venerdì 19 maggio 2017

Neanche la strage di Ancona fu terrorismo


L’incidente causato da un ispanico a New York il 18 gennaio 2017 ci riporta al 2005, quando un’analoga tragedia si verificò ad Ancona. La dinamica fu praticamente la stessa: una carambola in pieno centro con l’urto di un’auto impazzita contro le bitte di una piazza molto affollata, tra gente a spasso e famiglie sedute a mangiare il gelato. Si registrarono svariati feriti, falciati come birilli, e due morti. Due donne. Era il 9 ottobre 2005, una tranquilla mattina domenicale.
Facevo il cronista per Il Resto del Carlino. Era un periodo strano. La dirigenza di quel giornale aveva deciso fin da quando avevo messo per la prima volta piede in redazione, per riuscire a prendere il tesserino da pubblicista, che non avrei fatto carriera su quella testata. Avrei mangiato la polvere per pochi euro, perché il cronista che manteneva i contatti con la questura e le forze di polizia era un certo Andrea Massaro. Avevo comunque i miei spazi e riuscii a organizzare molti articoli di mia iniziativa, come un vero freelance di un paese capitalista deve fare. Poi la mentalità dirigista ebbe la meglio. Purtroppo. Viva le raccomandazioni. Se oggi sto qui a ricordare questo episodio tragico sul mio blog personale è perché la dinamica non fu chiarita nei dettagli, come una strage del genere avrebbe meritato. Si sarebbe potuto gridare al terrorismo, e si sarebbe potuto indagare con più convinzione.
L’episodio di New York ci permette di affermare, oggi, che anche in quel caso, il 9 ottobre del 2005 ad Ancona, non si trattò di terrorismo. Ma la morte di Manlio Mingoia in piazza Roma, nel centro di Ancona, è un giallo. Fui spedito ad intervistare il padre di una vittima, un’adolescente che era appena uscita dalla Messa domenicale e stava tornando a casa con i pasticcini per il pranzo in famiglia. Fu una domenica tragica. Quel pover’uomo avev perso una figlia perché un anziano, morendo d’infarto al volante del suo suv, mentre percorreva il Corso di Ancona, aveva falciato la sua bambina e una studentessa universitaria che attraversavano la strada.
Ma come era potuto succedere? Manlio Mingoia, il guidatore del Suv che, secondo le cronache nazionali dell’epoca, le quali si interessarono eccezionalmente al capoluogo marchigiano, investì le ragazze, avrebbe imboccato il Corso e poi rallentato. Probabilmente si era sentito male. Poi però tutti i cronisti concordano nel sostenere che il Mingoia si fosse accasciato sul volante, sorpreso, ma neanche poi tanto visto che era da tempo in cura all’ospedale per problemi di cuore, da un infarto. Dunque l’auto aveva rallentato e quindi improvvisamente accelerato. La gamba del Mingoia, rimasta a peso morto sul pedale dell’acceleratore, avrebbe spinto il suv verso la tragedia. Così affermò il comandante dei vigili urbani Tittarelli. L’auto sfiorò delle fioriere di piazza Roma, investì i pedoni che attraversavano la strada e andò a schiantarsi contro le auto che procedevano lentamente davanti al Mingoia. Il bilancio fu di tre morti, compreso il pensionato del suv, autore involontario della strage. Fui testimone del funerale di questo sfortunato pirata della strada. I parenti mi pregarono di non scrivere che il loro congiunto aveva voluto uccidere quelle povere donne. E io penso che non lo abbia voluto davvero. Perché avrebbe dovuto uccidere?
Eppure le coincidenze di questa storia sono impressionanti. Esattamente 50 anni prima, il 9 gennaio del 1955, due donne furono uccise ad Ancona al cinema Metropolitan, che si trova a pochi metri da piazza Roma, dove altre due donne furono investite dal Mingoia nel 2005. Nel 1955 un pazzo, vestito da militare, era entrato nel cinema durante la proiezione del film “Pane, amore e fantasia” e aveva lanciato delle bombe a mano in platea. Due signore sedute a vedere il film erano rimaste decapitate. Poi era seguita una raffica di colpi di pistola. La dinamica non fu mai chiarita, ma venne incolpato un maresciallo della finanza marittima, Cannarozzo, il quale prima che potesse celebrarsi un processo regolare fu trovato suicida nel veneziano. Esattamente 50 anni dopo, altre due donne erano state uccise nello stesso posto. Il Metropolitan nel 2017 è ancora in attesa di una ristrutturazione che lo riporti ai fasti di un tempo.
Manlio Mingoia non era un maresciallo della finanza, ma aveva a che fare con i militari. Era innanzitutto un ex politico del Movimento Sociale Italiano, con trascorsi come cantante lirico nel teatro di Ancona. Lo conoscevano in tanti. Lo conosceva persino mia madre. Sì, perché il padre del Mingoia, un ufficiale dell’aeronautica, andava spesso a Roma a trovare mio nonno, un ufficiale medico dell’aeronautica militare. Mia madre ha detto che considerava il padre di “Mingoia” un “fascistone”, ma non ricorda di quali argomenti i due ufficiali dell’aeronautica discutessero nei loro incontri. Il padre del guidatore del suv si chiamava Corrado Mingoia. A tutti i suoi figli aveva dato un nome che iniziava con la emme: Manlio, Mauro e Margherita. Cercando su Google notizie di questo Corrado Mingoia si scopre che non era un uomo qualunque durante il fascismo. Era il capo delle guardie di Rocca delle Caminate, vicino Predappio, nel forlivese, dove comandava il corpo di guardia della famiglia Mussolini, e in particolare di donna Rachele, la moglie del Duce. Le coincidenze, se si decide che abbiano un senso, sono incredibili. Rocca delle Caminate sorge sula cima di un colle che domina la vallata di Predappio, proprio come il monte Conero domina Ancona e il suo entroterra. Sia Rocca delle Caminate, sia il Monte Conero conservano nel sottosuolo tracce del passato fascista: cunicoli e camminamenti che servirono ai fascisti durante la seconda guerra mondiale e poi chissà, magari anche agli americani in tempi più recenti. E’ sempre mio nonno, nel suo manuale di medicina legale aeronautica, un testo per gli ufficiali che gestivano il servizio nazionale di leva, che ci dà una notizia importante che unisce Predappio ad Ancona. La sede del Consiglio di Leva per Ancona e Forlì si trovava proprio in Romagna, a Forlì.
Ma probabilmente stiamo viaggiando troppo con la fantasia. Tutte queste coincidenze, che vi riferiamo per dovere di cronaca, non ci danno alcuna prova che la strage di quel 9 ottobre 2005 fu un atto premeditato; oppure che fu un attentato di cui lo stesso Mingoia fu vittima. Perché bisogna sottolineare due aspetti che ancora non abbiamo citato. Cercando altri incidenti di persone decedute mentre erano al volante, si scopre che in casi analoghi nessuno riuscì ad accelerare e ad investire dei pedoni come fece Manlio Mingoia. Le vittime di infarto in genere hanno la prontezza di riflessi per accostare, o rallentare. Oppure al massimo mantengono una velocità costante, che li porta a schiantarsi contro i veicoli che li precedono, facendo però del male soprattutto a loro stessi, non agli altri.
Mingoia quel giorno si stava fermando, poi, da morto, accelerò e percorse buona parte di Corso Garibaldi, all’epoca ancora accessibile alle auto e non pedonalizzato. Ma può un corpo morto riuscire a spingere il piede sull’acceleratore? Ho provato a simulare un mio infarto al volante Su una strada poco trafficata ho rallentato e poi mi sono accasciato al volante. Ho lasciato il piede sull’acceleratore, a peso morto. Il pedale in un primo tratto non oppone resistenza e quindi il piede è riuscito ad affondare. Ma il problema è dare gas. Per farlo serve un atto volontario. Bisogna spingere e compiere un movimento che un cadavere chiaramente non è in grado di fare. Certo, nessuno può negare che un uomo in preda al dolore per un infarto potrebbe essere in grado di spingere instintivamente sull’acceleratore. Ma questa ipotesi si scontra con le ricostruzioni dei giornali, le quali affermano che quando l’auto accelerò l’uomo al volante era già privo di vita. La dinamica avrebbe dovuto essere vagliata dalla polizia municipale di Ancona, oppure dalla Polstrada. Invece mi pare che fu tutto molto veloce e confuso.
A conti fatti quella del 9 ottobre 2005 fu l’ennesima tragedia che vide vittima, ad Ancona, una famiglia dell’aeronautica. Non dimentichiamoci l’uomo, figlio di un generale dell'aeronautica, deceduto sul monte Conero con il suo aereo nel 2014 e soprattutto l’ufficiale ucciso dai fidanzatini insieme a sua moglie pochi mesi più tardi. Se la politica e la stampa locale puntassero finalmente il proprio obiettivo sulla base militare nel monte Conero, forse non cambierebbe niente, oppure chissà queste tragedie verrebbero rilette sotto una nuova luce, insieme alla terribile carambola, del 18 gennaio 2017, avvenuta a New York.


domenica 14 maggio 2017

Guantanamo, un’oasi tra paradiso e inferno


Il caso dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 credo che abbia la sua soluzione, o una delle sue soluzioni, nel ruolo della base statunitense di Guantanamo.
Questo antico fortino si trova nel sud est dell’isola di Cuba, di fronte ad Haiti, pertanto in un territorio che fino al 1989 era parte dell’impero comunista. E’ un fazzoletto di terra che gli Stati Uniti presero in affitto nel lontano 1903, e che trasformarono col tempo in una base militare navale. Tuttavia Fidel Castro non volle mai riconoscere questo diritto. La Stampa scrisse che il leader maximo aveva l’abitudine di versare i soldi americani dell’affitto in una banca svizzera, senza mai volerli utilizzare (erano, nel 1979, 4000 dollari all’anno, con l’adeguamento all’inflazione).
Secondo i documenti che si trovano online, tra cui l’enciclopedia Wikipedia, gli americani decisero di costruire a Guantanamo, nel 2002, un carcere di massima sicurezza nel quale concentrare i terroristi di Al Qaeda colpevoli dell’attacco dell’11 settembre 2001.
Uno dei suoi “ospiti” è lo zio di Ramzi Yousef, che si chiama Khalid Shaykh Muhammad. Fu come sapete il terrorista pakistano che progettò l’attentato al World Trade Center del 2001, e secondo le notizie che si trovano nell’archivio dei giornali era uno degli uomini fidati di Usama Bin Laden. Mentre gli eserciti di mezzo mondo inseguivano i fantasmi in Afghanistan e Irak, lui veniva catturato e tradotto in carcere dalla giustizia statunitense. Wikipedia mi fa sapere che fu processato solo nel 2008, per l’11 settembre e anche per gli attentati precedenti, tra cui il fallito progetto Bojinka. Sarebbe ancora in attesa di giudizio e rischierebbe la pena capitale. Pare che prima di confessare le sue colpe, nel 2008, fu torturato con la tecnica del Waterboaring (ripetuti tentativi di soffocamento in acqua) proprio a Guantanamo, carcere che sui mass media è ormai noto per la violazione sistematica dei diritti dell’uomo (ma secondo il New York Times le torture di Muhammad avvennero in Polonia).
I detenuti di Guantanamo sono noti per le vesti arancioni che devono indossare. L’Isis nelle sue esecuzioni ha imitato, forse per ripicca o forse per altri motivi, i metodi brutali di detenzione cui sono sottoposti i terroristi.
Vi sono altre stranezze che restano senza una spiegazione. Analizziamole. In un articolo del 1979, La Stampa affermava che il trattato di affitto tra Stati Uniti e Cuba risaliva al 1903, ma l’invasione Yankee di quella terra era avvenuta nel 1898, al tempo della guerra con la Spagna. Secondo Castro, - scriveva Ennio Caretto - “nelle convenzioni internazionali qualsiasi trattato scade dopo un secolo. Partendo dal 1898, egli conta dunque che l’odiato nemico si ritiri al più tardi tra un ventennio, dando ‘insolita’ prova di buon senso.”
Effettivamente ci sono altri casi analoghi, come la restituzione di Hong Kong, concessa per un secolo alla Gran Bretagna, alla Cina. La cerimonia avvenne proprio nel 1997. Cosa accadde invece a Guantanamo in quel periodo? Andando a leggere altri articoli dell’archivio dei giornali emerge una storia che si è persa nel dimenticatoio. Nel 1994, in seguito alla crisi economica di Cuba e dopo il crollo delle nazioni comuniste, migliaia di cubani si misero in mare alla ricerca di una nuova speranza di vita. Molti naufragarono nell’oceano come accade in Italia ai migranti dell’Africa nera. Ed ecco quindi la soluzione che fu trovata: gli Stati Uniti trasformarono Guantanamo in un’oasi di benessere per migliaia di profughi. Prima fu la volta dei cubani e degli haitiani, poi nel 1999 risulta che gli Usa furono pronti ad ospitare ventimila kosovari, che avrebbero dovuto fuggire dalla guerra nella ex Jugoslavia. Come è possibile che in pochi anni tutti questi profughi sparirono per far posto ai pericolosi terroristi di Al Qaeda? E’ difficile rispondere. Ma è certa una cosa: Guantanamo negli articoli del passato era tutt’altro che un inferno. Nel 1979 sempre Ennio Caretto della Stampa raccontava: “A Guantanamo si vive come alle Bahamas, in un lusso tropicale. Le case hanno l’aria condizionata, le televisioni, i programmi americani, esiste il cinema, comici come Bob Hope vengono in tournée.” All’epoca quella vita da fiaba era riservata alle famiglie dei militari e dei tecnici. Ma in periodo di Guerra Fredda e di scontro tra due economie molto diverse, era forte il contrasto tra la povertà dei comunisti cubani e lo sfavillio del benessere capitalistico. Un effetto molto simile a Guantanamo lo provocava Berlino Ovest, oasi capitalistica nel bel mezzo della Germania Est.
Beh, a giudicare dalle più recenti storie che emergono da questa base militare caraibica, tra cui quella del terrorista Muhammad, il crollo del comunismo ha portato via anche la fiaba capitalistica. Precipita l’economia della Germania unita, si trasforma in una nuova Alkatraz la zona franca statunitense a Cuba. Ma perché per processare i terroristi di Al Qaeda non venne scelto un luogo più sicuro e lontano da una nazione ancora nelle mani dei rivoluzionari di Castro? Non era la scelta più semplice? E che ne è stato del trattato del 1898, che sarebbe dovuto scadere cento anni dopo?

La base navale di Guantanamo a Cuba, su Google Maps.

sabato 13 maggio 2017

L’attentato terroristico firmato “Armaldo Forlani”


Ramzi Yousef era un cittadino pakistano di 25 anni quando tentò di far crollare il World Trade Center di Manhattan. Era il 26 febbraio 1993. Ciò che abbiamo vissuto l’11 settembre del 2001, e che è divenuto per molti analisti un momento di svolta nella storia mondiale, in realtà sarebbe potuto accadere ben otto anni prima, con gli stessi autori. Yousef noleggiò quel giorno un furgone insieme al giordano Eyad Ismoil, lo riempì di nitrourea e gas idrogeno, e lo parcheggiò nel sotterraneo del grattacielo sud. L’esplosione provocò sei morti e oltre mille feriti.
C’è un bellissimo libro del giornalista John K. Cooley, pubblicato nel luglio del 2000 e quindi un anno prima dell’attentato alle torri gemelle, che racconta in modo impeccabile il percorso che condusse il gruppo terroristico di Al Qaeda verso una serie incredibile di attentati. Si intitola “Una guerra empia, la Cia e l’estremismo islamico”. Verso la fine Cooley scrive: “L’agente Brian Parr, che aveva scortato Yousef sul volo per New York dopo la cattura in Pakistan, disse alla giuria che Yousef aveva sperato che l’esplosione nel World Trade Center avrebbe fatto crollare i due grattacieli uno sull’altro, uccidendo decine di migliaia di persone. ‘Così, gli americani avrebbero finalmente capito che erano in guerra.’ Il terrorista pakistano aggiunse pure: “Io sono a favore del terrorismo se viene usato contro gli Stati Uniti e Israele... Voi siete peggio dei terroristi; siete dei macellai, bugiardi e ipocriti.”
Dunque gli Stati Uniti sapevano bene con chi avevano a che fare e sapevano dove questi terroristi avrebbero cercato di colpire. Nel libro, Cooley fa riferimento al progetto Bojinka, poi non più attuato se non l’11 settembre del 2001, di dirottare contemporaneamente diversi aerei americani. Si trattava di un autentico voltafaccia, di un tradimento. Era stata la CIA, il servizio segreto statunitense, ad armare il fondatore di Al Qaeda, Usama Bin Laden, dopo che l’URSS nel dicembre del 1979 aveva invaso l’Afghanistan per proteggere i suoi confini e le sue basi missilistiche. Se gli americani hanno delle responsabilità nell’attacco dell’11 settembre, queste vengono da molto lontano e la CIA ha cercato col tempo di cancellarle. Contro l’URSS gli americani combatterono quella che Cooley chiama “una guerra per procura”, e per attuarla decisero di creare un qualcosa che ancora non esisteva: l’estremismo islamico. Anziché inviare le proprie truppe a Kabul, Carter e poi Reagan si affidarono a dei mercenari, a cui consegnarono armi e soldi. Ma questo lo abbiamo sempre saputo, in fondo. Dietro i mujaheddin afghani, i nordafricani e i palestinesi di Hamas c’erano gli americani, i servizi segreti pakistani dell’“ISI” e forse anche gli israeliani. Ecco perché il terrorismo dell’ISIS ci sembra così vicino al mondo occidentale.
Fu solo quando nel 1989 i russi dovettero battere in ritirata che le cose cambiarono. Si assistette a una “privatizzazione del terrorismo”. Rubo un’altra espressione allo scrittore. Usama Bin Laden (viene chiamato con questo nome di battesimo) era uno dei 52 figli di un facoltoso imprenditore edile saudita, morto proprio in un incidente aereo. Nel momento in cui gli americani ritennero raggiunto il loro obiettivo di dare la spallata decisiva al già vacillante impero sovietico, Usama con i suoi miliardi subentrò alla CIA quale finanziatore della guerriglia afghana. Chi è cagione del suo mal pianga se stesso, dice il proverbio. La CIA aveva creato un mostro che negli anni ‘90 non era più in grado di controllare. “L’arme mercenarie e ausiliarie sono inutile e periculose” scriveva nel ‘500 Niccolò Machiavelli. Il giornalista americano Cooley ha ripreso queste frasi del “Principe” nell’introduzione del suo libro. Quando i guerriglieri “afghani” tornarono nelle loro terre, da vincitori, nacque ciò che oggi consideriamo la grande minaccia per le nostre democrazie, ma che è stato il nemico anche dei regimi dittatoriali del nord Africa, sconfitti nel 2011 dalla primavera araba: il terrorismo islamico.
Ramzi Yousef secondo Wikipedia, oltre a far parte di Al Qaeda, è il nipote dell’ideatore dell’attentato dell’11 settembre 2001, tuttora detenuto nel carcere statunitense di Guantanamo, a Cuba. L’11 dicembre 1994, lo stesso Yousef, introducendosi con il falso nome di Armaldo Forlani, che secondo Wikipedia era la pronuncia errata del nome del leader della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani, riuscì a lasciare una bomba nell’aereo delle Filippine Airlines in volo da Manila a Tokio. L’ordigno esplose poco dopo che l’attentatore era riuscito a lasciare l’aereo durante uno scalo provvisorio a Cebu. Vi fu una vittima. Per tutti questi tragici fatti Ramzi Yousef venne arrestato e condannato “solo” all’ergastolo, pena che tuttora sta scontando in Colorado, negli Stati Uniti.
Dunque il libro di Cooley ci offre una certezza storica: l’attentato alle torri gemelle di New York ebbe un movente ben preciso: l’odio verso Israele e il capitalismo americano, scaturito da un rigore religioso che gli americani avevano sfruttato e fomentato nella Guerra Fredda.
Cooley afferma che, dopo il doppio attentato a Nairobi e a Dar El Salaam, in Kenya e Tanzania, del 7 agosto del 1998, nel quale persero la vita 300 persone e ben cinquemila rimasero ferite per l’esplosione di alcune bombe nelle ambasciate americane, il presidente statunitense Clinton decise di rispondere lanciando dei missili. Fu colpita una fabbrica sudanese in cui si disse che venivano prodotte delle armi chimiche, e poi furono presi di mira i campi di addestramento dei terroristi in Afghanistan, dove si era rifugiato anche Usama Bin Laden, già ricercatissimo. Il nome in codice dell’operazione fu “Infinite reach”, sul cui esito pare che si seppe poco. Ma ecco un punto fondamentale nel libro di Cooley: “Secondo alcune fonti di Washington - afferma l’autore - gli Stati Uniti sapevano della sua (di Bin Laden n.d.r.) assenza grazie al monitoraggio elettronico del traffico radiotelefonico e alla sorveglianza attraverso i satelliti. Se gli Stati Uniti avevano intenzionalmente deciso di non tentare di ucciderlo, era verosimilmente perché la morte di un personaggio già leggendario ne avrebbe aumentato il prestigio tra gli islamici di tutto il mondo. Sarebbe diventato un martire e la sua morte avrebbe spinto i suoi sostenitori a commettere atti di ritorsione ancora più violenti contro gli Stati Uniti.”
Gli americani sapevano dov’era Bin Laden. Eppure la caccia al numero uno di Al Qaeda fu la miccia che fece esplodere le guerre al terrorismo in Medio Oriente. C’è sicuramente qualcosa che non torna.
Il libro di Cooley mette in evidenza innanzitutto lo scenario politico internazionale, che venne in seguito offuscato dalla favola del nemico invisibile (in realtà “nemici invisibili” venivano chiamati i mujaheddin che combattevano i russi negli anni ‘80). I Talebani erano alleati del Pakistan e quindi molto vicini agli Stati Uniti. La loro guerra civile per la conquista dell’Afghanistan a metà degli anni ‘90 aveva messo in serio pericolo i confini dell’ex Unione Sovietica, tanto che il presidente Eltsin nel 1998 cominciò a rifornire di armi pesanti e ad addestrare i nemici dei Talebani, riuniti nella cosiddetta “Alleanza del nord”. L’obiettivo russo, secondo il giornalista Cooley, era di mantenere il controllo delle catene montuose a nord dell’Afghanistan. La stessa legge islamica, così severa e criticata per i maltrattamenti riservati alle donne, aveva costretto questi Talebani, ossia gli studenti del Corano, ad intraprendere una dura lotta alla coltivazione dell’oppio e quindi al traffico di droga, che stava arricchendo la mafia russa delle piccole nazioni a maggioranza musulmana dell’ex impero russo, tra cui anche la regione della Cecenia.
Diventa evidente, conoscendo ciò che avvenne dopo il 2001, che il conflitto in Afghanistan avvantaggiò i narcotrafficanti, i quali ancora oggi fanno affari in tutta Europa, compresa l’Italia. Inoltre rappresentò una svolta decisiva per la politica estera della Russia, che poté contare sull’esercito della Nato e sulla benevolenza degli Stati Uniti per proteggere i suoi confini, mentre non cambiò nulla nella lotta al terrorismo, dato che Bin Laden aveva messo le radici non solo in Afghanistan, dove effettivamente migliaia di guerriglieri si addestravano, ma pure in Sudan, in Egitto, in Pakistan, nello Yemen, in Algeria, in Tunisia e soprattutto in Arabia Saudita.
I pensieri del presidente americano George W. Bush, prima di attaccare l’Afghanistan nel 2001, furono probabilmente gli stessi descritti da John Cooley un anno prima: “Gli Stati Uniti si trovavano davanti a una scelta difficile. Gli alleati pakistani e sauditi continuavano a finanziare i talebani, i quali ospitavano il loro nemico dichiarato, Usama Bin Laden. Improvvisamente, gli Stati Uniti si ritrovarono almeno temporaneamente alleati con gli antichi avversari, la Russia e l’Iran, contro i talebani.” Una situazione scomoda che durò assai più del previsto, a conti fatti.

Wikipedia afferma che nel maggio del 2002 Cooley scrisse un articolo sul giornale Christian Science Monitor affermando che i servizi segreti giordani, "i quali controllavano dal 1990 i campi di addestramento della guerriglia araba della CIA e del Pakistan", avevano avvertito Washington, un mese prima dell'attacco al World Trade Center, di un imminente attentato di Al Qaeda nel quale sarebbero stati usati degli aerei. Il nome di questo attentato nelle intercettazioni era stato: "The Big Wedding", il grande matrimonio, che può far pensare, secondo il mio modesto parere, a un accordo tacito tra Stati Uniti e Russia.

lunedì 1 maggio 2017

“Jaroslav, forse non ti stiamo simpatici?”


Il 28 ottobre 1976 partì una nuova informativa dell’Stb. Sembra che Giuseppe Setti si sia sempre offerto di lavorare per l’Stb di Praga. E che siano avvenuti degli incontri in ristoranti delle vicinanze degli appuntamenti. Vengono citati due personaggi che avrebbero fatto da tramite con l’imprenditore di Reggiolo: Cermak e Forst.
I primi contatti dell’Stb con Giuseppe Setti avvennero il 9 gennaio del 1967, ma il dossier lasciato da Forst non appare chiaro alle spie di Praga. Il 14 e 20 gennaio 1967 Setti si incontrò con Cermak a Praga, quando l’italiano era espatriato per lavoro. L’organizzazione di questi contatti fu sempre curata da Forst. Setti e Forst si rividero l’11 maggio 1967 a Roma, mentre con Cermak Setti si incontrò di nuovo a Praga il 19 gennaio 1968.
Scrive ancora l’Stb: “Nel corso della riunione del 13 Febbraio 1967, Setti e Forst hanno visto 26 diverse forme di timbri utilizzati nelle schede del consiglio comunale di Reggiolo (A questo materiale ha avuto accesso come materiale di informazione generale del Consiglio della comunità di Reggiolo).”
E’ evidente che Setti trattò sulla possibile falsificazione dei documenti italiani. Prosegue l’Stb: “Quando vi è stato l'incontro con Forst a Roma il 20 Marzo 1967 sono stati interessati a sapere se il trasferimento di quel materiale va bene e ha chiesto se non abbiamo bisogno di altro, Forst ha risposto in senso negativo e Setti ha esortato alla cautela.”
L’11 maggio 1967 Setti a Roma offrì nuovamente altri documenti da falsificare, ma Forst gli consigliò di essere più cauto. Il 19 gennaio 1968 l’ultimo incontro. Setti chiese se il materiale era stato utile. Pare che Cermak rispose: “il materiale è utilizzato per scopi educativi soprattutto nei casi di italiani che fanno domanda per la residenza permanente in Cecoslovacchia.”
Ma perché Setti viaggiava in Cecoslovacchia su un passaporto senza visto, si domandava l’Stb nella relazione del 18 ottobre 1976. Cermak spiegò: “in quel momento si concedeva a molti degli italiani chiamati il visto fuori dalla regole, che era in linea con le linee guida di allora.” Non è molto chiaro questo punto. L’Stb sembra domandarsi se Setti fosse o no un loro contatto privilegiato. Se questi entrava in Cecoslovacchia già attrezzato con visti falsi, ciò non vuol dire che aveva un rapporto privilegiato con noi, sembrano voler spiegare ai loro superiori, perché era una prassi che seguivamo spesso in quel periodo.
Dunque Giuseppe Setti era considerato una persona sospetta? Di sicuro era guidato da Dagmar Hampl - conclude il rapporto -, nato il 6 febbraio 1927 cittadino residente a Bratislava. L’Stb cercò altre informazioni nel proprio archivio senza successo. Appare evidente comunque che Giuseppe Setti tentò nel 1976 di riprendere i contatti con le spie cecoslovacche, ma vi era una certa diffidenza di fondo che ostacolava i rapporti. Tra i documenti del dossier spicca una lettera scritta in italiano dall’imprenditore che riportiamo integralmente.
“All’attenzione del signor Jaroslav Forst. Ricevi, unitamente alla tua famiglia, da parte mia e di mia moglie, i migliori saluti. Dalla telefonata di alcuni giorni fa, ho appreso che stai bene e, questo è l’essenziale. Da parte mia non mi posso lamentare, se penso a quello che ho passato. La famiglia sta bene ed il figlio ormai è diventato un giovanotto.
E’ passato parecchio tempo da quando ci siamo visti l’ultima volta! Io e mia moglie desideriamo tanto vederti e stare assieme un po’ con te, e parlare di tante cose come si faceva un tempo. Ma per il momento non è possibile per noi venire a Roma. Ma perché tu quando passi da Reggio Emilia non ti fermi? Forse non ti stiamo simpatici? Se così è fai bene a non venire. Ma se siamo appena sopportabili, fai uno sforzo, e soprattutto un grande favore, FERMATI! Vieni a trovarci, ho voglia di fare una lunga chiacchierata con te...
Jaro! Unita alla presente, tutti i documenti della ragazza che ha sposato mio cugino. Ti prego fa’ il possibile per farle avere questo visto di soggiorno... E’ una brava ragazza, e sembra che si abitui abbastanza bene, penso che il più difficile siano i primi giorni, ma poi si abitua...
Non ti annoierò oltre, rinnovandoti l’invito a te e a tua moglie, tanti auguri. Reggiolo, 27, 5, 976. Giuseppe Setti”

Jannuzzi: “Il Sid creò delle false BR”


I servizi segreti italiani hanno creato delle false Brigate Rosse. Queste terribili affermazioni sono contenute nelle prime relazioni che il servizio segreto cecoslovacco inviò dall’Italia a Praga sul terrorismo italiano, e che sono contenute nel dossier che mi è stato inviato direttamente dall’attuale Repubblica Ceca, dall’archivio dell’intelligence dell’ex partito comunista cecoslovacco.
Era il 1976. In Cecoslovacchia era giunta voce, a causa in particolare degli articoli di un periodico italiano della DC, chiamato Il Settimanale, che le Brigate Rosse potevano avere degli agganci in Cecoslovacchia. Si trattava di un’opinione molto diffusa in quel periodo. Anche gli americani credevano a questa ipotesi e il giurista Vittorfranco Pisano lo aveva lasciato intendere nel 1979 dopo il rapimento e l’uccisione del leader della DC Aldo Moro. Si disse che, secondo alcuni testimoni, Moro fu sequestrato e subito trasferito all’interno dell’ambasciata dei cecoslovacchi a Roma. Anche le armi usate per sparare al giornalista Casalegno e poi alla scorta di Moro, e allo stesso presidente al momento della sua barbara uccisione, erano di fabbricazione cecoslovacca, le Nagant.
Ma usare armi russe non vuol dire molto. C’era Guerra Fredda anche nella ridda di supposizioni, illazioni, depistaggi che seguivano i fatti più gravi del terrorismo. Quindi specifichiamo subito che anche questi documenti che stiamo per analizzare rappresentano nulla più che un’altra angolatura dalla quale osservare i fatti di sangue degli anni di Piombo. Con delle novità, certamente, dei personaggi nuovi, delle sorprese.
Se le carte del dossier che abbiamo tra le mani venissero catalogate in ordine cronologico, uno dei primi riguarderebbe proprio l’accusa che fu rivolta a uno dei fondatori delle Brigate Rosse di aver goduto di appoggi a Praga.
Il 27 settembre del 1971 il Ministero degli Affari Esteri della Cecoslovacchia riceveva dalla propria ambasciata di Roma una lettera nella quale si chiedevano accertamenti su Augusto Viel. “Il giudice istruttore al processo di Genova - scriveva l’ambasciatore cecoslovacco - il 19 Luglio 1971 ha emesso un mandato di arresto per un cittadino  italiano, Augusto VIEL, nato il 27 Novembre 1944 a Udine, residente a Genova, che viene processato per coinvolgimento nell'omicidio, tentato omicidio, rapina, e furto con scasso. Nel corso dell'inchiesta - proseguiva il testo della lettera - è emerso chiaramente che l'accusa ha detto che fuggì in Cecoslovacchia e vive al seguente indirizzo: Praga 1 fossati 2. Inoltre, è accusato di essere membro della banda per sequestro di persona a scopo di estorsione.” In un documento successivo si può leggere la risposta, che arrivò dalla spia dell’Stb, Vandes Frantisek. “Ho scoperto che, in tale edificio vi si trovano solo due appartamenti privati e in caso contrario l'edificio è di proprietà di PZO technoexport.” Poi prosegue smentendo le notizie italiane. “Quando ho fatto i nomi di coloro che vivono nei due appartamenti privati, hanno detto che in uno di loro vive p. Mendl Giuseppe, la moglie e la figlia, nell'altro appartamento p. Hrubant Paolo che vive con la moglie. La signora in oggetto, Mendlova, che ha l'intera carica come amministratore, mi ha detto che in entrambi questi appartamenti non vivono estranei e non vi hanno mai vissuto, perché altrimenti avrebbe sicuramente notato in ogni stanza se qualcuno avesse camminato attraverso l'edificio.”
Dunque, secondo i cecoslovacchi Viel non aveva mai vissuto dalle loro parti, né le Brigate Rosse erano nate sotto la spinta dei paesi dell’est.
Chi erano allora questi giovani esaltati che rapivano, rapinavano e uccidevano? Il 26 giugno del 1976 la spia Frantisek Jirousek stendeva la sua relazione: “L’organizzazione estremista di sinistra delle Brigate Rosse (BR) è nata nel 1966 tra gli studenti della facoltà di sociologia presso Università di Trento.” “Le BR sono del parere che in Italia c'è un reale pericolo di controrivoluzione, in quanto, a loro avviso, la Democrazia Cristiana al potere (DC) può contrastare una crisi solo con la guerra civile.” “Secondo le BR - scrive la spia Jirousek - la grande offensiva della classe operaia deve essere diretta contro la DC”, quale centro del potere reazionario.
Ma in che modo questa guerra avrebbe fatto presa sulla popolazione? Mediante la propaganda mediatica, attraverso azioni armate spettacolari, rapendo e assassinando “gli esponenti di spicco della borghesia italiana”.
Quello che però interessava di più all’ambasciata di Praga erano le accuse che piovevano da Roma, particolarmente dal ministro degli esteri Francesco Cossiga, il quale affermava che le BR erano legate alla Cecoslovacchia e si addestravano a Karlovy Vary. Anche Viel e Franceschini, arrestati dopo l’uccisione del giudice Coco, si diceva avessero legami con Praga. Tutto falso, ribatteva Jirousek: “Queste affermazioni devono essere negate, queste mendaci accuse sono parte degli sforzi promozionali della reazione italiana”.
Chi erano dunque questi brigatisti? Secondo Jirousek, un’invenzione dei servizi segreti italiani e occidentali per screditare i paesi socialisti. Ma chi aveva fornito queste informazioni ai paesi comunisti? Se lo chiede anche il professor Roberto Bartali nel suo libro scritto per il dottorato all’università di Siena. Qui, in questi documenti, appare invece chiaro. L’Stb segue le teorie di Lino Jannuzzi, che in quei mesi stava lanciando pesanti accuse dalle colonne di Tempo, un settimanale considerato nell’archivio Mitrokhin alle dipendenze di Mosca e del KGB. Ma in ogni caso le sparate di Jirousek erano ancora più grosse.
“Le effettive caratteristiche delle BR - scriveva - sono venute alla luce il 15 Giugno 1976 nella conferenza stampa organizzata dal giornalista italiano Lino Sanuzzi (Jannuzzi n.d.r.). Sono stati pubblicati i resoconti di ex ufficiali del servizio spec. Italiano: il SID, la CIA e il BND. Nel Marzo del 1974 il SID ha cominciato ad organizzare “falsi brigatisti “e l'anno seguente la gestione del SID ha deciso di creare un altro falso gruppo BR con infiltrazioni di agenti nelle menzionate BR, utilizzati in parte per rilevare i veri brigatisti, e parzialmente per ottenere gli obbiettivi principali del SID.”
La traduzione che vi proponiamo è stata un po’ risistemata, perché non è chiarissima. Comunque il concetto non può essere travisato. Per i cecoslovacchi, Jannuzzi avrebbe affermato che i servizi segreti italiani volevano “creare in Italia un clima di incertezza e la  paura del comunismo come precondizione per l'insorgenza della destra quale ‘mano potente nel governo’ nel paese.”
Negli ultimi anni questa teoria ha preso decisamente piede, basta guardare qualche filmato su Youtube sulla strage di via Fani. Si dice che intorno ai rifugi dei brigatisti vi fossero svariati appartamenti di proprietà dei servizi segreti italiani, e che un ufficiale del Sismi fosse presente sul luogo dell’agguato, la mattina del 16 marzo 1978. Perché? Molti interrogativi devono ancora essere sciolti.