mercoledì 26 ottobre 2016

Una morte annunciata per colpa di Washington?


L’impressione che ho avuto leggendo per la prima volta gli articoli del 1978 (avevo 5 anni all’epoca) è che il giallo Moro potesse evolvere solo in una lunga agonia del presidente prima dell’esecuzione. Gli spagnoli della Vanguardia mi hanno convinto. Secondo loro, un ritorno di Moro vivo avrebbe creato più problemi di una sua brutale esecuzione.
Una volta che le BR erano riuscite a dividere la Democrazia Cristiana, e a far scrivere al presidente parole di fuoco contro i suoi colleghi - scrissero - Moro era politicamente finito. Come si sarebbe potuto inserire nel parlamento italiano? Hanno ragione, ma non fu solo questo a ucciderlo. La mia domanda è un’altra: perché un sequestro di persona divenne un dilemma politico? Gli spagnoli, pur sottolineando l’incapacità della polizia italiana, non lo scrivono apertamente, ma basterebbe guardare un film poliziesco per capire che il sequestro Moro seguì un macabro copione già scritto. Il governo si preoccupò soltanto di non legittimare dal punto di vista politico quel manipolo di terroristi, e non piuttosto di organizzare un’operazione di polizia per salvare lo statista.
Fu scritto che la DC e il PCI erano per la “fermezza”: non avrebbero mai trattato con le brigate rosse. E non trattarono. Ma c’era solo questa strada? Non era proprio pensabile assecondare quei criminali, liberare i tredici terroristi, far tornare Moro a casa, facendo in modo che la polizia seguisse le tracce dei rapitori e li arrestasse? Certo, dal punto di vista mediatico qualche problema il governo lo avrebbe avuto. Avrebbe dovuto studiare qualche slogan convincente, però c’era pur sempre in ballo la vita del più importante politico italiano del dopoguerra!
Quando il corpo di Moro fu ritrovato, il 9 maggio 1978, La Vanguardia titolò: “Moro è stato sacrificato”. Ma per quale causa? Sicuramente non quella della politica, che perse credibilità fino a venire travolta nel 1992 da tangentopoli. E allora quale? Qualche politico sapeva di confrontarsi con i servizi segreti e non solo con le Brigate Rosse? Forse sì, e uno di questi poteva essere proprio Moro. Ma anche Cossiga, Andreotti, Ruffini. Per i memoriali di Moro, scritti durante la prigionia, in cui il presidente faceva riferimento alla struttura segreta di Gladio, pare che altre persone furono uccise: il colonnello Varisco e il giornalista Pecorelli.
Dunque la posta in gioco non era tanto la credibilità, quanto i piani segreti dello stato parallelo. I servizi segreti negli anni ‘70 erano strettamente connessi con la loggia P2 di Licio Gelli, che propugnava una riforma dello Stato in senso autoritario, militare e anticomunista. Per attuarla era sicuramente necessario avere il controllo delle basi della Nato nel nostro paese, che erano tante: da Livorno, ad Aviano, ad Avellino, a Bari, a Caserta, a Roma, a Verona, a Vicenza, a Venezia, a Padova, a Brescia. Cosa si sarebbe potuto dire al PCI, su questo argomento, una volta che fosse andato al governo?
Dopo la scoperta di Gladio si seppe che l’antiterrorismo dal 1977 aveva esteso il controllo spionistico su tutta la popolazione, proprio per proteggere i segreti militari della Nato. Solo in questi anni qualcosa sta venendo a galla. Nei sotterranei delle nostre colline o delle montagne gli americani combattevano la loro guerra fredda all’interno di gallerie piene di radar, di macchinari elettronici, forse di missili pronti a decollare. Ma non era anche nostra la guerra fredda? E’ pensabile che nello stesso periodo in cui i terroristi rossi e neri insanguinavano le nostre strade con omicidi, rapimenti e gambizzazioni, esistessero dei militari che si disinteressavano di tutto ciò, preoccupandosi solo di un eventuale attacco nucleare dei russi?
Riteniamo di no, che esista una sola realtà, nella quale ognuno aveva il proprio compito. Se i giornali riempivano pagine con le stragi di Stato, come avrebbero potuto di punto in bianco raccontarci di militari americani pronti a un attacco nucleare, se non lo avevano mai fatto prima? Le domande sono ancora tante, ma riguardano ormai soltanto gli appoggi esteri al terrorismo italiano. Di questo argomento è tuttora difficile parlare.
Gli indizi che ho raccolto fino ad oggi portano a pensare che siano stati gli Usa a volere la carneficina degli anni di piombo. Le ragioni mi sfuggono, ma le prove non mancano. Sempre il giornale La Vanguardia, durante il sequestro Moro, riportò le risolute affermazioni dell’ambasciatore americano Richard Gardner rilasciate a Milano in forma privata a dei sindacalisti: “Non aiuteremo in nessuna forma il governo italiano a combattere il terrorismo delle Brigate Rosse - disse -, finché il partito comunista avrà il suo peso specifico nella vita politica del paese”. Precisò anche qualcos’altro: che il PCI non poteva dirsi cambiato se accusava la Cia di sostenere il terrorismo italiano. In sostanza, il governo statunitense abbandonava Aldo Moro alla sua sorte, ed è un fatto molto grave. Per di più, le stesse accuse del PCI contro Washington, le lanciavano nello stesso periodo i servizi segreti ex cecoslovacchi. Il loro dossier sul terrorismo, a questo punto, va analizzato con ulteriore attenzione.