sabato 12 novembre 2016

Imposimato era certo del legame BR-Gheddafi


Con una semplice ricerca spuntano dall’archivio altri dettagli agghiaccianti di un collegamento tra Raf e delitto Moro. Secondo il Corriere della Sera, il corpo di Moro venne fatto ritrovare nello stesso giorno e alla stessa ora in cui Ulriche Meinhof, la terrorista della Raf, si impiccò nel carcere tedesco. Ciò dimostra che il comunicato numero 7 non era nemmeno un depistaggio, ma un avvertimento, che giunse proprio nelle ore in cui la polizia italiana scopriva il covo di Moretti in via Gradoli e sequestrava le prove di contatti con la Germania.
E’ evidente che la pista della Raf avrebbe portato ai servizi segreti della Stasi, ai palestinesi e al colonnello Gheddafi, quindi a nemici acerrimi degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna. Anche in questo caso i collegamenti diretti con le Brigate Rosse sono tantissimi. Sul colonnello Gheddafi siamo noi italiani a cercare di dimenticare. Fu lui a far arrivare le armi dei palestinesi alle brigate rosse. Un giornalista che si sta battendo per dimostrare qualcosa di simile è Giorgio Guidelli, del Resto del Carlino, autore di libri sulle Brigate Rosse marchigiane e sui contatti tra BR e palestinesi. Entrando in questo argomento la mia indagine partita dalle basi Nato e dalla base del monte Conero si incrocia con il suo lavoro.
Mi limiterò quindi a tratteggiare un ritratto dell’uomo che funse da tramite per lo smercio di armi alle BR. Un personaggio dimenticato che mi ha molto colpito: “Corto Maltese”. Lo chiamarono così per quei suoi viaggi spericolati in barca a vela dal Libano a Cipro e poi all’Italia, che organizzò per portare alle Brigate Rosse le potenti armi dei palestinesi. Ma il suo vero nome era Maurizio Folini, ed era considerato un uomo del KGB sovietico. Fu proprio il giudice Ferdinando Imposimato, l’attuale grande accusatore della Cia, a scrivere, nel 1987, nella sua sentenza di rinvio a giudizio riportata dal Corriere della Sera, che “Corto Maltese” era un “agente del KGB collegato a Gheddafi e inoltre massimo esponente di quel traffico d’armi che dal Medio Oriente alimentava il terrorismo italiano.”
Si trattava dell’inchiesta Moro-ter o Moro-bis, con la quale Imposimato e Priore apparivano certi di avere svelato lo scenario di guerra internazionale nel quale era inserito il rapimento Moro. Nel 1986 parlarono di: “un quadro allarmante delle complicità e interferenze da parte di servizi segreti e Stati stranieri.” Secondo quanto scrisse il Corriere, un pentito, un certo Pasini-Gatti, aveva rivelato ai due magistrati che “Corto Maltese” gli confidò una volta di “incontrare periodicamente il colonnello Gheddafi il quale era interessato a sovvenzionare l’installazione di una radio privata nel sud Italia (a Napoli ndr) per propagandare la linea politica dell’autonomia...”. Un altro brigatista, Oreste Scalzone, affermò che “l’Unione Sovietica contava molto sulle BR e credeva che in Italia ci fosse una situazione matura rispetto a un’ipotesi rivoluzionaria. Roberto Sandalo, ex esponente di Prima Linea, aggiungeva, nell’articolo del Corriere firmato da Marco Nese, che “l’organizzazione palestinese che forniva le armi agiva come intermediaria tra il KGB e Prima Linea.”
Questa storia come vedete è molto complessa e meriterebbe una trattazione approfondita. C’è di mezzo anche un agente della Cia, Ronald Stark, il quale forse conduceva un doppio gioco fornendo ai terroristi il numero di telefono di un funzionario dell’ambasciata libica a Roma. Quello che ci interessa dire è che Imposimato e Priore avevano in mano un quadro, a metà degli anni ‘80, che appariva completo. Perché, allora, di un legame tra Gheddafi e le Brigate Rosse non si è più parlato?