domenica 12 febbraio 2017

"Sino a quando il prepotere dello Stato sulle libertà?"


E’ mai avvenuta la defascistizzazione delle leggi italiane? Una sommaria ricerca d’archivio lascia supporre che un rinnovamento democratico della legislazione non c’è mai stato, o c’è stato soltanto in parte.
Dopo aver dimostrato che alcune norme che vengono attuate in questi anni, in particolare nel delicato settore dell’immigrazione, derivano da antiche leggi della dittatura, ho cercato di fare il punto della situazione.
Non mi è facile affrontare questo tema, perché la giurisprudenza non è il mio settore preferito. Tuttavia dove i fatti storici e politici si intersecano con l’attività dei magistrati, forse qualcosa posso permettermi di dirla. Ebbene, una serie di articoli presenti dell’archivio del quotidiano La Stampa, firmati dall’esperto giornalista Francesco Argenta, ci permettono di provare ad abbozzare una storia della defascistizzazione delle leggi.
Secondo Argenta il fascismo realizzò la bellezza di centomila leggi, tutte nate sotto forma di decreti legge, che freneticamente annullavano, volta per volta, i precedenti. Bisognava far presto a quell’epoca, e la mancanza di opposizione facilitava il compito del legislatore. Del resto, anche Montanelli nella sua storia del Novecento raccontava che, poco dopo la nascita della dittatura, ossia quando nel gennaio 1925 Mussolini riuscì a evitare l’accusa di aver ucciso l’onorevole Matteotti, il governo fascista fece approvare alla Camera un pacchetto di ben 2376 decreti legge.
Il 23 febbraio 1949 il giornalista della Stampa, Argenta, affrontava finalmente il problema scrivendo parole drammatiche. Riporto quelle che mi hanno colpito di più. Eravamo ormai già a quattro anni dalla fine della dittatura. “Sino a quando la nostra sorte di soggetti attivi e passivi del diritto, in una comunità che inalbera quanto più può il segnacolo delle libertà democratiche, continuerà ad essere alla mercé di un sistema legislativo rabbiosamente informato, anche nelle disposizioni più banali all'affermazione del principio di autorità; dogmaticamente fondato, anche nella regolazione dei rapporti privatistici, sul prepotere dello Stato nei confronti dei diritti e delle libertà individuali?”. Parole, specialmente le ultime, che sembrano scritte ieri, e non quasi settanta anni fa. “Il fascismo non è più - proseguiva Argenta -: tante delle sue opere più pretenziose sono perite o ruinate; travolte dal furore del popolo o dalla bestialità della guerra, ma del fascismo sopravvivono, intatte ed opprimenti, le leggi.”
Leggi repressive e a volte assurde. Mi era capitato di scriverlo anche nella mia tesi di laurea su Ancona. Argenta riportava il caso di un ubriaco di Novara, che si era visto comminare nel dopoguerra, a causa di leggi fasciste, ben otto anni di prigione. L’accusa: aver girato per la città in stato di ubriachezza e aver dato in escandescenze di fronte agli agenti. Anche questo è un esempio che ci riporta all’attualità. Solo pochi mesi fa il sindaco Ballarè annunciava, nella stessa Novara, un’ordinanza per multare i cittadini che fossero stati visti girare per la città con in mano delle bevande alcoliche. Lo scriveva il 15 giugno 2015, senza fare una piega, il cronista Marcello Giordani della Stampa. Un’altra norma di questo primo cittadino di sinistra (sembra assurdo ma è così) riguardava l’accattonaggio: il divieto di mendicare. Anche qui ci risiamo. Un provvedimento simile fu preso dal duce nel 1931. Fu inserito nell’articolo 154, tra le norme per la sicurezza pubblica del famoso Regio Decreto 773, ancora in vigore. Lo aveva già recuperato dalla naftalina a Verbania, insieme al bonus bebè, il sindaco di centro-destra Zacchera. Era il 2009. Gli chiesi conto di questi provvedimenti, e lui cercò di difendersi dall’accusa di essere un nostalgico del fascismo.
Tornando alla defascistizzazione delle leggi, nel 1949 Argenta sentenziava laconico: “La legislazione impostaci dal fascismo è, teoricamente, viva e vitale. E lo è anche praticamente, purtroppo.” Quindi aggiungeva queste parole: “E' deplorevole e mortificante il disinteresse manifestato in questo campo dal Parlamento. Nessun allarme, nessuna iniziativa. Alle cose serie, sembra che i legislatori antepongano i bizantinismi, le quisquilie ed i pettegolezzi del transatlantico.”
In un nuovo articolo dell’8 febbraio 1952, lo stesso giornalista della Stampa aggiornava i lettori. Quelle centomila leggi erano state abrogate? Molte sì, ma al posto di quelle abrogate, altri decreti legge stavano nascendo con la Democrazia Cristiana al governo, di fatto rinnovando quella che Argenta chiamava una “inflazione legislativa” mortificante. Leggi e leggine non avevano lasciato il posto nei ministeri a una prassi più semplice e democratica.
Undici anni più tardi, il 21 novembre 1963, le cose non erano cambiate. Anzi, lo stesso Francesco Argenta sulla Stampa, riguardo al numero di leggi fasciste abrogate, tornava sui suoi passi: “Si calcola che il fascismo ci abbia lasciato in eredità oltre centomila leggi. - ribadì -. Ristrettissimo è il numero di quelle che sono state abrogate, ma quante altre migliaia di leggi sono state emanate dopo il crollo del regime, sovrapponendosi al corpus juris anteatto, coll'intento, a volte, di portare dei correttivi ad una legislazione in aperto contrasto coi tempi, ma — il più delle volte — senza un minimo di chiarezza nel rinvio ai testi precedenti, così da rendere estremamente difficile la cabala circa l'applicazione che ha da darsi alla legge?”
Argenta si riferiva in particolare alle leggi amministrative, approvate dal Parlamento per far funzionare qualche ufficio ministeriale. Ecco un altro passaggio importante: “Ora, in tale congerie di norme giuridiche quale certezza di diritto può esistere per il cittadino? Il caos legislativo è uno dei motivi della lentezza burocratica e della sfiducia del cittadino verso lo Stato; è la ragione fondamentale della disparità di trattamento che viene usata al cittadino nelle medesime condizioni. La molteplicità, l'ambiguità e la contraddizione delle leggi, la scarsissima possibilità di conoscerle tutte, la difficoltà di reperirle, sono i motivi, non ultimi — secondo l'on. Amatucci — del predominio di alcuni settori della burocrazia, senza la cui benevolenza, spesso necessariamente sollecitata, le pratiche giacciono polverose e non risolte negli archivi dei vari ministeri.”
Se ci limitiamo ai decreti legge riguardanti il funzionamento dello Stato, e tralasciamo i codici civile e penale, che pure subirono pesanti ritocchi durante il ventennio fascista, azzarderei che gli articoli di Argenta è come se fossero stati scritti nel 2017, con la sinistra di Renzi al governo.
Un referendum per abrogare le leggi dei Savoia e del Duce ancora presenti nel codice penale e militare fu proposto dai Radicali di Pannella nel gennaio del 1978. La Corte Costituzionale decise di non approvarli. L’ex leader radicale, scomparso poco tempo fa, commentò così il 19 gennaio 1978 sulla Stampa la bocciatura: “E’ una vergogna, le leggi fasciste sono sacre e inviolabili per questo regime e per i suoi custodi.”