domenica 12 marzo 2017

Antonio Di Pietro? E’ morto nel 1983


Antonio Di Pietro è morto? Ma no, è una bufala del web! E’ solo la risposta generica che, a una nostra ricerca sul nome di Antonio Di Pietro, ci ha fornito l’archivio del quotidiano La Stampa.
Abbiamo provato cioè a capire se del famoso giudice di Mani Pulite si parlò soltanto a partire da quel noto arresto di Mario Chiesa nel febbraio del 1992, oppure vi sono tracce anche precedenti a quella fatidica data, con altre inchieste, altre storie, altri indagati.
Le tracce ci sono. Selezionando un range di ricerca dall’anno 1970 al 16 febbraio 1992, giorno prima dell’arresto di Mario Chiesa, tre sono gli articoli che ci hanno colpito. Il primo è quello più curioso, che proprio fuori strada non porta: un Antonio Di Pietro risulta morto sempre nel milanese nei primi anni ‘80 del secolo scorso. Una “breve” del 17 maggio 1983 riportava la notizia che un Antonio Di Pietro di 28 anni, pregiudicato per furto e nel giro della prostituzione, era stato ucciso in un agguato a Muggiò, in provincia di Milano. Era stato ferito a una spalla ed era morto dissanguato all’ospedale di Monza. Era stato raccolto - affermava l’articolista -, sanguinante, ai bordi di una strada a Cinisello Balsamo. E da qui portato inutilmente all’ospedale.
Si tratta di un’omonimia? Evidentemente è così. Il giudice di Mani Pulite risulta nato, secondo Wikipedia, nel 1950 e avrebbe avuto quindi, nel 1983, già 33 anni, e non 28. Tuttavia leggendo questa mia ricostruzione storica l’ex pubblico ministero, detto dai suoi amici “tonino”, comprenderà quanto grave è stato quel suo vizio di andare in vacanza con un passaporto falso (ammesso sia vero quanto trovato nei dossier di Craxi). Chi falsifica il nome una volta, non potrebbe infatti averlo fatto altre volte?
Antonio Di Pietro, come giudice, compare sui giornali in tempi non sospetti in un’inchiesta sulle patenti di guida falsificate. Parliamo di un’indagine condotta da Di Pietro, in qualità di sostituto procuratore della procura milanese, insieme alla Polstrada. Erano i primi passi di un giudice che, evidentemente, partiva fin dall’inizio, lancia in resta, a caccia dei truffatori. Eravamo ancora nel 1986, sei anni prima dello scoppio dello scandalo di Tangentopoli. 
Due anni più tardi, nel 1988, il nome di Antonio Di Pietro lo si leggeva in una nuova inchiesta sulla corruzione, condotta, tra gli altri, insieme al giudice Piercamillo Davigo, altrettanto legato alle indagini su Tangentopoli. Inchiesta che si allargava a macchia d’olio dalle patenti alle tangenti assegnate ai politici sulla costruzione delle cosiddette carceri d’oro, famoso scandalo che vide coinvolto anche l’ex ministro, originario del novarese, Franco Nicolazzi.
La carriera di Di Pietro era evidentemente tutta orientata verso quello che sarà l’apice del suo successo: gli arresti per la Maxitangente Enimont. Tutto sembra portare verso una escalation di processi, che poi, come sappiamo, arriverà. Morte del suo omonimo a parte, si intuisce fin dall’inizio, con questa breve analisi, che questo magistrato era uno specialista di un solo settore, e che quindi, a differenza di molti altri che lo precedettero in passato, potrebbe essere entrato in magistratura per applicare le leggi solo ed esclusivamente sulla corruzione. Questo è quanto ci sentiamo di concludere.