giovedì 20 ottobre 2016

Tornerà la Lira? Ricordiamoci di Goria


Tra le morti celebri prodotte da Mani Pulite si sono dimenticati di Giovanni Goria. Mi è venuto in mente questo ex presidente del consiglio per le voci del possibile ritorno alla Lira. Giuseppe Turani lo ha scritto il 13 ottobre 2016: il “No” alle riforme di Renzi diventerebbe un “No euro”, e una birra costerebbe mezzo stipendio. Manca un dettaglio: che il nostro collasso non sarebbe diverso da quello di Gorbachev. Tutto iniziò, a leggere La Stampa, tra il 1975 e il periodo del delitto Moro. Nel 1980 vi fu un dibattito acceso in cui prevaleva il rifiuto netto di alcuni democristiani di svalutare la nostra moneta. Sarebbe stata una criminale speculazione, affermarono. "Le ingegnerie monetarie" nel breve sono utili, ma se il governo non attuerà investimenti e contenimento delle spese faranno precipitare la situazione, aveva scritto un lettore della Stampa nel 1978, tale Umberto Gardini di Savigno. Cosa c’entra in tutto questo la morte di Goria? Quando questi fu ministro del tesoro, a metà degli anni ‘80, la svalutazione “programmata” era già stata messa in atto. Bettino Craxi ne difendeva le virtù grazie alle vendite all’estero delle aziende. Salvini e Grillo oggi non inventano niente. Ma aveva ragione il lettore sconosciuto: dal 1981 l’Italia era precipitata in una crisi epocale. L’inflazione salì al 20% annuo e Craxi fu solo capace di ricorrere alle scorciatoie. Taglio alla scala mobile, e poi Lira pesante, così, solo per aiutare le “massaie” a non avere troppi zeri nel fare la spesa. Goria, l’economista, fu colui che avrebbe dovuto attuare questo strappo alla regola. Non se ne fece nulla. E “Sandokan”, così lo chiamavano, salì alla presidenza del consiglio, rimanendo in carica pochi mesi nel 1987-88. Una sua affermazione fu: "La svalutazione sarebbe follia pura, conviene a un paese che non riesce a crescere". Era nell’esecutivo di Amato quando gli arrivarono gli avvisi di garanzia dei magistrati. Lo accusavano di un fatto di corruzione ad Asti. Si dimise e morì di cancro in poco tempo, il 21 maggio del 1994, a 51 anni. Lo avevano attaccato, umiliato, distrutto, poi era stato archiviato tutto, come al solito. Per niente, perché Mani Pulite fu la solita sparata superficiale, ma molto più brutale del solito. Fu una guerra feroce tra PM, nella quale i grandi scandali non vennero mai a galla. E Craxi, ma pure Berlusconi, lo sapevano.