sabato 13 aprile 2019

La pioggia di Stato della Montedison


Se piove d’ora in poi ringraziate il governo, potrebbe essere una sua idea. Molti utenti degli Emirati Arabi stanno scrivendo queste frasi nei loro cinguettii su Twitter, perché la monarchia ha annunciato sui giornali un imponente programma di piogge artificiali. Secondo quanto scrive Wikipedia il progetto partì nel luglio 2010 con un finanziamento di 11 milioni di dollari, e nel corso di questi anni avrebbe centrato il suo obiettivo di far piovere nel deserto, dove di norma questo fenomeno è molto raro.
Ma il cosiddetto cloud seeding, che vuol dire “semina delle nuvole”, non l’hanno inventato gli arabi, tutt’altro. Se ne parlava fin dal 1979 sui giornali italiani. Per almeno vent’anni anche il nostro paese ha condotto una lunga sperimentazione sul clima. Inizialmente sembrava portare dei buoni risultati, poi nel 2005 venne improvvisamente interrotta, almeno ufficialmente. Furono scritti molti articoli sull’argomento, specialmente in fase di lancio del progetto, basterebbe cercare su Google “Progetto pioggia”, per farsene un’idea. Di fatto negli anni ‘80 nasceva in Italia la pioggia di Stato, un’idea che il Ministero dell’Agricoltura aveva deciso di cofinanziare. A metterla in pratica, infatti, indovinate un po’ chi c’era? Una vecchia conoscenza della nostra cronaca giudiziaria, la Montedison. Nel 1979 venne costituita la Tecnagro, un’associazione no profit controllata dalla Montedison insieme ad altre aziende, tra cui la Fiat. Scopo dell’operazione era migliorare la tecnica e la professionalità nell’agricoltura italiana. E quale modo più innovativo per modernizzare l’agricoltura se non quello di far piovere dove l’acqua per irrigare i campi scarseggia? La Stampa titolò così: “Piano con Israele per irrigare il sud”.
Il know how venne messo a disposizione dagli israeliani e dagli americani, che in piena guerra fredda contendevano all’URSS niente di meno che il controllo del clima. Una relazione della CIA di qualche anno prima, nel 1976, riferiva già di stazioni per la modifica del clima installate in una regione montuosa della Cina, il Liu-Pan-Shan, da cui venivano lanciate sostanze chimiche sui banchi di nuvole. A volte per far piovere di più, altre volte per impedire le piogge. Come alle Olimpiadi di Pechino del 2008, allorché il governo comunista cinese si vantò di aver predisposto un sistema che avrebbe evitato che cadesse pioggia durante l’inaugurazione dei giochi.
E’ chiaro che questi Stati che programmano le condizioni atmosferiche non si stanno preoccupando troppo per i cosiddetti “cambiamenti climatici”, quelli provocati come ben sappiamo dalla CO2, che, prodotta dalla combustione dei carburanti, starebbe surriscaldando il clima del pianeta. A volte sembra, leggendo gli articoli esteri, che il cloud seeding sia proprio considerato dai politici un rimedio al riscaldamento del clima. Ma a questo punto dobbiamo ritornare alla Montedison, perché su quella sperimentazione della sua no profit, la Tecnagro, esiste un interessante documento parlamentare del primo ottobre 1991, lo stesso periodo in cui si realizzava la maxitangente Enimont scoperta dal pm Antonio Di Pietro. In un’indagine conoscitiva della nona commissione permanente sulle risorse idriche in agricoltura, il professor Bartolelli commentava l’esito della sperimentazione della Tecnagro fornendo questi numeri: “Il primo anno, nella regione Puglia, siamo riusciti ad ottenere degli incrementi di precipitazione nell’area bersaglio che andavano da un massimo nella zona centrale di oltre il 102 per cento in più rispetto alla media cinquantennale delle piogge nell’area, a valori che rispetto alla parte centrale gradualmente diminuivano”.
Il cloud seeding descritto in questo documento non è affatto diverso dalla costosa procedura messa in atto in questi giorni negli Emirati Arabi. Da terra vengono monitorate le nuvole attraverso dei radar. Si analizza il cielo soprattutto o soltanto sotto il profilo chimico. Non ho mai sentito parlare di alta o bassa pressione, che sono concetti alla base della meteorologia, la scienza che studia, appunto, il tempo atmosferico. Quando le nuvole in arrivo sono adatte alla semina artificiale, stando alle parole del professor Bartolelli, viene fatto partire un aereo bimotore, il quale getta sulle nuvole una sostanza chimica: lo ioduro d’argento. Poi si aspetta, e si spera. “Perché il fatto stesso di aver effettuato un intervento al quale segue la pioggia non significa affatto che l’intervento in sé ha avuto effetto”, specificava il professore alla commissione parlamentare. Il meccanismo non è automatico. Non si sa se sarebbe piovuto lo stesso. In più, basta una folata di vento e la pioggia va a cadere da tutt’altra parte. Questo il professor Bartolelli non lo diceva ma emerge dagli articoli successivi, da libri, nei quali si narrava che in Sardegna nel 2002, durante una seconda fase della sperimentazione voluta dal governo Berlusconi, si sospettò che la semina, anziché produrre pioggia nei punti “bersaglio”, aveva provocato un nubifragio su una cittadina vicina.
Eppure i dati del 1991 sembravano incoraggianti. Erano stati condotti studi che erano durati qualche anno, per confrontare la quantità di pioggia caduta su aree sottoposte alla sperimentazione con quella di altre aree dove non si era intervenuti. Era l’unico modo per capire se la “semina” aveva di fatto cambiato il clima, che nel sud Italia in quegli anni faceva registrare una siccità preoccupante. Era stata quindi registrata “una media del 30 per cento in più di precipitazioni nell'area bersaglio rispetto alle medie degli anni precedenti.” Gli stessi dati di cui vanno fiere in questo periodo le autorità degli Emirati Arabi.
Sarà vero? Oppure il progetto pioggia fu solo un’altra furbata per racimolare qualche finanziamento pubblico, a cui i dirigenti della Montedison e della Sir erano ormai abbonati? Purtroppo l’unica cosa certa, leggendo anche i commenti su Twitter, è che quando piove ad aumentare sono soprattutto i dubbi. Sarà pioggia artificiale o naturale? Saranno i cambiamenti climatici, oppure le sperimentazioni? E poi i sospetti: che l’ultimo allagamento, magari con qualche incidente, si poteva evitare.

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