sabato 8 aprile 2017

Il "consenso" ci salverà dalla crisi economica?


"Alla fine dell'anno scorso circolavano in Italia titoli di Stato e obbligazioni per un valore che superava l'astronomica cifra di 40 mila miliardi. L'incremento è ormai di diverse migliaia di miliardi ogni dodici mesi e, in rapporto alle dimensioni della nostra economia, è forse il maggiore del mondo. Ciò significa che — asfittico e fuori dalle sue funzioni istituzionali il mercato azionario — è sul reddito fisso che sono incentrati l'interesse e le cure sia delle autorità centrali, sia degli esperti finanziari."
Questa era nel 1972 l'introduzione che l'economista cieco e senza contratto giornalistico della Stampa, Renato Cantoni, faceva nel suo articolo su obbligazioni e debito pubblico. Grazie al suo straordinario talento, posso confermare ancora una volta che la nostra visione della politica economica, nel 2017, è assai limitata.
Lo Stato per pagare i suoi stipendi ormai non ha altra scelta che quella di farsi prestare il denaro dai cittadini. Un'emergenza tira l'altra. E il cane si morde da almeno venticinque anni la coda. In tempi diversi si trattava invece di un'emergenza che si sostituiva ad altre soluzioni.
Bisogna quindi per forza tornare indietro, al 1972, per capire cosa accadeva quando il debito pubblico era nella norma, quasi in una nostra vita precedente. Leggendo l’ articolo di Cantoni intitolato “Obbligazioni e inflazione” riaffiorano altri dettagli interessanti. Nel malaugurato caso in cui le aste delle obbligazioni fossero andate storte, lo Stato avrebbe dovuto intervenire direttamente, in modo tale da porre rimedio ai progetti pubblici messi a bilancio preventivo. Toccava alla Banca d'Italia comprare i titoli invenduti, oppure a un istituto statale di credito: l'Istituto Centrale fra le Casse di Risparmio (ICCRI). Oggi si cerca l'aiuto della Banca Centrale Europea, ed è più difficile spiegarle che per la nostra bella vita abbiamo bisogno di altra liquidità.
Nel 1972 erano le nostre banche pubbliche, inoltre, in situazioni di crisi, a garantire nuove emissioni di obbligazioni molto convenienti con cui finanziare, con i soldi degli italiani, le opere infrastrutturali. E la cosa avveniva alla luce del sole. Il cittadino era direttamente coinvolto nelle spese pubbliche.
Oggi non è più così. Al centro di tutto, cioè a Roma, in questi ultimi decenni c'è un occulto "convalescenziario" statale, tanto per rubare le parole di un altro economista: Ernesto Cianci. Il governo Renzi ha escogitato una nuova IRI, ma il sistema non si allontana dalla politica del fascismo. Può essere la ragione per cui è risuscitata pure l'ottocentesca Cassa Depositi e Prestiti. E' lei, sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, a gestire Fintecna, che è, appunto, una IRI di terza generazione, la quale racchiude al suo interno una serie infinita di scatole cinesi. Qui come sappiamo vengono assorbiti tutti i debiti pubblici, come dopo la grande crisi del 1929. Poi nel pentolone troviamo gli investimenti degli enti locali, il mercato delle armi, il lavoro precario di Almaviva, e anche la progettazione di opere pubbliche. Persino i rimborsi per il terremoto del 2016 nel centro Italia vengono controllati da Fintecna, che è alla ricerca di più di cento ingegneri per studiare la ricostruzione degli edifici di Marche, Lazio e Umbria.
In sostanza, la garanzia dello Stato adesso viene offerta a costo zero, almeno negli annunci dei politici. I rimborsi arrivano con estrema facilità, i controlli sono centralizzati, ma l’impressione è che l’ombrello statale difficilmente potrà contenere tutte le necessità immediate del paese. Chi salderà i conti?
In un recente articolo sul debito pubblico è stato scritto che i titoli di stato permettono al governo di coprire il deficit. Ce lo auguriamo. Almeno vorremmo continuare a sopravvivere. Secondo Radio Radicale, nel 1995 una buona metà di essi veniva assorbita dal mercato italiano, composto di famiglie private, banche, assicurazioni. Garantivamo con il nostro stipendio, e garantiamo ancora perché le oscillazioni sono state minime, i soldi che il nostro datore di lavoro nel settore pubblico avrebbe dovuto corrisponderci il mese successivo. Radio Radicale non lo specificava, ma questo era il succo.
Dunque è implicito il fatto che senza bot, cct e btp lo Stato italiano fallirebbe. Questi prodotti finanziari, che pagano interessi sempre più bassi, vengono spalmati dal governo su scadenze sempre più lunghe, affinché si ritardi il più possibile il momento di una loro restituzione. Una simile prospettiva, nel complesso, li rende sempre meno convenienti, sia per le famiglie, sia per le stesse banche, che continuano ad investire buona parte dei soldi dei cittadini nei titoli pubblici. E infatti la crisi bancaria è sotto gli occhi di tutti.
Per piazzare questi bot, cct e btp, dopo la separazione voluta da Andreatta tra la banca d’italia e la politica del governo, serve per forza di cose il consenso dei cittadini per lo Stato. In altre parole, molto più semplici da capire, per sopravvivere abbiamo bisogno di una dittatura, di un consenso vastissimo. Ogni crisi o scandalo vero potrebbe creare i presupposti per una crisi di liquidità, che manderebbe a gambe all'aria tutti gli impiegati degli uffici pubblici e i politici che si danno alla bella vita.
La gente deve credere nello Stato e investire sul suo debito. Ecco perché le manovrine, con il Berlusca o con Renzi, non possono colpire i cittadini. Devono mancare il colpo e finire sui fumatori, sugli alcolisti, ma non sui loro “clienti”. La gente non può non credere nello Stato italiano, e questo anche riguardo al sistema giudiziario. Lo Stato italiano è il bene assoluto, e il Berlusca o gli altri politici indagati sono i martiri che pagano con la loro reputazione affinché il gioco regga e vada avanti. Un prezzo che si può anche pagare, visto che la galera questi signori non sanno manco cosa sia.
Altre soluzioni non si vedono. Il capitalismo del mercato azionario continua a non piacerci. La politica parlamentare, sia di sinistra che di destra, non favorisce affatto il libero mercato, ma semmai gli appalti, le scalate e le nazionalizzazioni. Continuiamo a non saper immaginare qualcosa di diverso dal finanziamento a pioggia dello Stato, senza tuttavia alcun ritorno di fiamma per il comunismo. E idee nuove dagli economisti non arrivano. Abbiamo un processo al giorno per gli appalti pubblici da venticinque anni, dalla prima Mani Pulite, una corruzione che è devastante come ai tempi di Catilina, ma a nessuno viene in mente di eliminare alla radice il problema. Come è possibile? Forse è proprio questa attività di eterna indagine mediatica che deve far nascere il consenso per lo Stato e il conseguente successo nelle vendite dei titoli pubblici.
Sta di fatto che nel nostro giornalismo è difficile immaginare un'economia che non preveda nel prossimo futuro una nuova grande asta di bot, cct, e btp. E nessuno si è ancora accorto che Renato Cantoni è più importante del suo quasi omonimo del fantozziano ufficio anticorruzione.