venerdì 18 novembre 2016

Ombre tedesche sugli anni di piombo


C’è un filo conduttore nella storia dei nostri anni di piombo, che conduce in quella che una volta si chiamava Germania Ovest, o Repubblica Federale Tedesca. E’ lì che alla fine degli anni ‘60 si svilupparono movimenti di guerriglia capeggiati da alcuni giovani di estrema sinistra, in particolare da due donne: Gudrun Ensslin e la giornalista Ulrike Meinhof; e due uomini: Andrea Baader e Horst Mahler.
Il nome che venne dato al gruppo nel maggio 1970 fu Frazione Armata Rossa, o più semplicemente RAF. Questi giovani sciagurati, in nome del comunismo e la guerra a quello che consideravano lo “Stato fascista”, organizzarono rapimenti, barbare uccisioni e rapine per tutti gli anni ‘70 del Novecento e poi anche per buona parte degli ‘80.
Il primo punto di contatto con l’Italia, che si è cercato di dimenticare come tutti gli altri che si susseguirono fino alla fine degli anni ‘80, fu Giangiacomo Feltrinelli. Praticamente vi furono dei legami certi tra il terrorismo tedesco e quello italiano delle Brigate Rosse fin dall’inizio, dagli anni della contestazione studentesca. Sono tanti gli articoli del Corriere della Sera nel quale si parlava a quell’epoca di finanziamenti sospetti. Si disse che l’editore Feltrinelli sostenesse la battaglia armata dei tedeschi. Già dal 1968 Feltrinelli fu molto attivo nei comizi di sinistra che venivano organizzati a Berlino Ovest. Ma questo, anche se Wikipedia non lo scrive, non ci stupisce. Feltrinelli era in contatto con il terrorismo altoatesino e con Vienna. Il problema vero è un altro: quale fu il ruolo del ministro degli esteri dell’ex Germania Ovest, Willy Brandt, il quale, nello stesso giorno in cui Feltrinelli arringava la folla della sinistra extraparlamentare di Berlino Ovest, protestava davanti all’ex Reichstad contro il riarmo della Germania Est del presidente Ulbricht?
E’ una questione molto spinosa, perché sia sulla politica dello Stato ex tedesco occidentale, sia nel gruppo Baader-Meinhof, sussistono delle notevoli ambiguità. Il terrorismo tedesco fu veramente manovrato dalla Stasi, ossia dai servizi segreti della Germania Est? E Brandt, che divenne cancelliere dal 1969 al 1974, era sinceramente intenzionato a contrastare il terrorismo?
I dubbi furono sollevati da un noto rapporto del Sid scritto nel 1974 dal discusso giornalista Guido Giannettini, sospettato di aver partecipato all’attentato di piazza Fontana nel 1969 e poi assolto. Giannettini affermò che Brandt, leader del partito Socialdemocratico di Germania, era filocinese e antisovietico. Sarebbe stato pertanto lui il “grande vecchio” della sinistra extraparlamentare e addirittura il mandante della strage di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre del 1969, per la quale Brandt si sarebbe servito proprio di Giangiacomo Feltrinelli quale esecutore materiale. Secondo questa ricostruzione, che il Corriere non esitò un attimo a definire fantasiosa, le bombe di piazza Fontana sarebbero servite per rafforzare il vacillante governo italiano di Mariano Rumor. Ma le rivelazioni di Giannettini non si fermavano qui.
All’indagine su piazza Fontana, come ben sappiamo, partecipò il commissario Luigi Calabresi, considerato responsabile del suicidio dell’anarchico Pinelli, e a sua volta assassinato sotto casa da due terroristi il 17 maggio del 1972. Pochi mesi prima era morto a Segrate, mentre sistemava un ordigno su un traliccio, Giangiacomo Feltrinelli. Nella sua informativa Giannettini scrisse che il commissario Calabresi si stava avvicinando troppo alla verità su piazza Fontana, cioè alla colpevolezza di Feltrinelli, e sarebbe stato ucciso dai servizi segreti dell'ex Germania Ovest, dopo che gli stessi avevano liquidato Feltrinelli facendo passare la cosa come un suicidio. Il motivo di questi omicidi sarebbe stato un allontanamento di Brandt, a partire dal 1971, dalla politica filocinese e antisovietica. Per evitare che i servizi segreti israeliani scoprissero tutto, le spie dell'ex Germania Ovest, note con la sigla di BND, avrebbero cercato di far sparire le prove con degli omicidi.
A questo punto per Giannettini la “pista nera” su cui indagarono i magistrati italiani sarebbe stata creata dai servizi segreti israeliani del Mossad, per evitare che Nixon attuasse un accordo internazionale filo-arabo sull’asse Italia-Spagna-Grecia-Turchia. Per fare tutto questo, scriveva il Corriere della Sera riportando l’informativa del Sid, gli israeliani avrebbero manovrato i magistrati Gerardo D’Ambrosio, Luigi Bianchi D’Espinosa e Giancarlo Stitz, gli uomini del PSI, della sinistra extraparlamentare, il ministero dell’interno italiano, il giornale Il Mondo e avrebbero pure utilizzato degli infiltrati della Cia. Ma non è finita: il Mossad avrebbe cercato di attuare il golpe Borghese nel 1970, sempre in chiave antiaraba con l’aiuto dei servizi inglesi, e avrebbe inviato l’anarchico Gianfranco Bertoli, in realtà “agente provocatore”, a far saltare la questura di Milano nel maggio 1973.
Bisogna ammettere che proprio fantasiosa questa ricostruzione non era. Vediamo quali rivelazioni con il tempo si sono rivelate esatte. La Cia aveva scritto nei suoi rapporti su Junio Valerio Borghese che il pianificatore del golpe del 1970 era “influenzato” dai servizi segreti britannici. Dunque era vero che non si trattava di un golpe da operetta. Fu inoltre accertato dalle commissioni parlamentari che Bertoli non era un povero anarchico in guerra con la polizia, bensì un informatore dei servizi segreti. Pure Feltrinelli non era uno stinco di santo: girava per mezza Europa con false carte d’identità. Il Mossad è un altro che aveva i suoi buoni motivi per essere adirato con il barcollante governo italiano. Il giudice americano Vittorfranco Pisano scrisse, nel suo rapporto sul terrorismo italiano del 1979, che esisteva un patto con i palestinesi perché nel nostro territorio non avvenissero incidenti: il famoso “Lodo-Moro”. Si disse, senza mai dimostrarlo, che l’aereo di Gladio noto come Argo 16 fu abbattuto dagli israeliani nel 1973 sui cieli di Marghera per farci un dispetto: i morti furono quattro, ma fu sfiorata la strage.
Restiamo nel patto Atlantico ed ecco delle ombre anche sul BND, il servizio segreto di Bonn. Venne più volte citato nel dossier cecoslovacco quale sostenitore del terrorismo italiano. Lo stesso Willy Brandt si era dimesso pochi mesi prima della pubblicazione dell’informativa di Giannettini perché era stato scoperto che un suo consigliere era una spia di Pankow, cioè della Germania Est. Nel 1969, l’anno di piazza Fontana, ben quattordici personaggi dell’ex Germania Ovest che lavoravano nella difesa nazionale si erano suicidati misteriosamente nel giro di sei mesi. Ne riferì i dettagli il bel libro di Vinicio Araldi sullo spionaggio. Ciò vuol dire che nella guerra fredda era difficile districarsi tra doppi e tripli giochi. Non si può quindi escludere che Giannettini avesse ragione e che, come Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati per l’omicidio Calabresi dall’accusa di un pentito, fosse stato tirato in ballo per depistare le indagini su piazza Fontana.
Di una cosa siamo certi: se la Strategia della tensione fu l’insieme di tutti gli attentati terroristici degli anni Settanta del secolo scorso, di destra e di sinistra, incluso il delitto di Aldo Moro, in ognuno di questi può aver avuto un ruolo la banda Baader Meinhof. Ed è altrettanto certo e documentato che ogni volta che ciò emerse nei giornali la polizia tedesca bloccò le indagini italiane. Sembra che per il governo di Bonn la RAF dovesse rimanere un problema esclusivamente tedesco. Abbiamo già citato in precedenza il delitto Moro. La storia si ripeteva ciclicamente. Già sei anni prima, il delitto Calabresi aveva i suoi colpevoli belli e pronti con tanto di prove, a pochi giorni dal fatto. Il primo era, così, per cambiare, della banda Baader-Meinhof: Holger Meins, detto “il diavolo biondo”. Sembrava coincidere con l’uomo che aveva acquistato un ombrello lasciato dall’assassino sul luogo del delitto e con l’identikit dei testimoni. Quando la polizia tedesca arrestò Meins questa pista fu improvvisamente abbandonata. Il "diavolo biondo" morì in carcere nel novembre del 1974. La mattina del 9 maggio 1976 la stessa sorte toccò a Ulriche Meinhof.
Se lo stato tedesco ex occidentale conduceva una guerra spietata contro la RAF, perché la stessa non poteva essere collegata ai nostri attentati? Il giudice Emilio Alessandrini nel gennaio 1979 era tornato da pochi giorni da un vertice nell’ex Germania Ovest, nel quale aveva incontrato magistrati tedeschi, uomini del BND, e persino il direttore del carcere in cui era morta la Meinhof, quando fu assassinato da estremisti di sinistra di Prima Linea. Un giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo, che aveva colto questa strana coincidenza, ossia Walter Tobagi, fu ucciso appena un anno più tardi dalle Brigate Rosse, con una dinamica simile a quella del delitto Calabresi. Sempre nel 1979 un criminale pentito in carcere a Vienna, tale Alfredo Bianchi, chiese di parlare con i magistrati affermando di sapere chi aveva assassinato il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, collaboratore del giudice Antonio Alibrandi. Ma anche questa strada verso la verità che sconfinava oltrefrontiera venne mandata in archivio. Alcuni killer di Varisco, stando a Wikipedia, non furono mai identificati.
Bisogna a questo punto capire cosa impedì ai nostri magistrati di proseguire nel loro lavoro. Risolvere la questione del terrorismo come una strategia eversiva dei paesi comunisti contro l’occidente non è sufficiente. C’è qualcosa di più, che sembra mettersi di traverso e inquinare le indagini. Dobbiamo tornare a parlare di Guido Giannettini. La sua confessione è ancora più interessante se si considera che la spia del Sid si recava spesso in Germania, dal BND, per addestrarsi alla scuola di guerra psicologica di Coblenza. In sua compagnia c’era Pino Rauti, il missino nazimaoista accusato di essere l’organizzazione della Strategia della tensione. Il Corriere della Sera scrisse che Giannettini era praticamente di casa al servizio segreto di Bonn. Ma lo era, secondo i giornali italiani degli anni ‘70, anche Gianni Nardi, il terrorista nero che fu indagato, dopo Holger Meins, per la morte del commissario Calabresi insieme alla sua donna. Eh sì, quando con la sua Mercedes venne fermato alla frontiera svizzera di Brogeda, il neofascista Nardi fu trovato, non solo bello carico di armi, ma anche in compagnia di una tedesca, Gudrun Kiess Mardeve. Con loro c’erano anche l’italiano Bruno Stefano e un ritratto di Hitler. Nardi morì in circostanze misteriose nel 1976 in Spagna, a Maiorca. Molte delle sue armi furono rinvenute in un bosco vicino Ascoli Piceno, a pochi metri dal luogo in cui è stata uccisa recentemente una donna, Melania Rea, moglie di un militare, Salvatore Parolisi, che è considerato dai giudici il suo assassino.
Dai giornali d’archivio emergono con evidenza i depistaggi del servizio segreto italiano nella ricerca della verità sulle stragi. Su questo può aver inciso a nostro parere un cambio della guardia nella gestione del controspionaggio. Se fino al 1970 era una sezione dei carabinieri a occuparsene, da allora in poi è probabile che sia stato proprio il gruppo "nero" di Giannettini, Freda, Ventura, Rauti e Nardi a lavorare nel controllo delle basi Nato. Le loro infiltrazioni divennero un infinito segreto di Stato, senza colpevoli.
Italia e Germania ebbero anche un altro punto in comune, e questa volta nella politica estera: Gheddafi. Le due nazioni divennero dagli anni ‘70 del Novecento le principali importatrici del petrolio libico. E’ certo che il colonnello Gheddafi collaborò con la polizia di Bonn, almeno dal 1978, per far arrestare i terroristi della RAF. Non sappiamo con quali risultati ciò potesse concretizzarsi, se è vero che in Italia, pochi anni più tardi, veniva accertato che Gheddafi quegli stessi terroristi tedeschi, italiani e palestinesi li sosteneva e riempiva di armi. In più c’era il torbido piano politico. Verso la metà degli anni ‘80 i giornali tedeschi fecero scoppiare lo scandalo dei missili di Rabta. Venivano costruiti nel deserto libico dei micidiali ordigni bellici con l’aiuto degli esperti statali di Bonn. Ma se tra ex Germania Ovest e Libia c’era un’intesa politico-militare sospetta, l’Italia non fu meno spregiudicata. Da noi era attivo negli anni ‘70 uno Stato nello Stato, la Loggia P2 di Licio Gelli, che acquistava il petrolio libico a basso costo, lo rivendeva ai prezzi di mercato, e guadagnava sulla differenza. In cambio i nostri militari corrotti avevano ceduto al leader libico i segreti delle basi Nato in Italia. Chi tentò di denunciare questo traffico, come fece sul suo OP Mino Pecorelli nel 1979, venne ucciso e accusato anche dopo la sua morte di essere dalla parte dei congiurati. Il dossier, malgrado le inchieste giudiziarie o forse proprio a causa di esse, scomparve nel segreto di Stato. Se riaffiorasse oggi non creerebbe minore scandalo rispetto agli anni di piombo.