venerdì 11 agosto 2017

“Due cardinali guidano le BR”, ma era una truffa


Bisogna tornare a parlare di Ernesto Viglione. Vi ricordate quel giornalista che accusava i cecoslovacchi di essere i mandanti del terrorismo e di aver aperto le porte di Praga a Feltrinelli? C’è sicuramente lui dietro le accuse che la Stasi lanciò contro il Vaticano. Questo personaggio riaffiora dalla polvere dell’oblio grazie all’informativa Mfs HA IX 2600 della polizia politica dell’ex Germania Est.
Non ne avevo fatto alcun cenno riservandomi di controllare meglio, tuttavia tra le prove che venivano portate dalla Stasi alla tesi della matrice di destra delle Brigate Rosse c’era il caso di un brigatista pentito, che negli anni Settanta avrebbe fatto confessioni di grande rilevanza, coinvolgendo nel terrorismo la DC e il Vaticano.
In realtà, si trattava di una volgare truffa e molto probabilmente avevano ragione i giudici, che, almeno in primo grado (poi il giornalista fu assolto, mentre venne confermata la condanna del mitomane) condannarono Viglione e i suoi complici ad alcuni anni di galera.
Era successo semplicemente questo: Pasquale Frezza, un pregiudicato che già alla fine degli anni Sessanta aveva provato a depistare un altro delitto molto famoso, il caso Fenaroli, si era spacciato per brigatista rosso, mentre Aldo Moro era ancora vivo nel covo BR di via Montalcini e, grazie agli spazi che l’allora giornalista di Radio Montecarlo, Ernesto Viglione, gli concesse, riuscì a imbastire una truffa con tanto di estorsione. Il Frezza, che di professione aveva fatto il piastrellista ma era finito anche in manicomio, sosteneva di essere un ex brigatista pentito, e disse che in cambio di parecchi milioni avrebbe permesso alla giustizia di far arrestare i colpevoli. Moro nel frattempo venne trovato morto, ma l’impianto accusatorio di Frezza e Viglione continuò a tenere banco sui giornali.
Per ricostruire questa vicenda prendo spunto dagli articoli d’archivio del quotidiano La Stampa. Giuseppe Zaccaria il 9 maggio 1981 sottolineava l’assurdità di quelle accuse del duo Frezza-Viglione. Secondo loro il cardinale Poletti e Adolfo Beria d’Argentine, membri del Vaticano, facevano parte della direzione strategica delle Brigate Rosse, mentre tre carabinieri erano nel commando che trucidò la scorta di Moro in via Fani. C’era anche un piano pazzesco per sgominare l’intera banda delle Brigate Rosse, che prevedeva un finto rapimento di Flaminio Piccoli. La ricostruzione di Frezza era finita intanto sull’Espresso: a sparare a via Fani - fu scritto sul settimanale - erano stati dei carabinieri in borghese, di cui venivano forniti i nominativi, e a progettare l’agguato erano stati degli “alti prelati” del Vaticano. 
Oggi ci siamo abituati ad ascoltare di preti e cardinali (e anche carabinieri) accusati dalla magistratura, ma effettivamente per l’epoca era un po’ troppo. Eppure - proseguiva - Zaccaria su La Stampa - i politici credettero a quelle ipotesi fantascientifiche. Il ricatto andò in porto. Vi parteciparono almeno altri due uomini, un giornalista di Radio Montecarlo, Luigi Salvadori, e un certo Bruno Pelliccioni. L’onorevole Egidio Carenini versò ai ricattatori 13 milioni di vecchie lire, poco meno rispetto a quanto era stato richiesto. Fu poi la volta dell’onorevole democristiano Vittorio Cervone, che venne coinvolto nella faccenda. Quindi i mitomani furono mandati dal generale Dalla Chiesa, comandante all’epoca dell’antiterrorismo, e cercarono di ottenere denaro pure da lui.
Se ho deciso di riportare i nomi di queste persone, che oggi hanno pagato il loro debito con la giustizia, è per due motivi: intanto il caso Moro resta di attualità, dunque è legittimo fornire ai colleghi tutte le informazioni possibili, in secondo luogo è probabile che questa storia corrisponda al rapporto Impedian 235, quello dell’archivio Mitrokhin nel quale si parla di una “misura attiva” del KGB per screditare la CIA, che vide coinvolto anche l’allora Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. I tempi coincidono: il 1978-1979. Il Ministro Rognoni effettivamente relazionò al parlamento sulle accuse di Viglione e Frezza, che sembravano aprire uno squarcio su un evento che aveva commosso tutti gli italiani.
Ma non era così, mi sembra evidente. Le spie della Stasi in questo caso cascarono nel tranello, condizionate dalle voci che uscivano dal Vaticano: alcuni circoli ecclesiastici sostenevano che la DC fosse coinvolta nel sequestro Moro. L’informativa Mfs HA IX 2600 fu redatta probabilmente alla fine degli anni Settanta, quando forse il caso dei mitomani non era ancora stato smascherato. Tra le prove di una complicità della Democrazia Cristiana nel terrorismo veniva citato, nel rapporto della Stasi numero 2600, proprio l’incontro che l’onorevole Cervone ebbe con un brigatista. Pankow sembrava credere a queste accuse. Scrisse testuali parole: "Un membro del gruppo che era stato sciolto dopo l'assassinio di Moro affermò che due parlamentari e una persona collegata al Vaticano appartenevano al personale delle "brigate rosse" e avrebbero messo in scena l'operazione Moro. Secondo i suoi ulteriori ritratti, politici, parlamentari e poliziotti appartenevano alle "brigate rosse". In questo contesto è stato anche conosciuto un incontro tra il senatore democratico cristiano Cervane (che sarebbe Cervone ndr.) e un terrorista. Il pubblicista di queste informazioni è stato messo a tacere per mezzo di procedimenti investigativi." 

L'episodio sembra lo stesso di cui stiamo parlando. Ma Pasquale Frezza non era un brigatista. Non c’è traccia di questo suo legame con il mondo dell’eversione rossa, né sul web, né negli archivi dei quotidiani, né nei dossier di Cia, Stb, Stasi, Kgb.
La notizia del primo arresto di Pasquale Frezza, “il piastrellista marsigliese”, era uscita su La Stampa il 28 ottobre 1969. In quel caso l’uomo aveva cercato di inserirsi in un delitto passionale che avevano seguito tutti gli italiani: il caso Fenaroli. Con i due assassini già in carcere da tempo (il delitto si consumò nel 1958), Frezza cercò di far accusare dai giudici Gaetano Martirano, fratello della vittima, che si chiamava Maria Martirano. La donna fu uccisa, secondo la sentenza passata in giudicato, dal marito Giovanni Fenaroli con la complicità dell’amico Raul Ghiani. Si scoprì subito che il piastrellista in mano non aveva alcuna prova per far riaprire il caso, né i fantomatici gioielli che non si trovavano e che Frezza avrebbe ricevuto, con tanto di lettera di accompagnamento, dal fratello della Martirano.
Da quanto leggo nei giornali d’archivio, anche in questo precedente degli anni Sessanta il Frezza poté esibirsi in molti articoli nazionali, millantando segreti a cui nessuno credette, fin dal primo momento. L’unico che diede credito a questo signore fu Ernesto Viglione, appena nove anni dopo, in un momento estremamente tragico per la nazione. Cosa concludere? Io credo che Viglione non fosse pazzo, ma che, come sospettavo tempo fa, potesse essere in contatto con i paesi dell’est, pur lavorando per un giornale della DC come Il Settimanale. E ritengo possibile che abbia partecipato alle “misure attive” dei paesi socialisti, i quali, come ho dimostrato con il dossier cecoslovacco, tentarono in tutti i modi di far accusare la CIA per il terrorismo italiano.