domenica 27 gennaio 2019

Edis, le figurine che sfidarono la Panini


Nei mercatini del fumetto non le trovi quasi mai. C’è chi si alza molto presto per essere il primo a girare per gli stand e accaparrarsele. Sono le figurine che i collezionisti sognano e per le quali tirano fuori volentieri i soldi dello stipendio. Soldi in contanti. Sembrerà strano ma questi pezzi pregiati del collezionismo italiano non si chiamano Panini. Bisogna sfatare la leggenda. Gli album della mitica Panini di Modena sono costosi, bellissimi. Ma alle fiere si trovano facilmente, almeno dal 1970 in poi. Quelli dei suoi concorrenti, invece, per niente. Hanno nomi sconosciuti, destini molto simili. Sono raccolte dei calciatori, prevalentemente, che uscivano prima della Panini, per strapparle qualche milione di clienti e di fatturato. Sono rimaste in edicola uno, due anni, magari qualcuno di più. Ci sono imprenditori che si sono arricchiti in poco tempo, ma tanti alla fine hanno chiuso i battenti dell’azienda, non potendo competere con il colosso di Modena.
E’ una situazione paradossale che capovolge i destini dei manager e li trasforma in inconsapevoli eroi. Apri internet e scopri che la tua raccolta fallimentare è diventata una delle più ricercate e costose. Questa è anche la storia di chi ha lavorato nella Edis di Torino, un’azienda nata negli anni ‘60 in via Sansovino, che andò in crisi alla fine dei Settanta, e risuscitò nel 1983, quando fu affidata al restyling dell’artista torinese Vincenzo Reda, che ne fu il direttore commerciale.
Il signor Reda è una persona estremamente gentile, di cui ho scoperto l’esistenza leggendo un trafiletto di giornale nell’archivio online della Stampa. Quando ho bisogno di un’informazione, di togliermi una curiosità, vado in quel pozzo senza fondo e me ne torno sempre con un personaggio dimenticato. Nel 1984 Reda era nel pieno della sua attività di marketing alla Edis, stava pubblicizzando la raccolta sulla droga. Un album di figurine con dei disegni avrebbe dovuto spiegare ai bambini i danni che vengono causati dalla tossicodipendenza. Articoli della Stampa, del Guerin Sportivo, tanta propaganda, enormi aspettative. Fu invece un grande flop, mi ha spiegato Reda quando l’ho contattato su Facebook. E oggi queste figurine sono introvabili. Una bustina sul sito di aste Ebay costa 5 euro.
“La mia storia nella Edis inizia a fine ottobre del 1983 - racconta Vincenzo Reda - ed è dovuta a un veneto che si chiamava Vittorio Tardivello. Aveva uno studio industriale per sviluppo e stampa. Era un mio cliente. La Edis in quel periodo era messa molto male dal punto di vista finanziario. Provammo a rimetterla in sesto. La situazione era proprio disastrosa. La prima cosa che feci fu ripulire quegli immensi magazzini in cui, oltre a vecchi album, c’erano topi, coccodrilli, veramente di tutto. E tanta sporcizia.”
Il ruolo di Tardivello qual era?
“Voleva riprendere la raccolta dei calciatori. Entrò in società al 50%. Ma lavorare a un progetto simile non era facile. Quando entrai, la Edis aveva solo 7 o 8 dipendenti, con un fatturato di 7-800 milioni di vecchie lire.”
Solo 400mila euro?
“Un po’ di più, in euro forse il doppio di quella cifra. Tardivello entrò, mise soldi freschi e partimmo con il calcio. Andai a Vicenza a parlare con Campana, il presidente dell’Associazione Calciatori. Avevamo bisogno innanzitutto delle autorizzazioni per le foto. Lo ricordo come una persona molto in gamba. Ci vollero due o tre giorni di trattativa. Io avevo pochi soldi. Ma ottenni alla fine i diritti. Ora però si trattava di fare l’album.”
Eh sì, perché voi uscivate prima della Panini.
“E dovevamo fare tutto molto in fretta, fotografare i calciatori a fine agosto, con le squadre ancora in ritiro. Cercai allora uno specialista, un fotografo di Modena, molto esperto, che accettò l’incarico. Le cose andarono piuttosto bene. Vendemmo qualche decina di milioni di bustine. Ma la Panini ne vendeva 3-400 milioni. Pubblicammo sia la raccolta 1984-85, sia il 1985-86.”
Perché poi non andaste avanti con le raccolte dei calciatori?
“Perché alla Panini quelle poche decine di milioni di bustine che vendevamo davano fastidio e io volevo fare della Edis un’industria. Dissi: finiamola col calcio e proviamo a lavorare per gli altri. Così mi accordai con la Panini per imbustare le figurine dei calciatori per loro. Tornai a casa con due o tre milioni di figurine da produrre.”
Ma come funzionava il mercato delle figurine?
“Ho girato l’Italia per conoscerlo. Era fondamentale avere un gruppo di rappresentanti che portassero le figurine nelle scuole, che facessero propaganda. I più bravi erano Volponi e Grasso. Volponi lo chiamavo “Nebbia in Valpadana”, perché era sempre in giro col furgone a distribuire figurine. Regalavamo l’album con una bustina. Ricordo con nostalgia quando in via Sansovino, che era una strada che non avevano ancora asfaltato, all’epoca avevo la fila di furgoni, con la neve, che venivano a caricare le bustine. Bisognava fare in fretta. Guai a perdere il momento buono. Il grosso della vendita si faceva nelle primissime settimane. Se il bambino andava in edicola e non trovava le figurine, ti saluto.”
Oltre al calcio, e alla droga, quali album pubblicaste?
“Un album stupendo era “Conoscere”, ne vendemmo tantissimi.”
Infatti ce ne sono molti in giro ancora adesso.
“Poi ce ne fu uno sulla Formula Uno. Non era pubblicizzato come quello sulla droga, ma andò comunque male.”
Ma chi era questo Ferruccio Vizzotto, il padrone della Edis? Nel retro degli album compariva sempre il suo nome.
“Era laureato in chimica, aveva la mentalità del matematico, ma si occupava lui della produzione degli album. Io gestivo solo la parte economica. Giuseppe Panini, quello che aveva un’edicola e fondò la Panini, venne a Torino da Vizzotto per imparare a stampare le sue prime figurine. Mentre il figlio, Antonio Panini, è quello che negli anni ‘90 rilevò il marchio Edis e lo portò a Modena.”
Ci racconti del suo lavoro con Ferruccio Vizzotto.
“Io con Vizzotto non andai mai d’accordo. Andava a controllare da dietro il muro se le donne lavoravano. Io gli dicevo: ma lascia stare, se vanno un attimo in bagno non ci puoi far niente. Per Vizzotto la famiglia era sacra. Quando arrivai alla Edis era sua figlia a occuparsi del contatto con i clienti, di rispondere alle richieste delle figurine mancanti. Arrivava in ufficio col suo cane e gli buttava per terra un pezzo di carne. Eliminai anche questo andazzo.”
Come si imbustavano le figurine?
“Erano fatte in fogli da 30-40 pezzi, inserite in un ordine particolare, con un senso logico ben preciso. Venivano tagliate dalle quadrotte e mandate alla mescolatrice. Poi si tagliavano e si facevano i caricatori di figurine che le inserivano nelle bustine. Non c’erano figurine rare alla Edis.”
Come si concluse questa sua esperienza?
“Chiamai due giornalisti per vendergli il 50% dell’azienda. Dissero: va bene, lei farà ancora l’amministratore delegato. Un bel giorno del 1989 trovai Vizzotto con i due giornalisti davanti. Vizzotto mi disse: lasci qui le sue carte di credito, lei è fuori dall’azienda. Al massimo se vuole può occuparsi delle vendite all’estero. Mi mandate via così, senza una liquidazione? domandai. Secondo me Vizzotto si era messo d’accordo con i due giornalisti. Sbagliai a non mettere tutto per iscritto. Andai dall’avvocato, il quale si accorse subito che non c’era una giusta causa per mandarmi via.”
L’articolo 18...
“Esatto. E mi propose di far causa per ottenere 300 milioni (di vecchie lire, ndr). Allora dalla Edis mi chiesero: non si potrebbe transare? In quel periodo avevo paura di rimanere senza soldi e accettai. Portai a casa la macchina aziendale e 60-70 milioni, ma avrei potuto ottenere molto di più. Passai un anno in coma. Per me la Edis era tutta la mia vita.”
Lei è anche un grande artista. C’è qualcosa della sua arte in quegli album Edis così strani?
“Non c’è nulla. La produzione grafica la faceva Vizzotto.”
Al computer?
“All’epoca non avevamo computer. Si faceva tutto a mano.”
Ci racconti qualche aneddoto su quelle figurine.
“Nel 1985 Vizzotto prese un abbaglio su Roberto Baggio, che aveva appena 17-18 anni ed era stato messo in squadra solo all’ultimo. Ci fu un errore nella didascalia. Vizzotto prese quelle figurine e le corresse una ad una.”
Pubblicaste anche la raccolta intitolata Calciostadio 1984-85, con i giocatori in movimento, vero?
“E’ vero. Fu sempre un’idea di Ferruccio Vizzotto. Il Calciostadio fu un fallimento. Dissi a Vizzotto che i bambini i calciatori volevano vederli in faccia, ma lui non mi diede ascolto. E fu un disastro.”
Esiste qualche magazzino ancora pieno di album Edis?
“Io ho buttato via tutto pochi anni fa, avevo fogli interi di figurine, ma non sapevo cosa farmene. Il magazzino è stato trasferito a Modena dalla Panini.”
E gli album Edis degli anni Settanta? Gli album fatti con i gelati Motta, ad esempio? O quelli a schede del 1971-72, che si attaccavano al muro come dei poster?
“Ah sì, adesso ho capito a cosa si riferisce! nel magazzino di via Sansovino ce n’erano tanti. Molti erano rovinati dalla sporcizia. Feci buttare via tutto.”

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