venerdì 11 novembre 2016

Due tedeschi tra i cecchini di via Fani


I miei lettori devono ricordare bene questo nome: Rolf Heiszler. Tedesco della Baviera, classe 1948, terrorista del “Movimento 2 giugno”. Attualmente, secondo Wikipedia, si trova in carcere a scontare due ergastoli per l’omicidio di due funzionari doganali olandesi, avvenuto il primo novembre 1978. Fu sospettato di aver partecipato anche al rapimento Schleyer nell’autunno del 1977. Parliamo del terrorismo della Raf, la banda Baader Meinhof. Gli inquirenti italiani questo nome lo hanno voluto dimenticare, e non capiamo perché.
Heiszler o Heissler è innanzitutto uno dei probabili partecipanti alla strage di via Fani, il 16 marzo 1978. Si parlò di lui nel gennaio del 1980, quando in carcere ricevette la visita del giudice istruttore Claudio D’Angelo. Sono le conferme che abbiamo trovato riguardo alla pista tedesca della valigia “made in Germany”, che si vede nel video di Youtube, di fianco al cappello da aviatore. In realtà anche gli inquirenti italiani si erano mossi con decisione in questa direzione. I servizi segreti cecoslovacchi invece non proseguirono su questa strada, cui erano giunti leggendo delle vicende di Hans Joachim Klein. Anzi, dal punto di vista cronologico chiusero la loro inchiesta il primo agosto del 1978, con le informazioni raccolte su Lorenzo Minoli e Marco Ricceri. Ricorderete che questi due italiani avevano soggiornato a Praga insieme alla spia della Cia Martin Wenick. Poco prima, le spie cecoslovacche avevano saputo dell’arresto di Claudio Avvisati, impiegato dell’ENI con una strana tessera cecoslovacca. Nel luglio 1978 la polizia italiana aveva trovato a casa di Avvisati un manifesto della banda Baader Meinhof, eppure il giudice Achille Gallucci l’aveva scarcerato per un cavillo burocratico: aveva procurato al brigatista Triaca una macchina da scrivere nel 1975, e non poco prima del sequestro Moro.
Torniamo a via Fani, il luogo dei miei incubi, non lontano da dove sono nato e ho abitato fino a 4 anni di età. Casa mia era a pochi metri da via Montalcini, “la prigione del popolo” in cui fu segregato Aldo Moro. Il momento chiave di questa triste vicenda è a mio parere la scoperta del covo di via Gradoli, nell’aprile del 1978. E’ qui che secondo il Corriere della Sera vennero trovate tracce che portavano con decisione in Germania.
Fu scritto nel 1978 che era stata trovata un’agenda con le spese delle BR. Tra queste vi erano dei viaggi da Roma a Francoforte di un certo Fritz. Ma non era l’unico elemento. In via Gradoli erano state rinvenute delle targhe tedesche. Quattro giorni dopo il sequestro di Moro fu avvistata, inoltre, verso Viterbo, un’auto della Germania occidentale con a bordo quattro uomini e dei mitra. Il proprietario venne arrestato. Fu ribadito in più di un articolo che sul luogo della strage di via Fani c’era una borsa “made in Germany”, che non poteva essere stata venduta in Italia.
C’era sicuramente stato un patto tra BR e terroristi tedeschi. Lo aveva affermato, secondo il Corriere, un’indagine del Sisde. Fu siglato nel 1975. In tempi più recenti si è dibattuto se il covo di via Gradoli fosse stato fatto trovare dagli stessi servizi segreti, che avevano acquistato o affittato diversi appartamenti in quello stesso stabile. Ma non è mai stato smentito che quello fosse il covo di Mario Moretti. E allora come si può parlare di depistaggio, se la pista tedesca aveva portato a dei riscontri così concreti? Negli articoli del 1978 e poi del gennaio 1980 del Corriere della Sera e della Stampa non si parla di sospetti, ma di forti indizi che in via Fani, il 16 marzo 1978, vi fossero almeno due tedeschi: Rolf Heiszler ed Elizabeth Von Dyck, legati alle BR italiane. La Von Dyck venne uccisa in Germania in un’azione di polizia nel 1979. Le furono trovati addosso documenti falsi, rubati nel 1972 a Sala Comacina, uguali a quelli di Heiszler, dello stesso stock presente in via Gradoli, e nascosto anche in via Giulio Cesare da Valerio Morucci e Adriana Faranda. Insomma prove importanti. In un’altra base delle BR venne raccolta anche una chiave di fabbricazione cecoslovacca.
I pm che indagavano, dopo le prime indagini di Infelisi e Gallucci, erano Ferdinando Imposimato e Rosario Priore, i quali poco dopo dopo l’uccisione del presidente Moro volarono in Germania Ovest, a Wiesbaden, per farsi aiutare dai poliziotti tedeschi. Sandro Acciari affermò: “La pista internazionale non è più un’ipotesi, ma ha già tutta una serie di riscontri obiettivi.” Ma le indagini non decollarono, senza una valida ragione. Nel 1980 il giudice istruttore D’Angelo riprese il fascicolo e volò a Monaco ad interrogare in carcere Rolf Heiszler. Sandro Acciari scrisse di nuovo sul Corriere: “I giudici romani non hanno dubbi in proposito: esisterebbe una 'prova documentale' della presenza a Roma di Heiszler nel periodo cruciale alla vigilia dell’attentato.” D’Angelo tornò a mani vuote: Heiszler non aveva aperto bocca. “Non sono pazzo, perché dovrei parlare?”, aveva esclamato al giudice italiano.
Da quel momento calò il silenzio, e allora dobbiamo cercare di capire perché oggi gli stessi giudici Imposimato e Priore annaspino nei dubbi. Imposimato rilascia interviste e scrive libri accusando la Cia, Priore, dopo aver seguito l’infinita inchiesta sul Dc-9 caduto a Uscita nel 1980, sembra non ricordare più queste indagini tedesche. Che però una risposta potevano darla, come l’hanno data a noi.
Aldo Moro in una delle sue prime lettere inviate a Cossiga dalla prigionia fece riferimento al rapimento Lorenz, un fatto che era avvenuto nel 1975 in Germania. Peter Lorenz era un politico della Democrazia cristiana tedesca. Venne rapito a Berlino Ovest dai terroristi del “Movimento 2 giugno”, legati alla banda Baader-Meinhof, e rilasciato in cambio di cinque prigionieri. Tra questi terroristi c’era anche Rolf Heiszler. I terroristi liberati furono spediti nello Yemen del Sud, dove il governo aveva deciso di concedere loro il permesso di soggiorno. Narrò la vicenda La Stampa durante il rapimento Moro. 
E’ possibile che il presidente della DC fece questo accostamento con un’idea ben precisa? Lo si potrebbe dedurre da un noto episodio emerso nel 1980. La Digos accertò attraverso informative del Sismi che il figlio di Aldo Moro, Giovanni Moro, aveva cercato di partire nei giorni del sequestro di suo padre per lo Yemen, insieme alla fidanzata Emma Amiconi. Ma poi desistette. E’ chiaro che laggiù avrebbe potuto incontrare gli uomini del “Movimento 2 giugno”, ma a quale scopo? Giovanni Moro non lo disse. Di fronte al giudice Gallucci negò ogni ipotesi di tal genere. Questa storia è tornata di attualità recentemente. Possibile che nessuno si sia ricordato di Rolf Heiszler? Siamo diventati un popolo di smemorati?


Il terrorista del "Movimento 2 giugno", in una foto del quotidiano La Stampa pubblicata al momento del suo arresto nel giugno 1979.