mercoledì 11 novembre 2015

Un "gioco del ricatto" nei processi di Berlusconi?


Lino Jannuzzi in un reportage di Tempo del settembre 1976 sembra descrivere gli attuali processi di Berlusconi. All'epoca lo fece per criticare l'incapacità della Commissione Inquirente, che giudicava sui reati dei parlamentari, di arrivare a delle condanne. Quella Commissione aveva l'abitudine, secondo Jannuzzi, di comportarsi come Pietro Scaglione, che lui definiva "il procuratore della mafia", cioè colluso con i criminali, contrariamente ai giudizi positivi che invece hanno espresso di recente il giudice Grasso e Wikipedia: "Molte denunce o lettere 'anonime' - scrisse Jannuzzi nel '76 - se le scriveva da sé (almeno così vuole la leggenda). Poi le faceva riposare qualche tempo, e le guardava coprirsi di polevere, e ingiallire fino al limite della prescrizione dei reati che vi erano elencati." Questo secondo il giornalista di Tempo, ma era così anche per il giudice Squillante, intervistato allora da Tempo e poi protagonista in negativo nei processi del "Berlusca". Tutto avveniva perché Scaglione, e così l'Inquirente, voleva aspettare il momento giusto nella vita sociale per tirare fuori dal cassetto le accuse e far nascere "il processo dell'anno." Senza che quel processo arrivasse a qualche risultato, "fino a spegnersi in una assoluzione per insufficienza di prove, e soltanto per qualcuno degli imputati minori". Era un gioco del ricatto che costò caro al povero giudice Scaglione, crivellato di proiettili nel 1971 "sotto il muro del cimitero, dove andava la domenica a interrogare i morti sui segreti dei vivi del suo paese". Jannuzzi oggi difende Berlusconi, come nel 1976 difendeva Andreotti. Non chiede più le condanne dei politici, al contrario le critica. Perché nella persecuzione dei giudici moderni non riscontra nulla del gioco dei ricatti degli anni di piombo?