mercoledì 7 dicembre 2016

Una guerra civile negli anni di piombo


Una guerra civile all’interno della Loggia P2, tra i servizi segreti filo-israeliani e vicini alla Cia, guidati da Gianadelio Maletti e controllati politicamente da Andreotti, e il supersid di Vito Miceli, filo-arabo e amico di Gheddafi, vicino probabilmente anche alle Brigate rosse e ai terroristi tedeschi della RAF. E’ in questo scenario occulto che sembra si siano verificate negli anni di piombo le stragi di Stato da una parte e le azioni terroristiche delle Brigate rosse dall’altro. In sostanza, stiamo dicendo che Guido Giannettini, quando accusava nella sua informativa del 1974 il Mossad, il servizio segreto israeliano, dei depistaggi sulle bombe di Stato, stava probabilmente raccontando la vera storia d’Italia. Ma aveva soprattutto ragione Eugenio Scalfari nell’essere molto duro con la Democrazia cristiana di quegli anni, parlando di Moro e Andreotti quali referenti della Loggia P2.
Dall’archivio del Corriere della Sera spuntano articoli che confermano totalmente questo quadro. Nel febbraio del 1973 scoppiò quello che venne definito il Watergate italiano. Il giudice Luciano Infelisi, quello che poi indagherà sulla Sir di Rovelli e sulla strage di via Fani, aveva scoperto nella borgata romana del Trullo una centrale di spionaggio gestita da uomini della polizia, che agivano senza autorizzazione della magistratura. La vicenda processuale finì come accade spesso in Italia con tanti proscioglimenti, ma nel frattempo tanti articoli erano stati scritti e tra questi nel giugno del 1973 ce n’erano alcuni che i magistrati avrebbero fatto bene a leggere, prima di condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.
Il commissario Calabresi era spiato da questi poliziotti, ma lo spionaggio illegale si estese dopo il delitto anche a una donna, nota con le iniziali M. D., la quale aveva visto in faccia l’assassino e avrebbe potuto riconoscerlo. Il killer “dagli occhi di ghiaccio”. Anche lei fu controllata, si disse perché forse gli assassini avevano paura di ciò che potesse sapere. Guarda caso il commissario Calabresi si era occupato prima di essere colpito a morte, in via Cherubini a Milano il 17 maggio 1972, sia dello strano suicidio di Giangiacomo Feltrinelli, sia di un personaggio che di lì a poco tempo sarebbe diventato famoso, purtroppo, per la bomba con cui fece saltare la questura di Milano: Gianfranco Bertoli. Oggi sappiamo non solo che Bertoli era per Giannettini un uomo del Mossad, ma che certamente era un finto anarchico che passava informazioni a qualche intelligence.
Si comincia quindi a delineare un quadro molto più chiaro, che lega tra loro svariati eventi criminali. Tra i responsabili dello spionaggio illegale, che durò per dieci anni, dal 1966 al 1976, senza che i nomi della gran parte delle vittime venissero mai rivelati, c’erano uomini poi divenuti noti per essere appartenuti alla Loggia P2: Federico Umberto D’Amato, dirigente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, piduista legato alla Cia, e Walter Beneforti, un altro personaggio molto interessante. E’ grazie a quest’ultimo che si arriva a capire che quelle bobine misteriose, che scomparivano durante le indagini come nel film “La polizia accusa, i servizi segreti uccidono”, appartenevano certamente alla P2, a Gladio e al Mossad israeliano. Beneforti, insieme a Tom Ponzi, collaborò al progetto della P2 chiamato “L’anello”, che fu sviluppato nel secondo dopoguerra a Trieste. Ne ha parlato un articolo firmato da Silvio Maranzana, comparso sul quotidiano Il Piccolo di Trieste il 10 marzo del 2011. Questa struttura parallela venne creata nel 1943 ai tempi di Mussolini dal generale Mario Roatta, che chiamò a dirigerla un esule russo residente a Tel Aviv: un certo Otimsky, che secondo Maranzana assunse un “ruolo chiave” anche nel Mossad israeliano. Non a caso Trieste sarà teatro di alcune importanti, ma dimenticate, azioni del controspionaggio italiano contro il regime comunista di Tito. E sempre a Trieste, secondo il quotidiano La Repubblica, si recò il commissario Calabresi poco prima di essere assassinato, nel 1972. Se a tutto questo aggiungiamo le notizie che escono dall’archivio, delle microspie piazzate illegalmente su Calabresi e contro la testimone del suo omicidio, diventa chiaro lo scenario internazionale che avvolgeva i nostri anni di piombo.
Altre microspie come abbiamo visto, volute da Andreotti e da Casardi, avevano svelato lo scandalo petrolio, ossia il patto occulto tra i servizi deviati di Miceli, gli uomini di una parte della P2 e il colonnello libico Gheddafi. Ciò significa che non sempre chi indagava poteva dirsi, in quel periodo, estraneo ad altre colpe. I poteri forti, grazie anche al controllo di alcuni settimanali e quotidiani, si scambiavano pesanti accuse.
Nel suo bellissimo libro “L’Affaire Moro”, lo scrittore Leonardo Sciascia, oltre a confermare certe mie scoperte, tra cui la veridicità del comunicato numero sette del lago della Duchessa, sottolineò nell’agosto del 1978 che il presidente democristiano pagava con la vita proprio per le “Stragi di Stato”. “Uno dei capi dell’accusa contro di lui - scriveva il grande autore siciliano - formulata dalle Brigate rosse ne fa esplicito richiamo (comunicato numero uno: Quando la sporca trama verrà completamente allo scoperto, come un vero ‘padrino’ che si rispetti, Moro affosserà il tutto e ricompenserà con una valanga di ‘omissis’ i suoi autori)”. Gli omissis erano quelli del “Piano Solo”, programma d’azione del famoso tentativo di golpe del generale dei carabinieri De Lorenzo. Come sappiamo Aldo Moro sentì di dover operare quella censura per nascondere i luoghi di Ancona e Falconara, o della Sardegna, dove si esercitavano i gladiatori. Tutte basi militari segretissime che in quel momento non si potevano nominare, e che vennero svelate solo quando la guerra fredda era ormai finita.