domenica 5 febbraio 2017

"I terremoti di Ancona? Provocati da esplosioni"


Furono le trivelle dell’ENI a provocare il terremoto di Ancona del 1972? Ci sono scienziati che lo sostengono. E’ la terribile conclusione alla quale giunse un anconetano, Edoardo Boscarato, all’interno di un piccolo libro pubblicato nell’ottobre di quello stesso anno.
La prova di un coinvolgimento dell’Ente nazionale, impegnato allora come oggi nella ricerca di idrocarburi nel sottosuolo, consisterebbe nelle dichiarazioni di uno scienziato, tale Bendandi, il quale al giornalista del settimanale ABC Valentini aveva affermato: “I miei strumenti hanno registrato a proposito del terremoto di Ancona, delle scosse del tutto particolari, simili a degli scoppi, come se fosse saltata un mina. Del resto, - proseguì Bendandi - anche quando avvenne il terremoto nel Polesine non si tardò ad appurare che la causa più probabile era l’attività di ricerca nel sottosuolo. Quindi non c’è da meravigliarsi se la stessa cosa è avvenuta ad Ancona”. Per Boscarato questa era la dimostrazione che il sisma che aveva terrorizzato gli abitanti del capoluogo marchigiano non aveva cause naturali.
Riemergono grazie a questo breve lavoro di 24 pagine dei dettagli che erano stati messi da parte. Come la coincidenza tra le scosse che si avvicendarono tra il 25 gennaio e il 15 settembre del 1972 e alcuni boati che i cittadini di Ancona udivano prima dei terremoti. A volte, secondo lo scrittore,a questi rumori, che assomigliavano a esplosioni, “non si accompagnavano movimenti tellurici”. Fu notata un’altra strana coincidenza: i terremoti avvenivano sempre nei giorni lavorativi, e quasi mai nei fine settimana, quando i lavoratori dell’ENI, che erano impiegati nelle piattaforme di estrazione poste nel tratto di mare davanti Ancona, si trovavano a casa. Ne seguì un dibattito pubblico sulle pagine del Corriere Adriatico. Il giornale dorico diede spazio a un acceso botta e risposta tra Boscarato e alcuni esperti dell’Agip e dell’ENI.
“Le punzecchiature delle trivelle nelle immense profondità marine sortiscono lo stesso effetto di quelle di un insetto sul corpo coriaceo di un rinoceronte”, fu la risposta di un certo Sanzio Flamini. Più secca e telegrafica la replica del presidente dell’ENI, originario di Falconara Marittima, Raffaele Girotti: “L’Agip non può ignorare che è stato accertato sopra ogni possibile dubbio da scienziati e sismologi italiani e stranieri di indiscutibile fama, nonché da tenici della pubblica amministrazione, che non vi è alcuna connessione diretta o indiretta tra le ricerche e lo sfruttamento dei pozzi in alto mare e gli eventi sismici.”
Le trivellazioni dunque proseguirono senza soste, nonostante la zona di Ancona fosse scossa in continuazione dal terremoto. Eppure gli esperti, sebbene non portassero prove concrete di una responsabilità dell’ENI, lanciavano degli allarmi: “Tutte le volte che l’uomo violenta la natura, qualcosa succede sempre”, disse il 21 luglio del 1972 ai microfoni del giornalista Valentini il professor Peronaci, che dall’osservatorio di Monteporzio Catone vicino Roma, aveva seguito l’evolversi del terremoto anconetano. Bendandi come detto fu ancor più esplicito. Boscarato concluse il suo lavoro con queste parole profetiche: “Quando le trivellazioni e le prospezioni avvengono in sottosuolo in stato di normalità fisiologica, possono avvenire vibrazioni sismiche, ma non tali da provocare disastri. Quando invece avvengono in sottosuoli in cui epicentri a nido d’ape costituiscono la caratteristica dell’ambiente, vibrazioni e cambi di status possono provocare addirittura catastrofi.”
A distanza di ben 45 anni un’analisi molto simile è stata pubblicata sul famoso quotidiano inglese Daily Mail. “Per provocare un terremoto del quinto grado della scala Richter - hanno spiegato tre giornalisti il 23 gennaio 2017 - servirebbe un’esplosione nucleare. Il rischio perciò di indurre con le ricerche di petrolio e metano dei terremoti simili è molto basso, ma quando un simile sisma sta per verificarsi le conseguenze sono notevoli. Nell’ultimo secolo le ricerche minerarie sono state una delle attività industriali che possono aver indotto terremoti così forti da provare danni materiali e morti.” Gli autori dello studio si chiamano Gillian Foulger, Jon Gluyas e Miles Wilson.
In Italia, naturalmente, nessuno ha tradotto e pubblicato queste parole. Beh, capirne la ragione non è difficile. Il nostro governo sta proseguendo le stesse ricerche di petrolio e metano che nel 1972 furono messe sotto accusa dal Boscarato. Sulla Stampa dell'aprile 2016 venne pubblicato un bell'articolo sui nuovi permessi che erano stati ottenuti dallo Stato in quei mesi per le trivellazioni nel centro Italia. Mi pare sia molto evidente la vicinanza tra il notevole numero di spazi per ricerche nella zona di Amatrice, l’area di trivellazioni più vasta d’Italia, e la faglia dei terremoti che si è attivata da agosto 2016 a oggi, praticamente senza soste, tra Lazio, Marche e Umbria. Basterebbe che i giornalisti facessero un minimo di analisi e si ricordassero di quello che scrivevano prima del referendum sulle trivelle, che poi è miseramente fallito, per tirare delle somme che paiono a questo punto scontate.
Se nel 1972 Boscarato si meravigliava per la costanza e la durata delle scosse, che anziché calare di intensità si mantenevano sui 5-6 gradi della scala Richter, la stessa identica situazione si potrebbe verificare oggi. L’epicentro all’epoca fu registrato nella zona di mare al largo del Conero. Scosse simili, con epicentro ancora nel mare Adriatico centrale, furono registrate nuovamente intorno al 2013, con un’intensità intorno a 3-4 gradi Richter. Sul sito internet “Tuttopedia” fu attribuita la causa di quei nuovi piccoli sismi alla Nato, che dalle basi militari del Conero bombarderebbe la terra dalla ionosfera con onde Elf. Gli effetti di quelle scosse furono modesti. La vita dei marchigiani è cambiata soprattutto dopo il 24 agosto 2016, da quando è iniziato uno sciame sismico infinito composto da oltre 50mila scosse di intensità in due tre casi superiore a 6 gradi Richter. L’epicentro si è spostato sull’Appennino centrale.
Secondo un sito dal nome poco conosciuto, Straker di Rosario Marciano, questi terribili terremoti del 2016, che hanno raso al suolo paesi come Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e poi anche Ussita, sono troppo superficiali. Scrivono: “Storicamente i sismi hanno ipocentro profondo, compreso tra i 30 ed i 70 Km. Solo negli ultimi anni si è registrato un incremento dei terremoti con ipocentro superficiale, compreso entro i 10 Km. Ciò può essere spiegato da perturbazioni ionosferiche che sollecitano gli strati superficiali della litosfera.” Ancora le onde Efl della Nato. Sono in parecchi a sostenerlo e la teoria avrebbe delle basi scientifiche.
In Italia a dire il vero per tutto il Novecento si sono verificati terremoti entro i 10 km di profondità, anche nei primi anni dello scorso secolo, quando la tecnologia era ancora agli albori. Ciò non toglie che fossero tutti al di sotto dei 50 km, che è la soglia limite per i terremoti più vicini alla superficie. In una mia analisi recente avevo notato che i luoghi dei sismi più noti che si verificarono nel nostro paese coincidono con le zone in cui dai tempi del Duce l’Agip cercò il petrolio o il metano: Sicilia, Basilicata, Marche, Abruzzo, Emilia Romagna. Probabilmente non tutto è frutto del caso o di una volontà distruttrice soprannaturale. Alessandro Manzoni, cattolico conservatore del nostro Risorgimento, insegnava che Dio interviene nella vita dell’uomo con la Divina Provvidenza, non con la distruzione programmata. Evidentemente con la seconda repubblica siamo tornati nel Medioevo: il terremoto è tornato un castigo di Dio.