venerdì 8 febbraio 2013

Il caso Sme e quella tangente non pagata


Nel 1985 l’Iri, ente pubblico per la ricostruzione industriale presieduto da Romano Prodi, era sul punto di realizzare un grosso affare. Si trattava di una delle prime privatizzazioni miliardarie, che sfumò per l’intervento di Craxi e Darida. La storia dice che PSI e DC per questioni procedurali non ratificarono quell’accordo da 497 miliardi di vecchie lire per la vendita della SME a De Benedetti. La questione ebbe riflessi giudiziari immediati, perché il 25 giugno 1985 l’ingegner De Benedetti denunciò in conferenza stampa che un politico per telefono gli aveva chiesto tangenti per portare a termine quell’acquisto. Il nome di questo faccendiere non lo si seppe mai. La storia che di recente è riapparsa sui quotidiani è invece completamente diversa: un infinito processo contro Berlusconi che ha fatto leva su vicende successive, quando De Benedetti si rivolse al Tar del Lazio e perse la sua battaglia perché, sostengono i magistrati, Silvio Berlusconi attraverso Previti e Pacifico aveva corrotto i giudici Filippo Verde e Renato Squillante. In mezzo all’affare SME c’era finito infatti il Cavaliere, che aveva avanzato un’offerta con la cordata che faceva capo alla Barilla. Un’offerta giunta però in ritardo rispetto ai termini. Il tutto fu inutile, e inutile appare anche l’inchiesta recente. Sta diventando un’inchiesta sulla storia, la quale dice che la SME, anziché per 497 miliardi, fu venduta per 2000 miliardi nel 1993 e nel 1994, smembrata e ceduta a industriali, per lo più stranieri, estranei a questa vicenda tranne la Barilla.