venne attaccata da un gruppo terroristico. L'accordo fu concluso nel febbraio del 1982, quando venne annunciato che i terroristi armeni non avrebbero più compiuto attacchi in Italia se non su obiettivi turchi. In cambio entro sei mesi il nostro governo avrebbe dovuto chiudere tutti gli uffici per l'emigrazione. Ma come abbiamo visto i democristiani escogitarono una via d'uscita meno umiliante. Questo dossier della Cia è stato desegretato il 30 aprile del 2013.