mercoledì 22 febbraio 2017

La madre delle tangenti conduceva alle armi


Armi in cambio di droga, grazie alle tangenti pagate al partito socialista di Bettino Craxi. Era probabilmente questa la madre di tutte le tangenti, di tutte le trame sporche della prima repubblica. Venne scoperta nei primi anni ‘80 dal giudice Carlo Palermo, ma fu subito insabbiata.
E’ la Tangentopoli che nessuno ha voluto smascherare fino in fondo, che rientra perfettamente nello scenario da guerra fredda che ho ricostruito in questi anni parlando dei fondi neri della Montedison. Probabilmente c’entrava anche quest’ultima nei traffici con l’estero. Infatti l’anello di congiunzione tra l’azienda leader della chimica, con sede a Foro Bonaparte, e il partito socialista era un faccendiere di cui si parlò anche nell’era di Mani Pulite. Si chiamava Ferdinando Mach di Palmstein. Fu il mediatore di un affare che fece pervenire nelle casse del partito socialista iberico e italiano circa 50 miliardi di lire. Scopo di quell’operazione era far acquistare alla Montedison di Schimberni un’azienda farmaceutica spagnola per un prezzo di molto superiore alle cifre di mercato, la cui parte eccedente doveva finire al PSI.
Ma, prima che il giudice Francesco Greco, nel 1994, scoprisse questo filone di indagine di Mani Pulite, era successo molto di peggio, e vale la pena tornarci un attimo.
Il giudice avellinese Carlo Palermo, fin dal 1980, indagava su uno smercio di armi e droga che facevano la spola tra l’Italia e alcuni paesi dell’Africa. Nel 1984 si cominciò a parlare anche di politica e tangenti. Pare che fosse proprio Ferdinando Mach di Palmstein, uomo fidato di Craxi a Milano, a rivestire un ruolo centrale nel giro illecito di denaro. Un articolo di Repubblica del febbraio 1987 lo descriveva quale giovane faccendiere del partito socialista, abile nel maneggiare il denaro e ben inserito in certi giri d’affari. Frequentava il cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, l’architetto Silvano Larini e l’agente generale dell’Ina di Milano, Gianfranco Troielli.
Su incarico di Craxi - sempre secondo Repubblica -, Mach di Palmstein si trasferì a Roma e fondò un’azienda, la Coprofin, che diventò “l’eminenza grigia” del partito socialista e la prima indiziata nell’inchiesta del giudice Palermo. Indagando a Trento sul traffico armi-droga, e perquisendo l’abitazione di Mach di Palmstein, Palermo scoprì nel 1983 che la Coprofin e la Promit erano due aziende nelle mani della Sofin Immobiliare, una società controllata dal Partito Socialista. Spiegava molto bene queste trame un articolo della Stampa del 30 giugno 1984. Coprofin e Promit avevano però favorito un vasto giro di scambi tra l’Italia e i paesi africani, tra cui Mozambico, Somalia e paesi arabi. Le armi giungevano nel Terzo Mondo in cambio di droga, e il partito socialista intascava delle tangenti. Una vicenda gravissima, con possibili legami anche con i fatti di sangue del terrorismo.
Mach di Palmstein non era solo in questa attività di mediazione. Si parlò anche di Vanni Nisticò, capo ufficio stampa del PSI e uomo nelle liste della P2 di Licio Gelli. Furono travolti dai sospetti i vertici dei nostri servizi segreti. Il parastato italiano trafficava in armi? Per quei tempi non era un reato, ma destava molte preoccupazioni la possibile violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.
E’ questo il punto cruciale. Non solo il giudice Palermo aveva scoperto gli affari sporchi della P2 e forse della mafia siciliana, ma aveva messo le mani sui finanziamenti che violavano la famosa legge Piccoli, la 195 poi modificata nel 1981 dalla successiva legge 659.
Ma cosa significava veramente violare la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? Leggendo il testo integrale di quelle norme la verità comincia a venire a galla integralmente. La prima cosa di cui si preoccupava il legislatore era la pioggia di miliardi che i partiti avrebbero ricevuto direttamente dallo Stato. Soldi puliti, evidentemente, e centellinati. Ma si trattava pur sempre di soldi dei contribuenti, che per di più non finivano in parti uguali nelle tasche dei politici. Dipendeva dai voti di ciascun partito nei vari seggi. Ci furono gelosie, liti tra gli uni e gli altri? I giornali non ce lo dicono apertamente, ma è chiaro che deve essere andata così. Se i politici locali si pagavano da soli i comizi elettorali, le campagne elettorali dei politici di livello nazionale venivano rimborsate, di fatto, a partire da quella legge 195 in poi, da un'organizzazione burocratica di Stato. Fu scritto già nel 1983 che la legge non riusciva ad arginare le irregolarità. Erano state scoperte da alcuni magistrati rimasti sconosciuti vicende locali di tangenti soprattutto a Torino e a Venezia. Ma una cosa mi pare certa: applicare quella legge equivaleva a mettersi dalla parte di chi, comunque, non avrebbe mai estirpato il male alla radice. In pratica, si trattava di combattere i finanziamenti sporchi, non verificabili, per continuare ad erogare legalmente una valanga di miliardi ai potenti della politica nazionale. Al partito Radicale questo dettaglio non passò mai inosservato, e riuscì come sappiamo a far abrogare la legge nel 1993.
Ma chi doveva controllare la regolarità dei bilanci prima di quella data e prima che Di Pietro desse il via ai processi di piazza? Il testo originale ci dice anche questo: il presidente della camera d'intesa con il presidente del senato. La corretta applicazione di quelle leggi 195 e 659, richiamate più volte nei processi da Di Pietro, prevedevano una loro denuncia di eventuali irregolarità. Quale ruolo ebbero nelle inchieste di Mani Pulite?
La risposta sta tutta in quell’indagine di Carlo Palermo su Mach di Palmstein. Il giudice avellinese infatti non partì in quarta alla ricerca dei fondi neri dei partiti. La legge gli imponeva di interpellare i presidenti di Camera e Senato, e lui lo fece. All’epoca le procedure prevedevano che i processi sui parlamentari fossero istruiti da una speciale Commissione Inquirente, mentre i giudici di Mani Pulite dovettero, in seguito alla riforma, chiedere l’autorizzazione a procedere. Ma a mio giudizio la sostanza non cambia.
Nel 1984 i giornali cominciarono a pubblicare indiscrezioni su un possibile dossier della procura di Trento, dove indagava Palermo, sui finanziamenti illeciti verso il partito socialista. In un articolo della Stampa del 3 luglio 1984 firmato da Giovanni Cerruti, si leggeva chiaramente che, per essere certi che vi fossero irregolarità rispetto alla legge Piccoli, era necessario che i presidenti delle due camere effettuassero delle verifiche. L’articolo 4 non permetteva che fossero scavalcati. Questo era il testo: “Il Presidente della Camera dei deputati, d'intesa con il Presidente del Senato della Repubblica, controlla la regolarità della redazione del bilancio e delle relazioni, avvalendosi di un comitato tecnico
composto da revisori ufficiali dei conti, iscritti nell'albo da almeno cinque anni e nominati, all'inizio di ogni legislatura, in riunione congiunta, dalle conferenze dei presidenti dei gruppi delle due Camere. Il comitato, per il controllo di regolarità, può richiedere ai responsabili amministrativi dei partiti chiarimenti nonché l'esibizione dai libri, delle scritture e dei documenti di cui al decimo comma, con l'obbligo del segreto, e redige, al termine,
un rapporto.” Quindi aggiungeva: “In caso di inottemperanza agli obblighi o di irregolare redazione del bilancio, è sospeso fino alla regolarizzazione il versamento di ogni contributo statale e si applica l'articolo 4 della legge 2 maggio 1974, n. 195.”
Dunque il giudice Palermo pare che inviò questo dossier agli onorevoli Jotti e Cossiga, ma nei giorni successivi si accavallarono le smentite: da Trento non è giunto alcun dossier, dissero i politici. Dall’articolo di Cerruti si evince che non era per niente facile procedere con gli accertamenti, perché - spiegavano a Montecitorio - il presidente della Camera è un notaio e non un giudice. Come poter stabilire che fosse stato commesso un reato ministeriale? La comunista Nilde Jotti, all’epoca presidente della Camera, girò la patata bollente alla Commissione Inquirente. Era l’11 luglio del 1984. Il dossier di 20mila pagine su Mach di Palmstein e le sue aziende legate al PSI, era giunto finalmente a destinazione. Ma nel giro di pochi mesi fu tutto archiviato. Anzi, l’onesto giudice subì un procedimento disciplinare dal Consiglio Superiore della Magistratura, gli fu tolta l’inchiesta e, come se non bastasse, nel 1985 subì un attentato di matrice mafiosa nel quale morirono la moglie e i figli. Lui si salvò per miracolo.
E’ fin troppo evidente che quella legge sul finanziamento pubblico ai partiti non poteva fare giustizia, né poteva essere applicata con quella determinazione che rese famoso il pm Antonio Di Pietro. Come mai al giudice Palermo fu impedito di procedere, mentre le toghe degli anni ‘90 applicarono persino il carcere preventivo? Si trattò di processi politici, come sostennero Craxi e in seguito Berlusconi? E’ possibile, nel senso che l’iniziale indagine si trasformò in una bagarre politica che condusse a un rinnovamento dei partiti e della classe dirigente. Ma a mio parere non stava cambiando niente. Tutti si erano dimenticati, non si sa perché, dei fondi neri Montedison e dei guai del giudice Palermo. I traffici della P2 e della mafia con i paesi africani restavano sepolti nelle sabbie di Somalia e Mozambico.