sabato 29 aprile 2017

Gli incappucciati della P1 che guidavano le BR


Le possibilità che gli americani siano stati i grandi manovratori delle Brigate Rosse che rapirono Aldo Moro passano inevitabilmente per un personaggio, e per una storia. Il personaggio è Luigi Cavallo, la storia è quella un po’ dimenticata della Supermassoneria.
Siamo nel 1977, e sulla Stampa scoppia il caso delle logge massoniche deviate. Tutto era nato da un dossier scandalistico costruito da un massone dissidente, Francesco Siniscalchi, ingegnere antifascista, oppositore del gran maestro della loggia storica di Palazzo Giustiniani, Lino Salvini. Finito nelle mani del magistrato di Firenze che indagava sulla morte del suo collega Occorsio, e cioè Pier Luigi Vigna, e poi in quelle di Alessandrini e Lombardi della procura di Milano, il dossier aveva rivelato ciò che solo diversi anni dopo fu accertato dalle indagini dei pm Colombo e Turone. Licio Gelli aveva fondato una Supermassoneria che aveva due livelli, e non solo uno come poi fu detto. Non vi era soltanto la loggia P2, infatti, che era formata da industriali, banchieri, militari, uomini dei servizi, magistrati, giornalisti, funzionari di Stato e parlamentari, ma anche la P1. Quest’ultima era segretissima. I suoi membri potevano riunirsi soltanto con indosso guanti bianchi e cappucci, in modo da non essere riconoscibili. Al suo interno comparivano funzionari di Stato che avevano raggiunto i gradi più alti, dal quinto in poi.
Messe insieme, queste due logge formavano l’Ompam, un’organizzazione mondiale di cui si parlò anche in seguito, ma che nel suo libro Gelli negò che avesse dei programmi politici segreti. Il giudice Occorsio aveva scoperto, ed era stato forse per questo ammazzato, che l'Ompam aveva ramificazioni che arrivavano alla mafia e all'anonima sequestri.
Cosa c’entrano gli americani in tutto questo? E in che modo si può giungere alle Brigate Rosse? Innanzitutto va ricordata la testimonianza di un mio lettore, il quale sosteneva di aver visto, vicino alla base militare segreta di Monteconero, che sarebbe riconducibile appunto agli americani, proprio delle persone che si aggiravano incappucciate e vestite di nero.
Secondo l’inchiesta di Alessandrini e Lombardi questa Ompam avrebbe avuto una struttura “complessa e piramidale”, scriveva il giornalista della Stampa Mario Bariona nel suo pezzo dell’8 marzo 1977. Quasi tutti i partiti erano avvolti dai tentacoli di questa piovra, e anche alcuni servizi segreti occidentali come la CIA. “Da questa struttura - proseguiva Bariona - si sfocia nel terrorismo rosso e nero, con il fine eversivo di dare un ordine nuovo al paese, una specie di Golpe Bianco.” I legami con le Brigate Rosse sarebbero stati garantiti soprattutto da un losco personaggio, Luigi Cavallo. Cresciuto come giornalista dell’Unità nel partito Comunista, e da esso cacciato nel secondo dopoguerra, si era avvicinato al movimento anticomunista “Pace e libertà” di Edgardo Sogno. “Cavallo come è noto - sottolineava il giornalista della Stampa - ha ottenuto finanziamenti persino da industrie (Fiat) e politici insospettati, come Craxi (PSI). Con l’infiltrazione di emissari, Cavallo sarebbe arrivato al cuore di una parte dei sedicenti NAP e Brigate Rosse.”
Un’accusa molto pesante e difficile da dimostrare, quest’ultima. Ma a dire il vero qualche indizio esisterebbe. Quando in seguito all’assassinio del giudice Coco, nel 1976, venne scoperto dagli inquirenti l’archivio delle BR, negli appartamenti di Torremaggiore Bergamasco e di Verona del brigatista Franco Brunelli, fu notata una strana coincidenza nei documenti. Le schedature che questi terroristi avevano preparato sui possibili obiettivi di attentati, riguardanti membri della sinistra italiana, avevano secondo gli investigatori somiglianze sospette con lo stile di Luigi Cavallo.
C’erano infiltrazioni di servizi segreti europei? L’inchiesta sulla Supermassoneria stava in effetti portando verso questa ipotesi. Venivano fatti nomi di uomini della CIA che secondo i giudici risultavano affiliati alle due logge, la P1 e la P2: Frank B. Gigliotti, Generoso Pope, John Montana e Charles Fama.
Purtroppo il dossier cecoslovacco che finiva per interessarsi di questi personaggi americani non ci permette di fare grosse scoperte. Degli agenti che abbiamo trovato nell’articolo di Bariona non risulta nulla. Né ci è d’aiuto la relazione che le spie comuniste prepararono, sempre in quel periodo, nel 1976, su quello che nel dossier sembrerebbe il sospettato principale del terrorismo: Michael Kostiw.
Le spie sovietiche facevano i loro interessi. Cercavano di evitare che quell’eversione rossa o nera che insanguinava l’Italia potesse debordare oltrecortina. E se gli incontri al ristorante romano Da Benito con Martin Wenick erano stati un po’ burrascosi, con qualche urla di troppo, con Kostiw furono registrate serate galanti e scambi di cortesie.
Il 10 marzo 1976 la spia dei servizi cecoslovacchi raccontò in un rapporto scritto la cena che fu organizzata nell’appartamento di questo membro dell’ambasciata americana. Viveva a Roma, vicino a piazza Euclide, in via Antonio Plana 6 o 10 al quarto piano. Una vita normalissima quella di Michael Kostiw, con un figlio piccolo, i problemi nel lasciarlo solo senza baby sitter, e quelli legati all’anonimato in cui sembra che questo agente americano vivesse. Non c’era il suo nome sulle targhette, ma solo all’interno dello stabile. La spia di Praga si recò all’appuntamento e prese nota di tutto ciò che vide.
Kostiw a cena raccontò la sua vita. Era nato nel 1948 e aveva lavorato nella Shell, con la quale aveva visitato l’Indonesia e il Borneo. La moglie aveva 23-24 anni ed era nativa di New York. Il padre e lo zio erano avvocati e avevano dei parenti in Virginia che ogni tanto andavano a trovare. Il figlio, Michele, aveva in quel momento 5 mesi. Era nato a Roma. La spia cecoslovacca si soffermò nella sua relazione su particolari apparentemente insignificanti. I Kostiw non possedevano il televisore (nel 1977 anche in Italia era in arrivo il TV color). La macchina l’avevano comprata da poco da un addetto militare. L’appartamento non era certo di lusso: due cucine, camera da letto, soggiorno e una piccola stanza di servizio per la lavatrice. La camera da letto era ammobiliata all’americana, mentre la cucina era ben attrezzata con dispense. “Ho visto - sottolinea la spia cecoslovacca - un grande frigorifero di grandi dimensioni.” Il soggiorno e la seconda camera da letto seguivano i gusti europei.
A tavole le spie dell’est e dell’ovest conversarono del più e del meno: della vita in Italia, del turismo, della scuola italiana, del cibo. Una volta a settimana i Kostiw si facevano inviare una fornitura statunitense di carne e prodotti lattiero-caseari provenienti dagli Stati Uniti. Il compito di Kostiw era quello di supervisore di trasferimenti di valuta all’estero, in particolare negli Stati Uniti. In programma aveva già altre cene, al consolato delle Mauritius il 15 marzo 1976.
Una vita normale, insomma, concluse nella relazione l’agente cecoslovacco: “Il discorso di Kostiw e della moglie durante la cena non è stato violento, non hanno chiesto le circostanze della vita o dell'ambiente e nemmeno i nomi dei nostri dipendenti in Italia.  No so se ha aggiustato le risposte o qualcosa del genere che varrebbe la pena di registrare.
Nulla di sospetto ho scoperto nell'appartamento di Kostiw. Frugale cucina americana, piccola bevanda alcolica.” “Uscendo, abbiamo ringraziato per il buon cibo ed il gentile invito e il computer cortesemente utilizzato. Come dalle circostanze, per quanto Kostiw ha permesso, abbiamo fatto un invito per il nostro partito. (La moglie di Kostiw infatti ha dichiarato che non ha nemmeno la possibilità di poter regolarizzare una baby sitter, ma non manifesta odio, anche se deve lasciare a malincuore da solo un così piccolo ragazzo).”
Come si può vedere, seguendo le inchieste dell’intelligence comunista le indagini sulla Supermassoneria si perdono nel nulla.

lunedì 24 aprile 2017

“Gli americani? Sono fermi agli anni ‘50”


Gli americani sono fermi ai tempi della guerra degli anni ‘50. L’uomo che pronunciò queste parole non aveva in mente i programmi recenti del presidente americano Trump contro la Corea del Nord. Era un agente degli ormai scomparsi servizi segreti cecoslovacchi. Si chiamava Lamac.
Bisogna tornare molto indietro nel tempo. Al ristorante “Da Benito” sulla via Flaminia Nuova, a Roma, non lontano dalle campagne in cui quasi un secolo fa fu ritrovato il corpo dell’onorevole socialista Matteotti, fatto uccidere da Benito Mussolini, si incontrarono più volte le spie dell’est e dell’ovest. Era il 1977. In gioco c’era la pace mondiale in un momento critico della Guerra Fredda. Il partito comunista, grazie alla politica del presidente democristiano Aldo Moro, si stava avviando a conquistare la guida del governo italiano. In un suo libro del 2005 il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, scrisse che gli ambasciatori degli Stati Uniti, nelle loro relazioni che da Roma spedivano all’amministrazione dell’allora presidente Carter, spingevano per una soluzione di compromesso storico. L’obiettivo sarebbe stato quello di favorire le riforme economiche, di cui l’Italia aveva urgente bisogno.
Ma evidentemente non tutti la pensavano allo stesso modo. C’era un uomo misterioso che si aggirava per i salotti della politica italiana e che si dichiarava anticomunista e antisovietico. Si chiamava Martin Arthur Wenick. Secondo le relazioni che i servizi segreti cecoslovacchi prepararono in quel periodo, Wenick era nato nel 1939 nel New Jersey, negli Stati Uniti. Si era laureato nel 1961 in Scienze Umane, quindi aveva iniziato a girare per il mondo per il Foreign Service, grazie alla sua grande padronanza delle lingue. Era stato in Afghanistan, Cecoslovacchia, Urss, e nel luglio del 1974 era arrivato a Roma, in Italia.
Cercando di lui sui giornali italiani si ottengono poche informazioni. Esiste comunque un interessante articolo del Corriere della Sera del 1975 nel quale vennero scritte queste parole: “Almeno una volta alla settimana il signor Martin Wenick, un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, che nessuno si preoccupa di nascondere sia un collaboratore dei servizi segreti americani, si reca a far visita a Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del Partito Comunista Italiano.” Le visite, specificava il Corriere riprendendo un articolo del settimanale “Mondo”, avvenivano a via delle Botteghe Oscure, nel quartier generale del PCI. Niente di segreto insomma. Nemmeno i contenuti dei dialoghi. “Spieghiamo a Wenick come stanno le cose qui da noi”, disse Segre.
Gli americani si stavano intromettendo nella politica italiana. “Per l’America, l’Italia non è un paese dove sia possibile in pochi mesi rastrellare la maggioranza azionaria di tutte le industrie”, interveniva sempre sul Corriere un anonimo funzionario dell’ambasciata americana. In altre parole gli Stati Uniti non potevano essere certi che l’economia italiana restasse nell’area del capitalismo.
Il 25 maggio del 1977 in uno degli incontri al ristorante “Da Benito” sulla Flaminia, Wenick commentò così al suo interlocutore dell’Stb cecoslovacco gli articoli italiani. “La stampa italiana è gravemente inaffidabile, scrive bravate e poi non si vergogna di dimostrare che non era vero.” Sui presunti incontri a Botteghe Oscure con Segre aggiunse. “Si discute con lui solo occasionalmente, quando ci si incontra alla reception.”
Entriamo allora nel vivo della discussione segretissima che avvenne nella periferia di Roma. Le spie cecoslovacche cercarono tra il marzo e l’ottobre 1977, meno di un anno prima del rapimento di Aldo Moro, di contattare questo Wenick. Volevano ottenere da lui delle informazioni. Quali? E perché lo ritenevano così importante? Probabilmente la risposta sta nell’aumento delle armi atomiche in Italia. Se ne parla in alcuni passaggi delle relazioni che i servizi cecoslovacchi archiviarono nell’ormai famoso dossier sul terrorismo italiano. In pratica, secondo l’Stb gli americani stavano violando gli accordi militari incrementando gli armamenti, incolpando poi delle crisi l’Unione Sovietica. “Gli Stati Uniti D'America - scrisse l’agente Lamac - sono così in anticipo nello sviluppo della tecnologia delle armi, che possono avventurarsi ed osare una corsa agli armamenti. Il fatto è che costa un sacco di soldi”. Lamac giudica Wenick a questo punto un “falco” di destra che vuole il ritorno alla Guerra Fredda: “Egli si è dichiarato antisovietico e anticomunista in quanto ha detto che è convinto del nostro regime antidemocratico.”
Ed ecco il punto che mi ha colpito di più. E’ il 15 luglio 1977 e sono le ore 13.30-15.15. Il luogo dell’incontro stavolta è il ristorante Olivetti, in via Flaminia 720. Scrive l’agente cecoslovacco: “Ho detto che in questa situazione è inutile per noi incontrarci, ho pensato che i nostri dibattiti potrebbero essere condotti nello spirito della coesistenza pacifica e della politica di distensione e nello spirito degli accordi di Helsinki. E tuttavia egli parla come negli anni di guerra, negli anni 50.”
Questo Wenick viene descritto come una persona irascibile, che urla sovente per imporre le sue ragioni politiche. E’ ridicolo, ma la Guerra Fredda si decise in un ristorante del quartiere Tor di Quinto, a nord di Roma, nei caldi pomeriggi dell’estate e dell’autunno della Capitale. “Wenick ha un po' ammorbidito la sua voce - racconta la spia cecoslovacca - e ha detto che è già stato fatto un accordo a Belgrado su programmi e modi da tenere per l'udienza principale, ma il dibattimento e gli appuntamenti di Belgrado nel 1977 sono caduti. Wenick ritiene che la rottura non si verificherà e che, naturalmente, alla fine, l'accordo costruttivo in ultima analisi sarà rispettato.” La traduzione che state leggendo è stata redatta da una persona che conosce il cecoslovacco, tuttavia non è affidabile al 100%.
La relazione di Lamac prosegue: “Ma da ovest dice che si deve difendere e promuovere il rispetto dei “diritti umani“ nei paesi socialisti. La libertà di parola, la libertà di espressione politica e lasciare lo show a coloro che sono più sicuri nel regime capitalista, che è più ricco, è più efficiente e anche il più libero. Ha detto che si deve accettare il principio della “concorrenza“ tra le due modalità. Siamo alla prima riconciliazione dopo Helsinki, ma ha proclamato che ciò non lo è tra le ideologie, per continuare la lotta.”
L’agente cecoslovacco ribatte alle accuse di Wenick. Rammenta il colpo di stato di Pinochet in Cile e afferma: fu favorito dalla CIA. Poi commenta la dura guerra ai Vietcong. “Ho attaccato Wenick: come può esso e gli Stati Uniti dare lezioni sui “diritti umani“, come si può pretendere di essere un “Angelo della democrazia“. Si vogliono una democrazia che li soddisfi, un imperialismo Americano, il capitalismo mondiale. Come il Vietnam? Perché hanno bruciato l'intero paese solo perché il Vietnam voleva un modo diverso di capitalismo da quello che volevano loro, perché ai Vietnamiti volevano imporre la loro volontà? No non accetto da lui nessuna predicazione e lezioni. Wenick era capace solo del fatto di uccidere i comunisti.” 
“Ho difeso la nostra democrazia socialista che serve la stragrande maggioranza di tutti i lavoratori ed è il sistema più equo in cui possono sentirsi repressi solo da coloro che vogliono sfruttare gli altri. Lo ammetto, e continueremo a farlo.”
Nell’ultima parte si parla dell’Italia e delle installazioni militari della Nato. Secondo Lamac, queste ultime erano superiori come numero, nel 1977, alle forze armate dell’URSS in Cecoslovacchia. “Ovunque si voglia evitare che le forze comuniste entrino nei governi democraticamente viene usata un po’ di violenza di destra”.
L’impressione è che Wenick rappresenti quella forza reazionaria all’interno della Nato, chiamata Gladio, Stay Behind. Del resto, la traduzione letterale di queste parole è: “rimanere indietro, rimanere fermi, attardarsi, trattenersi”. Appunto, restare fermi agli anni ‘50 come nelle accuse delle spie cecoslovacche: “Wenick - furono le conclusioni della relazione - è un sostenitore della reazione politica degli Stati Uniti, si tratta di un “falco“ - ripete ancora una volta - è sadicamente anticomunista e antisovietico. Le sue informazioni, comunicati, si mostrano solo per la linea dura”.
Wenick a questo punto sembra chiudere i rapporti con Lamac. “E’ il nostro ultimo incontro”, dice. Ma non fu così. L’incontro decisivo tra Lamac e Wenick avvenne il 30 settembre 1977 al ristorante “Da Benito”, in via Flaminia Nuova, sempre tra le 13.30 e le 15.
In questo appuntamento Wenick sembra inizialmente più accondiscendente, poi però attacca la politica dei paesi socialisti e la spia cecoslovacca perde la pazienza.
“Wenick con mio stupore aveva una espressione più mite di quella precedente. Ha riconosciuto che non ci sia altra alternativa che cercare la possibilità di coesistenza. E comincia più a lungo la litania che non sono loro come Stati Uniti che hanno voluto combattere, ma noi siamo ideologicamente”. “Dice che vivere con la politica di distensione non significa la direzione ideologica, è necessario continuare la lotta ideologica.”
Lamac replica colpo su colpo: “Naturalmente, ho subito fatto notare i loro reati contro l'umanità, il razzismo, la disoccupazione, il sollecitare la loro volontà in altre nazioni, il neo-colonialismo. Wenick ha reagito con rabbia. Visione curiosa che essi hanno di come cambia la situazione, quello che era negli anni ‘50 non è oggi. Per progredire in avanti credo che dobbiamo fare un passo in avanti e non continuare come negli anni ‘50. Ho fatto nuovamente notare a lui di non radere al suolo il progresso.”
Gli Stati Uniti intanto stavano sostituendo le armi tradizionali con la bomba atomica, la cosiddetta “bomba N”. Curioso e grave è il fatto che di questo si parlasse a Roma.
La spia cecoslovacca commenta così le parole di Wenick: “Secondo loro, l'introduzione di bombe N è una attrezzatura modernizzata, la sostituzione di vecchie testate, con testate N presumibilmente non mina i negoziati sul disarmo.” “Ho rifiutato la sua non corretta interpretazione, l'introduzione di bombe N non faciliterà le trattative sul disarmo, ma farà prevalere i diritti di sfiducia e di tensione.”

E il partito comunista italiano? In uno dei primi incontri si era parlato anche di questo. Wenick non auspicava affatto l'ipotesi di un compromesso storico. L'11 marzo 1977, sempre al ristorante "Da Benito", l'agente Lamac aveva annotato queste parole della spia della CIA: "Egli ha sostenuto che per l’America la situazione non è chiara e non può ottenere un quadro attendibile di ciò che gli Italiani vogliono. Inoltre essi non hanno chiaro il ruolo del PCI. Da un lato il PCI a parole è revisionista, vuole il pluralismo e la libertà del singolo, non vuole la dittatura del proletariato e non gli piace la nazionalizzazione del paese. D'altra parte però, sconfiggere il comunismo, e in qualsiasi momento, è possibile". "Gli USA considerano che il PCI continua ad essere comunista e quindi si oppongono al suo ingresso al governo con la DC." C'è a questo punto un passaggio poco chiaro nella traduzione, ma sembra di capire che gli Stati Uniti non avrebbero potuto impedire un atto di violenza dei comunisti, tuttavia reputavano impossibile l'entrata al governo del PCI, perché sarebbe stata rivista la partecipazione italiana alla Nato. E questa è la conclusione: "Essi non credono che il PCI ottenga il governo, credono nel potere e nella capacità della DC e degli altri partiti democratici." I fatti diedero loro torto. La DC aprì le porte ai comunisti e Aldo Moro fu rapito proprio il giorno del giuramento del nuovo governo.
Questi documenti inediti aprono una breccia nella sempre più arida e omertosa politica internazionale di questi ultimi anni. Dimostrano che, se fosse venuta alla luce l’opinione dei paesi oltrecortina, e non fosse esistito solo il punto di vista occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, oggi non conosceremmo solo le criticità dell’economia pianificata dell’URSS, ma anche l’aggressività della Nato verso i propri nemici, della quale la perenne lotta al terrorismo costituisce probabilmente solo ciò che emerge dai soffocanti segreti militari.
Un anno dopo, rispetto agli incontri di via Flaminia, nell’estate del 1978, Wenick venne visto a Praga insieme al futuro regista Lorenzo Minoli e al sindacalista Marco Ricceri. Cosa avevano in comune un sostenitore della linea dura della Nato e il fratello di uno dei più famosi giornalisti italiani qual è Giovanni Minoli? Ho provato a contattare Lorenzo Minoli tramite Twitter, ma non ho ottenuto risposta.

sabato 22 aprile 2017

Non è l’ex giudice Di Pietro il ladro di Torino?

La foto che comparve il 25 novembre 1968 sulla Gazzetta del Popolo.

Penso che molte persone, dopo aver letto i miei articoli, abbiano cercato nell’archivio della Stampa notizie su Antonio Di Pietro. L’ex giudice di Mani Pulite da giovane era un ladro d’automobili che cercava di sfuggire ai controlli della polizia? Tutto lo lasciava supporre: età, fotografia, nome e cognome, la passione per le auto, anche l’intervista di Montanelli su Youtube in cui il giornalista dice di Di Pietro: “Era un mariuolo”. Cioè un furfante. Ma assai probabilmente non si tratta della stessa persona.
Mi trovavo a Torino per la mia passione per il collezionismo di figurine. In questo fine settimana c’è l’interessante appuntamento di Torino Comics (un po’ deludente per le figurine a dire il vero). Non ero mai stato a queste convention per fumettisti, artisti e videogiocatori. Alla fine mi sono detto: proviamo a vedere se alla biblioteca civica sono ancora aperti: lì dovrebbe essere disponibile l’archivio della Gazzetta del Popolo, all’epoca concorrente della Stampa.
Un altro giornale con la cronaca di Torino era L’unità, nel 1968. La Gazzetta del Popolo la si può leggere pure a Novara, ma nei faldoni del 1968 mancano tutti i lunedì. Forse perché la biblioteca Negroni era chiusa e non riceveva i giornali. Insomma, a Torino i lunedì ci sono. Si leggono in microfilm. Arrivo con molta concitazione al 25 novembre 1968 scorrendo il rullo come facevano i montatori che aiutavano Carlo Sassi nella Moviola della Domenica Sportiva. Ed ecco, mi dico, adesso avrò altri dettagli sulla strage del Mappano. E infatti ci sono. E c’è pure una foto.
Questo giornale era inquietante. Si trattava di un quotidiano dell’ala di sinistra della Democrazia Cristiana. Dico inquietante perché in quel novembre 1968 ogni giorno pubblicava dei tragici fatti di sangue nella cronaca di Torino. Omicidi di gelosia, tentati suicidi, incidenti spettacolari. Sentite qua: “Trentadue anni, bella, ricca, si spara perché si sente sola”; e c’è un primo piano, con nome e cognome, della protagonista ferita sul letto d’ospedale. Raccapricciante. Un altro che mi sono salvato: “Due operai di Carmagnola uccisi nello scontro con l’auto di tre soldati appena congedati”; sotto vi sono le foto di morti e feriti imbacuccati nel letto dell’ospedale. “Uscito dal manicomio pugnala la moglie “Mi hai stregato tu”. Sotto ci sono la foto di lei, e di lui mentre, ammanettato, viene portato in carcere da due gendarmi in borghese. “In sette a tavola per la cena di Natale, crolla il pavimento e finiscono in cantina”. Anche qui tutte le foto dei componenti della famigliola e dei soccorsi. Tutti questi articoli, e molti li ho tralasciati perché volevo solo dei piccoli esempi, uscirono tra il 25 novembre e il Natale del 1968.
Torino è una grande città, mentre lo spazio per la cronaca locale all’interno della Gazzetta del Popolo era di una sola grande pagina. Certo, poca cosa. Ma nonostante ciò mi ha colpito che non ci sia praticamente mai un ritorno su questi fatti. Intendo dire che i giornalisti, presi dalla cronaca giornaliera densa di notizie, non continuavano a seguire le vicende più tragiche nei giorni successivi. Niente aggiornamenti sui feriti, se ci sono sono veramente pochi, niente funerali, nessun seguito delle indagini. Questo valse soprattutto per il fatto del Mappano, che vide protagonista Antonio Di Pietro.
No, in realtà bisogna forse correggere il suo nome: la Gazzetta del Popolo e L’Unità parlarono di un Antonino Di Pietro. I fatti li conosciamo. Il diciottenne Di Pietro, domenica 24 novembre 1968 tra le 11 e le 12, temendo di essere stato scoperto dalla polizia, non si fermò all’alt a un posto di blocco e si mise a correre all’impazzata per la periferia di Torino. Mise sotto alcune persone e le lasciò in un lago di sangue. Poi si schiantò e si ferì gravemente. La polstrada lo andò a salvare dal linciaggio della folla e impedì a un giornalista, forse complice, di salvarlo dall’arresto.
In entrambi i quotidiani, Gazzetta del Popolo e L’Unità, compare ora la madre di Antonino o Antonio Di Pietro. Corse all’ospedale e disse ai poliziotti, mentre lo piantonavano per poi trasferirlo in carcere e affidarlo al giudice istruttore, che temeva per il figlio, il quale faceva l’idraulico e rischiava con quella bravata di perdere il posto. L’idraulico, dunque. In un articolo del Giornale è stato scritto qualche anno fa, nel 2011, che Antonio Di Pietro da bambino sognava di fare quel mestiere, proprio quello: l’idraulico. Perché gli piaceva veder scorrere l’acqua. Ma questo Di Pietro del Mappano a 18 anni lo faceva davvero l’idraulico. Anche il nomignolo, Antonino, lo abbiamo sentito tante volte in televisione. In realtà Indro Montanelli nei suoi libri parlava di “Tonino”, ma cambia poco. Sempre di un diminutivo si tratta. Che comparve in questo caso di Torino quando i giornali fecero intervenire la madre, premurosa verso il figlio degenere, che aveva rubato un’auto e rischiato una strage.
Ma Antonio Di Pietro, il giudice, queste cose non può averle fatte. Sulla Gazzetta del Popolo pronuncia altre parole questo giovane torinese residente in via Pertengo 5. Non dice che non ha rubato l’auto come sulla Stampa. Quando gli si avvicinano i poliziotti, chiede se ci sono dei morti. Si preoccupa ed è pentito. Forse non è un vero criminale. Forse è molto più simile al futuro giudice di quanto non sembri. Me lo sono chiesto tante volte. E ora posso trarre qualche conclusione. Quel Di Pietro non è il giudice. Sull’Unità non c’è nessuna foto, ma la Gazzetta del Popolo le aveva. E ne aveva tante, come al solito. In alto si vedono i feriti, sempre rigorosamente nel letto del primo soccorso. In basso colpisce subito il lettore il primo piano di Antonino Di Pietro. E’ ammanettato e tenta di coprirsi il volto con le mani. Riesce invece a stento a coprire la bocca, ma restano gli occhi, il naso, i foltissimi capelli, la testa molto grande e rotondetta. No, quello sguardo spento, triste, gli occhi piccoli, il naso un po’ affilato non sono di Antonio Di Pietro, il castigamatti di Tangentopoli. Sul sito Dagospia sono state pubblicate molte foto dell’ex giudice da giovane. Diciamo che potrebbero essere tranquillamente accostate al ragazzino della Stampa, ma non al Di Pietro della Gazzetta del Popolo: visibilmente più grande di un diciottenne, quasi adulto, eppoi ben vestito. Sembra di intravedere, nello sbiadito microfilm della biblioteca Civica, una giacca, una bella camicia e una cravatta. Dove andava con cotanta eleganza un ladro d’auto che di mestiere faceva l’idraulico? Bisognerebbe vedere meglio quella foto, ma lo sguardo parla chiaro. Quello non è Antonio Di Pietro. Ma allora cosa successe nel 1968? Perché le due foto del ladro d’auto sono così diverse? Furono girati dei cortometraggi per rendere più interessanti i giornali? Furono date delle false notizie? E’ assurdo, lo escludo: con tutte quelle foto degli incidenti, i nomi, i dettagli minuziosi dei fatti! Forse la Gazzetta del Popolo non era riuscita ad ottenere un’immagine del ladro, e per non restare indietro rispetto alla concorrenza cercò di inventarsi qualcosa. All’epoca c’erano molte gelosie tra le testate, ma la notizia veniva comunque garantita ai lettori.
Vedremo. Solo il tempo e un po’ di fortuna ci diranno se questo Antonio Di Pietro torinese e il giudice di Mani Pulite hanno qualcosa in comune.


venerdì 14 aprile 2017

Droga, una legge prevedeva sequestri in fotocopia?


Da diversi anni certi articoli dei giornali locali, specialmente di Ancona, si ripetono in fotocopia. Lo avrete notato pure voi. Ci riferiamo agli innumerevoli sequestri di droga portati a termine dalle cosiddette forze dell'ordine.
Stamattina leggendo un pezzo di Daniele Carotti del Corriere Adriatico, impeccabile come un ex cronista dell'Ansa deve essere, mi ha colpito un dettaglio: la droga sequestrata viene inviata dalla stessa polizia a Teramo per essere bruciata. Mi sono allora chiesto: come andava in passato? Ho cercato nel bellissimo archivio della Stampa, che va ringraziata mille volte per questo servizio, e ho scoperto che negli anni '80 non era così semplice liberarsi del corpo di un reato, com'è ovvio. 
Intanto c'era un unico inceneritore ministeriale, non uno in ogni regione italiana, o quasi, come pare avvenga adesso. Inoltre, quella droga sequestrata doveva rimanere in tribunale a disposizione dei giudici fino alla fine del processo, e i tempi allora non erano velocissimi. Ma comunque non potevano certo essere le questure a occuparsi dello smaltimento, bensì serviva una delibera di una speciale commissione. Era un iter lungo durante il quale potevano verificarsi dei furti. Come si è arrivati allora ai freddi arresti di questi tempi? Nel 1990 uscì una norma specifica sulla procedura da seguire. 
Si chiamava: "Testo unico delle leggi in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope". Sottolineo subito che è una legge piuttosto vaga che mirava soprattutto a togliere di mezzo la droga sequestrata. Evidentemente si prevedeva già l'arrivo in Italia di continui carichi di sostanze stupefacenti.
Nell'articolo 87 veniva scritto: "1. L'autorità che effettua il sequestro deve darne immediata notizia al Servizio centrale antidroga specificando l'entità ed il tipo di sostanze sequestrate. 2. Quando il decreto di sequestro o di convalida del sequestro effettuato dall'autorità giudiziaria non è più assoggettabile al riesame, l'autorità giudiziaria dispone il prelievo di uno o più campioni, determinandone l'entità, con l'osservanza delle formalità di cui all'art. 364 del codice di procedura penale e ordina la distruzione della residua parte di sostanze. 3. Se la conservazione delle sostanze di cui al comma 2 sia assolutamente necessaria per il prosieguo delle indagini, l'autorità giudiziaria dispone in tal senso con provvedimento motivato. 4. In ogni caso l'autorità giudiziaria ordina la distruzione delle sostanze stupefacenti e psicotrope confiscate. 5. Per la distruzione di sostanze stupefacenti e psicotrope l'autorità giudiziaria si avvale di idonea struttura pubblica locale, ove esistente, o statale ed incarica la polizia giudiziaria del regolare svolgimento delle relative operazioni. Il verbale delle operazioni è trasmesso all'autorità giudiziaria procedente e al Ministero della sanità. 6. La distruzione avviene secondo le modalità tecniche determinate con decreto del Ministro della sanità in data 19 luglio 1985, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 184 del 6 agosto 1985."
Ecco ora l'articolo 88. "Destinazione dei campioni delle sostanze sequestrate 1. Il Servizio centrale antidroga, istituito nell'ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza, può chiedere all'autorità giudiziaria la consegna di alcuni campioni delle sostanze sequestrate. Altri campioni possono essere motivatamente richiesti dalle singole forze di polizia o dal Ministero della sanità tramite il Servizio centrale antidroga. L'autorità giudiziaria, se la quantità delle sostanze sequestrate lo consente, e se le richieste sono pervenute prima della esecuzione dell'ordine di distruzione, accoglie le richieste stesse dando la priorità a quelle del Servizio centrale antidroga e determina le modalità della consegna."
La mia personale impressione è che un simile decreto legge prevedesse, come accennato prima, arresti e sequestri scaglionati simili a quelli a cui abbiamo assistito in questi decenni. Lo si evince nel punto in cui genericamente veniva autorizzato lo smaltimento delle droghe nelle strutture locali, come se già fosse chiaro che sarebbero arrivati dei carichi ingenti in tutta la penisola. La stranezza della legge consiste proprio nello snellimento di una procedura che non può essere certo di routine, nel senso che dietro un carico di droga ci sono sono organizzazioni mafiose ramificate e non certo dei piccoli corrieri italiani e stranieri così fessi da farsi beccare tutte le volte, per riprovarci la volta dopo senza cambiare una virgola. 
La scarsa credibilità di questo sistema la si coglie anche scoprendo su Wikipedia che la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, che fu istituita con legge del 1991 al posto del Servizio Centrale Antidroga, dipende direttamente dal Ministero dell'Interno e non dalla magistratura, con evidente violanzione dell'autonomia del potere giudiziario. Perché il Ministero vuole essere informato sulla droga che viene importata in Italia? Questa attività criminale appartiene evidentemente a un settore delle indagini parallelo a quello della giustizia ordinaria. Lo dimostra un altro fatto: sempre dai primi anni '90 gli sfortunati che vengono colti dalle forze dell'ordine con piccoli quantitativi di stupefacenti vengono giudicati per direttissima dal prefetto, cioè da un funzionario del potere centrale cui spetterebbero solo ruoli amministrativi. Questi detentori di pochi grammi di droga non hanno la possibilità di nominare un avvocato, bensì si difendono soltanto attraverso un memoriale scritto di propria iniziativa.
Il sito cannabis.dronet.org scrive: "Le sanzioni vengono comminate dal Prefetto a seguito di una segnalazione da parte degli organi di pubblica sicurezza che hanno accertato l’illecito amministrativo. Entro 30 giorni dalla data di contestazione o di notificazione della violazione, l’interessato può presentare al Prefetto scritti o memorie difensive. Successivamente si viene chiamati a colloquio. Nel caso di minorenni, sono invitati al colloquio anche i genitori.
Contro le sanzioni comminate dal Prefetto è possibile far ricorso entro 10 giorni dalla notifica, presso il giudice di pace (comma 9 art.75 del DPR 309/90)." Un altro passaggio significativo è questo: "In caso non ci si presenti al colloquio in Prefettura, scattano le seguenti sanzioni: sospensione della patente (fino a 3 anni), del passaporto o del porto d’armi (fino a 1 anno). E' utile anche sapere che chi è oggetto di sanzioni amministrative ex art.75 non può conseguire la patente né il patentino; nel caso le sanzioni arrivino dopo il rilascio, il Prefetto dispone la revoca della patente (art. 120 del Codice della Strada), e quindi per riottenere questo documento sarà necessario partire da zero e sostenere nuovamente l’esame di guida. Secondo la legge, dalla seconda volta in poi che si viene colti in possesso di sostanze non c’è possibilità di chiudere la vicenda con un ammonimento, ma devono essere applicate le sanzioni previste dalla legge.
La scelta del tipo di sanzione da applicare (e quindi del documento da sospendere) viene fatta dal Prefetto."

Manca come si vede l'elemento più importante, vale a dire l'indagine sui mandanti, sui pezzi da novanta del narcotraffico. Lo Stato italiano fa il forte coi deboli e il debole coi forti.

sabato 8 aprile 2017

Il "consenso" ci salverà dalla crisi economica?


"Alla fine dell'anno scorso circolavano in Italia titoli di Stato e obbligazioni per un valore che superava l'astronomica cifra di 40 mila miliardi. L'incremento è ormai di diverse migliaia di miliardi ogni dodici mesi e, in rapporto alle dimensioni della nostra economia, è forse il maggiore del mondo. Ciò significa che — asfittico e fuori dalle sue funzioni istituzionali il mercato azionario — è sul reddito fisso che sono incentrati l'interesse e le cure sia delle autorità centrali, sia degli esperti finanziari."
Questa era nel 1972 l'introduzione che l'economista cieco e senza contratto giornalistico della Stampa, Renato Cantoni, faceva nel suo articolo su obbligazioni e debito pubblico. Grazie al suo straordinario talento, posso confermare ancora una volta che la nostra visione della politica economica, nel 2017, è assai limitata.
Lo Stato per pagare i suoi stipendi ormai non ha altra scelta che quella di farsi prestare il denaro dai cittadini. Un'emergenza tira l'altra. E il cane si morde da almeno venticinque anni la coda. In tempi diversi si trattava invece di un'emergenza che si sostituiva ad altre soluzioni.
Bisogna quindi per forza tornare indietro, al 1972, per capire cosa accadeva quando il debito pubblico era nella norma, quasi in una nostra vita precedente. Leggendo l’ articolo di Cantoni intitolato “Obbligazioni e inflazione” riaffiorano altri dettagli interessanti. Nel malaugurato caso in cui le aste delle obbligazioni fossero andate storte, lo Stato avrebbe dovuto intervenire direttamente, in modo tale da porre rimedio ai progetti pubblici messi a bilancio preventivo. Toccava alla Banca d'Italia comprare i titoli invenduti, oppure a un istituto statale di credito: l'Istituto Centrale fra le Casse di Risparmio (ICCRI). Oggi si cerca l'aiuto della Banca Centrale Europea, ed è più difficile spiegarle che per la nostra bella vita abbiamo bisogno di altra liquidità.
Nel 1972 erano le nostre banche pubbliche, inoltre, in situazioni di crisi, a garantire nuove emissioni di obbligazioni molto convenienti con cui finanziare, con i soldi degli italiani, le opere infrastrutturali. E la cosa avveniva alla luce del sole. Il cittadino era direttamente coinvolto nelle spese pubbliche.
Oggi non è più così. Al centro di tutto, cioè a Roma, in questi ultimi decenni c'è un occulto "convalescenziario" statale, tanto per rubare le parole di un altro economista: Ernesto Cianci. Il governo Renzi ha escogitato una nuova IRI, ma il sistema non si allontana dalla politica del fascismo. Può essere la ragione per cui è risuscitata pure l'ottocentesca Cassa Depositi e Prestiti. E' lei, sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, a gestire Fintecna, che è, appunto, una IRI di terza generazione, la quale racchiude al suo interno una serie infinita di scatole cinesi. Qui come sappiamo vengono assorbiti tutti i debiti pubblici, come dopo la grande crisi del 1929. Poi nel pentolone troviamo gli investimenti degli enti locali, il mercato delle armi, il lavoro precario di Almaviva, e anche la progettazione di opere pubbliche. Persino i rimborsi per il terremoto del 2016 nel centro Italia vengono controllati da Fintecna, che è alla ricerca di più di cento ingegneri per studiare la ricostruzione degli edifici di Marche, Lazio e Umbria.
In sostanza, la garanzia dello Stato adesso viene offerta a costo zero, almeno negli annunci dei politici. I rimborsi arrivano con estrema facilità, i controlli sono centralizzati, ma l’impressione è che l’ombrello statale difficilmente potrà contenere tutte le necessità immediate del paese. Chi salderà i conti?
In un recente articolo sul debito pubblico è stato scritto che i titoli di stato permettono al governo di coprire il deficit. Ce lo auguriamo. Almeno vorremmo continuare a sopravvivere. Secondo Radio Radicale, nel 1995 una buona metà di essi veniva assorbita dal mercato italiano, composto di famiglie private, banche, assicurazioni. Garantivamo con il nostro stipendio, e garantiamo ancora perché le oscillazioni sono state minime, i soldi che il nostro datore di lavoro nel settore pubblico avrebbe dovuto corrisponderci il mese successivo. Radio Radicale non lo specificava, ma questo era il succo.
Dunque è implicito il fatto che senza bot, cct e btp lo Stato italiano fallirebbe. Questi prodotti finanziari, che pagano interessi sempre più bassi, vengono spalmati dal governo su scadenze sempre più lunghe, affinché si ritardi il più possibile il momento di una loro restituzione. Una simile prospettiva, nel complesso, li rende sempre meno convenienti, sia per le famiglie, sia per le stesse banche, che continuano ad investire buona parte dei soldi dei cittadini nei titoli pubblici. E infatti la crisi bancaria è sotto gli occhi di tutti.
Per piazzare questi bot, cct e btp, dopo la separazione voluta da Andreatta tra la banca d’italia e la politica del governo, serve per forza di cose il consenso dei cittadini per lo Stato. In altre parole, molto più semplici da capire, per sopravvivere abbiamo bisogno di una dittatura, di un consenso vastissimo. Ogni crisi o scandalo vero potrebbe creare i presupposti per una crisi di liquidità, che manderebbe a gambe all'aria tutti gli impiegati degli uffici pubblici e i politici che si danno alla bella vita.
La gente deve credere nello Stato e investire sul suo debito. Ecco perché le manovrine, con il Berlusca o con Renzi, non possono colpire i cittadini. Devono mancare il colpo e finire sui fumatori, sugli alcolisti, ma non sui loro “clienti”. La gente non può non credere nello Stato italiano, e questo anche riguardo al sistema giudiziario. Lo Stato italiano è il bene assoluto, e il Berlusca o gli altri politici indagati sono i martiri che pagano con la loro reputazione affinché il gioco regga e vada avanti. Un prezzo che si può anche pagare, visto che la galera questi signori non sanno manco cosa sia.
Altre soluzioni non si vedono. Il capitalismo del mercato azionario continua a non piacerci. La politica parlamentare, sia di sinistra che di destra, non favorisce affatto il libero mercato, ma semmai gli appalti, le scalate e le nazionalizzazioni. Continuiamo a non saper immaginare qualcosa di diverso dal finanziamento a pioggia dello Stato, senza tuttavia alcun ritorno di fiamma per il comunismo. E idee nuove dagli economisti non arrivano. Abbiamo un processo al giorno per gli appalti pubblici da venticinque anni, dalla prima Mani Pulite, una corruzione che è devastante come ai tempi di Catilina, ma a nessuno viene in mente di eliminare alla radice il problema. Come è possibile? Forse è proprio questa attività di eterna indagine mediatica che deve far nascere il consenso per lo Stato e il conseguente successo nelle vendite dei titoli pubblici.
Sta di fatto che nel nostro giornalismo è difficile immaginare un'economia che non preveda nel prossimo futuro una nuova grande asta di bot, cct, e btp. E nessuno si è ancora accorto che Renato Cantoni è più importante del suo quasi omonimo del fantozziano ufficio anticorruzione.