sabato 11 febbraio 2017

Lo Stato parallelo delle leggi fascistissime


Due notizie di cronaca che ho sentito al TG1 mi hanno allarmato. Facciamo finta che abbia ricevuto un lancio di agenzia e debba interpretarlo giornalisticamente per farne una notizia. Viene annunciato che il ministro dell’Interno Minniti concederà più margini di manovra ai sindaci contro gli atti vandalici. Come se tutti i giorni i sindaci si occupassero di giustizia. Spostiamoci ora a Genova. Pare che uno striscione dei manifestanti che protestano contro il convegno dell’ultradestra sia stato ritirato. E già qui ci sarebbe da inorridire. Viene annullata la libertà di espressione. Ma la giornalista ha aggiunto dei dettagli in più. Ha chiuso il pezzo spiegando che erano stati ritirati manifesti “antifascisti”. Tra questi oggetti proibiti - leggo meglio dal Giornale - vi erano “manichini appesi a testa in giù, striscioni con scritte come ‘Più fasci appesi’ e ‘Non faremo prigionieri’ trovati dalla polizia su un ponte.”
Entrare in un eventuale dibattito sulla natura eversiva di questi atti, come il vandalismo o la minaccia dei manifestanti “Antagonisti”, trasformerebbe questo mio intervento in un trattato filosofico, e non è questo l’intento. E’ scontato dire che non bisogna deturpare le città, come anche sarebbe opportuno evitare di eccedere nelle proteste. Trovo tuttavia sbagliato a monte l’intervento del governo, che a questo punto bisognerebbe chiamare per ciò che vuole essere: lo Stato. Lo Stato forte di D’Alema, per intenderci. O quello degli appalti difeso da Mani Pulite. Lo Stato buono che si occupa dei migranti, o che ricostruisce le case dei terremotati.
Lo Stato sbaglia. Sbaglia nelle procedure e probabilmente, come ho avuto modo di dire tempo fa, lo fa da diversi decenni, riprendendo decreti e leggi che appartenevano al fascismo di Mussolini. Ma applicare la giustizia del duce equivale a sbagliare anche nella sostanza.
Ho sempre sostenuto che la storia del fascismo andrebbe studiata in modo imparziale, attraverso un’analisi dei singoli fatti o personaggi che sia priva di colore politico. Quando dicevo questo era il periodo del processo Piebke, un tardivo revival della seconda guerra mondiale il quale diede il via, durante il primo governo Berlusconi del 1994, a una disputa parlamentare sulla Resistenza. Ma in questi ultimi giorni siamo andati ben oltre la pericolosa e faziosa strumentalizzazione della storia, che ha esempi nefasti nella Serbia di Milosevic. 
Nella storia del fascismo si possono trovare tante ex camicie nere che credevano con sincerità in un’idea. Tante realizzazioni architettoniche che utilizziamo ancora oggi. Basti pensare al quartiere nel quale sono cresciuto, l’Eur di Roma. Ma è scontato, a mio parere, che quell’idea fosse sbagliata e che avesse quale presupposto l’imposizione delle decisioni governative con la forza e senza possibilità di protesta. Non solo. Davo per scontato che da quell’idea controproducente fossimo usciti già nel 1945. Sbagliavo, e recito il mea culpa. La professoressa Rosaria Quartararo, nell’esame universitario che avevo preso in prestito da Scienze Politiche, ci insegnava con il suo libro che la Democrazia Cristiana aveva salvato e riconvertito per propri fini tante istituzioni del fascismo. Pensiamo all’IRI di Romano Prodi, agli enti pubblici dell’economia.
Eppure c’è stato qualcosa che è durato molto più delle Partecipazioni Statali: le leggi sulla pubblica sicurezza. Le stesse che Minniti sta applicando a Genova e che porteranno i prefetti e i sindaci a invadere il campo della giustizia. Lo invadono perché nessuna delle due categorie può avere compiti giudiziari. Avevo letto da qualche parte che i sindaci dei comuni in cui non vi sia un ufficio di pubblica sicurezza hanno anche questa mansione, oltre a dirigere la polizia locale, cioè i vigili urbani. Ma un ingiustificato sdoppiamento della giustizia secondo me avviene da tempo, con i prefetti antimafia (Dalla Chiesa), con le leggi sul divieto di possesso di piccoli quantitativi di droga, che vedono dai primi anni ‘90 i prefetti in qualità di giudici, e ora con i Daspo, ossia le espulsioni decretate dai sindaci per gli atti vandalici.
Io mi chiedo una sola cosa: come si fa ad applicare un decreto del re di Savoia del 1931, che aggiornava una norma dello stesso periodo delle leggi fascistissime? Perché da qui nascono gli attuali provvedimenti sulle manifestazioni pubbliche e sull’immigrazione.
Già solo il fatto che il prefetto nel fascismo aveva poteri giudiziari che nella repubblica non ha più avuto lascia intuire che il legislatore fosse consapevole dell'errore, ma nonostante ciò ha continuato ad aggiornare un gruppo di norme obsolete. Che non potevano essere estrapolate dalla loro collocazione storica: quella del delitto Matteotti e della nascita della dittatura fascista. Cioè leggi che abolivano tutte le libertà dei cittadini dopo la famosa apologia di Mussolini al Parlamento del gennaio 1925.
Se poi pensiamo alle leggi razziali del 1938, diventa chiaro a tutti che prendere come base per un testo unico sull'immigrazione, come è stato fatto dal 1998 in poi, una legge del 1931 significa farlo proprio apposta. Eppure è successo così. Sono andato a fare una ricerca nel tempo libero e ho scoperto con mio sommo stupore che il testo base per la gestione del fenomeno migratorio, la 286 del 1998, non è nemmeno del centrodestra, ma la Turco-Napolitano. E’ della sinistra! La Bossi-Fini al confronto è migliore in alcuni punti, perché applica la sanatoria di certe violazioni, e non cita la legge di Mussolini. Da non credere. Cosa può voler dire? Che se Berlusconi è vittima dei suoi processi, c’è qualcosa che è più autoritario di lui, ovvero il partito-Stato, il partito-nazione della Quercia, il PD. Forse Berlusconi è addirittura un loro prodotto, una loro invenzione? Comincio a crederlo.
Facciamo qualche esempio di come le leggi fasciste siano di attualità: l’articolo 4 della già citata legge del giugno 1931 sulla sicurezza pubblica affermava: “L'autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici. Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone pericolose o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza.” Questa norma - si legge su internet - era stata bocciata dalla Corte Costituzionale nel 1962, ma secondo certe notizie riportate su Google News, a Verbania e Varese sembra sia stata ugualmente applicata.
Abbiamo norme sugli stranieri riprese di sana pianta dalle disposizioni fasciste del giugno 1931. Non sono state per niente bocciate dalla Corte Costituzionale e sono state riprese dalla Turco-Napolitano. Fanno parte della prassi con cui la sinistra intende accogliere i migranti. Ecco la loro legge 286 del 1998, presa dal sito della Camera dei Deputati. Articolo 6: “Comma 3: lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non esibisce, senza giustificato motivo, il passaporto o altro documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno, è punito con l'arresto fino a sei mesi e l'ammenda fino a lire ottocentomila. 4) Qualora vi sia motivo di dubitare della identità personale dello straniero, questi può essere sottoposto a rilievi segnaletici.” Ora vediamo la legge 773 di Mussolini del 18 giugno 1931, dal sito Tuttocamere.it. Articolo 144: “L'autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di invitare, in ogni tempo, lo straniero ad esibire i documenti di identificazione di cui è provvisto, e a dare contezza di sé. Qualora siavi motivo di dubitare della identità personale dello straniero, questi può essere sottoposto a rilievi segnaletici.”
Torniamo alla legge Turco-Napolitano del 1998. Articolo 7 comma 1: “Chiunque, a qualsiasi titolo, dà alloggio ovvero ospita uno straniero o apolide, anche se parente o affine. O lo assume per qualsiasi causa alle proprie dipendenze ovvero cede allo stesso la proprietà o il godimento di beni immobili, rustici o urbani, posti nel territorio dello Stato, è tenuto a darne comunicazione scritta, entro quarantotto ore, all'autorità locale di pubblica sicurezza.” Ora riprendiamo Mussolini. Articolo 147: “Fermo quanto previsto dalla normativa comunitaria, chiunque, a qualsiasi titolo, dà alloggio ovvero ospita uno straniero o apolide, anche se parente o affine, o lo assume per qualsiasi causa alle proprie dipendenze ovvero cede allo stesso la proprietà o il godimento di beni immobili, rustici o urbani, posti nel territorio dello Stato, è tenuto a darne comunicazione scritta, entro quarantotto ore, all'autorità locale di pubblica sicurezza.” Questo articolo, si legge, è stato rielaborato, così come lo leggete, nel decreto legislativo 480 del 13 luglio 1994, entrato dunque in vigore durante il governo Berlusconi.
I fatti di Genova fanno ritenere però che questa legge del 1931 sia stata applicata fino ad oggi anche nell’ambito dei controlli sulle riunioni pubbliche. Vigevano infatti precise norme all’articolo 18: “i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore. E' considerata pubblica anche una riunione, che, sebbene indetta in forma privata, tuttavia per il luogo in cui sarà tenuta, o per il numero delle persone che dovranno intervenirvi, o per lo scopo o l'oggetto di essa, ha  carattere di riunione non privata. I contravventori sono puniti con l'arresto fino a sei mesi e con l'ammenda da euro 103 (lire 200.000) a euro 413 (800.000). Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle riunioni predette prendono la parola. Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione. I contravventori al divieto o alle prescrizioni dell'autorità sono puniti con l'arresto fino a un anno e con l'ammenda da euro 206 (lire 400.000) a euro 413 (800.000). Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle predette riunioni prendono la parola. Non è punibile chi, prima dell'ingiunzione dell'autorità o per obbedire ad essa, si ritira dalla riunione. Le disposizioni di questo articolo non si applicano alle riunioni elettorali.”
Fin qui la voce del duce. Ma se ci fate caso alcuni punti sono stati abrogati, altri sono stati modificati. Non si tratta del testo originale del 1931 perché ci sono le multe in euro! Eppure balza agli occhi il divieto di esporre bandiere che possano turbare l'ordine pubblico. Articolo 20, sempre della legge del 1931: “Quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico o aperto al pubblico, avvengono manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio dell'autorità, o che comunque possono mettere in pericolo l'ordine pubblico o la sicurezza dei  cittadini, ovvero quando nelle riunioni o negli assembramenti predetti sono commessi delitti, le riunioni e gli assembramenti possono essere disciolti.” Articolo 21: “E' sempre considerata manifestazione sediziosa l'esposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità. E' manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose.”
In queste righe si intuiscono imbarazzanti similitudini con quello che è accaduto in questi giorni di febbraio 2017 a Genova. Ma vengono alla mente anche le bombe e gli attentati che hanno contraddistinto alcune manifestazioni del passato: dall’eccidio di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, agli spari sulla folla durante analoghe manifestazioni contro il Movimento Sociale Italiano nel 1960, a Piazza della Loggia a Brescia nel 1974.
La legge del 1931 in altri punti chiama in causa i carabinieri, che avrebbero il compito di disciogliere le riunioni pericolose. Si tratta però di “carabinieri reali”. Vediamo il testo. Articolo 22: “Quando, nei casi preveduti dagli articoli precedenti, occorre disciogliere una riunione pubblica od un assembramento in luogo pubblico o aperto al pubblico, le persone riunite od assembrate sono invitate a disciogliersi dagli ufficiali di pubblica sicurezza o, in loro assenza, dagli ufficiali o dai sottufficiali dei carabinieri reali.” Veramente gustoso l’articolo 23: “Qualora l'invito rimanga senza effetto, è ordinato il discioglimento con tre distinte formali intimazioni, preceduta ognuna da uno squillo di tromba.”
Il fatto che anche queste multe, per atti contrari alla legge fascista, nell’articolo 24 siano state aggiornate agli euro e aumentate negli importi con successivi decreti del 1963 e poi del 1981, lascia supporre che il legislatore fosse sempre consapevole di adeguarsi alle disposizioni di Mussolini, più adatte per ovvie ragioni a un contesto dittatoriale che a una repubblica. Ma l'apologia del fascismo non era un reato?