giovedì 20 ottobre 2016

Banche e aziende italiane del KGB



In Italia il KGB installò banche e aziende fittizie per dei traffici illeciti. Lo si scopre dal libro di Paul Klebnikov, “Il padrino del Cremlino”, in un paragrafo dedicato al collasso del vecchio regime sovietico. Dal 1980 - denunciò lo scrittore assassinato nel 2004 - il KGB ebbe una nuova missione, esportare capitali all’estero attraverso società off-shore. Si tratta di un argomento che conosciamo, in quanto si è manifestato in tutta la sua gravità nei recenti mesi. Ci riferiamo alle polemiche per i fondi del presidente russo Putin a Panama. Ma non solo. Nel 2013 si parlò di una banca cipriota i cui dirigenti facevano parte del KGB. Il libro di Klebnikov aveva parlato già dal 2000 di questo sistema, che coinvolgeva proprio Cipro, ma poi anche la Grecia, il Portogallo e l’Italia, che guarda caso sono le nazioni più indebitate degli ultimi anni. Il traffico avveniva mediante il trasferimento di miliardi di dollari, attraverso un sistema che coinvolgeva aziende e banche fittizie. L’Urss avrebbe inviato petrolio, legname e metalli a prezzo stracciato a queste aziende, le quali lo avrebbero rivenduto ai costi di mercato trattenendo per sé i profitti. Lo scopo - stando a Klebnikov - divenne chiaro quando il sistema politico sovietico fu abbattuto. Il KGB aveva il compito di creare dei fondi segreti da destinare ai membri del KGB e del PCUS. Ma quali aziende in Italia potevano prestarsi a questo gioco? Abbiamo fatto una ricerca nell’archivio della Stampa. La risposta è che sono molte, perché gli accordi commerciali Italia-URSS furono numerosissimi, fin dai tempi di Mattei all’ENI. Ma c’è un articolo che ci ha colpito in particolare. E’ del 28 ottobre 1979. Venne siglato un accordo con cui l’Italia avrebbe fornito impianti in cambio di petrolio e gas. Tra le aziende pronte a lavorare per l’URSS in campo energetico c’erano la Montedison, la Fiat e la Snia Viscosa.