mercoledì 26 ottobre 2016

Il comunicato numero 7 delle BR era autentico


Il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, di cui tanto si parla recentemente nelle ricostruzioni sul rapimento di Aldo Moro, non era falso. Cioè, non era falso che fossero state le Brigate Rosse a scriverlo, ma lo era il suo contenuto, cioè l’annuncio che il presidente Moro era stato ucciso e gettato nel lago della Duchessa.
La scoperta è avvenuta semplicemente leggendo gli articoli di quei 55 giorni del 1978, nei quali Aldo Moro rimase prigioniero dei terroristi. Illuminante ancora una volta è stato il quotidiano spagnolo La Vanguardia, che mantenne una sua linea indipendente dalla politica italiana e allo stesso tempo offrì un riassunto delle posizioni espresse dai nostri giornali. Dunque non ci fu alcun depistaggio dei servizi segreti in quel 19 aprile del 1978, cosa che invece avvenne molti anni più tardi nell’attribuire ad Antonio Chichiarelli, una volta che questi era già morto, la scrittura del comunicato numero 7.
Chichiarelli era un criminale, falsario con contatti nella banda della Magliana e nella mafia, che fungeva da informatore dei servizi segreti. Fu opera sua il depistaggio del lago della Duchessa? Può darsi, ma allora perché farlo scoprire così in ritardo? Evidentemente le notizie sul sequestro Moro escono a puntate secondo una strategia ben definita. Per ora ci limitiamo a recuperare quel pezzo di storia delle Brigate Rosse, che è importante: cancellare il comunicato numero sette equivale ad eliminare ogni contatto tra le BR e la RAF, la banda tedesca Baader-Meinhof. La stessa censura avvenne quando fu scarcerato Claudio Avvisati, dopo essere stato scoperto con a casa un manifesto dei terroristi tedeschi.
Infatti il comunicato, oltre ad indicare il lago della Duchessa quale tomba del presidente Moro, affermava che il “suicidio”, con cui Moro era stato giustiziato, “non doveva riguardare solo la banda Baader-Meinhof”. Pur dubitando del contenuto, i giornalisti italiani e spagnoli riportarono la notizia che sia il Ministro dell’Interno Cossiga, sia gli investigatori, confermavano l’autenticità del messaggio. Quando il 20 aprile giunse il nuovo comunicato delle BR nel quale si dimostrava che Moro era vivo, gli spagnoli giustamente osservarono: “Se il comunicato numero 7 fosse stato falso, perché i giudici, i periti e il ministro avrebbero dovuto darlo per autentico, andando a scavare al lago della Duchessa?” Era la dimostrazione, sostennero, che le Brigate Rosse agivano in grande libertà e si permettevano di ingannare gli inquirenti con false piste, il cui scopo - ipotizzava La Vanguardia - era di ottenere una maggiore propensione psicologica dei politici verso una trattativa.